Flora Atelier – piazza Dalmazia, 2r – Firenze (17 settembre 2018 h 18.20)

Per dirla con l’armadillo: la gatta multitasking fa i gattini ciechi (Zerocalcare).

Ambiente linguistico dialettale romanesco, deludente.

Nessuno si aspettava Trilussa o Aldo Fabrizi (per non parlare del Belli), ma chi ha letto i libri di Zerocalcare si aspettava quel bel dialetto romanesco giovanile, pieno di parolacce fantasiose, declinate in tutte le forme grammaticali possibili.

Sostanzialmente la lingua del film è italiano di base con accento romanesco, e basta.

Nei fumetti, oltre alla lingua, molto più divertente, con tutte quelle varianti (chi cazzo, che cazzo, sticazzi, stocazzo, e poi bucodiculo, pippare, cojone con la iota, ecc.) ci sono le geniali invenzioni finto-erudite di Zerocalcare (mi fa molto ridere il “principio termodinamico di fracicamento del legno” da “Ogni maledetto lunedì su due”, anche perché me l’immagino enunciato con la voce di Piero Angela o, meglio ancora, di Alberto Angela).

Diciamo subito che il “pof, pof” di Adriano Panatta è divertentissimo e merita il successo che ha avuto in rete (c’è sempre qualcuno che esagera; ho letto un titolo su Dagospia: “La lezione di Panatta è da Oscar”. Azz!).

Il regista Emanuele Scaringi, che ho visto per la prima volta, in televisione, durante la trasmissione Stracult, è al suo primo lungometraggio e pare sia subentrato a Valerio Mastandrea, che da alcuni anni studiava il progetto, ne aveva anche avviato le prime fasi, ma non ha potuto o voluto, non sappiamo, portarlo a termine; Mastandrea ha collaborato alla sceneggiatura, insieme a Michele Rech (alias Zerocalcare), a Johnny Palomba e Oscar Glioti (troppi, brutto segno).

Va bene che si deve dare spazio ai giovani, ma questo giovane dalla faccia paciosa mi sembra non si sia dimostrato all’altezza.

Gli hanno affidato un film difficile, che, però, è il tipo di film più adatto a fare il botto per un esordiente, a far scoprire un nuovo talento, in quanto consente di sperimentare soluzioni innovative, interessanti, coraggiose.

Ecco, questo manca al film: il coraggio.

Dico io (mi rivolgo direttamente al giovane regista dalla faccia paciosa): hai a disposizione un soggetto collaudato, nel senso che si è dimostrato interessante già da alcuni anni, e prolifico (sono molti i libri pubblicati mantenendo uno stile personale); un soggetto che ha avuto grande successo, soprattutto tra i giovani, rappresentato con un mezzo che non è affine, ma neanche completamente estraneo, al cinema: il fumetto.

L’autore stesso collabora alla sceneggiatura, per cui non corri il rischio di essere accusato di tradimento dell’originale.

Si tratta di portare la storia sullo schermo, traducendo il linguaggio del fumetto in linguaggio cinematografico, meglio ancora: dimenticando completamente il fumetto, tranne i personaggi e la trama, con l’ambizione di farci scoprire qualcosa di nuovo, che non può trovarsi sulla carta.

Invece che fai? Una specie di commedia sentimentale per adolescenti infantili, sentenziosi e logorroici (non dire che le prediche stavano nel testo, tutto dipende da come presenti le cose); sembrava di vedere spuntare da un momento all’altro Federico Moccia con i suoi lucchetti (alla fine, uno dei ragazzi che si buttavano giù, secondo me, era proprio lui).

Hai colto solo la parte lacrimosa del soggetto, ti sei lasciato sfuggire completamente l’ironia e l’autoironia.

Senza l’ironia e l’autoironia di Zerocalcare, tutto questo mondo va a finire in una spessa nuvola di noia (come succede nel film) per poi migrare in un buco nero (praticamente il film).

Hai trasformato (qui bisogna immaginarmi col dito puntato) il personaggio inaspettato, surreale, pura invenzione fantastica, in un giocattolo improbabile, meno espressivo di un tavolo, di una sedia o della lavatrice (che nel fumetto ha una vita propria).

Non è tutta colpa tua: l’autore dell’assurda maschera immobile, che mi aspetto di rivedere su un carro del carnevale di Viareggio, non sei tu.

Ma l’hai accettata, il tuo errore è stato non capire che ti avrebbe rovinato il film.

Chi è il genio che ha avuto l’idea di rappresentare l’armadillo, un personaggio che, nei fumetti di Zerocalcare, muove continuamente il viso, gli occhi, il becco, le zampe, il carapace e cambia continuamente espressione, con un pupazzo inanimato?

Sarebbe stato meglio rappresentarlo con una presenza invisibile, di cui sentire solo la voce (una voce non lamentosa, più corrispondente al carattere del personaggio).

Con questa scelta avresti lasciato allo spettatore la possibilità di immaginarlo (magari facendo apparire, ogni tanto, un’immagine sfumata, di sfuggita, per esempio un’ombra) e sarebbe diventato molto più reale di quel coso ingombrante ma inesistente.

Questa scelta avrebbe consentito anche richiami e omaggi ai numerosi precedenti di conigli invisibili, amici invisibili e quant’altro (niente di meglio per solleticare la memoria degli amanti del cinema).

Oppure avresti potuto chiedere aiuto a una buona squadra di animatori, per esempio ai napoletani della gatta cenerentola, e immaginare una interazione tra cartoni animati e attori, tipo “Chi ha incastrato Roger Rabbit”; se l’hanno fatta nel 1988, sarà molto più facile realizzarla ora.

O utilizzare un attore, dando al suo viso alcune caratteristiche dell’armadillo e affidandoti alle sue capacità mimiche per suggerire le altre.

Ci sarebbe stata la possibilità, anche per un altro giovane, di fare il botto, di farci scoprire il suo talento; ai miei tempi mi sarebbe venuto spontaneo pensare a Dario Fo; non trovando uno capace (chissà se fanno più i mimi nelle scuole di teatro), forse si sarebbe potuto proporre a Roberto Benigni, che, in versione dantesca, in fondo è già un po’ armadillo.

A parte l’armadillo (qui si deve di nuovo vedere il dito puntato), quali soluzioni originali hai proposto?

Quali movimenti di macchina, inquadrature inconsuete, velocità del montaggio hai attuato per dare vivacità a un film che si svolge in ambiente romanesco, dove tutti sembrano morti di sonno e parlano in modo strascicato?

Per quale motivo uno dovrebbe vedere questa storia al cinema, raccontata in questo modo, se può leggerla in modo molto più divertente nel libro?

A proposito degli interpreti scelti male (scusa se mi allargo troppo), secondo me per interpretare il protagonista principale della storia si doveva scegliere uno che assomigliasse non all’autore, ma al personaggio del fumetto.

Non sto dicendo che hai scelto quell’attore perché assomiglia a Zerocalcare, non so neanche se gli assomiglia, non ci ho fatto caso, sto dicendo che io l’avrei scelto (è evidente che mi sto allargando) somigliante al personaggio del fumetto, cioè a come Michele Rech rappresenta se stesso, accentuando, senza esagerare, le caratteristiche del volto e del corpo che egli mette in evidenza.

Senza ricorrere al trucco: semplicemente avrei cercato il ragazzo giusto, dinoccolato, con l’espressione perennemente stupita, smarrita, con cui Zerocalcare si rappresenta sulla carta.

Dal fumetto si sarebbe dovuto estrarre quel volto sgomento, oltre all’ironia e all’autoironia di cui dicevo prima.

Ciò indipendentemente dalla bravura di Simone Liberati e degli altri attori che fanno quello che possono, con risultati scadenti non per colpa loro: quando un film non funziona, anche gli attori non funzionano.

Insomma: solo il “pof, pof” di Panatta è godibile, e le strisce autentiche iniziali e finali; il resto è noia.

Caro regista dalla faccia paciosa, questo film contende seriamente agli altri, indicati in commenti precedenti, il titolo di film più brutto e più palloso fra quelli che ho visto nel 2018.

Mi dispiace (o mi congratulo, dipende dai punti di vista).

Sarà per un’altra volta.

POST-SCRIPTUM

La bruttezza del film non intacca minimamente la bellezza del fumetto da cui è tratto e degli altri libri di Zerocalcare, un artista, che ha detto e ripetuto: «Il film non è mio, è del regista Emanuele Scaringi», che si prende onóri (se ce ne saranno) e òneri.