(18 gennaio 2019 h 20.15)
Cinema Odeon Pisa – piazza San Paolo all’Orto

Finalmente un film in costume, finalmente un film italiano divertente, leggero: la splendida divisa dei moschettieri, il costume più famoso e popolare, dopo la divisa dei cow boy.
In origine i moschettieri portavano un pesante moschetto (da cui il nome) e non andavano a cavallo, perché il moschetto richiedeva un treppiede per essere usato. Nei romanzi di Dumas si parla di un’altra epoca, più romantica. La divisa comprende la spada, che maneggiavano con grande abilità, un largo cappello, un mantello svolazzante quando si lanciavano in entusiasmanti cavalcate.
A noi ragazzi, all’epoca, piaceva di più la divisa dei cow boy: cappellaccio a larghe tese, jeans larghi, consumati soprattutto sulle ginocchia, cinturone ai fianchi con la fondina, a volte doppia, pistola o due pistole, stivaletti con lo sperone.
Sognavamo di diventare cow boy. Era molto difficile, anche con la fantasia più sfrenata, immaginare di diventare moschettieri del re. Tra l’altro, nonostante la nostra ignoranza, sapevamo di vivere in una repubblica.

I moschettieri del film sono invecchiati, preoccupati della prostata, delle emorroidi, dei dolori professionali: il braccio dello spadaccino, l’ano del cavallerizzo, l’ernia del disco (inteso come zona anatomica).

La regina è sempre una bella donna, nonostante il passare degli anni, anche se tende ad alzare spesso il gomito, un gesto che ripete volentieri, dopo avere catturato, nascosta tra le pieghe dell’ampia veste, una bottiglietta che porta alle labbra con soddisfazione.
È costretta a interrompere il viaggio in carrozza, strapazzata dagli scossoni provocati dalle buche, per fare pipì (non si era mai visto prima) in un grazioso pitale porto dalla dama di compagnia, che la ripara dal sole reggendo un ombrellino quasi inutile e interviene sempre a sproposito.

La regina affronta questo lungo e scomodo viaggio per raggiungere il più affascinante (una volta!) dei moschettieri: D’Artagnan, che ora fa il guardiano dei porci e usa la sua abilità di spadaccino per difendersi dai mariti cornuti.
La missione è segreta, non fosse per quella stupida dama di compagnia che non riesce a tenere la lingua a freno.

Che cosa vuole la regina da D’Artagnan? Perché si sottopone a tanta fatica, a tanto disagio? Non poteva mandargli qualcuno con una missiva per invitarlo a corte?
Il fido moschettiere deve incaricarsi di riunire di nuovo il celebre gruppo (un po’ come accade ogni tanto con i Pooh) per una penultima avventura.
Bella quest’idea! La fantasia non è finita, come la realtà; ci sarà sempre un’altra missione, un’altra avventura; quindi l’ultima … è la penultima.

Ed ecco i tre moschettieri di nuovo insieme: Athos, Porthos, Aramis e D’Artagnan (non mi torna il conto).
Vecchi, malandati, ma sono loro.

Quante volte abbiamo ripetuto, da piccoli, i quattro nomi, sempre nello stesso ordine! Una breve litania, che avevamo imparato subito a memoria, agevolati dalla pronuncia tronca, spontanea in area napoletana.
Athòs, Porthòs, Aramìs e D’Artagnàn; la sequenza ha un andamento musicale, è come le semplici melodie che s’imparano da bambini, accompagnate da parole, spesso, prive di senso.

«Uno per tutti, tutti per uno»; che significa? Che cos’è? Un calcolo matematico?
Quanto fa uno per tutti? Tutti, suppongo. E tutti per uno? Sempre tutti (proprietà transitiva).
È un modo per isolare una parte del mondo e farla diventare “tutti”; nel caso migliore: una comunità, nel peggiore: una banda.

Alessandro Dumas padre ebbe uno straordinario successo, nell’Ottocento, con i romanzi popolari (Il Conte di Montecristo, I tre moschettieri, Vent’anni dopo, Il Visconte di Bragelonne), pubblicati in appendice sui giornali (feuilleton).

Non so se possa definirsi l’inventore del genere; in realtà l’inventore fu il direttore di giornale che per primo ebbe l’idea di utilizzare questo mezzo per aumentare le vendite; altri scrittori importanti (più importanti di Dumas, a giudicare col senno di poi) pubblicarono i loro libri a puntate sui giornali (basti citare Victor Hugo e Charles Dickens), pagati a pagina.
Questo sistema, e il contatto diretto con il pubblico (le vendite dei giornali erano un modo efficace per rilevare le variazioni dell’audience) svilupparono la loro capacità di diluire il racconto principale con lunghe digressioni, altri racconti, e di creare l’attesa alla fine di ogni puntata (né più né meno di ciò che fanno gli autori delle serie televisive).

In tutta Europa l’editoria aveva raggiunto un notevole sviluppo tecnologico (Rivoluzione industriale) ed era affamata di contenuti, di racconti avvincenti da mettere sotto le rotative; i romanzi popolari attraevano un pubblico di lettori crescente di numero e qualità, erano frettolosamente tradotti e valicavano i confini nazionali; le norme sul diritto d’autore variavano da stato a stato e, spesso, non si applicavano alle opere straniere: bastava tradurre un romanzo che aveva avuto successo all’estero per essere sicuri di ottenere lo stesso successo nel proprio paese.

La cultura ha sempre teso alla globalizzazione, molto prima delle merci. Anche i libri sono merci, anche i loro contenuti, ma sono soprattutto cultura: c’è una differenza tra duecento grammi di patate e Delitto e castigo di Dostoevskij, anche se il peso è, all’incirca, lo stesso. Non credo sarebbe una buona iniziativa promozionale vendere i libri a peso.

Fino a poco tempo fa sembrava che il futuro dell’editoria fossero i bit, come se il mondo materiale, l’hardware, stesse scomparendo e, per contrastare il calo di vendite dei libri, l’idea vincente fosse la digitalizzazione di tutto il patrimonio culturale delle case editrici, non come attività aggiuntiva, ma sostitutiva di ogni altra.

Quest’idea è illustrata in un film francese recente (Non fiction Double vies di Olivier Assayas), molto dialogato, che ha avuto scarsa distribuzione in Italia.
Una giovane rampante, esperta di nuove tecnologie, suggerisce al capo di un’importante casa editrice di trasformare la sua azienda in un portale, eliminando completamente la parte materiale (risorse tecnologiche e umane), divenuta troppo costosa.
Niente apparecchiature ingombranti, niente operai e impiegati, niente librerie; solo computer e esperti di programmi informatici.
Secondo il progetto il lettore scaricherà il libro dal portale su un supporto tecnologico: e-reader, smartphone, tablet; in futuro, suppongo, si aggiungeranno: il piano della scrivania, la parete della stanza da letto, il palmo o il dorso della mano, un indumento appeso ad asciugare, qualunque superficie su cui si possa scaricare, non proiettare, ma proprio scaricare un’intera biblioteca.
La giovane rampante non dice esattamente questo, ma a volte è opportuno portare un discorso alle estreme conseguenze. Se dici che per leggere devo per forza scaricare su uno schermo, mi domando: dove porterà quest’idea? Tutto può diventare schermo. Arriveremo a scaricare Amleto sulle mutande appese ad asciugare. Ci si potrebbe chiedere: a che scopo? Allo scopo di avere a disposizione un’altra superficie da utilizzare quando abbiamo voglia di leggere. Dopo pranzo sei disteso su un’amaca in giardino; non hai voglia di alzarti; vicino c’è il filo o lo stenditoio con i panni appesi ad asciugare; accendi il congegno, cerchi nella library virtuale, scegli e sulle magliette, sui calzini, sulle mutande appare “Essere o non essere …”.

Porteremo con noi la nostra biblioteca dovunque ci troviamo, per leggere in qualunque situazione, anche la più intima. La domanda nasce spontanea (Lubrano): avremo più voglia di leggere?

Questa è la domanda: quando trovare un testo sarà così facile, così poco impegnativo, avremo più voglia di leggere?

Non potremo lanciare uno sguardo d’amore sulla nostra piccola o grande libreria, piena di libri che ci creano problemi con la polvere, alcuni sgualciti, tutti segnati dalle nostre letture e riletture.

Già ora si comprano i libri in formato digitale su Amazon o direttamente sul sito della casa editrice, ma il progetto della giovane rampante tecnologica, la sua visione del mondo, prevede che questa diventi l’unica modalità di fruizione dei testi e la forma cartacea sia ridotta a reperto archeologico.
Per gli affezionati a questa forma antica, per i lettori che hanno bisogno di sentire nelle mani l’oggetto, nelle narici l’odore, si potrebbero mettere in commercio stampanti che consentano di farsi ciascuno il proprio libro o si potrebbe utilizzare la stampa on demand (il libro ordinato viene stampato e spedito), ma si suppone che questa diventi una scelta di nicchia: una opzione per tipi snob.

Dopo avere contribuito alla diffusione capillare della cultura attraverso le edizioni economiche, il libro di carta tornerebbe a essere un oggetto raro o sarebbe relegato nelle biblioteche-museo; le masse avrebbero a disposizione, per leggere, il cellulare, lo smartphone, il tablet, il palmo della mano, il fondo della padella, l’indumento appeso ad asciugare (chissà perché mi sono fissato su quest’idea! forse perché ho appena finito di districare maglie e calzini dalla lavatrice).

Il passo successivo, per coerenza, dopo avere reso disponibile David Copperfield solo attraverso un lettore di e-book, dovrebbe essere la digitalizzazione delle patate, della pasta, dei pomodori, degli alimenti in genere. Trasformarli in sequenze di bit, fruibili attraverso appositi digeritori inseriti da qualche parte nel fu apparato digerente. Tutto più pulito, efficiente, privo di costipazioni.

Nella realtà vedo che la Feltrinelli, per esempio, vende e-book e anche e-reader – ma, soprattutto, libri di carta, belli da vedere, da sfogliare, da conservare – e, in posti come la Red in piazza della Repubblica a Firenze, vende anche pasta artigianale, sughi e peperoni in scatola, oltre a svolgere tutte le funzioni di libreria e di bistrot.
Forse si è capito che il bisogno e il piacere di leggere assomigliano al bisogno e al piacere di mangiare: non possono essere soddisfatti interamente dai bit – utilissimi soprattutto per questioni di comodità e di studio (riferendosi alla lettura) – ma richiedono un oggetto a cui sia possibile affezionarsi (il libro di carta, la pizza con le scarole a Natale, la pastiera di grano a Pasqua, la polenta, il pane, eccetera).

È vero che i giornali di carta si vendono sempre meno, praticamente sono già scomparsi, perché i vecchi, che li compravano, hanno imparato a utilizzare internet per avere le notizie e i giovani non hanno mai acquisito l’abitudine di sfogliarli (erano scomodissimi).
Ma i giornali sono altra cosa dai libri, si sfogliano e si buttano, non ci si affeziona all’oggetto fisico; i feuilleton erano solo un modo per anticipare la pubblicazione dei libri: il lettore si appassionava e correva a comprare il libro, se ne aveva la possibilità, o se lo faceva imprestare, o sognava di comprarlo, lo guardava con desiderio dietro la vetrina della libreria.
Le edizioni economiche permisero a molti di realizzare questo sogno; molti riuscirono a guardare con amore i libri letti, messi in fila sugli scaffali del mobile Ikea.
Nessuno conservava i vecchi giornali (scomodissimi da conservare, oltre che da leggere). Se qualcuno ci avesse provato, dopo un po’ se ne sarebbe dovuto uscire di casa.

A me piaceva conservare i settimanali, le belle riviste degli anni settanta (solo per indicare un’epoca centrale, ma sono cominciati prima e finiti molto dopo; alcuni non sono finiti, ma certamente non vendono come allora): Panorama, Espresso, Europeo, Epoca, ecc.

Erano così belli che sembrava un peccato buttarli dopo averli letti con attenzione da cima a fondo e avere osservato le immagini, le bellissime fotografie che arricchivano gli articoli.
Su quelle immagini credo sia nato in molti l’amore per la fotografia e per il reportage, per l’osservazione del mondo.

Sia chiaro: questa non vuole essere una filippica contro il mondo digitale; in questo momento sto scrivendo tramite una tastiera virtuale; ciò che scrivo si trasferisce immediatamente su una struttura virtuale chiamata nuvola (cloud); chiunque abbia voglia di collegarsi virtualmente può farlo, leggere le opinioni che sto scrivendo e mandarmi le sue. Tutto ciò mentre la moka starnutisce (il verbo giusto sarebbe scatarra, ma suscita un’immagine che fa schifo) per segnalarmi che il caffè è pronto.
È il trionfo della comunicazione: aboliti, o quasi, gli intermediari.
Uso il kindle, l’iPad, lo smartphone, il tablet, il desktop (non contemporaneamente), comodi per scrivere e per studiare, ottimi per la ricerca di informazioni. Nella lettura li uso per i libri in lingua originale, perché mi annoio a cercare le parole nel vocabolario.

Credo, però, che il vecchio libro di carta sia necessario per leggere Anna Karenina, I Promessi Sposi, le poesie di Leopardi.
Mi disturba il fanatismo di chi vorrebbe solo edizioni cartacee dei libri e di chi vorrebbe solo edizioni elettroniche.
In realtà mi disturba qualunque forma di fanatismo, qualunque regola che non contempla la possibilità dell’eccezione.

Ho sempre amato le antologie scolastiche; non so come siano le attuali, una volta erano meravigliose.
Ti consentivano di fare un giro introduttivo, non fugace, attraverso la letteratura, senza la necessità di fermarsi per troppo tempo su ciascuna tappa; poi potevi cercare gli autori, i testi che ti lasciavano la voglia di approfondire.
Un modo simile alla “navigazione” con gli strumenti informatici, senza mouse ma girando le pagine.
Serviva, perché non è importante approfondire tutto, è importante avere voglia di approfondire un testo in cui ci si è imbattuti per caso, sfogliando un’antologia, come quando si sfoglia un atlante, o si sfoglia Google Maps e si scopre, casualmente, un posto da visitare al più presto, non appena possibile.

Forse “non appena possibile” diventerà “mai”, ma averlo desiderato, cercare le notizie, interessarsi alla geografia del posto che ha fermato la nostra attenzione è già una buona cosa.

Per merito della globalizzazione dell’industria editoriale, i nostri bisnonni (i trisavoli dei ragazzi attuali) conobbero i tre Moschettieri; il cinema, a tempo e luogo, se ne impossessò, noi li abbiamo conosciuti da piccoli, e ora li ritroviamo – grazie a questo regista che ci ha donato film allegri, leggeri: è lo sceneggiatore dei film di Francesco Nuti.

I film di Francesco Nuti, divertenti e poetici.

«Madonna, che silenzio c’è stasera!»

Da quando Francesco non ci regala più un film all’anno, come faceva prima, c’è ancora più silenzio.

«Maadoonna, che silenzio c’è stasera!»

Athos, Porthos, Aramis e D’Artagnan, rimessi a nuovo (quasi), sono radunati dalla regina Anna d’Austria, reggente al trono del figlio Luigi XIV, il futuro Re Sole, un moccioso poco rispettato persino dai Moschettieri, devoti al trono, ma, soprattutto, al fascino della bella regina.

Devono contrastare le trame del cattivo, il cardinale Mazzarino (sarà la vecchiaia, ma l’ho visto meno pimpante, addirittura disposto a salvare la vita a una strana concubina, prostituta per vocazione, direbbe De André), che aveva sostituito il mitico Richelieu (a questo nome dovrebbe partire la “ola”, come negli stadi) in Vent’anni dopo.
Sono passati trent’anni e ricomincia l’avventura, la penultima.

Devo dire che la trama fa acqua da tutte le parti, ci si poteva lavorare meglio, ma il film è pieno di situazioni e di battute divertenti, è interpretato molto bene da tutti gli attori, fra i quali spicca il bravo Pierfrancesco Favino, col suo modo di sfruculiare (sfottere, prendere in giro), l’accento dei francesi e i loro tipici errori di grammatica (ci sta pure qualche battuta di Valerio Mastandrea in romanesco: i moschettieri de Roma. Vabbè!).

È un film che ti chiede di lasciarti andare alla leggerezza e alla bellezza di quelle corse a cavallo al grido: «Moschettieri!».

Chi non vorrebbe correre su quei cavalli neri? Sarebbe bello indossare quella divisa (volendo … fra un po’ è Carnevale), con il mantello svolazzante, anche se, a furia di sfregare, qualcosa succede nella zona di contatto tra sella e cavaliere.

Chi non vorrebbe rischiare la vita – tanto si sa che, alla fine, vinceranno; al massimo si riporterà qualche ferita superficiale, guaribile in pochi giorni – per una bella regina, davanti alla quale inginocchiarsi con devozione, per la quale impegnarsi allo stremo in un’impresa senza capo né coda?

Bellissima la conclusione, che non rivelo (non voglio esagerare con lo spoiler), ma, secondo me, riporta tutto alla dimensione giusta di un film di cappa e spada, al divertimento, alla leggerezza, alla fantasia dell’infanzia, in cui diventano simpatici anche i tipacci litigiosi di una famiglia patriarcale riunita per celebrare (stavo per scrivere festeggiare) il funerale dello zio muto.

Va considerato che, nonostante la conclusione, questo non è un film di cappa e spada della nostra infanzia. È un film, ben girato, ben interpretato, per adulti, per vecchi, che ricordano gli eroi cinematografici della giovinezza, con un po’ di malinconia, attenuata dall’ironia.

A proposito dello zio muto, di cui si festeggia il funerale, c’è un omaggio, scherzoso, com’è nello spirito del film, ai tanti servi presenti nell’opera di Dumas e successive rielaborazioni e trasposizioni: servi fedeli, capaci di soffrire in silenzio per i loro padroni.
Il servo o sergio, come direbbe Favino-D’Artagnan, di cui non soffriamo la dipartita, anzi, onestamente, la festeggiamo. La sua capacità di soffrire, di accettare senza mai ribellarsi le avversità causate dal comportamento avventuroso del padrone era abbastanza inquietante.