Giometti Multiplex Omnia Center – via delle Pleiadi, 16 – Prato (29 ottobre 2018 h 18.20)

Avevo proprio voglia di vedere questo film.

Infatti, per vederlo, sono arrivato fino a Prato.

Nessun sacrificio particolare, però Prato è un po’ fuori mano, rispetto ai posti che frequento normalmente, considerando che mi sposto sempre solo in treno (a Firenze anche in tram).

Un giro nel centro storico di Prato è interessante, ma, purtroppo, “Achille Tarallo” è in programmazione al Giometti Multicenter, abbastanza distante dal centro e dalla stazione.

Niente male: alla stazione si può prendere un taxi.

C’è, però, un problema molto più grave e insolubile con i miei mezzi: questo cinema è un multiplex inserito in un’area commerciale; purtroppo non ho il potere di trasferire una sala cinematografica in una zona più adatta alla fruizione di un prodotto artistico.

Credo ci sia differenza tra un film e una pizza (commestibile, non la bobina in cui si avvolgeva la pellicola), anche se ci sono pizze più interessanti di alcuni film.

Non ho nulla contro i centri commerciali: si fa la spesa in un solo posto, si risparmia tempo e non si è costretti a sentire il salumiere che mette due fette in più e poi, con l’espressione di chi ti sta imbrogliando, ma non puoi farci niente, l’occhietto sorridente, a volte dietro gli occhiali dorati, ti chiede: «lascio?».

Non è per le due fette, ma quell’espressione furba a me dà fastidio, perché intanto pensa: «scemo, non hai il coraggio di dire no, faresti una brutta figura e io ti guarderei con disprezzo. Non ce la fai, vero? Allora subisci, fatti imbrogliare e non fare il pidocchioso».

Poi c’è il vantaggio di guardare per bene le cose che si comprano, prima di metterle nel carrello della spesa: valutare il prezzo e la qualità, leggere l’etichetta e la scadenza, senza affidarsi a uno che, come l’acquaiolo di Raffaele Viviani, alla richiesta del cliente «Acquaiuó, l’acqua è fresca?»,rispondeva: «Commə a nevə» («È fresca come la neve»), anche se, sotto il sole cocente, l’acqua stava quasi bollendo.

Il simbolo ə designa la vocale centrale media caratteristica del napoletano, come nelle parole sdrucciole  “mammətə” = tua madre  “sorətə” = tua sorella.

Però i centri commerciali dovrebbero servire solo per fare la spesa, non dovrebbero riempirsi di gente che va a passare un po’ di tempo, attratta dall’area bambini – dove i bambini si immergono letteralmente nella plastica e non trovano neanche un filo d’erba (che immagine si faranno del mondo?) – dai ristoranti etnici (chissà che significa!), dai sushi-bar giapponesi con i camerieri cinesi, dalle pizzerie arredate come saloon (cuochi egiziani), dalle birrerie travestite da pub, dai distributori automatici di palline colorate, con cui riempire la pancia di adolescenti indifesi, incapaci di distinguere tra una roba da mangiare e una schifezza.

Soprattutto non dovrebbe esserci il cinema, che deve trovarsi all’interno della città, al centro o in periferia, ma entro le mura (metaforiche), in mezzo alle case, in modo che, uscendo dalla sala, solitamente al buio, si scorga intorno un ambiente umano familiare, non un deserto di scale mobili, dentro a una specie di flipper gigante.

Poi ho notato che nei multiplex inseriti all’interno di centri commerciali (qualche volta sono stato costretto ad andarci per non perdere un film a cui tenevo) si moltiplica il bisogno dei masticatori seriali di popcorn; a volte continuano a pescare per ore nella coppa gigante di cartone, con gesto meccanico, anche quando non è rimasto più niente.

C’è stato il caso, ne hanno parlato tutti i giornali, di uno che ha ripetuto quel gesto per dieci giorni di seguito, senza interruzione, finché l’hanno ricoverato.

Stanno ancora cercando di fargli capire che i popcorn sono finiti, ma lui, giustamente, non vuole rassegnarsi.

Per questo pensavo quasi di rinunciare a vedere “Achille Tarallo”, che ha avuto una scarsa distribuzione nella mia zona.

Però mi dispiaceva, perché ho coltivato negli anni un’ammirazione costante per la tamarraggine e non mi stanco mai di risentire “Patrizia” e altre canzoni di Tony Tammaro («… e per conquistarti facevə ó buffunciellə, / per essere notato / facevə e tuffə a cufaniellə»), insieme a “Nunzia” di Ciruzzo Tozzi («… Nunzia perché non ritorni? / commə só tristə sti giorni / la gente parla, lo sai. / No, Nunzia, no, nunz’ia mai»).

Serve una spiegazione: i tuffi “a cufaniellə” sono i tuffi non di testa, e neanche di piedi, ma di culo, in posizione raccolta, piegando le gambe verso il corpo, eventualmente trattenendole con le braccia intrecciate. Per rendere il tuffo ancora più ridicolo, le mani possono essere unite come nella preghiera, con le palme separate, tenendo accostate solo le punte delle falangi, i pollici e i mignoli; il tuffo “a cufaniellə” è una presa in giro del tuffo sportivo idrodinamico, e comporta una leggera culata, leggera in quanto non si fa da grandi altezze. Nella canzone di Ciruzzo Tozzi, al nome della protagonista, Nunzia, segue l’espressione “non sia mai”, che, in napoletano, suona come “Nunzia mai”. Trovo geniale questo gioco di parole.

Altri miti della canzone sono crollati col tempo, “Nunzia” e “Patrizia” resistono, anche se non si va più sulla spiaggia di Licola (io non ci vado da anni), portando la frittata con i maccheroni.

Tony Tammaro è autore del testo della maggior parte delle canzoni (non tutte indovinate) di questo film, e interpreta se stesso (lo chiamano “cafè”).

Un Tammaro naturalmente esagerato, ma anche, altrettanto naturalmente, invecchiato, sotto la improbabile capigliatura di un colore strano.

Nel film non viene valorizzato in modo adeguato, ma non poteva essere diversamente, perché Tony Tammaro non è un attore, neanche quando interpreta se stesso, è un’altra cosa, “n’ata cosa”, si dice per accentuare la qualità diversa, particolare di un soggetto che si distingue dagli altri dello stesso genere.

Oltre alla presenza di questo mito, a spingermi verso Prato c’era il regista Antonio Capuano, un regista anarchico, che non segue alcuna delle regole codificate per fare i film.

Mettiamo: per fare un film bisogna seguire una trama precisa, ogni personaggio dev’essere adeguatamente sviluppato (è la sceneggiatura); se a un certo punto si sente dire una cosa, ci dev’essere un motivo, che si capisce nel seguito; a Capuano non importa, lui va avanti, apparentemente, come capita.

Ne vengono fuori sempre film un po’ sconclusionati, nei quali a volte ci si perde, ma pieni di momenti, scene, inquadrature interessanti e inaspettate.

Per godere della sua arte bisogna accettare la confusione, senza pretendere di capire tutto, non come nei film di Antonioni, per capire i quali ci vogliono tre lauree e a volte non bastano, ma perché non c’è niente da capire: parte da una situazione e va avanti, apparentemente, come viene.

A me è piaciuta molto la scena, lunghissima, in cui Biagio Izzo sale le scale della casa della mamma morta, dove l’ascensore è sempre guasto, affaticandosi sulle rampe, ripreso di spalle, dal basso, sotto sotto, per un tempo che non finisce più, la durata vera della salita al settimo piano; su una rampa incontra il figlio in lacrime, che gli si getta tra le braccia; va avanti, si trova nella casa piena di gente, accanto al letto della madre.

Questo regista sa riprendere le scene di morte a Napoli, con quel misto di dolore e di comicità, di perenne teatralità, come nell’inquadratura della mamma che addenta un calzone (addenta per modo di dire) da una enorme guantiera di pizze e di graffe (parenti prossimi dei bomboloni toscani, ma provviste di buco) e lo mangia senza smettere di lamentarsi; questo nella scena precedente della morte del marito (Capuano influenza anche il commento, che diventa un po’ sconclusionato).

Ma Capuano è un artista non solo nella ripresa delle cerimonie funebri domestiche; anche nelle scene di vita quotidiana in un appartamento di una famiglia napoletana, all’inizio della giornata o in altri momenti, riesce a far venire fuori la bellezza, l’allegria, la felicità, in una situazione caotica, rumorosa, scombinata, a volte assurda, insostenibile (tanto è vero che il capo famiglia alla fine se ne parte), con le teatrali scenate di gelosia e di disperazione della moglie, che va fuori al balcone, perché la scena madre si recita davanti al pubblico più vasto possibile.

La camera da presa si stacca, se ne va forse su un balcone di fronte, più alto ma molto distante, e inquadra quella selva di case e di balconi, con una freccia rossa per indicare il punto da cui la donna sta facendo la sua sceneggiata.

Geniale! Come se dicesse: non faccio un film neorealista fuori tempo, sto riprendendo la rappresentazione teatrale di gente che il teatro ce l’ha nel sangue.

Si capisce che non c’è niente di serio, di veramente drammatico, neanche le liti con i vicini, neanche la morte, perché siamo su un palcoscenico, la gente recita per ventiquattro ore al giorno e anche di più.

Nel pullman è lo stesso controllore a ringraziare, alla fine, il passeggero che non ha pagato il biglietto, perché è stato capace di inventarsi una storia inverosimile e divertente per giustificare la mancanza del biglietto e del documento di identità, una storia che il controllore, l’autista e gli altri passeggeri seguono con interesse, tanto che alcuni, presi dal racconto, dimenticano di scendere alla fermata.

Il merito artistico viene premiato da tutti i presenti; si può immaginare che la prossima volta non pagherà il biglietto per rifare la scena e prendersi l’applauso finale.

È ovvio che i trasporti pubblici non funzionano, l’autista fa quello che gli pare, il traffico è pazzesco, l’ascensore è guasto, urlano tutti per farsi sentire nel rumore di fondo che copre le voci.

È una parte della realtà di questa città complessa, che ha luoghi di bellezza e di pace assoluti, nel centro storico (enorme) e nelle estreme periferie, sul mare, nel bosco di Capodimonte e in collina, ma anche situazioni difficili a cui i napoletani reagiscono con il loro fatalismo (non è che, in altri posti, dove la gente è più combattiva, si riesca ad incidere di più sulla realtà: il ponte è crollato in una città laboriosa e attiva del nord laborioso e attivo; in Lombardia ogni tanto ci scappa l’alluvione con i morti, esattamente come in Calabria o in provincia di Napoli).

Ascanio Celestini fa l’agente dei due aspiranti cantanti (cantano nei matrimoni e aspirano al successo), si chiama pennabic; il suo personaggio ricorda molto Woody Allen in “Broadway Danny Rose”.

Biagio Izzo evita la macchietta napoletana, che ha un po’ stufato.

Ci sono due stereotipi che non si sopportano più: uno dei due è il napoletano alla Alessandro Siani; so che ha successo, ma, come a Tommasino in “Natale in casa Cupiello” non piaceva ó presepio, «a me nun me piacə» uno che fa sempre lo stesso personaggio; non a caso si trova bene con Christian De Sica, un altro che si è bloccato: non riesce a uscire fuori dalla brutta copia del padre.

L’altro luogo comune, al cinema e in televisione, che non si sopporta più è l’omosessuale che sembra mettere davanti a ogni intervento, a ogni esibizione o performance, la sua scelta sessuale, di cui non ce ne potrebbe fregare di meno. Ti valuto come artista, non come omosessuale; Leopoldo Mastelloni è un grande interprete della tradizione napoletana e non solo – non m’importa se è omosessuale – ingiustamente escluso per anni dalla televisione: i soliti benpensanti baciapile bacchettoni ipocriti sono sempre riusciti a colpire; che sarà mai una bestemmia? A Firenze e a Livorno, in alcuni posti, è quasi un intercalare; che grave danno può fare se scappa in televisione?

Biagio Izzo, in questo film, non rientra nello stereotipo del napoletano, anche se il personaggio è molto napoletano, nel senso buono del termine: l’intelligenza, i tempi comici, l’uso raffinato delle parole, non solo dialettali (ma i napoletani parlano sempre in dialetto, anche quando parlano in italiano).

In questo film il suo personaggio vorrebbe fare il cantante senza impostare la voce nasale a imitazione degli antenati (Sergio Bruni, Mario Abbate, Toni Astarita e tanti altri) e senza scopiazzare i neomelodici alla Gigi D’Alessio.

Il suo mito è Fred Bongusto.

Effettivamente Fred Bongusto non è proprio attuale, ma rappresenta un ampliamento del gusto per chi vuole fare il cantante a Napoli (saltando tutta la sperimentazione che ha un nome e un simbolo: Pino Daniele).

Achille Tarallo non è giovanissimo, anche se si tinge i capelli quando sogna di essere Fred Bongusto.

È verosimile che il suo mito possa essere il classico cantante confidenziale (crooner) degli anni sessanta e settanta, che faceva le sue conquiste sussurrando nel microfono e uno lo immaginava perennemente con un bicchiere in mano o seduto elegante nella sua macchina fuoriserie, con accanto una bella donna diversa ogni sera.

Per evitare di mettersi su una strada battuta da tutti, Achille decide di non cantare in napoletano, ma sempre e solo in italiano, addirittura traducendo le più famose canzoni.

Qui il film cala, perché Tony Tammaro, ingrassato e forse imparruccato, non ha prodotto canzoni all’altezza del suo passato.

Ne salverei una, quella finale, che si sente anche mentre scorrono i titoli di coda.

Il cane che canta è il contributo della Mad Entertainment, un esempio della capacità napoletana di essere sempre all’avanguardia quando si sviluppano nuovi linguaggi, ed è la giusta conclusione di un film che non fa appello alle capacità logiche dello spettatore (quelle usiamole per risolvere i problemi cosiddetti seri), ma alla sua voglia (è una scelta) di mettersi in sintonia con una creazione artistica.