Cinema Odeon – piazza San Paolo all’Orto – Pisa (10 novembre 2018 h 18.10)

Siamo sempre dalle parti del dubbio.

In questo film, tratto da un romanzo di Ian McEwan, il dubbio è legato a un lavoro che costringe a prendere decisioni difficili ogni giorno: il lavoro di giudice.

Una giudice dell’Alta Corte Britannica deve decidere se imporre una cura a un ragazzo diciassettenne affetto da leucemia e testimone di Geova.

La grave malattia richiede trasfusioni di sangue; il credo religioso dei testimoni di Geova vieta le trasfusioni.

Se si tratta di un adulto, non si discute: si rispetta la scelta di accettare o rifiutare le cure, qualunque motivazione sia addotta; anche senza motivazione.

Se si tratta di un minore, il Children Act stabilisce che il giudice deve decidere al posto dei genitori ed eventualmente imporre le trasfusioni.

È una situazione difficile; pur essendo fastidiosa l’abitudine dei testimoni di Geova di suonare il citofono la domenica mattina per cercare di salvare l’anima di qualcuno che si accontenterebbe di salvare il riposo domenicale (a me dà fastidio in qualunque giorno e a qualunque ora questo tentativo di intromissione negli affari della mia anima), indubbiamente hanno il diritto di credere a una interpretazione letterale della Bibbia e di decidere quali interventi medici accettare, quali respingere.

Purché non facciano danni a un minore: i figli non appartengono ai genitori, sono affidati fino a che è certo che i genitori operano per il loro bene.

Quando la situazione rappresentata prima si verifica, anche se il minore condivide la scelta che lo condanna a una morte sicura in tempi brevi, il giudice impone le trasfusioni forzate, perché fra due valori che confliggono – il diritto all’autodeterminazione e il diritto di un ragazzo alla salute e alla vita – prevale il secondo.

Il lavoro del giudice è difficile, e molto impegnativo; richiede una grande freddezza e la capacità di distaccarsi da considerazioni umane semplicistiche, per prendere una decisione il più possibile oggettiva, riferita alle norme che reggono la convivenza, senza farsi influenzare dall’opinione pubblica, divenuta, in questi anni, sempre più arrogante e aggressiva.

Per questo è assurda la proposta, avanzata in altri tempi da alcune formazioni politiche, di sottoporre al voto popolare la scelta di chi deve amministrare la giustizia nelle diverse zone del paese.

La frase che i politici indagati oppongono al giudice istruttore: «Io sono stato eletto dal popolo, tu hai “solo” vinto un concorso» è indicativa dell’ignoranza e dell’arroganza dei politici che la pronunciano.

Il giudice non dev’essere eletto, perché non deve obbedire alla maggioranza della popolazione, la stessa che elegge il Parlamento (potere legislativo), che dà la fiducia al Governo (potere esecutivo).

Il potere giudiziario è sottoposto solo alle leggi dello Stato, prima di tutte la Costituzione.

In democrazia è necessaria la netta separazione dei poteri: non tutto viene deciso a maggioranza (In Italia, Art. 1: “… La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”; nota bene: nelle forme e nei limiti della Costituzione).

Nel film si fa, proprio all’inizio, il caso di due fratellini siamesi, dei quali può sopravvivere soltanto uno, ma solo se si uccide l’altro.

La giudice, interpretata da Emma Thompson con straordinaria adesione al personaggio, deve prendere questa drammatica decisione: si lasciano morire entrambi o se ne salva uno uccidendo l’altro?

Decide di ordinare ai medici la soppressione di uno dei due (scelta terribile, ma necessaria, se si crede alla scienza medica) contro il parere dei genitori e dei cosiddetti opinion leader: opinionisti, influencer o come diavolo si chiamano (giornalisti, blogger, tuttologi televisivi), alcuni dei quali reagiscono definendola “feroce assassina di bambini”.

Si sa che la rete ha moltiplicato le possibilità di scaricare il proprio odio, la propria stupidità e le proprie certezze sugli altri.

Per poter prendere ogni volta la decisione giusta, per quanto è umanamente possibile, il giudice non deve coltivare rapporti personali con chi è o può essere sottoposto alle sue decisioni; deve condurre una vita ritirata, riservata e, il più possibile, controllata.

Non solo il giudice che interviene su questioni etiche, anche quello che distribuisce la ragione e il torto in caso di conflitti di interessi economici (civile), e quello che condanna un imputato a pene detentive più o meno pesanti, o lo assolve (penale).

In Inghilterra, in molte occasioni, i giudici, e anche gli avvocati, indossano strane parrucche.

Credo si tratti del rispetto di una tradizione, ma il suo significato potrebbe essere – non vorrei dire una sciocchezza su un argomento che proprio non conosco – di sottolineare che il giudice è una figura distaccata dalla società.

Chi andrebbe in giro, al giorno d’oggi, agghindato, o, per meglio dire, conciato in questo modo antiestetico e anche un po’ ridicolo?

Forse qualcuno lo farebbe, nel periodo di carnevale.

Dunque chi lo fa anche fuori di quel periodo, mantenendo, tuttavia, la serietà del proprio ruolo, facendosi chiamare “Vostro Onore”, vive in un mondo parallelo, dove arriva attutita l’influenza del mondo in cui viviamo tutti, e può esercitare con il necessario distacco la sua funzione di giudicare.

Se dovessi essere sottoposto a giudizio per l’accusa di un delitto o per affermare il possesso del territorio nei confronti di un vicino di casa (i cani fanno in modo molto semplice, alzano la zampa, noi siamo più complicati, ma la sostanza è la stessa) sarei più tranquillo se il giudice che prenderà decisioni gravi per me e per il mio vicino, per me e per le eventuali vittime del delitto da me commesso, fosse una figura terza, che vive su una torre d’avorio: se ne avessi l’autorità, farei costruire apposta delle torri d’avorio davanti, anzi dietro, ai tribunali, un po’ nascoste allo sguardo, dove i giudici dovrebbero alloggiare.

Vuoi giudicare? Devi vivere isolato dal mondo.

Si potrebbe obiettare: con questa soluzione il giudice perde il senso della realtà e può arrivare a condannare uno che ha rubato una mela, perché non sa che nel mondo esistono anche la fame e la disperazione (non dimentichiamo Jean Valjean e, soprattutto, il fanatico giustiziere: l’ispettore Javert); è necessario saper unire il rigore nell’applicare la legge al perdono, di cui tutti abbiamo bisogno (meglio essere “buonisti” che “cattivisti”).

È vero, lo ammetto: con la storia delle torri ho un tantino esagerato (meno male che non ho e non voglio avere alcuna autorità), tra l’altro per la difficoltà di trovare tutto l’avorio necessario e per i poveri elefanti, che hanno già i loro guai; però il problema esiste e un po’ più di riservatezza da parte dei giudici non guasterebbe.

Mi inquieterei se, sottoposto a processo, scoprissi che il giudice condivide la fede calcistica con la controparte, o che milita attivamente nel suo stesso partito, guarda caso, il partito avverso al mio.

Da noi i giudici sono immersi nella società, si fanno prestare soldi a condizioni agevolate, restituendoli in una scatola quando scoprono che il prestatore sta per diventare imputato (esempio tratto dalla cronaca di “mani pulite”), escono momentaneamente dalla magistratura – con la stessa disinvoltura di uno che va un attimo in bagno – per farsi un giro nella politica attiva, esprimono le proprie opinioni in televisione su tutto e su tutti, poi, se vengono trombati dagli elettori, ritornano ad emettere sentenze nei tribunali o a partecipare alla costruzione di sentenze, a giudicare, a ordinare indagini a carico di persone che cinque minuti prima erano loro avversari politici.

Sento l’obiezione: è consentito dalle leggi.

Come se tutto ciò che non è vietato in maniera esplicita fosse accettabile e opportuno.

Non c’è una legge che vieta di bere il brodo col risucchio, o di scaccolarsi in mezzo alla strada. Eppure tutti capiscono che queste cose non si fanno, non c’è bisogno di una legge; semplicemente: non si fanno.

Analogamente, un giudice che decide di darsi alla politica dovrebbe avere la decenza di dimettersi dalla magistratura, in maniera definitiva.

Se non ha questa decenza è indecente, quindi non è adatto a fare il giudice,  e nemmeno il politico.

Dovrebbe chiedersi: come può, un avversario politico, accettare con serenità le mie sentenze? Anche se tornassi a fare il giudice in un posto diverso da dove ho fatto il politico, ormai tutti sanno come la penso e mi hanno visto colmo, fino alla punta dei pochi capelli, di certezze e sentenze politiche definitive, quelle che Pasolini introduceva con «io so …», «non ho le prove, ma so …» (ogni tanto anche i geni sparano cazzate).

Pasolini avrebbe dovuto dire: «Io so, non ho le prove, ho un pregiudizio e non voglio rinunciare ad esso.» «Sono troppo affezionato alle mie idee preconcette, compresa la scomparsa delle lucciole, che sarebbe stato molto facile sottoporre a verifica».

A un giudice aspirante capo partito, dopo la infelice parentesi elettorale, fu proposto di trasferirsi in Val d’Aosta, l’unico posto dove non si era candidato, come se in Val d’Aosta non esistesse la televisione.

Naturalmente non accettò.

Dopo essersi abituato ad apparire in televisione ad ogni ora del giorno, per esprimere e ribadire la sua opinione su qualunque argomento, non poteva adattarsi a dirimere questioni di poco conto tra valligiani; per tornare in televisione avrebbe dovuto sperare che qualcuno perdesse la testa e commettesse un atroce delitto, di quelli che impressionano l’opinione pubblica, su cui aprire un dibattito e imbastire un processo televisivo; non poteva bastargli, preferì uscire dalla magistratura.

Questa fu una scelta decente, anche se, in qualche modo, obbligata.

Prima di essere costretto, avrebbe dovuto rilevare l’inopportunità di riprendere la grave funzione di giudicare i propri simili, funzione che accettiamo solo per necessità, perché non possiamo farne a meno.

Non puoi pretendere di giudicarmi, dopo che ti ho visto partecipare con furore dialettico ai dibattiti televisivi, dibattiti infantili, che consistono nell’interrompere gli altri e ripetere: “non mi deve interrompere, mi interrompe sempre, lo dico al professore”; eri al colmo della fortuna politica, determinata anche dalla tua attività di magistrato, ma il “destino cinico e baro” (Nenni), manovrato da qualcuno più capace di te di agire sulle leve che muovono “il popolo”, ha stroncato le tue ambizioni.

Chi mi assicura che non userai gli strumenti di indagine utilizzati dalla magistratura (per esempio le intercettazioni, rese pubbliche anche quando non ce ne sarebbe la necessità) per vendicarti degli avversari politici e dei loro amici, rei di avere stroncato una così promettente carriera?

Si dice: i giudici non sono soli nel prendere le decisioni, ci sono degli organi di controllo.

Può darsi, ma io non sarei tranquillo se fossi accusato di avere rubato la Madunina del duomo di Milano (citazione) e scoprissi che del collegio giudicante fa parte un mio avversario politico dichiarato.

La riservatezza del giudice non mi garantirebbe in assoluto (potrei essergli antipatico), ma un po’ più di serietà e di distacco sarebbero assicurati.

Nonostante l’atteggiamento severo e le parrucche, anche i giudici britannici hanno i loro scazzi, le loro preferenze politiche, i problemi sentimentali.

La nostra, torno a parlare del film, ha un problema con il marito: il legame progressivamente si sta allentando, sembra per la dedizione assoluta della giudice al lavoro; si dice sempre così, ma se due coniugi non proprio anziani non fanno l’amore per undici mesi di fila (come le ricorda il marito) significa solo che il rapporto affettivo si sta squagliando, come si dice a Napoli, e hanno bisogno entrambi di una “pausa di riflessione”.

Infatti il marito si prende la sua bella pausa di riflessione, proprio una bella pausa, la vediamo un attimo mentre accede sorridente all’aula dove lui fa lezione e la guarda con un sorriso malizioso, probabilmente intercettato dagli studenti (il professore ha una tresca).

Naturalmente la giovane pausa, dopo un po’, lo molla, costringendolo ad attendere, seduto per terra davanti alla porta di casa, il ritorno della moglie dal lavoro, pentito e sottomesso.

La nostra giudice ha un carattere forte, è abituata ad assumere, e qualche volta a fingere, l’atteggiamento distaccato di cui si diceva prima e, nonostante abbia sofferto la mancanza della cara abitudine di qualcuno che dorme dall’altra parte del letto, ha un atteggiamento durissimo e sembra intenzionata a chiedere il divorzio; colpisce la prontezza con cui aveva cambiato il codice della serratura per impedire al reo di entrare in casa a sua insaputa (evidentemente la casa appartiene a lei).

In questo momento di crisi deve decidere con urgenza se imporre le trasfusioni di sangue al ragazzo testimone di Geova per salvargli la vita; una sentenza, in realtà, già scritta, in quanto, nel cento per cento dei casi precedenti, la giurisprudenza si è pronunciata a senso unico.

Ascolta le parti – i genitori in lacrime ma decisi a mettere l’idea astratta di Dio al di sopra dell’amore concreto per il loro unico figlio, il medico che vorrebbe salvarlo, l’assistente sociale, gli avvocati – e decide.

Decide, sorprendendo tutti, di visitare in ospedale il ragazzo, che è quasi maggiorenne – gli mancano solo un paio di mesi – per rendersi conto di persona delle sue motivazioni.

Scopre un giovane intelligente, sensibile, dal volto delicato, e, pur indottrinato dai genitori e dai loro correligionari (si avverte, alla base di queste decisioni estreme, la paura di essere estromessi dal gruppo), amante delle cose belle della vita.

Il ragazzo ha imparato a suonare, con una vecchia chitarra, il motivo di una canzone, su un testo del poeta irlandese Butler Yeats; versi che la giudice, musicista quasi professionale, conosce e spontaneamente canta per lui.

È una canzone dolcissima; cantata da Emma Thompson fa venire i brividi.

I versi sono i seguenti.

Down by the salley gardens

Laggiù, nei giardini dei salici

Down by the salley gardens my love and I did meet;

Laggiù c’incontrammo, io e il mio amore, nei giardini dei salici;

She passed the salley gardens with little snow-white feet.

Passava nei giardini dei salici, con i piedini bianchi come neve.

She bid me take love easy, as the leaves grow on the tree;

Mi offrì di prendere l’amore come viene, come sull’albero crescono le foglie.

But I, being young and foolish, with her would not agree.

Ma io, giovane e sciocco, non risposi al suo invito.

In a field by the river my love and I did stand,

In un campo, vicino al fiume, io e il mio amore sostammo,

And on my leaning shoulder she laid her snow-white hand.

Sulla mia spalla china posò la mano, bianca come neve.

She bid me take life easy, as the grass grows on the weirs;

Mi offrì di prendere la vita come viene, come l’erba cresce sugli argini;

But I was young and foolish, and now am full of tears …

Ma io ero giovane e sciocco, e ora sono pieno di lacrime …

 (William Butler Yeats, traduzione: varie fonti)

Il giovane ha visto arrivare al suo capezzale questa donna autorevole, sicura di sé, bella, sensibile, disponibile e dotata di una bellissima voce.

Cerca di trattenerla, non ci riesce, ma poi ripensa a lungo a lei.

La giudice torna nel tribunale, l’Alta Corte Britannica, ed emette la sentenza che salva il ragazzo.

Una volta guarito, il ragazzo la cerca, la segue, le scrive, si comporta quasi come uno stalker, ma sempre molto gentile e delicato.

Vorrebbe starle vicino; si offre di fare lavori umili, pur di starle vicino; vorrebbe girare il mondo con lei, vuole che lei legga i pensieri che ha scritto su dei fogli sparsi.

Nonostante la differenza di età e di condizione sociale, si è innamorato.

Qui succede una cosa importante, perché capiamo che anche lei, nonostante respinga con fermezza le sue dolci insistenze, forse, pur senza riuscire ad ammetterlo neanche a se stessa, si è innamorata dell’amore del ragazzo.

Eppure lo respinge, le manca il coraggio necessario per cambiare completamente la propria vita (che palle vivere in una torre d’avorio!).

Respinto, lui va in crisi, avendo perso le false certezze che gli dava la religione e la famiglia.

Si trascura, subisce una ricaduta del male e, oramai maggiorenne, decide di non curarsi.

E muore.

Lei fa giusto in tempo a correre in ospedale per assistere alla sua fine.

Le resterà sempre il dubbio sulla decisione presa, non la prima, che ha salvato il ragazzo, ma il rifiuto, che lo ha condannato a morire.

Questo non viene fuori dal film in modo esplicito (non ho letto il libro); è una mia interpretazione, una supposizione, che può esprimersi nel modo seguente.

Non c’è tutta la felicità possibile, tutta la felicità a cui si aspira, a cui la vita aspira, nel ritorno al proprio importante lavoro, all’impegno serissimo di giudice, nel ritrovarsi accanto il marito affettuoso con cui avere un rapporto ogni undici mesi, i suoi noiosissimi colleghi dell’Alta Corte Britannica, con la loro supponenza e le buffe parrucche, il cancelliere, insopportabile per la sua disponibilità senza pieghe, senza sorprese, noiosa come il suo doppiopetto grigio.

Forse una fuga con un ragazzo diciottenne per girare il mondo, che avrebbe creato scalpore, sarebbe stata molto più divertente: un cambiamento, una parentesi folle in una vita dominata dalla necessità di essere saggi e responsabili.

Si è verificata una situazione simmetrica, rispetto alla poesia di William Butler Yeats.

Si sono incontrati, non nei giardini dei salici, ma in una stanza d’ospedale: si sono innamorati con una canzone, cantata dalla dolcissima voce di lei, suonata da lui con una vecchia chitarra un po’ scordata.

Il ragazzo le ha offerto di prendere l’amore easy, facilmente, come viene viene, senza starci a pensare su, come le foglie crescono sui rami e l’erba cresce sugli argini dei fiumi.

Ma lei, adulta e saggia, non “young and foolish” come il giovane della poesia, lo ha rifiutato, non si è accordata con lui (would not agree).

Non sappiamo se la giovane della canzone, per il dispiacere, è morta, come il ragazzo nella vita reale, ma la conclusione è la stessa: ora gli occhi di chi non ha capito e ha rinunciato all’amore sono pieni di lacrime.