Cinema Odeon – piazza degli Strozzi – Firenze (17 ottobre 2018 h 18.00)

Mi è già capitato di scrivere: l’animazione non è cosa riservata ai bambini in maniera esclusiva, neanche quando i personaggi principali sono bambini, o, come in questo caso, un bambino, una neonata e una ragazzina (che fanno due, non tre, perché la neonata e la ragazzina sono lo stesso personaggio).

Non era un film solo per bambini “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, regia di Robert Zemeckis, di cui almeno due battute sono rimaste nella memoria.

La prima, pronunciata da Jessica Rabbit: «Io non sono cattiva, è che mi disegnano così», nella lingua originale suona ancora meglio: «I’m not bad. I’m just drawn that way» (bisogna ammettere che a volte l’inglese è più efficace dell’italiano).

La seconda battuta, ancora più divertente, è pronunciata da Dolores, rivolgendosi a Eddie Valiant: «Dì un po’, Eddie, hai un coniglio in tasca o sei contento di vedermi?».

A conferma della legge di conservazione dell’energia cinematografica (“Nel cinema nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”), Mae West aveva pronunciato battute simili a questa molti anni prima: «È quella la tua spada o sei semplicemente felice di vedermi?», «Hai una pistola in tasca o sei semplicemente felice di vedermi?»

Ma ci sono anche altre versioni, di altre fonti.

È come se tutti avessero lavorato a migliorare questa battuta, fino a raggiungere la perfezione in “Who framed Roger Rabbit”.

Non è solo per bambini Shrek, l’orco che vive in una palude, prepara gustosi spuntini a base di topi, scorreggia e prende in giro i personaggi delle favole classiche.

S’innamora di Fiona, vittima di un incantesimo («Di notte in un modo, di giorno in un altro, questa sarà la norma, finché non riceverai il bacio del vero amore, allora avrai dell’amore la forma») e, alla fine, scoprono che la forma dell’amore non è necessariamente quella che viene solitamente attribuita alle principesse e ai principi azzurri.

L’amore è molto più divertente se sei un orco, vivi in una palude e hai un rapporto con il corpo privo di inibizioni, che comprende la dolcezza, la poesia, ma anche i rutti e le scorregge.

Non era per bambini, l’anno scorso, premiato ai David di Donatello 2018 per i migliori effetti speciali visivi, “Gatta Cenerentola”, che realizzò una rivisitazione della favola di Gian Battista Basile, trovando il giusto equilibrio tra l’archeologia letteraria, la sceneggiata napoletana e la denuncia sociale (la camorra onnipervasiva) e ambientalista.

Non era solo per bambini “L’isola dei cani”, il film di animazione a passo uno (stop motion) di Wes Anderson, di ambientazione giapponese in un problematico futuro.

“Mirai” (titolo originale “Mirai no Mirai”) credo sia stato pensato per i bambini, ma, posso testimoniare, è godibilissimo anche dagli adulti.

In realtà un solo bambino è entrato in sala, per giunta in ritardo, quando il film era già iniziato da un po’; si è diretto con decisione verso le prime file, seguito dalla mamma ubbidiente.

Mi è dispiaciuto per lui, poi ho pensato che questo è un segno della distanza tra due generazioni: io avrei rimandato la visione anche se avessi perso solo i titoli di testa, a lui non gliene frega e, peraltro, con i suoi molteplici impegni, sicuramente gli sarebbe stato molto difficile recuperare in un altro giorno.

Forse la distanza (non tra due generazioni – prima esageravo – tra me e quel bambino di circa dieci anni) consiste in questo, a parte dettagli come l’età e la mamma che segue ubbidiente: io faccio poche cose perché do importanza a tutto, lui ne fa centomila, ma niente di ciò che fa è indispensabile.

È la distinzione tra navigare in superficie e cercare sempre, ossessivamente, di scendere in profondità.

A me sembra meglio vivere da subacqueo, non riesco a immaginare un altro modo, però devo ammettere che tante volte uno come me rischia di immergersi in uno stagno e confonderlo con il mare.

Oppure, come in “Agosto moglie mia non ti conosco”, di Achille Campanile, mi accorgo di essere un palombaro professionista che passa tutto il giorno vestito con la tuta da sommozzatore, le pinne, la maschera e tutto il resto, immerso nella vasca da bagno.

Gli altri spettatori erano adulti; c’erano dei giovani, credo attratti dalla fama dei film di animazione giapponesi e di questo regista, che ha ricevuto numerosi premi.

Devo dire che l’animazione è molto efficace: il regista e i tecnici dimostrano di saperci fare.

Carrellate, primi piani, riprese soggettive si seguono a raffica, dando molto ritmo al racconto.

Nessuna pretesa di resa naturalistica delle immagini; il regista, autore del soggetto e cosceneggiatore del film, non vuole imitare la natura, sa che tocca agli spettatori dare un senso alle immagini, vedere se stessi in quei disegni, proiettarsi in un bambino, nel padre, nella madre, nella sorellina (neonata, infante, adolescente), nel cagnolino (in forma canina o umana), nel bisnonno ferito in guerra, con la sua commovente storia d’amore con la bisnonna (la scena della corsa persa volutamente dalla ragazza è poesia) che ha reso possibile la nascita dei due bisnipotini.

È questo che il bambino protagonista del film alla fine capisce e gli consente di superare la sofferenza causata dalla paura di non essere più al centro del mondo: noi siamo noi stessi, ma anche il frutto dei gesti e delle scelte di chi ci ha preceduto; i nostri comportamenti influenzeranno la vita futura, la forma che avrà il mondo dopo di noi; se la bambina tornata dal futuro non riuscirà a mettere a posto le bambole esposte sul comodino quando è nata (una tradizione giapponese che ignoravo e ho capito, come dire, a senso), forse, da grande, per un anno o più, non potrà sposarsi, nonostante abbia trovato l’amore della sua vita.

A volte l’azione viene fermata: si vede un’immagine fissa, ferma sull’ultima espressione dei personaggi; oppure i personaggi si muovono a strappi, il bambino scende o sale le scale a saltelli, i gradini più alti delle gambe.

O cammina gattoni, prima piano piano, poi correndo come un cane, o addirittura volando.

Però quando il bisnonno giovane venuto dalla guerra (americano, dal momento che la sua nave fu affondata da un kamikaze) cammina nel campo, il movimento è fluido e preciso, perché dobbiamo capire che ha un problema a una gamba.

Quando non è necessario, nessuna pretesa di copiare la natura, ancora meno dei film di Walt Disney, che, pure, rappresentavano paperi e topi antropomorfi a cui noi spettatori davamo realtà (come sembravano reali le quattro dita di Topolino!).

I disegni a volte hanno molta profondità di campo e consentono zoommate spinte, a volte hanno solo due dimensioni.

I volti dei bambini, quando piangono e si disperano, sono resi con maschere deformi, la bocca enorme, due fontanelle zampillanti dagli occhi, badando solo all’effetto che fa sui giovani genitori il pianto disperato di un bambino.

I colori sono dolci, poco saturi, non c’è quasi contrasto, anche quando la situazione rappresentata è drammatica.

Si tratta di sogni, non di situazioni drammatiche reali, si tratta di immaginazione infantile, per cui, senza neanche un po’ di dissolvenza, si passa di botto dalla casa al giardino fantastico, alla stazione ferroviaria della grande città – una stazione moderna piena di treni superveloci e di scale mobili – al lettino dove il bambino è accucciato con il culetto in alto e la faccia sprofondata sul cuscino.

C’è umorismo, per esempio nel rappresentare il rapporto tra i genitori (sembra che anche in Giappone i padri siano messi a tappeto con una overdose di sensi di colpa) o il mondo tecnologico degli adulti, con l’impiegato occhialuto dell’ufficio bambini smarriti, forse un robot, che riempie un modulo seguendo uno schema rigido, escludendo puntigliosamente chi non è in grado di rispondere a tutte le domande, per esempio un bambino piccolo che non conosce nome e cognome dei genitori: se non sai rispondere la pratica non procede, il tempo è scaduto.

Ci sono scene comiche molto divertenti, per esempio quando tre personaggi al confine tra realtà e fantasia (no, non al confine, decisamente fantastici, ma a quel punto ci siamo abituati a considerarli reali) cercano di mettere a posto le bambole senza farsi vedere dal padre che, preso dai suoi molteplici impegni, ha dimenticato di adempiere a questo completamento del rito imposto dalla tradizione.

Naturalmente il regista, come i suoi personaggi, non crede fino in fondo a queste cose, ma sono tradizioni, bisogna seguirle, anche solo per arricchire di senso la vita, con gesti precisi che si ripetono da secoli, come, in un ambiente culturale cattolico, mettere insieme i pastori, le casette, le pecorelle, i re magi, i venditori di salsicce, per costruire il presepe, che si smonterà dopo il sei gennaio.

Chi ogni anno ripete questi gesti e cerca in via San Gregorio Armeno, a Napoli, il pastore che ha trovato rotto nello scatolone conservato in soffitta, crede che Gesù sia nato in una mangiatoia, riscaldato dal bue e dall’asinello?

Non saprei. Tutto è possibile. Però quei gesti riempiono di senso (ricordi, cultura) una piccola parte dell’anno che comincia l’otto dicembre, molto più del panettone e del cenone di Natale.

Il tema del film è il rapporto tra fratelli (Kun e la sorellina appena nata, Mirai, che significa “futuro”, come nella canzone di Lucio Dalla), rapporto reso complicato dalla gelosia, dalla paura di non essere più al centro dell’attenzione dei genitori, di perdere il loro affetto.

Un bel film: ci ha tenuti attaccati allo schermo anche quando sono apparsi i titoli di coda, una lunga sequenza di nomi in caratteri giapponesi che tutti hanno seguito fino in fondo, credo anche l’unico bambino, ipnotizzati dalla bellezza di quei segni.