13 gennaio 2019 h 17.30

Cinema Principe Firenze – viale Giacomo Matteotti

Negli ultimi tempi si nota una tendenza delle ombre a ribellarsi.

Prima erano portate ad esempio di fedeltà e di obbedienza; si diceva: «ti segue come un’ombra».

Ora non più.

L’ombra della foto ha deciso di mettere un copricapo per ripararsi dal sole, mentre quello che dovrebbe essere il proprietario dell’ombra, impegnato a catturare immagini con la macchina fotografica, non ci ha pensato.

È una ribellione. Forse, guardando con attenzione, si nota anche uno sguardo – è difficile individuare uno sguardo in un’ombra, ma qualcosa s’intravede – ironico, come se pensasse: «Con questo caldo, anziché ripararti dal sole, sempre lì a “catturare immagini”: un’espressione ridicola, ampollosa; ti paragoni a un cacciatore che non uccide le prede, le cattura, le mette in un hard disk e le dimentica».

Per fortuna le ombre non hanno voce.

Prima o poi vedremo un’ombra abbandonare il proprietario, autonomamente dissociarsi da una scelta che non condivide.

Lette le anticipazioni sulla trama, visto il trailer, Vice – L’uomo nell’ombra, mi attirava poco, quasi nulla.

Mi annoia seguire le trame dei politici corrotti che cospirano contro la democrazia; mi stufa l’indignazione a comando davanti a uno schermo cinematografico; si esaurisce presto: il tempo di rimettersi il cappotto, d’inverno, sollevandolo dalla poltrona accanto, a volte andare in bagno, uscire dalla sala.

L’aria frizzante della sera invernale, ma anche l’aria calda estiva, o primaverile, o autunnale, fa dimenticare l’indignazione, l’impegno e i fieri propositi.

Vado al cinema sperando di poter vivere una (piccola o grande non importa) esperienza emotiva, anche solo per farmi quattro risate, non per dovere, né per recitare la parte del bravo cittadino politicamente impegnato.

Che palle i film di Michael Moore!

Michael Moore, il regista che infila direttamente ed esplicitamente nei film le sue interpretazioni politiche degli avvenimenti, interpretazioni spesso condivisibili, per esempio riguardo alla vendita delle armi negli Stati Uniti, ma non adatte al cinema, nel quale il discorso ha una sola direzione e non deve diventare una predica.

Qualche anno fa è uscito un film, diffuso soprattutto attraverso i DVD, che denunciava l’uso televisivo del corpo femminile nell’era berlusconiana.

Nonostante condividessi il contenuto del DVD, non riuscii a seguirlo fino in fondo (quando mi annoio mi capita di distrarmi in continuazione e qualche volta di appisolarmi dolcemente).

Era una predica ai convertiti: i convertiti trovano la conferma di ciò che pensano, gli altri affermano che si tratta di manipolazioni; la cosa finisce lì: nessuno si sposta di un millimetro dalla posizione che aveva prima di vedere il film.

Nel commento a Blackkklansman, di Spike Lee, ho scritto che preferisco Fa’ la cosa giusta, dello stesso autore, perché in quel film lascia l’impegno sullo sfondo e si diverte a raccontare, a descrivere, a prendere in giro anche i suoi (i neri seduti in strada, appoggiati al muro a perdere tempo), a farci sentire la litania di parolacce razziste che i ragazzi bianchi, neri e variamente colorati si scambiano allegramente prima della tragedia.

Probabilmente non avrei visto Vice: si annunciava troppo simile ai film di denuncia per piacermi.

Poi G. mi ha raccontato il modo originale di trattare la sequenza temporale degli avvenimenti (va avanti e indietro nel tempo, quando sembra che sia finito ricomincia) e mi ha incuriosito.

Se un film mi attira, vado dovunque; se penso che non possa piacermi, per andare a vederlo devo avere voglia di fare due passi nella zona dove si trova il cinema: mi deve piacere il posto.

Vice – L’uomo nell’ombra è in programmazione al cinema Principe, in viale Giacomo Matteotti, a un tiro di schioppo da piazza Libertà; l’espressione “tiro di schioppo” mi fa pensare a quando, per indicare le distanze, si faceva riferimento alla possibilità di ammazzare qualcuno con una fucilata; per essere sicuro di usare l’espressione giusta, ho verificato che sarebbe possibile, da piazza Libertà, colpire con una schioppettata qualcuno in attesa davanti al cinema; ci vorrebbe buona vista e si dovrebbero scansare le macchine.

Purtroppo, non avendo a disposizione uno schioppo, non posso portare la controprova.

In Toscana ho sempre lavorato e abitato in provincia, mai in città, ma tanti anni fa – tanti da poterli contare sulla punta delle dita delle mani e dei piedi, ammesso di voler soddisfare questo bizzarro desiderio, solo chiedendo ad altre tre persone di mettere a disposizione le proprie estremità per completare il conto, che così diventerebbe estremamente laborioso, ma affascinante nella sua inutilità – avevo una padrona di casa, una signora ottantenne, sola, che d’estate abitava in campagna, d’inverno riparava in un appartamento fornito di riscaldamento, in via Madonna della Tosse (in fondo alla strada l’antica chiesetta omonima), una traversa di piazza Libertà, dunque non lontano dal cinema Principe.

In seguito, finché è stata tra i viventi (è morta tanti anni fa, tanti da poterli contare … ecc ecc; questa volta basterebbero le estremità di altre due persone), anche quando mi sono trasferito da un’altra parte, ogni tanto andavo a salutarla a casa sua.

Mi piaceva fare il percorso a piedi dalla stazione fino a quella zona di Firenze che nell’Ottocento era campagna, poi era diventata periferia, poi centro pulsante, collegato al centro storico dai grandi viali, esternamente, e, all’interno, da qualche antica via che cambia gradualmente fisionomia in funzione della presenza dei turisti. 

Una volta la signora Olga, la mia padrona di casa, mi aprì la porta (il citofono non funzionava in quel vecchio appartamento; si suonava il campanello e, dopo un po’, il portoncino esterno, sulla strada, veniva aperto a fiducia), la richiuse, aspettò un minuto e la riaprì, facendomi entrare.

Mentre mi accoglieva con frasi gentili, mi invitava ad accomodarmi e mi preparava un caffè, ripetendo ogni volta: «spero le piaccia, anche se non è un caffè napoletano», mi domandavo che cosa fosse avvenuto in quel momento di pausa, dietro la porta chiusa.

Nella mia testa si era creata una suspence, come in un film di Hitchcock (un po’ vera, un po’ per gioco).

Gli elementi c’erano tutti: la vecchia signora sola; l’antico palazzo (I due aggettivi si possono invertire), abitato in prevalenza da anziani autosufficienti (le badanti erano rare, chi non ce la faceva era trasferito nelle case di cura e preparazione al riposo eterno); incuriositi dal rumore dei passi sulle scale, i coinquilini appoggiano l’occhio allo spioncino, non vedono un tubo, anche perché sono miopi, aprono un pochino la porta lasciando attaccata la catenina che limita l’apertura (non si sa mai) o si sporgono dalla tromba delle scale, se abitano al piano superiore; il ricordo di un rumore sordo, mentre salivo fino al quinto piano (non mi fido dei vecchi ascensori).

Che rumore? Mi avrebbe chiesto il commissario. Non saprei. Un rumore sordo. Possibile che quando riferite di un rumore non potete fare a meno di dire che era sordo? (Il commissario ha cominciato ad alterarsi). Incredibile! Un solo aggettivo per descrivere il rumore, per giunta copiato dai film polizieschi. (Sempre più alterato). Quanto è durato questo rumore? Non ricordo. Non saprebbe, non ricorda. Ma che mi racconta? Io intanto l’arresto per occultamento di cadavere. Non c’è nessun cadavere! Appunto. Confessi. Dove l’ha nascosto?

Il thriller cominciava ad articolarsi (una trappola architettata dai nipoti della signora Olga che non si facevano mai vedere ed erano in probabile attesa di un’eredità) quando un leggerissimo filo di saliva, appena visibile sotto al labbro inferiore, mi rivelò il mistero: aveva messo la dentiera. In un attimo ero passato da Hitchcock alla commedia all’italiana (si dovrebbe trovare una spiegazione divertente per il rumore sordo).

Il caffè era sciacquariellə, come si dice a Napoli (leggero), ma le tazzine, i cucchiaini, i piattini, la zuccheriera … una delizia; facevano pensare che è veramente esistito un mondo in cui anche per la gente comune la qualità contava più della quantità: la famiglia della signora Olga apparteneva alla piccola borghesia, lei aveva lavorato in un ufficio da qualche parte. C’era stato un tempo in cui la gente voleva bersi il caffè, anche se sciacquariellə, ammirando la bellezza; un tempo in cui la Richard Ginori era italiana e prosperava (ora appartiene al gruppo Gucci, a sua volta controllato da una società francese; non so quanti dipendenti abbia) e sul viale Apua (prima di Pietrasanta) c’era un grande stabilimento, ora abbandonato, invaso dalla sterpaglia (lo guardo con tristezza ogni volta che ci passò vicino, nelle mie camminate estive).

Torniamo al film.

Sponsorizzato da G., il personaggio misterioso, di cui non rivelerò il nome neanche sotto tortura: ne va della sicurezza dello stato! (si fa per dire, potrei anche cedere alle insistenze; non ci sarebbe bisogno di ricorrere alla tortura).

I gusti di G., in fatto di film e di libri, non sempre coincidono con i miei; infatti, conscio della responsabilità, dopo le prime espressioni di entusiasmo, si era improvvisamente raffreddato e mi aveva avvertito: «a me il film è piaciuto, a te potrebbe anche non piacere; se hai tempo va a vederlo»; ripeteva «se hai tempo», come se si fosse pentito di avere raccomandato un film con la certezza di esporsi all’elenco dettagliato delle mie critiche, subdolamente estese a tutti gli spettatori che non le avessero condivise in anticipo, fra i quali, evidentemente, c’era anche lui, di cui non rivelerò il nome, a meno di cortesi insistenze.

Il mio non gradimento del film, ampiamente prevedibile, si è puntualmente verificato, ma ne parleremo in conclusione del commento, se mai ci arriveremo.

Mi andava di fare una bella passeggiata lungo via Cavour (dalla stazione, San Lorenzo fino a piazza Libertà) e il ritorno per via San Gallo, per cambiare; difficilmente al ritorno percorro all’inverso la strada dell’andata; è un’altra delle mie fissazioni; a volte faccio giri lunghissimi per evitare di rifare la stessa strada; lo scrivo nel caso qualcuno, vedendomi all’andata, decidesse di aspettare per incontrarmi di nuovo: perderebbe il proprio tempo.

Via San Gallo mi ha da subito – dal nostro primo incontro: un vero colpo di fulmine, un amore a prima vista, certamente ricambiato – ricordato certe strade di Napoli intorno all’Università Federico II, per via dei negozietti, le pizzerie, le librerie, il selciato sconnesso, le facciate altissime delle case, coperte, ai vari piani, da una selva di persiane che proteggono finestre da cui, ogni tanto, spuntano la testa, le spalle e parte delle braccia di una signora affacciata (sempre la stessa), interrotte, le case, da imponenti edifici, come quello occupato da un dipartimento dell’Università di Firenze, o, accanto al liceo artistico, la chiesa di San Giovannino, credo chiusa, ingentilita, nella parte alta, da eleganti ghirigori con esatta simmetria bilaterale e, al centro, la croce dei Cavalieri di Malta.

Mi piace che, in questa via, qualunque studio tecnico, dentistico, di medicina generale, di consulenza fiscale, si chiami Studio San Gallo, che la caffetteria si chiami Il posticino di via San Gallo, che una bella libreria si chiami anch’essa San Gallo, come a rivendicare un’identità, un’appartenenza di cui si è orgogliosi. Ci si aspetta che i residenti in questa via, parlando di sé, anche lontano da Firenze, dicano: «Sono fiorentino, sì, di via San Gallo».

Questa antica via è cambiata poco nel tempo: posso testimoniare da quando la conosco; forse, mi piace immaginare, così la vedeva, naturalmente senza macchine in sosta, Giuseppe Giusti, quando dal paesello (Monsummano, in provincia di Pistoia), si trasferì a Firenze per studiare; nelle sue lettere molti accenni alla vita goliardica condotta insieme ad altri scapestrati, occupandosi svogliatamente di studi giuridici, secondo il volere paterno (i padri di una volta, convinti di dover decidere il destino dei figli!).

Così la vedeva Aldo Palazzeschi, che parla di queste strade (non solo) e dei personaggi che vi abitavano, nel libro, secondo me, più bello, anche più di Sorelle Materassi, un libro che non mi stanco di rileggere ogni tanto: Stampe dell’800.

Così la vedeva in gioventù la signora Olga, la mia padrona di casa (mi piace molto quest’espressione), che mi raccontava, con la bella parlata fiorentina, episodi della sua vita in tutto e per tutto simili a quelli che zia Tanina (contrazione di Gaetanina), sorella di mia nonna, mi raccontava nell’infanzia con la bella parlata napoletana.

Zia Tanina iniziava ogni racconto con «Pə tə fa capàcə a t

Il simbolo ə designa la vocale centrale media caratteristica del napoletano, come nelle parole sdrucciole  “mammətə” = tua madre  “sorətə” = tua sorella.

L’espressione «Pə tə fa capàcə a te» si può tradurre «Per renderti edotto, farti capire bene e convincerti di ciò che sto per dire», più qualche altra sfumatura di significato veicolata dallo sguardo, dalla piega delle labbra, dalla postura, in funzione del tipo di evento – drammatico, luttuoso, nostalgico, allegro – che si accingeva a raccontare.

Tutto introdotto e riassunto da «Pə tə fa capàcə a te».

Il rafforzativo (“Pə tə fa” = per farti; “a te”) non è un errore di grammatica (in italiano sarebbe un errore, un’inutile ripetizione) perché serve a concentrare l’attenzione di chi ascolta («bada che sto parlando proprio con te»).

Quando si era assicurata, guardandomi negli occhi, la mia disponibilità a rendermi “capace” – non nel senso italiano del termine, nel senso napoletano, che implica un atto della volontà, implica attenzione, rispetto, disponibilità ad accettare la comunicazione e la realtà di ciò che viene detto (come nell’espressione “fattə capàcə” = renditi conto, convinciti) – cominciava a raccontare.

Da persona intelligente, anche se semplice, forse intelligente perché semplice, innanzitutto sgombrava le vie di comunicazione (immagino come avrebbe reagito ora che alcuni ragazzi ascoltano gli adulti tenendo le cuffie sulle orecchie, le dita sulla tastiera, gli occhi sullo schermo).

La signora Olga, alle mie domande, rispondeva: «Cosa vuole che le dica, gli è passato tanto di quel tempo!»; un po’ esitava, si scherniva, sembrava non voler rivangare cose morte e sepolte; poi cominciava a raccontare e, era evidente, si divertiva a far rivivere il passato, usando con disinvoltura vocaboli che, fino ad allora, avevo trovato solo nei libri: “impiantito”, “popóne”, “codesto”, “mézzo” = bagnato, umido; dove l’ho letto?

Inferno, Canto VII (127 – 130)

« Così girammo de la lorda pozza

grand’arco tra la ripa secca e ‘l mézzo

con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.

Venimmo al piè d’una torre al da sezzo. »

La rima insegna la giusta pronuncia della doppia zeta: /mezzɔ/ (zeta sorda).

In sostanza erano gli stessi racconti di zia Tanina.

La gioventù spensierata e ingenua, i corteggiamenti, la vita prima della guerra, la guerra, i bombardamenti, la paura, gli affetti antichi, quei padri che sembravano monumenti, a cui i figli davano il voi, quelle madri che morivano troppo presto, prima di incanutirsi e di ammalarsi di Alzheimer, lasciando un vuoto colmato dalle immagini della Madonna, nelle chiese e su tutti i tavolini, i comodini, gli armadietti della casa, con i cassetti pieni di figurine, corone del Rosario, librettini con le preghiere specifiche, come le prescrizioni mediche, per ogni evento della vita, per ogni grazia da chiedere o disgrazia temuta.

Se poi la grazia si faceva attendere, subentrava la rassegnazione, l’accettazione della “volontà di Dio”, una medicina che ha perso la sua efficacia da quando abbiamo acquisito la convinzione di essere artefici del nostro destino.

A parte qualche dettaglio, qualche particolarità di stile, il paesaggio e il clima diversi, tra la periferia della città (Firenze) e il paesone agricolo (una diecina di chilometri da Napoli) non c’era grande differenza: la piccola borghesia viveva allo stesso modo, ancorata ai valori – dignità, rispetto – che neanche un’alleanza assurda (che cosa avevamo in comune con le bestie naziste?) e una guerra feroce riuscirono a intaccare.

Al tentativo di farci diventare “popolo di guerrieri” reagiva l’arguzia, lo scetticismo della piccola borghesia: i ricchi alto borghesi, sommersi dai vizi – i nobili, fatui e inconsistenti – i proletari, in perenne attesa di una rivoluzione perennemente rimandata – i sottoproletari, disposti a dare manforte a qualunque potere, furono facilmente infinocchiati; la piccola borghesia subì, come si subisce un terremoto, conservando i suoi valori.

Per questo mi piaceva andare, ogni tanto, a fare visita alla signora Olga, per respirare un po’, attraverso i suoi racconti, quell’aria che non avevo respirato da bambino – ma avevo respirato un’aria assai simile, ascoltando la voce di zia Tanina – e avevo immaginato leggendo Palazzeschi, Tozzi, ecc.

I libri, come i film, quando sono buoni, hanno questa magia: moltiplicano i ricordi delle esperienze che hai vissuto (alcune nella vita reale, altre nell’immaginazione) – quando sono buoni, come diceva Eduardo del caffè: quando è buono ti fa iniziare bene la giornata, e aggiungeva, dopo una pausa, guardando fisso Pupella Maggio: «Chést’è na ciofèca».

Vediamo se Vice – l’uomo nell’ombra è buono o è na ciofèca.

Il film inizia con una dichiarazione che a me dà fastidio: la storia raccontata è vera.

Stessa dichiarazione iniziale in BlacKKKlansman di Spike Lee; stesso fastidio.

Perché partire ricattandoci? Lascia decidere a noi, a ciascuno di noi, se siamo disposti a ritenere vero il tuo racconto. Ognuno ha diritto alla sua verità, la mia non è uguale a quella di un altro, ogni “fatto” può essere avvenuto in mille altri modi diversi, i fatti possono essersi concatenati in un milione di modi diversi da come tu li presenti.

Stai facendo solo un film, non una nuova religione, è inutile che mi presenti un credo da sottoscrivere a fiducia. Io non ho fede in cose molto più affidabili di un film; figuriamoci se mi fido di Adam McKay.

Poi il regista ci ripensa, e parte un’altra scritta: la storia è quasi vera, è quasi tutta vera, forse è vera, è una somma di invenzioni, è più falsa della capigliatura di Berlusconi.

Non ricordo esattamente quale delle affermazioni precedenti sia riportata nella seconda nota, anche se tendo ad escludere l’ultima (se vogliono scherzare sui capelli, gli americani preferiscono quelli di Trump).

Qualunque sia la seconda nota, è inutile; sappiamo bene che i film non raccontano mai fatti veri, nella comune accezione del termine, ma sempre, solo, fatti riprodotti, falsificati, raccontati dal punto di vista del regista, del produttore, dello sceneggiatore, del fotografo, del costumista, dell’attore o dell’attrice, delle comparse, della sala, della poltrona su cui sono seduto (per la cronaca: fila L, posto 13, nel caso qualcuno volesse confrontare le verità recepite dai singoli spettatori).

Un film è sempre un racconto fantastico che eventualmente può partire da un fatto reale, non è un fatto reale.

L’unica cosa vera che possiamo ricavare da un film, se è fatto bene (se è buono, come il caffè di Eduardo) è la percezione di un ambiente, di un modo di vivere.

Questo film è fatto bene, per cui ne usciamo con alcune informazioni su come si vive alla Casa Bianca e nello stretto entourage del Commander in Chief: il Presidente degli Stati Uniti d’America.

Supponiamo che, fermo restando l’arbitrarietà dei fatti raccontati (da sottoporre a verifica), l’ambiente descritto, i personaggi siano cuciti su quelli veri (è la cosa più semplice da fare e pare che, in questo caso, sia abbastanza riuscita).

Come vive questa gente che s’illude di comandare il mondo e riesce solo a distruggerlo?

In particolare: come mangia?

Malissimo, mangia malissimo.

A un certo punto Bush junior rosicchia delle costatine di maiale o coscette di pollo, in un modo così disgustoso da far diventare vegetariano anche un macellaio.

Rosicchia e parla, parla e rosicchia (Bush senior e Barbara non gli hanno insegnato che non si parla con la bocca piena), alla fine si lecca le dita: disgusting!

Possibile che la scena rifletta il comportamento del vero Bush?

Speriamo di no.

Anche Dick Cheney, che sfoggia un panzone da far paura, mangia i croissant alla crema e parla con la bocca piena; anche lui si lecca le dita: che schifo!

Possibile che i destini del mondo fossero, siano, nelle mani di gente così disgustosa!?

Quei letti!

Cuscini altissimi, testa piegata in modo innaturale: per forza poi gli vengono gli infarti; subiscono trapianti di cuore con la stessa facilità con cui la mia padrona di casa metteva la dentiera: chiudono la porta, i medici affondano le mani guantate e insanguinate dentro di loro, aprono la porta e il gioco è fatto; c’è sempre un cuore palpitante pronto per tirare avanti la loro carcassa ancora per qualche anno.

La moglie di Cheney!

Ma come viveva!? quanto pensava di poter vivere attaccata al potere come una cozza allo scoglio!?

Che se ne faceva del potere!?

Quel Cheney!

La testa sempre piegata (dipende anche dai cuscini), scodinzola dietro alla moglie, dietro al Segretario della Difesa, una specie di gangster sghignazzante, fino a quando trova un presidente più ex alcolizzato di lui (George W. Bush – la doppia vu sta per doppio whisky) e si prende la soddisfazione di ordinare bombardamenti a tappeto.

Sempre con la testa piegata e il tono di voce di uno che sta morendo.

Il vero Cheney sarà morto?

Ma quello è morto da sempre: la gente così non vive, poveraccia!

« Ché col peggiore spirto di Romagna

trovai di voi un tal che, per sua opra,

in anima in Cocito già si bagna,

e in corpo par vivo ancor di sopra. » 

Inferno, Canto XXXIII (154 – 157)