Flora Atelier – Piazza Dalmazia, 2r – Firenze (03/10/2018 h 17.30)

Che guaio hanno fatto gli americani!

Avevano dato una lezione al mondo, una grande lezione: il figlio di un africano eletto presidente degli Stati Uniti d’America.

Non solo un nero (il primo), ma figlio di un keniota: quanto di meno WASP (white anglo-saxon protestant) si potesse immaginare.

Grande! Un esempio concreto del melting pot, il calderone in cui «Tutti i figli di Dio hanno le ali», come cantavano gli schiavi nelle piantagioni di cotone.

C’è stato un momento in cui si sarebbe potuto affermare con orgoglio: «I am American» e unirsi al coro dei patrioti americani per cantare «the land of the free and the home of the brave», dimenticando Doppiavvu Bush, le inesistenti armi chimiche di Saddam Hussein utilizzate per far scoppiare una guerra – senza curarsi delle conseguenze – la lobby delle armi incurante delle stragi di studenti (Obama ha cercato di contrastarla senza riuscirci), la sanità privata prevalente sulla sanità pubblica (se ti ammali e non sei assicurato ti attacchi, precipiti da solo in un paese sottosviluppato, pur vivendo in uno dei più sviluppati).

Avevano dato un grande segno, gli americani; poi hanno votato per Trump, rendendo il loro paese ridicolo.

Capita in democrazia! Un altro paese democratico ha conosciuto, negli ultimi vent’anni, un premier ridicolo, fissato su una cosa sola, oltre ai trapianti di bulbi piliferi, che è sempre riuscito a farsi votare da un consistente numero di elettori.

La vittoria di Trump ha fatto rialzare la testa (la famosa testa di cazzo) ai suprematisti bianchi.

Di questo si occupa, rivolgendo uno sguardo al passato, “BlacKKKlansman”, scritto con le tre k maiuscole, per evidenziare il significato: klansman = membro (del kkk), dunque: “membro nero del kukluxklan”.

Non amo i film che si ancorano troppo strettamente a vicende reali, anche se si occupano di argomenti importanti, come il razzismo negli Stati Uniti.

Il film di Spike Lee che più mi piace, che rivedo volentieri ogni tanto, è “Fa’ la cosa giusta” (interpreti: Danny Aiello, John Turturro, l’afroamericano Giancarlo Esposito, lo stesso Spike Lee).

“Do the right thing” (1989) sostanzialmente suona la stessa musica, elabora lo stesso tema, ma in modo, secondo me, molto più efficace, anche se i nomi dei personaggi non si trovano nell’elenco telefonico e nessuna scritta vagamente intimidatoria appare all’inizio, come invece accade in questo film, per imporci di credere che stiamo assistendo alla “fottuta verità”.

Qualche dubbio viene su questa verità, non delle vicende storiche o del contesto a cui il film fa riferimento, ma della trama, tratta da un libro autobiografico, perché in un film la verità diventa trama e la trama consente forzature.

C’è un momento in cui la concatenazione degli eventi è incredibile, nonostante la scritta iniziale: un testa di cazzo nazista, suprematista bianco, viene chiamato al telefono proprio mentre sta per rivelare il poliziotto infiltrato alle altre teste di cazzo sedute intorno a un tavolo a mangiare; la telefonata salva il poliziotto infiltrato, che trova la scusa più banale per svignarsela (scusate, vado in bagno).

C’è una trappola, organizzata per catturare un sorcio poliziotto razzista, in cui il sorcio cade troppo facilmente.

Ci sono congratulazioni reciproche, nella stazione di polizia, che coinvolgono tutti, come se il marcio riguardasse una sola persona.

Sarà pure la “fottuta verità”, però la trama sembra costruita in modo da dare un messaggio (ho scritto la parola, ora mi parte l’allergia).

Il messaggio (ancora?) sarebbe questo: il razzismo è stato un fenomeno di massa, nel sud degli Stati Uniti (l’afroamericano era trattato come il cane di casa, se andava bene, se andava male era linciato), adesso il razzismo è diffuso tra quelli che hanno votato per Trump.

Forse è vero, ma il problema non riguarda solo quelli che hanno votato per Trump, ma tutti gli altri, in particolare chi si è astenuto o, nelle primarie del partito democratico, ha disperso il voto, e, nel ballottaggio finale, non lo ha riversato sul vincitore delle primarie.

Nella democrazia rappresentativa (Dio ci protegga dalla democrazia diretta o dall’imbroglio della democrazia in rete) si vota, anche se nessun candidato ci va completamente a genio; si vota il meno peggio (la Clinton non era il meglio, ma non c’è paragone rispetto a Trump) e, soprattutto, si vota per chi ha qualche possibilità di vincere, non per fare i duri e puri e tenersi Trump per quattro anni.

Mi viene un sospetto: i democratici americani hanno copiato dalla sinistra italiana, senza neanche chiedere il permesso, questa tendenza a puntare sulla “testimonianza”, questa voglia di perdere.

Altro che Russiagate, si dovrebbe indagare sull’Italygate, anzi sul Leftitaliangate, e chiedere il copyright per un modo di fare politica inventato e ampiamente praticato dalla sinistra italiana, in particolare da quella che, con una punta di civetteria, ama definirsi estrema.

A proposito di civetteria, ho perso di vista Bertinotti, ma forse si è trasferito negli Stati Uniti e ora frequenta i salotti americani e spiega la “gloriosa” caduta del governo Prodi, di cui si rese protagonista nel 1998, che, dopo un interregno dalemiano confuso, nelle elezioni successive regalò la vittoria a Berlusconi.

Avrà poi capito di avere fatto una mossa che, con linguaggio tecnico politico raffinato ed elegante, si definisce: una grande cazzata?

Non credo. Basta sentire i suoi emuli, basta vedere come sono orgogliosi della incapacità di scendere a compromessi (non mi piego; solo se mi date la presidenza della camera), di trovare il punto di equilibrio tra le loro proposte e quelle degli altri, di valutare la mossa tattica più opportuna in quel momento per vincere, che non è una parolaccia, è la condizione per portare la situazione un po’ più avanti e consentire di consolidare le riforme.

L’unica reazione che riescono a concepire – quando la loro linea risulta perdente all’interno di un partito, dopo una serie di lagne sulla democrazia interna che esiste solo se passa la loro posizione – è: scissione.

Scissione è la minaccia continua, il sottotesto di ogni dichiarazione; è anche un hobby, un passatempo, una mossa strategica che, tradotta in linguaggio tecnico politico raffinato ed elegante, significa: non gioco più, mi faccio un partitino con tante foglioline dove comando io.

E si ricomincia daccapo.

Tenere presente che scrivo questo commento ai primi di ottobre 2018: il risultato del referendum (dicembre 2016) ha mandato a casa l’unico leader che la sinistra è riuscita ad esprimere da decenni – Bertinotti è sempre dato per disperso (fortunatamente) – D’Alema è riuscito a portare a termine la sua vendetta – con le elezioni del 4 marzo 2018 il movimento del vaffa (inventato dal comico Beppe Grillo) è diventato il primo partito – la lega, ex Nord, ora sempre più a destra, ha fatto un balzo in avanti – Pietro Grasso, con le sue foglioline, ha sfondato la soglia del 3 per cento e si appresta a godersi una simpatica irrilevanza, insieme a una variegata pattuglia che comprende la Boldrini, balzata, nel 2013, dal nulla alla presidenza della camera – la sinistra, intesa come area di pensiero, di politica e, qualche volta, di governo, è riuscita ad avere una sonora sconfitta e ha scelto il proprio simbolo definitivo: l’immagine di Tafazzi che si tira colpi sull’apparato riproduttivo con una bottiglia di vetro (l’originale bottiglia di plastica è stata sostituita per non dare una visione edulcorata della realtà).

La parola “competenza” è stata cancellata dal vocabolario dei partiti; ci si vanta di non avere studiato, di non essersi laureati, di non capire “i numeretti”, in una parola: di essere ignoranti.

Abbiamo visto ministri del tesoro nascondere i master, ministri del lavoro che hanno un curriculum di due righe, compresa l’intestazione e la firma, presidenti del consiglio dichiarare che in America andavano per passare un po’ di tempo d’estate e entravano nella biblioteca perché c’era più fresco, sottosegretari all’economia rivendicare, giustamente, la propria ignoranza dei meccanismi economici che governano l’odiato mercato: «Chi sarà mai questo signor Spread, come si permette di interferire con le nostre decisioni».

Queste osservazioni sul dramma della sinistra italiana e, nel corso dell’ultima campagna presidenziale, dei democratici americani, non riguardano il film, un prodotto artistico poco adatto a raccontare la “fottuta verità”.

Puoi rappresentare la realtà al cinema, per esempio i ricordi d’infanzia, solo se sei Fellini (“Amarcord”) o un altro regista geniale, altrimenti è meglio astenersi; per rendere i tuoi ricordi interessanti devi reinventarli, tanto che, alla fine, neanche tu sai se sono ricordi o invenzioni.

Altrimenti chi se ne frega di sapere quante pippe ti sei fatto a dodici anni sognando le tette gigantesche di una tabaccaia?

Quelle tette potrebbero essere reali o un ricordo amplificato dalla fantasia, o pura invenzione; secondo me neanche Fellini lo sapeva. Questo è il bello.

Al cinema la realtà s’inventa; il cinema è finzione, non è la “fottuta verità”.

Ci sono esempi “gloriosi” a contraddire la mia affermazione, ma questi esempi “gloriosi” sono diventati tutti irrimediabilmente noiosi.

Uno per tutti: “Sacco e Vanzetti” di Giuliano Montaldo (1971).

Ci siamo tutti commossi per la tragica vicenda dei due emigranti anarchici italiani condannati a morte e giustiziati nonostante fossero innocenti; abbiamo tutti cantato, con Joan Baez, una sola strofa ripetuta più volte:

«Here’s to you, Nicola and Bart / Rest forever here in our hearts / The last and final moment is yours / That agony is your triumph!».

Il film ci colpì tutti e fu premiato a Cannes (miglior attore); ma ora? Rivedremmo quel film con il baffuto Gian Maria Volonté e il languido Riccardo Cucciolla? Sì e no.

Lo rivedremmo perché ci ricorda un momento particolare della vita di tutti e un modo di fare i film, ma non credo ci emozionerebbe e, forse, un po’ ci annoierebbe.

Bisognerebbe chiederlo a quanti hanno assistito alla riproposizione della versione restaurata, alla festa del cinema di Roma 2017.

Sono sicuro: grande successo.

Il punto non è la partecipazione a un evento (mi fossi trovato a Roma in quel periodo, ci sarei andato anch’io); la questione è: un film datato è in grado di suscitare una grande emozione?

Quando parlo di emozione non intendo la commozione che una vicenda tragica suscita, ma la sensazione di trovarsi di fronte a un’opera d’arte.

Altrimenti non si spiegherebbe come mai la gente, al Louvre, sosta rapita davanti alla “Gioconda”.

Non si commuove, si emoziona.

Forse hanno letto nella guida …, hanno sentito l’esperto televisivo …, hanno letto in qualche libro …

Può darsi che alcuni, fra sé e sé, pensino, come il ragioniere Fantozzi: “La Gioconda è … come La corazzata Potiompkin”.

È possibile, però credo che qualcuno di quei visitatori, magari un bambino delle tante scolaresche che visitano i musei, provi una genuina emozione: un bambino accompagnato da un adulto che non lo forza, non cerca di imporgli il proprio punto di vista.

Se volessi utilizzare i mezzi audiovisivi per documentarmi sulla tragica vicenda di Bartolomeo Sacco e Nicola Vanzetti, preferirei cercare una puntata di “Passato e presente”, su RaiPlay, condotta da Paolo Mieli.

Alla fine ne saprei certamente di più, e, per approfondire ulteriormente, ci sono sempre i libri.

Per mostrare la verità, o fare qualche passo in direzione della verità, c’è il documentario, meglio ancora se associato all’inchiesta giornalistica, alla presentazione di documenti e immagini non ricostruite, se non per brevi momenti, immagini prese dalla realtà.

Di quale film abbiamo bisogno per emozionarci, per rimanere stupiti come il bambino davanti al capolavoro? Abbiamo bisogno di “Luci della città” di Charlie Chaplin: un film muto, girato con apparecchiature rudimentali, rispetto alle attuali, nel quale non potrebbe apparire, all’inizio o alla fine, la scritta: questa è la fottuta verità.

“Il grande dittatore” dovrebbe essere il modello di riferimento di chi si accinge a fare un film (non un documentario), su un argomento importante come il razzismo.

Per farci capire il problema dell’alienazione nell’industria moderna, causata dalle catene di montaggio, bastano cinque minuti di “Tempi moderni”, molto più efficaci di film che trasudano messaggi.

Tornando a “BlacKKKlansman”, vedere la faccia del poliziotto nero Ron Stallworth, unico afroamericano nella polizia di Colorado Springs, che, alla fine degli anni ‘70,  fece quella indagine pericolosa, facendosi beffe dei testa di cazzo del kukluxklan, vedere la faccia del suo collega ebreo – insieme al quale organizzò l’indagine e la beffa – ascoltare la loro testimonianza, se sono ancora vivi, ci avrebbe fatto capire meglio e divertire di più.

Ci sarebbe stato utile ascoltare i testimoni, i superiori dei poliziotti, gli abitanti della cittadina, le teste di cazzo dei suprematisti bianchi sopravvissuti, farci vedere i luoghi, farci sentire il clima, la musica, l’aria che si respirava in quel periodo.

Molte di queste cose ce le dà anche il film, però Spike Lee ha preferito mescolare fiction e documenti, ha fatto agire l’attore che interpreta il testa di cazzo capo del kukluxklan e, alla fine, ci ha fatto vedere il vero testa di cazzo che invita, in un comizio, a votare per Trump.

Ma in quel momento, mentre ancora si svolgeva il film, per noi il capo del kukluxklan (pardon! ho dimenticato di scrivere testa di cazzo!) era l’attore, non era quello vero.

Non ci devi rivelare il trucco mentre lo stai svolgendo! Su questo si basa il prodotto artistico chiamato film: per un’ora e mezzo la realtà è ciò che vediamo sullo schermo e, se fossimo armati, spareremmo volentieri contro le immagini che rappresentano i testa di cazzo nazisti, proprio come, si dice, alcuni spettatori riempivano di male parole “ó malamente” (il cattivo) della sceneggiata napoletana – non gli sparavano perché la sceneggiata si svolgeva in teatro; quando poi Mario Merola ne ha ricavato dei film, gli spettatori erano troppo evoluti per dar luogo a reazioni sanguigne.

È questo che manca oggi nelle sale cinematografiche e nei teatri: gli spettatori non fischiano, non applaudono fragorosamente, ma sempre educatamente, quasi di nascosto, come se avessero bisogno di quello che lancia l’applauso a comando in televisione; la gente è troppo abituata alla televisione che, essendo un mezzo sostanzialmente individuale (tutt’al più, sempre meno, familiare), non stimola reazioni emotive che avevano come obiettivo non l’attore che interpretava un personaggio, e forse neanche il personaggio, ma gli altri spettatori.

L’idea di far vedere nel corso del film il personaggio reale, peraltro molto somigliante all’attore che lo interpreta, rovina la festa: non è possibile rallegrarsi per la trappola in cui è caduto il t.d.c. capo del kkk, se un attimo dopo ci mostri che non era lui il t.d.c. (per non ripetermi ho scritto solo le iniziali dell’epiteto inscindibile dai suprematisti bianchi).

Noi vogliamo credere (qui il noi si riferisce agli spettatori, fruitori del prodotto artistico chiamato film), nei personaggi sullo schermo: devono essere veri, non reali, veri come è vera, non reale, la fantasia, come sono veri i sogni.

Va da sé che rivedo raramente i film del neorealismo italiano.

Tanto di cappello ai registi di quella fase del cinema; capisco che era necessario un bagno di realismo, dopo i “telefoni bianchi”, però preferisco De Sica di “Ieri, oggi, domani” o di “L’oro di Napoli” a De Sica di “Sciuscià”.

Quando esco dalla sala devo essere diverso da quando sono entrato: diverso per l’emozione vissuta o per avere fatto quattro risate.

Anche molti anni dopo, devo avere voglia di riprovare quell’emozione o quell’allegria, quello scoppio irrefrenabile di stupore o di risate.

Non conta nulla, non ha importanza che il film racconti “la verità”, che descriva “la realtà”.

Parafrasando un epigramma di Giuseppe Giusti, si potrebbe dire:

«Il fare un film è meno che niente / se il film fatto non rifà la gente»

Nell’originale, il poeta di Monsummano (Pistoia), ingiustamente dimenticato (temo, anche nelle scuole), al posto di film scriveva libro; infatti questo vale per un libro, per un film, per una musica, per un quadro, per una fotografia, per una “performance”, per qualunque cosa voglia catalogarsi alla voce arte.

La parte più bella di “BlacKKKlansman” è il discorso del leader dei “Black Panthers”, sono le facce degli studenti del college di Colorado Springs che seguono con grande partecipazione; bravo l’attore, grande idea la sequenza dei ragazzi e delle ragazze nere: ragazzi bellissimi, intelligenti, veri e propri dèi in terra se paragonati alle teste di cazzo dei suprematisti neonazisti bianchi.

Qui si capisce anche il motivo di tanto odio: l’invidia, il senso d’inferiorità, la paura di essere meno dotati sessualmente, la latente omosessualità.

La cosa che faceva andare fuori di testa le teste di cazzo del kkk (li faceva andare fuori delle loro teste di cazzo) era la possibilità di un rapporto sessuale di un nero con una bianca.

Immaginavano il piacere che loro non sarebbero mai stati in grado di dare a quella donna bianca, o, forse, veniva allo scoperto il desiderio nascosto, pauroso, destabilizzante, di trovarsi al posto della donna.

Non ragionavano più, ammesso che, con le teste di cazzo che si ritrovavano, potessero fare qualcosa di vagamente paragonabile a un ragionamento; s’imbestialivano.

Infatti, quando catturavano un nero sospettato di avere avuto rapporti sessuali con una donna bianca, si accanivano sui suoi organi sessuali (era quello il loro principale interesse) prima di impiccarlo o bruciarlo.

Ci si potrebbe chiedere il motivo della evirazione, dal momento che l’avrebbero ammazzato.

Il motivo è proprio l’invidia del pene che aveva mosso pulsioni profonde, fra le quali, principalmente, la latente, temuta, omosessualità.

Bisogna anche dire che alcuni dei “Black Panters” esagerarono in seguito, affermando una specie di razzismo al contrario (come se i bianchi fossero tutti uguali alle teste di cazzo del kukluxklan), altri organizzarono atti terroristici (terrorismo = malattia infantile. Punto); altri, infine, trasbordarono verso una religione che non opprime i neri ma le donne, costringendole ad un’assurda sottomissione nei confronti degli uomini.

La realtà è complicata e si fanno solo guai quando ci si illude di avere trovato soluzioni semplici a problemi complessi.

Il prodotto artistico chiamato film non è un mezzo adatto a spiegare fenomeni sociali di grande portata; se ci prova, diventa irrimediabilmente inefficace e noioso.

Non accade al film di Spike Lee perché si tratta di uno dei più grandi registi oggi presenti sulla scena internazionale, che sa usare i suoi strumenti, sa inserire le svolte necessarie al racconto per tenere desto l’interesse dello spettatore (alla faccia della verità) e riesce ad utilizzare un vecchio film, “Nascita di una nazione” (1915) di Griffith (figlio di un’epoca, mise la sua arte al servizio di idee di cui, forse, non aveva valutato l’intera portata), per mostrare l’origine di quel cancro, il razzismo, che ha devastato l’America del melting pot, che, qualche anno fa, aveva dato una grande lezione a tutte le altre democrazie occidentali.