Cineplex – via Tosco Romagnola, 235 B – Pontedera (PI) (11/12/2018 h 18.10)

Siamo giunti alla proclamazione dei vincitori, primi classificati nelle categorie dei film più brutti e dei film più pallosi che ho visto nel 2018.

I giochi sembravano conclusi: alcuni film decisamente brutti e alcuni veramente pallosi avevano conquistato i primi posti e sembravano prossimi a contendersi l’ambito premio.

Poi sono andato a vedere “Morto tra una settimana (o ti ridiamo i soldi)” – attratto dal genere, la commedia nera, che mi è sempre piaciuto, un genere nel quale gli inglesi sono maestri.

La black comedy consta di tre parti (come quasi tutti i congegni narrativi: tre parti, non sempre le stesse).

La prima: un elemento macabro, assurdo, unico, s’introduce nella realtà quotidiana.

Nella seconda parte, che occupa quasi tutto il film, lo scontro tra la vita normale e l’elemento estraneo produce reazioni comiche (sorpresa, imbarazzo, paura), tanto più divertenti quanto più banale, abitudinario, convenzionale è il modo di vivere dei protagonisti del film.

Alla fine, poco prima dell’apparizione dei titoli di coda, si torna alla normalità: la nonna si rimette a letto, la bambina si rimette sulla testa il cappuccetto rosso e torna a casa, come se nulla fosse accaduto (le favole hanno spesso la struttura della commedia nera, le stesse tre parti, anche se il macabro è molto più pauroso e l’elemento comico è leggero, infantile); in “Arsenico e vecchi merletti” (regia di Frank Capra) le zie si ricoverano tranquillamente nella casa di cura, Mortimer (Cary Grant) può godersi il matrimonio con la ragazza che ama, contento di avere scoperto la propria estraneità a quella strana famiglia.

La bolla surreale, che ha determinato l’irrompere del macabro nella realtà, alla fine si sgonfia: niente resta in sospeso; potrebbe ripresentarsi, o essere richiamata in un sequel, ma questo è un genere poco adatto alla forma seriale.

Eccezione: “La famiglia Addams”; questa comunità particolare è congegnata in modo così perfetto, al suo interno e nei rapporti con l’esterno, che ogni trasposizione della sua vita (film, serie televisiva, serie animata, fumetti) ha avuto successo.

Conferma: il sequel di “Mary Poppins” che gira attualmente nelle sale trasuda noia addirittura dal trailer; non si riesce a seguire neanche il trailer fino in fondo.

L’originale “Mary Poppins” era una perfetta commedia nera (favola = black comedy più paurosa); a me quella tipa col cappellino, l’ombrellino e il ditino alzato alla Trump ha sempre fatto un po’ paura; sembra una specie di “pifferaio di Hamelin” (che, però, è un horror) al femminile.

La prima e la terza parte devono essere brevi, altrimenti lo spettatore si ammoscia; la parte principale è la seconda, nella quale ci si diverte.

In “Dead in a week …” la premessa è il tentativo di suicidarsi messo in atto ripetutamente da un giovane, senza riuscire a portarlo a termine.

Non che questo giovane abbia pretese particolari a riguardo, ci prova in tutti i modi, ma il suicidio proprio non gli riesce: sembra immortale. Questa constatazione lo getta nello sconforto (un motivo in più per suicidarsi).

Decide di rivolgersi a un assassino professionista che ha conosciuto casualmente nel corso di un tentativo di suicidio e gli ha lasciato il suo biglietto da visita.

Quest’idea di partenza ha girato molto nel cinema; a me viene in mente “Totò all’inferno”, che inizia allo stesso modo.

Totò vuole suicidarsi; la sua maschera, particolarmente squadrata e storta, ha un’espressione triste, desolata.

Sale su un tavolo e si attacca con una corda al lampadario, ma il soffitto cede (stessa scena in “Dead in a week …”).

Si lascia cadere dalla finestra, ma si trova sulle lenzuola che i vicini di casa stanno stendendo di sotto; la caduta è attutita e lui si rialza come se niente fosse, la mascella sempre più storta, un po’ stralunato.

S’infila la canna del gas in bocca, si stende sul letto, sistemandosi come se fosse già cadavere, e attende; inutilmente, perché è iniziato lo sciopero del gas; in “Dead in a week …” una voce registrata avverte che l’erogazione del gas è stata interrotta per morosità.

Se non ricordo male, a questo punto Totò vorrebbe buttarsi in un fiume, ma trova un divieto di suicidio; rinuncia, lanciando moccoli alla sorte avversa, si avvia su un ponticello “sgarrupato”, finisce in acqua e annega.

Si trova in un divertentissimo inferno.

La prima fase, come si è detto, deve durare poco; in “Totò all’inferno” si svolge prima dell’apparizione dei titoli di testa.

Se facesse un altro tentativo di suicidio, avendo capito il meccanismo, ci annoieremmo.

Il comico viene sempre fuori dalla sorpresa, dal non aspettarci ciò che accade.

Se abbiamo già visto il film, che in quel punto ci ha sorpresi la prima volta, sospendiamo il ricordo per provare un’altra volta la sorpresa e il conseguente divertimento.

Io credo di conoscere a memoria, battuta per battuta, diversi film di Totò; non sono il solo.

Eppure mi diverto ogni volta che li vedo, come il bambino che chiede sempre la stessa favola e vuole che sia raccontata allo stesso modo, per ritrovare i momenti in cui il racconto lo ha sorpreso.

La parte più divertente è lo scontro, che occupa quasi tutto il film, tra il comportamento normale, come se fosse vivo, di Totò e le regole dell’inferno e dei suoi abitanti; le sue reazioni di sorpresa, imbarazzo, paura, i suoi tentativi di accomodamento a una realtà inaspettata generano comicità.

Un altro effetto comico è esattamente opposto: il ritrovamento all’inferno di parti della vita del protagonista, elementi normali della realtà che si comportano come se non si fosse verificata l’irruzione del surreale.

Per esempio l’incontro con il vecchio amico, interpretato da Dante Maggio (questo nome apre il cuore: Dante Maggio, Beniamino Maggio, Pupella Maggio, Rosalia Maggio, sono nomi scolpiti nella memoria di chi è cresciuto nell’ambiente culturale, teatrale e cinematografico, napoletano).

L’amico, morto prima di lui, si comporta come se fosse ancora vivo: parla dei contrasti tra “dannati del nord” e “dannati del sud”, racconta di essersi “arrangiato”, da buon napoletano, di essersi “sistemato” all’inferno, mettendo su una piccola attività commerciale, una “bancarella” di dolciumi.

Il paradosso, se è svolto con coerenza ed è basato su un solo elemento, risulta comico. Se l’amico di Totò facesse lo stesso racconto da vivo, il suo discorso risulterebbe banale e, dopo un po’, annoierebbe. Lo stesso discorso, con le stesse parole, all’inferno fa ridere perché, mentre parla, pensiamo all’assurdità della situazione.

Se si inserissero altri elementi surreali, se il discorso divenisse ancora di più fuori luogo e fuori tempo, la comicità svanirebbe.

C’è un sottile equilibrio da rispettare; i comici napoletani, non solo loro, tutti i comici provenienti dalla strada, avevano questo equilibrio nel sangue.

La commedia dell’arte era abituata a far intervenire sulla scena le maschere, personaggi che si muovevano tra realtà e fantasia; Pulcinella Cetrulo, che andava in giro con una maschera attaccata al volto, era già, di per sé l’irruzione del surreale nella vita normale.

Per variare c’è una fuga di Totò dall’inferno, con approdo in un gruppo di intellettuali esistenzialisti e presa in giro esilarante dell’autore di un Picassó, il quadro particolarmente astratto di un pittore che s’ispira a Picasso.

Alla fine, la situazione viene ricondotta alla normalità, trasformando tutto ciò che è avvenuto in un sogno.

Questo per dire che anche noi, intendo dire noi italiani, noi napoletani (in realtà il regista, Camillo Mastrocinque, era romano), sapevamo fare black comedy, anche se non le chiamavamo così.

Per aiutare gli spettatori a non perdere il filo, le scene che si svolgono all’inferno sono a colori, con alta saturazione (rossi molto rossi), le scene fuori dell’inferno sono in bianco e nero; una scelta pratica diventa elemento caratterizzante l’estetica di un’opera d’arte (qui siamo nell’arte cinematografica ai più alti livelli).

Quest’anno è uscito “Metti la nonna nel freezer”, regia di Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi, una commedia nera abbastanza divertente (commento 29/03/2018).

In “Dead in a week …” la prima fase si confonde con la seconda e dura tutto il film: non c’è un momento di normalità, un vero scontro tra assurdo e normale, tra macabro e quotidiano; esiste solo l’assurdo: la vita quotidiana dei protagonisti contiene regole assurde, ma è anche noiosa, priva di inventiva.

Se fosse assurda ma esilarante, ci divertiremmo ugualmente; mancando il confronto-scontro caratteristico della seconda fase, viene meno l’elemento comico.

L’assassino di professione si comporta come se esistesse veramente questa professione riconosciuta, con tanto di punti premio, aumenti di stipendio e la pensione, alla quale il protagonista non vuole arrendersi, per godersi il meritato riposo dopo una vita di faticosi omicidi.

È assurdo lui, è assurdo il mondo che lo circonda: la moglie, il suo datore di lavoro, tutti quelli che non si meravigliano della sua attività, che pubblicizza addirittura con un biglietto da visita, evidentemente non temendo di dare alla polizia un mezzo spiccio per raggiungerlo.

Siamo nell’eccesso del paradosso: manca l’equilibrio di cui si diceva prima.

È come se, in “Arsenico e vecchi merletti”, Mortimer, la sua ragazza, i poliziotti, considerassero normale l’attività omicida delle zie: finirebbe la sorpresa, l’imbarazzo, la paura, finirebbe il divertimento.

Tutti fingono di credere ai discorsi folli di Teddy “Roosevelt”, lo zio che suona la tromba, solo perché gli vogliono bene, non perché ritengono reali le sue immaginazioni.

Invece, in “Dead in a week …” c’è un mondo capovolto, in cui il macabro è normale, dunque non siamo più in una commedia nera, siamo in un film horror, ma allora i personaggi dovrebbero fare cose orribili, non uno stupido duello, con le pistole puntate sotto il tavolo a minacciare gli organi riproduttivi dei due contendenti.

Non fa ridere, non è un “film de paura” (come diceva Corrado Guzzanti) … che cos’è?

È, semplicemente, un film brutto e noioso.

Eppure, come si è detto all’inizio, gli inglesi erano maestri in questo genere di comicità.

La tradizionale flemma britannica in passato si sposava benissimo con l’humor nero, si scontrava comicamente con il macabro; attualmente lo scontro avviene con la realtà drammatica determinata dalla Brexit (scrivo nel mese di dicembre del 2018).

Il cinema non può inventare un personaggio da commedia nera più nero e assurdo di Theresa May, l’attuale primo ministro britannico; gli inglesi, per loro fortuna, non hanno il problema che assilla alcuni che non hanno altro di meglio a cui pensare: dicono prime minister per tutti, maschio o femmina, e non stanno a rompere le scatole al prossimo (se, per essere politicamente corretto, scrivo “prima ministra britannica”, qualcuno può rilevare la contraddizione tra “attuale” e “prima” o chiedersi: se prima era ministra britannica, attualmente che cos’è?).

Alcuni atteggiamenti di Theresa May, le sue risate convulse, le smorfie, le mossettine isteriche quando si scatena in un ballo improvvisato o polemizza con i giornalisti, entrerebbero benissimo in una commedia nera che potrebbe intitolarsi “La svitata nella tempesta” (la storia di una che per caso, per sortilegio, si è trovata a fronteggiare una tempesta e finge di avere la situazione sotto controllo).

La prima fase della black comedy di cui è protagonista Theresa May – la premessa assurda inventata da alcuni contaballe del calibro di Farage, premessa assurda che il popolo britannico si è bevuta come fosse un boccale di birra – è l’idea che al giorno d’oggi una nazione possa organizzarsi come faceva nell’ottocento, sfruttando la propria insularità per isolarsi dal resto del pianeta.

In questo momento non si sa come gli inglesi potranno arrivare alla terza fase, cioè ricondurre alla normalità la situazione che loro stessi hanno creato; intanto fanno ridere il mondo (c’è chi vorrebbe rifare il referendum per dire: abbiamo sbagliato, non avevamo capito bene).

In conclusione, il film “Dead in a week: or your money back” non fa ridere, è veramente brutto e annoia dall’inizio alla fine.

Si guadagna il titolo di film più brutto e più palloso fra quelli che ho visto nel 2018.

I premi al vincitore di entrambi i titoli saranno consegnati nel corso di una cerimonia a cui parteciperanno autorità, giornalisti, opinionisti, «migliaia di persone, tutte a piangere, e corone, telegrammi, bande, bandiere, puttane, militari …» (da “Amici miei”, regia di Mario Monicelli).