Cinema Spazio Uno – via del Sole, 10 – Firenze (25 settembre 2018 h 19.30)

Più di un motivo mi spingeva a vedere questo film, al cinema Spazio Uno di Firenze.

Il primo motivo si chiama Harry Dean Stanton, l’attore che interpreta il personaggio principale, uno spilungone novantenne che, un po’ dopo l’uscita del film, nel 2017, è morto.

Questo giovanotto – alto, slanciato, la faccia scavata, il corpo, che ci mostra mentre si lava, appassito, consumato come il tronco contorto di un vecchio olivo – ha al suo attivo (aveva) una interpretazione straordinaria (secondo me) in un film straordinario (sempre secondo il mio modo di vedere): “Paris, Texas” (1984) di Wim Wenders, la storia malinconica di un uomo solo, sbandato, che, dopo avere distrutto la famiglia, cerca la moglie (la splendida Nastassja Kinski di quegli anni) per ricongiungerla al figlio.

La trova in un peep show, un posto dove le donne si esibiscono mentre i clienti, nascosti dietro a un vetro, sbirciano (un peep show si trova anche in “Un affare di famiglia”, di Kore’eda Hirokazu).

In “Paris, Texas” Harry Dean Stanton parlava poco, il suo personaggio riusciva ad aprirsi solo in quella situazione sbilanciata, mentre sbirciava la moglie senza farsi riconoscere.

Il personaggio che interpreta in “Lucky” è uno di quei vecchi solitari che ti guardano storto se dici cose inutili o frasi convenzionali, ed è anche fumino: l’avvocato non gli piace, lo minaccia senza mezzi termini («Ti aspetto fuori») e si toglie la giacca, per far vedere che non sta scherzando, fa sul serio, lo aspetta fuori.

Certamente l’avvocato passerebbe un brutto momento se lo seguisse, pur avendo meno della metà dei suoi anni.

Perché un novantenne che fuma un pacchetto di sigarette al giorno – anche se si lamenta con una bella ragazza nera che è venuta a fargli visita perché «non gli si alza più» – quando si tratta di menare le mani è un ragazzo.

Poi i due si riconciliano davanti a una tazza di caffè americano poco attraente – non c’è neanche la tazza, l’avvocato beve un liquido scuro da uno squallido bicchiere di plastica – fanno pace perché l’avvocato assicuratore manifesta le sue paure, che sono le stesse del novantenne, e ammette che di fronte alla morte non c’è assicurazione che serva («Hai assicurato i superstiti, ma per te non cambia niente, quando sarai morto»).

Il film vuole essere una riflessione sulla vecchiaia e sulla morte.

É rittə nientə! (hai detto niente!), si direbbe dalle mie parti, per sottolineare la difficoltà dell’impresa.

C’era un altro motivo per andare a vedere proprio questo film, in quel cinema, a quell’ora (oltre all’ammirazione per Harry Dean Stanton): un motivo strettamente pratico.

Conosco poco (in realtà non conosco) l’arte contemporanea e ogni volta che mi sono imbattuto in essa sono rimasto freddo; qualche volta mi sono divertito a scherzare su questi artisti e sulle loro opere.

Mi chiedevo: gli artisti, una volta, si rivolgevano a tutti, mettevano i loro lavori nelle chiese, nei palazzi, nelle piazze, nelle case (anche perché i loro sponsor erano papi, cardinali, principi, in certi periodi, mercanti d’arte).

Possibile che gli artisti di oggi si rivolgano solo ai critici d’arte e comunichino solo tra di loro?

Mettono le loro opere nei musei d’arte contemporanea, dove solo pochi vanno a vederle (agli Uffizi si fa la fila per ore).

Qualcuno mi potrebbe obiettare: l’anno scorso, nel periodo natalizio, il comune di Firenze ha messo una scultura di un “maestro” svizzero in piazza Signoria e tu l’hai chiamata: “Il monumento allo stronzo”.

È vero, mi sembrava proprio un monumento allo stronzo. Anzi, per essere esatti: un monumento stronzo, uno stronzo di monumento (così si evita il richiamo alla “Merda d’artista” di Piero Manzoni, che aveva una sua originalità).

Si potrebbe aggiungere: ogni volta che vedi un cavallo di Paladino ti domandi: «Ma quanti ne ha fatti?».

Tutti uguali; da lontano, con lo sfondo di un paesaggio, rendono interessante una fotografia; da vicino: noiosi, dopo un po’ stancano.

La “Montagna di Sale”, sempre di Mimmo Paladino, in piazza Plebiscito, a Napoli, sembrava un gioco per i ragazzi; gli scugnizzi napoletani ci si divertivano quando la sorveglianza diminuiva e si dispiacquero per lo smantellamento alla fine delle feste.

La “Venere degli stracci”, di Pistoletto, che ho visto al Museo Madre al palazzo Donnaregina o nella chiesa di Donnaregina, non ricordo, nel 2007 (non so dove si trovino ora tutti quegli stracci), sembrava un’installazione della nettezza urbana per educare alla raccolta differenziata (la statua rappresenta il cittadino che depone gli stracci negli appositi spazi).

L’unica mostra di arte contemporanea che ho visitato con piacere è quella dell’anno scorso a Palazzo Strozzi, con i bellissimi video, i diluvi universali e gli incendi di Bill Viola. Trovo interessante la reinterpretazione delle grandi opere rinascimentali con l’utilizzo della realtà virtuale.

M’interessava la tecnica, non posso dire che mi abbia emozionato; ovviamente io coltivo la concezione, probabilmente superata, forse ingenua, dell’artista come “spacciatore di emozioni”.

Ehi, Mr Tambourine man, play a song for me, canta una canzone per me, procurami una overdose di emozioni, non una overdose di veleni.

In questo periodo si sta svolgendo, in Palazzo Strozzi, una mostra delle opere di Marina Abramović. Mi sono detto: vediamo di che si tratta.

Che c’entra con il film?

L’orario: il film inizia alle 19.30, c’è tutto il tempo per girare per la mostra, assistere a qualche performance, curiosare, farsi un’idea (è tutto ciò che voglio, niente di più), e raggiungere il cinema in tempo per l’inizio del film: Spazio Uno si trova in via del Sole, vicino a Santa Maria Novella.

Un modo efficiente di impiegare il tempo.

Se la mostra mi annoia ho un’altra possibilità: il film. Se mi annoia anche il film vuol dire che la serata è andata così: può succedere.

C’è, infine, per andare a vedere questo film, un motivo che per me è il più importante: il titolo, Lucky.

Questa parola (“Lucky, Lucky”) l’ho sentita risuonare tante volte nella corte (il cortile qui si chiama corte) e nell’orto.

Il mio vicino di casa, un amico, un uomo anziano che è morto da qualche mese, chiamava così uno dei gatti, quello che più gli era legato.

Era il gattino a cui ho attribuito la responsabilità della morte della tartaruga (sono pentito della faciloneria con cui ho emesso la sentenza, senza nessuna indagine approfondita); Anna, la vedova di Claudio, mi ha detto che succede alle tartarughe di capovolgersi quando cercano di superare un dislivello, senza colpa di nessuno, e restare lì, aspettando la fine.

Immagino la tartaruga che si è casualmente capovolta e sa che dovrà interrompere una vita che potrebbe essere lunghissima (anche centocinquanta, duecento anni, dicono).

Nel film una tartaruga, o testuggine, che si chiama Roosevelt, svolge un ruolo molto importante.

Ogni volta che Claudio saliva nell’orto, immancabilmente, dietro di lui appariva Lucky.

Mi è capitato di aiutare Claudio a estirpare l’erbaccia cresciuta sul muretto di contenimento che separa il suo orto dalla strada.

Immancabilmente, alzando lo sguardo, vedevo Lucky (stavo scrivendo appollaiato, ma si offenderebbe: mi hai preso per un pollo?) in cima al muretto, lo sguardo fisso sul suo amico.

Claudio si girava, lo vedeva, io vedevo quell’omone grande e grosso sciogliersi di tenerezza: «O Lucky, o che tu fai lassù?».

Quando poi Lucky si muoveva verso qualcosa che aveva attratto la sua curiosità, diceva: «Ti fai una giratina?».

Di sera Lucky si faceva sempre una giratina per gli orti. A me dava l’impressione di andare a caccia, ecco perché gli avevo attribuito la responsabilità della morte della tartaruga, senza uno straccio di prova, solo sulla base di un vago indizio.

Ora non lo vedo più.

Anna mi ha raccontato che uno dei gatti che stazionano sulla sua bella terrazza, liberi di andare e venire come gli pare, non mangia più da quando Claudio è morto.

Non le ho chiesto se si tratta di Lucky, ero troppo emozionato per fare domande.

Claudio aveva un rapporto speciale con gli animali e anche con le piante.

Qualcuno direbbe: aveva il pollice verde; ma si tratta della testa, non del pollice.

Era riuscito a coltivare sulla sua terrazza due limoni in due vasi grandi (qui il clima non è favorevole, d’inverno c’è sempre una gelata) e aveva una produzione abbondante di limoni.

Mi ricordo quando una volta mi aiutò a segare un grosso ramo di un albicocco (legno duro), che si era seccato. Io mi agitavo, sudavo, senza ottenere niente; lui in quattro e quattr’otto lo tagliò perfettamente alla base, dopo averlo legato in modo che, cadendo, non facesse danno.

Faceva dei nodi forti che poi, con un solo gesto, scioglieva.

Era una persona speciale, una fonte di informazioni utili, che regalava solo per il piacere di donare.

Mi raccontava del suo amore per il mare, per la pesca; amava andare in bicicletta, da giovane aveva fatto il pugile dilettante; quando l’ho conosciuto era già anziano, ma aveva un fisico forte; c’era qualche problema (la vecchiaia non è cosa da femminucce, diceva Bette Davis), ma affrontava tutto e stava bene; poi è bastata un’infezione di batteri resistenti presa in ospedale, nel corso di un intervento per la cataratta (questo è il terribile dubbio di Anna) per eliminare quella forza della natura.

Da tutto ciò si capisce che non potevo non andare a vedere un film che si chiama Lucky.

Il personaggio principale è un vecchio che vive da solo; lo vediamo svegliarsi la mattina, lavarsi, fare i suoi esercizi ginnici da camera, la sua passeggiata, la colazione nel solito bar, dove tutti gli vogliono bene, nonostante i suoi modi bruschi.

Ama fare le parole crociate e ha un grosso vocabolario su un leggio per trovare il significato delle parole che non conosce, per esempio: realismo.

Oppure telefona a un amico, che non vediamo mai, da cui riceve spiegazioni, a cui dà informazioni.

Parla poco, il suo sguardo sperduto spesso comunica lo smarrimento, la paura della tartaruga che si è accorta di essersi capovolta e non può fare altro che aspettare per vedere che succede.

Forse questo è il senso ultimo del film: riuscire a comunicarci, con il volto, lo sguardo e anche la postura di un attore novantenne, lo stato d’animo di chi sa che dalla vecchiaia si esce in un solo modo, e non ha il conforto (o l’illusione) della fede che gli faccia compagnia nell’attesa.

Quando ero piccolo e andavo ancora a messa la domenica (ora ci vado ogni tanto, ma solo per presidiare una cultura minacciata, che rischia di scomparire), vedevo un vecchio (allora mi sembrava vecchissimo), tutto storto, curvo, piegato su se stesso, seduto davanti a me, nella chiesa di San Rocco; ogni tanto chiudeva gli occhi e si concentrava intensamente nella preghiera.

Pensavo: starà immaginando ciò che dovrà vedere tra poco, e mi meravigliavo di come passasse al normale atteggiamento, ai normali discorsi sul tempo o sul pranzo, dopo le parole con cui don Nicola ci congedava: «Ite, missa est» (perché non hanno conservato, almeno, questa bella espressione, così sintetica, precisa e dolce? Non era difficile, la capivano anche quelli che non avevano studiato; bella e sintetica era anche la nostra risposta: «Deo gratias», due parole, rispetto alle quattro della formula attuale).

Forse quel vecchio era arrivato alla stessa conclusione a cui, alla fine, giunge Lucky, il protagonista del film: finché siamo vivi, guardiamoci intorno con un sorriso.

È l’unico momento in cui Lucky sorride.

Non si può non sorridere vedendo questi ragazzi con lo zaino a tracolla, nel treno per Pisa (anche se, tra di loro, potrebbe esserci un bullo o una vittima di bullismo).

Non si può non sorridere davanti a certi paesaggi: “la lunga valle, disseminata di querce, coperta di verde pastura e formicolante di cervi” che apparve per caso allo sguardo del rude capitano spagnolo nell’incipit de “I Pascoli del Cielo” di John Steinbeck (i miei riferimenti culturali sono sempre gli stessi).

Il paesaggio era così bello da riempire di stupore persino quell’uomo crudele, che aveva catturato e stava riportando alla Missione, legati uno all’altro in una lunga catena, venti poveri indiani che erano stati convertiti per forza.

«Madre di Dio! Questi sono i verdi Pascoli del Cielo ai quali il Signore ci conduce!»

Lo scrittore racconta un villaggio contadino della California, venti fattorie in una valle, dove l’infelicità supera di molto la felicità, il cosiddetto male (Konrad Lorenz) domina la vita degli abitanti, immigrati e indigeni.

Un inferno, o quasi, in un paesaggio divino.

Anche al mare può capitare di sorridere stupiti (sperando che qualcuno non ci prenda per scemi) davanti a quella massa d’acqua semovente che in lontananza si confonde con il cielo.

A Firenze si sorride quando, uscendo da via de’ Cerretani, appare “il mio bel San Giovanni”, in una piazza formicolante di turisti (uguali ai cervi della valle californiana, brucano, però, con la testa all’insù) o, in una sera invernale, deserta, sferzata dalla pioggia che fa risaltare ancora di più la bellezza del Battistero, del Campanile di Giotto, di Santa Maria del Fiore.

Un sorriso che si riempie di emozione quando Harry Dean Stanton (sono tornato a parlare del film), che sapeva cantare molto bene e anche suonare l’armonica a bocca, nel corso di una tipica festa di compleanno di una famiglia messicana, canta con struggente intensità la canzone “Volver, volver” («Tornare, tornare a questo amore appassionato …», Fernando Maldonado), accompagnato da un gruppo di mariachi e dagli invitati, che lo guardano sorridenti, anch’essi, stupiti di scoprire che uno yankee conosce la loro lingua e condivide il loro “sentimiento”.

Viene in mente  la “Canción mixteca”, il malinconico motivo messicano che accompagna “Paris, Texas”; non è la prima volta che un attore protagonista è così importante da determinare le scelte del regista o dello sceneggiatore, da inserire riferimenti precisi a precedenti interpretazioni dell’attore.

Harry Dean Stanton ha messo molto di sé in questo film; David Lynch, il famoso regista (non imparentato con il regista del film, nonostante il cognome) interpreta un vecchio completamente partito di testa: la vecchiaia può portare con sé anche questo beffardo regalino.

Belle la scena iniziale e la scena finale, con la testuggine Roosevelt che lentamente si muove verso il proprio destino: una lunga vita o una fine anticipata, guardando il mondo capovolto; poi il nulla.

E Marina Abramović?

Entrando nella mostra di Palazzo Strozzi si passa, volendo, tra due giovani nudi, un uomo e una donna che stanno lì in piedi come gli stipiti di una porta.

Io ne ho fatto a meno: lo spazio era troppo ristretto; nonostante l’avvenenza della ragazza, ho preferito evitare contatti dall’altra parte.

Poi si accede a una serie di video che danno modo di assistere a precedenti performance dell’artista, in coppia con il suo ex compagno, artista anche lui, Ulay.

In uno di questi si vede uno schermo bianco. Ai due lati dello schermo appaiono due giovani, naturalmente nudi: sono i due artisti da giovani, quando lavoravano insieme.

Camminano in senso inverso, uno da destra verso sinistra, l’altra al contrario, uscendo fuori dallo schermo dal lato opposto. Poi rientrano e ricominciano.

Questa scena si ripete più e più volte, con una certa monotonia.

Man mano, incontrandosi al centro dello schermo, cominciano a sfiorarsi, poi a urtarsi, a scontrarsi.

Perché non si scansano? Non si sa.

Per quale motivo dovrebbero scansarsi, dal momento che, in un’altra performance, vanno a sbattere continuamente contro colonne mobili che hanno il doppio del loro peso, spostandole?

Si vede che non gli piace scansarsi. Avranno le loro ragioni.

In un video i due lanciano urli disperati, molto fastidiosi, guardandosi intensamente negli occhi; in un altro si scambiano un bacio che non finisce mai, le labbra azzeccate come i manifesti sui muri; è il video di una performance durata non so quanto, interrotta dallo svenimento di entrambi (sembra di assistere a competizioni sportive o a gare di resistenza).

Intanto i due si prendono a schiaffi: uno schiaffo uno, uno schiaffo l’altra, di nuovo l’uno, di nuovo l’altra, e così via. Sembra Stanlio e Ollio: anche loro si tiravano un colpo alla volta, alternativamente, con una piccola pausa.

Poi c’è la stanza degli orrori, dove una ragazza sporca (sporca per finta, si vede benissimo), abbrutita (per finta), pulisce ossessivamente uno scheletro umano (di plastica, finto);  alla parete campeggia la gigantografia della stessa performance realizzata da Marina, non so dove.

In un video l’artista dà l’impressione di voler ipnotizzare un asino, guardandolo intensamente negli occhi: l’asino sembra leggermente imbarazzato.

La performance si chiama Confession.

Avrei evitato volentieri di vedere l’artista mentre mangia una grossa cipolla, addentandola in modo vomitevole.

Anch’io mangio le cipolle, non crude (qualche pezzetto nell’insalata) e, soprattutto, non in quel modo, ma capisco che il bruciore è tanto.

Mentre mangia, Marina rivolge gli occhi al cielo e si lamenta nella sua lingua.

Sotto al monitor c’è la trascrizione della traccia audio, cosicché possiamo sapere di che si lamenta.

Elenca tutte le cose di cui è stanca, per esempio prendere l’aereo, aspettare il treno, dormire negli alberghi.

Cose normali, comuni, direi, di cui siamo stanchi un po’ tutti, ma non per questo mangiamo una cipolla cruda.

È stanca di innamorarsi della persona sbagliata, stanca di vergognarsi del suo naso troppo grosso e del suo culo troppo largo.

Tranne per l’ultima, una preoccupazione che non ho mai avuto, mi identifico perfettamente, condivido, anche se riferendomi a un’altra fase della vita.

Proverò con una fettina di cipolla, per allontanare il pericolo del ritorno di quella fase (non si sa mai).

Certamente la cipolla cruda impedisce di innamorarsi della persona sbagliata, perché le altre persone, giuste o sbagliate che siano, tendono a tenersi a debita distanza.

Continuando l’elenco, Marina dichiara di essere stanca di doversi vergognare della guerra nella ex Iugoslavia (la performance risale al 1995).

Capisco lo sfogo, però mi sembra strano riunire motivi di stanchezza e di vergogna così diversi.

Ma, sicuramente, anche la mia osservazione è sbagliata.

Ha senso entrare nella logica di una performance? No. Se le gira di mangiarsi una cipolla e di lamentarsi dei vicini di casa o del cattivo tempo, si piazza una telecamera davanti e fa la performance.

Oppure va al MoMA di New York, e fa la performance.

Se poi trova qualcuno, come me, che paga il biglietto per vederla, buon per lei.

Ogni tanto un visitatore prende il tutto molto sul serio e segue le “istruzioni per lo spettatore” scritte accanto a qualcuno degli oggetti esposti.

Una ragazza si è seduta su una sedia di legno rigido che ha, incastonati nella spalliera, dei cristalli di quarzo.

La sedia è rivolta verso il muro, lei è rimasta lì con gli occhi chiusi. A che pensa? Che cosa si aspetta da una cosa così semplice che potrebbe fare anche a casa sua?

Forse Marina e questa ragazza si aspettano miracoli dai cristalli di quarzo.

Anch’io mi sono seduto su una sedia dietro a un tavolo per riposarmi e scrivere queste note.

Ogni tanto qualcuno si sedeva sulla sedia di fronte e mi guardava fisso.

Non avevo letto le istruzioni. Mi sono accorto che sulla parete si svolgeva un video lentissimo (l’avevo preso per una foto) nel quale Marina, rosso vestita, guardava fissamente negli occhi la persona seduta sulla sedia di fronte (come se stesse giocando a chi ride per primo).

Forse quelli che si sedevano di fronte a me hanno pensato che facevo parte dell’organizzazione, che avevo il compito di guardare fissamente negli occhi chi si sedeva di fronte.

Vedendo che mi facevo i fatti miei e continuavo a scrivere tenendo gli occhi sullo smartphone, qualcuno dava l’impressione di rimanere deluso.

Finito di scrivere, mi sono guardato intorno e ho visto tanti piccoli video (non ci avevo prestato attenzione), che ricoprivano le pareti, in cui si vedevano i volti di alcune delle persone fissate da Marina per tre mesi, sette ore al giorno, al MoMA di New York, nel 2010.

La performance si chiama “The artist is Present” e, si legge nella descrizione, ha prodotto il “fluire di emozioni” tra lei e le persone che ha fissato, senza muoversi dal suo posto, complessivamente per 736 ore e 30 minuti, senza mangiare e senza andare nella toilette (la precisazione, molto interessante, fa parte della spiegazione della performance).

Una domanda mi piacerebbe rivolgere all’artista o a chi ha avuto la pazienza di assistere alla performance: è capitato che qualcuno scoppiasse a ridere?

Se non è capitato mi preoccuperei della mancanza di senso dell’umorismo, e del confinante senso del ridicolo, dei frequentatori del MoMA di New York.

Una ragazza si è distesa su una panca di legno disposta tra due grossi cristalli di quarzo e ha chiuso gli occhi, seguendo le istruzioni.

Che cosa si aspettava che accadesse? Quale “miracolo” si aspettavano, lei è Marina, dai due grossi cristalli di quarzo? Nelle istruzioni è scritto: “Non muoversi finché l’energia non viene trasmessa”.

Starà ancora su quella panca di legno?

Due scale di legno, con i pioli formati da grossi coltelli, sostavano minacciose, unica via per accedere a un soppalco (chi ci deve salire? Ci saranno istruzioni? Lasciamo perdere!).

Solo una performance mi è piaciuta, come può piacere un panino con la mortadella: il percorso di duemila chilometri che i due artisti hanno fatto in Cina in senso inverso sulla Grande Muraglia per incontrarsi e dirsi addio (anche due artisti si separano per una banale questione di corna, come lei racconta in un video).

Se questa moda prende piede, si incrementerà di molto il Pil della Cina, alla voce: turismo, Grande Muraglia.

Sarebbe stata una bella idea, nel momento dell’incontro, far partire Marino Marini, o Rocco Granata (l’autore), o Renato Carosone che cantano: “Oh mia bella mora, no, non mi lasciare, non mi devi rovinare, oh no, no, no, no, no”. È un’idea che do volentieri, senza nessuna pretesa di copyright.

Però, cara Marina, guardando il video qualche dubbio veniva a chi ha esperienza di lunghi cammini, anche se molto più modesti: non sembravi attrezzata in maniera adeguata per un percorso così lungo. Ti portavi dietro una troupe che ti riprendeva da diversi lati? Campi lunghi, primi piani; non si vedono bagagli. Anche questo è The Relation Work Project? «A series of highly charged conceptual performances», una serie di esibizioni concettuali molto spinte «in which the artists used their bodies to explore and transcend physical, mental and psychological limitations through endurance and risk», in cui gli artisti usavano i corpi per esplorare e trascendere i limiti fisici, mentali e psicologici attraverso la resistenza e il rischio.

In conclusione: questa forma di arte non è cosa mia, il progetto mi sembra il piano di lavoro di un corso di arti marziali, per cui, dopo avere girato per un po’, curiosando intorno, mi sono avviato tranquillamente lungo via de’ Tornabuoni, ho preso un caffè, un buon caffè napoletano in un posto che conosco (non potevo rischiare anche con il caffè), e, senza fumare il solito mezzo sigaro toscano (non fumo se ho camminato a passo svelto, mi piacciono gli sfizi ma sono un salutista, non voglio “trascendere i limiti fisici”), sono entrato nella sala del cinema Spazio Uno per vedere “Lucky”, con il grande Harry Dean Stanton (riposi in pace), che, a metà del film, mi ha donato un’emozione cantando una bella canzone messicana.