Cinema Odeon – piazza degli Strozzi – Firenze (4 gennaio 2019 h 16.00)

Anno nuovo. Scavalcate le feste, ricomincio ad andare al cinema, nella mia sala preferita.

Uno dei film più belli visti l’anno scorso è stato “Roma”, del messicano Alfonso Cuarón.

Vado a vedere un altro film in bianco e nero: “Cold War”, del polacco Pavel Pawlikowski.

Questa ripresa del bianco e nero è un buon segno, perché con il colore è più facile mascherare la mancanza di idee.

Il colore distrae; un “Sono tornato” (Luca Miniero, 05/02/2018), un cinepanettone, un boldidesica, in bianco e nero si rivelerebbero subito per quello che sono: film banali, pesanti, mediocri.

Ha voglia Marco Giusti a dire che sono stracult! Saranno pure stracult – in bianco e nero salterebbe agli occhi ciò che realmente sono: stronzate.

In “Roma” la fotografia era pastosa, plastica, le immagini sembravano veramente degli anni settanta; in “Cold War” c’è minore profondità di campo, le immagini sono più sfuggenti, com’era sfuggente la situazione di quelle popolazioni che, dopo la tragedia del nazifascismo, si erano trovate dalla parte sbagliata della “cortina di ferro”.

Questo era capitato agli ungheresi, che, dopo alcuni anni, nel 1956, tentarono inutilmente di ribellarsi con una rivoluzione democratica repressa nel sangue, abbandonati dai “paesi fratelli” e dai partiti comunisti occidentali (anch’essi “fratelli”).

Era capitato ai polacchi, invasi dai nazisti e dai sovietici nel 1939, passati – dopo la fine della guerra – da una dittatura ad un’altra, da un’oppressione ad un’altra, da un regime che proclamava la superiorità della razza ariana (pura invenzione) a un regime che pretendeva l’annullamento dell’individuo in favore di un’astratta categoria: la classe operaia, che, perso ogni connotato “scientifico”, era identificata con il mitico “popolo”.

Naturalmente, il popolo doveva essere educato e, all’occorrenza, bastonato a dovere.

Gli educatori erano i più solerti, ignoranti e prepotenti gerarchi: si intromettevano in ogni aspetto della vita, non trascurando neanche le canzoni popolari, a quei tempi esaltate (soprattutto in occidente) come arte sublime, opposta all’arte borghese.

Da noi Dario Fo era il cantore dell’arte popolare e faceva vere e proprie lezioni, nel corso dei suoi spettacoli; utilizzava un linguaggio, il grammelot, molto divertente, inventato da lui, che attribuiva agli antichi giullari e ai cantastorie, a sostegno della tesi dell’origine popolare del teatro.

Mentre da noi molti artisti pensavano di preparare la rivoluzione ricercando le canzoni popolari (solitamente musiche molto semplici accompagnate da testi ripetitivi), nei paesi comunisti i solerti funzionari eliminavano dai testi ogni riferimento all’amore (borghese), al sesso (vade retro), alla paura della morte (la religione) e imponevano stupide esaltazioni del brutale “baffo di acciaio”, Giuseppe Stalin.

Gli artisti dovevano subire; gli intellettuali dovevano smettere di pensare, piegarsi ad una rozza semplificazione della realtà umana.

“Cold War” si potrebbe raccontare come una metafora (il destino tragico della Polonia), ma non credo fosse questa l’intenzione del regista: la metafora è negli occhi di chi guarda, raramente in quelli dell’artista; non credo che un regista si sieda a tavolino con lo sceneggiatore e dica: oggi facciamo una bella metafora, che ne dici?

Si potrebbe raccontare come una storia romantica, una storia d’amore.

Io non l’ho visto così: ho visto una bella donna, sensuale, sicura di sé, forte, capace di opporsi al padre stupratore, ma anche capace di rovinare un musicista talentuoso che per lei ha perso la testa.

Dopo varie esitazioni e cedimenti all’ideologia imperante, il musicista trova il coraggio di fare la scelta giusta: approfitta di un viaggio a Berlino Est con la compagnia di canti e balli popolari che dirige, per scappare (non c’era ancora il muro) dalla Polonia dominata dai comunisti e rifugiarsi nel mondo libero.

In quella situazione non c’era altra possibilità per un artista che volesse salvaguardare la propria libertà di espressione.

Raggiunge Parigi che, negli anni cinquanta, era un covo di artisti e intellettuali felicemente decadenti provenienti da ogni parte del mondo libero o fuggiti dai paesi oppressi dalle dittature militari di destra e di sinistra; di sera e di notte suona il jazz in un locale della capitale francese, l’Eclipse, con altri musicisti, la maggior parte di colore, in una nuvola di fumo.

La sua donna è rimasta in Polonia.

Siamo in piena guerra fredda (cold war); i contatti con chi ha avuto paura di rischiare il cambiamento sono difficili, quasi impossibili.

La ragazza che lo ha fatto aspettare per ore al confine tra Berlino Est e Ovest e ha preferito restare dall’altra parte, dove un piccolo, ottuso, burocrate di partito le ha messo gli occhi addosso, è sempre nei suoi sogni.

Uno stato cuscinetto, la ex Jugoslavia di Tito, che rivendicava una posizione autonoma dai sovietici nei rapporti con l’esterno (compensata da un ferreo sistema poliziesco interno), consente scambi, incontri saltuari, sotto il rigido controllo dei servizi segreti.

È molto pericoloso conservare il legame con la patria d’origine (disperatamente amata) e con la ragazza che, dice il musicista dopo uno degli incontri fugaci, «è la donna della mia vita».

Lei, dopo alcuni anni (lo scorrere del tempo è indicato con precisione sullo schermo), sposa un siciliano; il matrimonio le consente di attraversare la cortina di ferro e di raggiungere il musicista a Parigi; canta nel locale Eclipse, dove lui suona il pianoforte.

Sono canzoni che cercherò di risentire: Joanna Kulig, l’attrice che interpreta la parte di Zula, la ragazza del film, ha una splendida voce. 

Ma Zula non riesce ad inserirsi nel nuovo ambiente, è a disagio fra gli intellettuali decadenti, è gelosa della poetessa, ex amante del musicista, non le piacciono i suoi versi, non capisce le sue metafore, è abituata ad un altro modo di esprimersi; nel mondo comunista non stava male, era una privilegiata: cantava, ballava, era cercata da tutti.

Faceva la spia, ma questa non era un’eccezione: nei paesi comunisti la gente era indotta a spiarsi a vicenda, ognuno aveva la possibilità di rovinare il vicino di casa che gli stava sullo stomaco.

Zula torna in Polonia.

Il disgraziato pianista la segue, si caccia in un imbroglio e finisce in un campo di detenzione e “rieducazione”; perde l’abilità delle dita che gli consentiva di fare la cosa più bella avuta in dono dalla vita: suonare il pianoforte.

Lei lo ritrova e usa il suo fascino per liberarlo dall’inferno dell’istituto di detenzione.

Cosicché, alla fine, dopo essersi lasciati e ripresi più volte (“Le tourbillon de la vie”, Jeanne Moreau) rimangono insieme, lui fortemente invecchiato, lei cantante in un gruppetto che intrattiene la gente, disgustata al punto da vomitare, per l’alcol che beve e la vita che ha scelto.

A proposito: quanto bevono questi polacchi (i personaggi del film), e quanto fumano!

Decidono di sposarsi, a modo loro, con un rito intimo, personale, davanti a un’immagine di Cristo sul muro scrostato di una chiesa abbandonata, un’immagine di cui è rimasto poco più degli occhi; si siedono su una panca all’aperto a riflettere, si spostano da una parte dove «la visuale è migliore», il film finisce.

Prima dei titoli di coda, la dedica ai genitori del regista; così sappiamo che l’autore del film ci ha raccontato la storia d’amore, turbolenta, intrecciata con gli avvenimenti della guerra fredda, dei suoi genitori.

Mi domando (nasce spontanea la domanda, diceva il mitico Lubrano): si può raccontare in un film la storia d’amore dei propri genitori, rappresentando anche i loro rapporti sessuali?

Evidentemente si può: il regista l’ha fatto.

Si può mettere in bocca all’attrice che interpreta la propria madre la seguente battuta, rivolta all’attore che interpreta il proprio padre: «l’altro mi ha scopata sei volte in una notte, non come te, artista polacco in esilio»? (Riporto la battuta come la ricordo, in modo approssimativo, ma il senso è quello).

Insomma: si può far pronunciare alla propria madre (nel film) una battuta cattiva riferita alla potenza sessuale del proprio padre (nel film)?

Evidentemente si può: il regista l’ha fatto.

Io sono all’antica, pieno di tabù (una volta si chiamavano pudore), complessato e inibito, geloso dei miei tabù (o del mio pudore): non riuscirei ad accostare in un discorso la parola sesso e la parola genitori (i miei); mi imbarazza addirittura avere messo le due parole nella stessa riga.

Pawel Pawlikowski, premio Oscar 2015 per “Ida”, evidentemente non condivide questi tabù.

Il film è bello, anche se gli manca qualcosa, non ho capito cosa.

Mi riferisco alla trama, non certo al colore, di cui non c’è bisogno; anzi, mi sembra che noi distinguiamo meglio le forme, le vediamo meglio, al cinema o in fotografia, se sono in bianco e nero.

Dunque: we are black-&-white people.

Fuori del cinema Odeon, a due passi: il Duomo, il Campanile di Giotto, il “mio bel San Giovanni”, dove riposare gli occhi, stupiti da tanta bellezza, passeggiando di sera nella città, intirizzita dal freddo di gennaio.