(27 gennaio 2019 h 18.30)
Cinema Arsenale Pisa – vicolo Scaramucci, 2

Il pittore Renzo Nervi, argentino di origine italiana, non vuole occuparsi di soldi, non vuole farsi vedere nella Galleria d’arte dove l’amico Arturo Silva, estimatore da tanti anni della sua arte, di professione gallerista, ha allestito una mostra delle sue opere e cerca di venderne qualcuna, con difficoltà, ora che quel modo di dipingere, anzi proprio il dipingere, è passato di moda.
La gente crede che il pittore, famoso negli anni ‘80, sia morto, i critici lo ignorano («vecchio, superato e, per giunta, intrattabile: un caratteraccio», dicono di lui).
Il gallerista amico cerca di convincerlo a presentarsi alla mostra, per dare una mano alle vendite, adducendo motivi concreti: le spese, gli impegni, i debiti.
«Non basti tu a fare il pagliaccio?», gli ribatte il pittore.
Poi cambia idea. Si presenta alla mostra proprio mentre il gallerista sta concludendo la vendita di un suo quadro a una signora non molto convinta.
«È fortunata, potrà conoscere l’artista», dice Arturo Silva alla signora, vedendolo arrivare.
Il pittore entra nella Galleria, tira fuori una pistola e spara tre colpi sul quadro che la signora stava per comprare.
«Così la smetterete di dire che non sono moderno», borbotta tra sé e sé, e va via, tranquillo, soddisfatto.
«Chiamo la polizia?», chiede la segretaria.

Il gallerista è esterrefatto, ma non chiama la polizia, perché vuole bene al pittore, è suo amico da tanto e sa che è un artista, incomparabile con i tipi assurdi, privi di talento, osannati dai critici, che gli tocca sopportare quando gli presentano le loro stramberie su video, le loro performance, le loro stronzate.

Siamo a Buenos Aires, una città che Arturo Silva ama, nonostante le sue contraddizioni, anzi proprio per quelle (un po’ come si ama Napoli per i suoi pregi, ma anche per i suoi difetti).
Alla fine del film potremmo chiederci: qual è il capolavoro di cui parla il titolo anche nella versione originale? (Mi obra maestra; titolo internazionale: My masterpiece).

Vediamo diverse opere di questo artista, alcune con inquadrature che si soffermano sui particolari, altre più rapidamente, altre di sfuggita (in realtà sono opere originali del pittore di origine basca, famoso negli anni ottanta, Carlos Gorriarena).
Quale opera è il suo capolavoro? La sua obra maestra?

Secondo me, la risposta a questa domanda è la seguente: artista è chi ha la capacità di costruire una realtà alternativa a quella che è sotto gli occhi di tutti; il più grande capolavoro di un artista è la sua vita.

Pensiamo a Modigliani. Che vita! Breve (morì a trentacinque anni), piena di sofferenze, fisiche e psichiche, ma anche di momenti sublimi.
Nacque a Livorno il 12 luglio 1884.
La sua famiglia dovette attraversare situazioni economiche complicate; da ragazzo si ammalò di polmonite, poi di tubercolosi, una malattia che può rimanere latente e asintomatica per diversi anni, per poi esplodere nella forma attiva con gravi sintomi: una spada di Damocle (soprattutto in quegli anni).

Da Livorno, Amedeo, che in famiglia chiamavano Dedo, si trasferì a Firenze per studiare pittura; prima c’era stato un viaggio a Napoli insieme alla madre, durato più mesi.
Dopo Firenze: Venezia. Poi, finalmente, Parigi.
Ambiente internazionale, studio, avanguardie, notti in bianco, mostre interrotte dalla polizia, alcol, assenzio, incontri, discussioni, litigate furibonde con trasferimento al commissariato per baccano notturno.

A Parigi, nei primi anni del novecento, si trovavano gli studi dei pittori famosi e dei pittori emergenti, le modelle si mettevano in posa per pochi franchi, i mercanti d’arte giravano, annusavano, per scoprire talenti e fare affari.
Qualche nome: Picasso, Derain, Matisse, Cézanne, Juan Gris, Utrillo, Severini, De Chirico. Oltre, naturalmente, a Modigliani, che ben presto si fece notare.

Lo chiamavano Modì.

Dal punto di vista economico, Amedeo era soggetto ad alti e bassi: non era un pittore affermato, però aveva una cerchia di estimatori e di mercanti che credevano nella sua arte; detto in modo un po’ più volgare: che puntavano su di lui.
Più frequenti i bassi, anche a causa della sua indifferenza rispetto al denaro.

Maurice de Vlaminck, nel suo articolo Souvenir de Modigliani – L’Art vivant n.21, 1/11/1925, Le Figaro – ricorda [traduzione GG]:

« … L’ho visto affamato, l’ho visto ubriaco, l’ho visto ricco di un po’ di soldi, mai ho visto Modigliani mancare di grandeur e di generosità [nota mia: la grandeur, in questo contesto, è l’attitudine ad essere splendidi, l’indifferenza nei confronti del denaro; per un ricco un lusso, per un povero un’arte; un esempio? Cyrano de Bergerac]. Mai ho potuto scorgere in lui il minimo sentimento meschino. L’ho visto irascibile, irritato di essere obbligato a constatare che la potenza del denaro, che disprezzava, talvolta riusciva a dominare la sua volontà e la sua fierezza».

Aveva uno studio a Montmartre; se ne vede un pezzetto nelle fotografie ed è emozionante riconoscere un quadro appeso alla parete – cazzo, era un quadro di Modigliani! noi, oggi, li veneriamo, li guardiamo con la stessa devozione dei cattolici convinti nei confronti delle immagini sacre; i suoi quadri sono stati appesi a quella parete, alcuni sono stati acquistati per aiutare il pittore, per pochi franchi, appesi a un’altra parete, nel retrobottega di una macelleria o di un negozio di scarpe, poi staccati e dimenticati, perché non piacevano alla moglie dell’acquirente (e lui a giustificarsi: «Li ho presi per aiutare quel ragazzo italiano. Non ripetere sempre le stesse cose! Non ho buttato i soldi, ho fatto beneficenza»).
L’arte di Modì non era popolare; non credo fosse facile “piazzare” i suoi quadri.
Beveva.
Nel 1917, dopo varie relazioni più o meno durature con modelle e amiche, conobbe Jeanne Hébuterne, studentessa presso uno studio d’arte a Parigi.
Cercherò di argomentare adeguatamente la tesi seguente: il più grande capolavoro di Amedeo Modigliani – la sua obra maestra, il suo masterpiece – fu l’amore che donò a Jeanne Hébuterne e ricevette da lei.
Che vuoi argomentare?! È solo un’opinione, niente più di un’idea che mi è venuta vedendo il film e ripensando alla vita di Amedeo, al suo rapporto con Jeanne, durato in tutto poco meno di tre anni.

Si parla di Modigliani: è necessario aprire una parentesi (togliamoci il pensiero).

La vicenda delle sculture gettate, si raccontava, da Modigliani nel Fosso Reale di Livorno intorno al 1909 e cercate nell’estate del 1984, vicenda che si concluse con il famoso scherzo, dimostrò che i maggiori “esperti” millantavano una competenza inesistente.
Infatti alcuni, pochi, veri esperti si pronunciarono subito per la non autenticità delle sculture ritrovate.
La causa, all’origine, era stata l’affidamento del Museo progressivo d’arte contemporanea di Livorno e, di conseguenza, dell’esposizione dedicata all’artista nell’estate del 1984, a Vera Durbé, sorella di Dario Durbé, soprintendente della Galleria nazionale d’arte moderna di Roma.
Vera Durbé aveva avuto meriti nella lotta partigiana e nel partito comunista, ma, nel curriculum studiorum, vantava solo la licenza di scuola media.
Domanda: poteva essere in grado di svolgere un ruolo di responsabilità in un campo di cui si era occupata, forse, a livello amatoriale?
Secondo me, no.
Stiamo sempre lì: la competenza non è un di più e le competenze in campi diversi non si possono scambiare tra di loro.
Alcuni ritengono che scavare il Fosso Reale per ritrovare le teste scolpite da Modigliani e, secondo vaghe informazioni, ivi gettate circa settantacinque anni prima, fosse un’impresa assurda, dal momento che i fossi di Livorno, i canali che vanno dalla città al mare, sottoposti a ripetuti bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, erano stati dragati più volte per liberarli delle pietre, del fango, degli eventuali residui bellici inesplosi.
L’impresa fu spinta con cocciutaggine soprattutto dai fratelli Durbé; poi intervennero i burloni, che non si peritarono di offendere l’arte di Modigliani (che ci vuole? Posso rifare il suo stile col Black & Decker) per mettere in ridicolo gli esperti e in difficoltà l’amministrazione comunale o per esprimere una protesta nei confronti dell’arte accademica.
Per questi burloni – uno dei quali nipote del vice direttore di Panorama (settimanale che fece lo “scoop”, dove le virgolette stanno a significare: seh! chiamiamolo scoop!) – l’arte di Modigliani si poteva utilizzare per fare uno scherzo, ammesso che di questo si trattasse.
Sono anch’io convinto che il grande livornese si sarà fatto due risate quando ha saputo della burla, ma noi non siamo Modigliani, siamo i suoi eredi: possiamo scherzare sull’uomo, non sull’arte che ci ha donato.
La vicenda è molto più complessa di quanto potesse immaginare il sottoscritto che, nell’estate del 1984, era abbastanza giovane da sentirsi personalmente offeso e avrebbe volentieri preso metaforicamente a calci nel sedere gli studenti burloni, l’aspirante pittore, poi terrorista, i direttori dei musei di arte moderna di Livorno e di Roma, i critici d’arte, i sedicenti esperti, gli amministratori comunali e altre autorità.
In effetti non è cambiato molto, dal momento che anche adesso, dopo tanti anni, prenderei metaforicamente a calci nel sedere tutti gli strani individui elencati prima, a maggior ragione perché mi rendo conto che dietro questa storia ci sono interessi economici rimasti nascosti.
Dania Mondini e Claudio Loiodice, nel libro L’affare Modigliani (Nota2) – la più recente e completa inchiesta sui falsi (su oltre 1200 opere “di Modigliani” che girano nel mondo 337 sono sicuramente autentiche, le altre sono dubbie o sicuramente false) – hanno dimostrato che solo una piccola parte delle trame legate alle sculture ritrovate nel Fosso Reale di Livorno nel 1984 è venuta allo scoperto.
C’è anche un vero e proprio giallo, con molti punti oscuri, tra i quali la morte di Jeanne Modigliani, la figlia di Amedeo e Jeanne Hébuterne, avvenuta per uno strano incidente nel suo appartamento di Parigi, dove viveva sola, proprio nei giorni in cui a Livorno si estraevano dal Fosso le famose pietre.

Chiusa la parentesi

Dicevo che, secondo me, il rapporto tra i due giovani artisti è stato un’opera d’arte.
Se fosse durato più a lungo, avessero avuto una vita normale, se fossero invecchiati insieme, probabilmente si sarebbe deteriorato, come tutti i rapporti umani, o sarebbe diventato il solito legame tra due estranei che si fanno compagnia.
Non fu perfetto (quando mai un’opera d’arte è perfetta?), tanto è vero che, mentre era legato a Jeanne, Amedeo ebbe, da un’altra ragazza, un figlio che non volle riconoscere; sono cose che capitano e ognuno risolve a modo suo, alcuni con generosità, altri con egoismo.
Inutile dire che spesso gli artisti sono molto centrati su se stessi e disposti a sacrificare tutto, anche la vita, per la propria arte.
Io credo che il legame tra Jeanne e Amedeo, che si realizzò in quel modo, li portò a vivere in quel modo e si concluse con la morte di entrambi, fu un capolavoro. Infatti, nel raccontarlo, ci emoziona ancora oggi.
Vediamo come ebbe inizio.

Da: François Blondel – Modigliani – Tome II – 1916 -1920 Ed.VisiMuZ [Traduzione GG] (Nota1)

«Nel marzo 1917, sul fronte la guerra s’impantana nel fondo di fangose trincee, ma a Parigi si festeggia il carnevale. Amedeo in quel momento vive a Montmartre (piazza Emile-Goudeau).
I costumi sono di rigore.
Forse egli si è mascherato da Pierrot, come nel quadro Autoportrait en Pierrot, oggi a Copenaghen.
Una sera un’amica scultrice, Chana Orloff, presenta due giovani amiche ad Amedeo.
Jeanne Hébuterne e Germaine Labaye sono due giovani studentesse dell’Accademia Colarossi, nel 6° arrondissement, la stessa dove Modigliani si era iscritto al suo arrivo a Parigi nel 1906.
In una foto si vede Jeanne con un costume che lei stessa aveva disegnato, colorato e cucito. Indossa un poncho e un paio di stivali.
È il costume di quella sera? Qualcuno l’ha scritto.
Jeanne ha 19 anni. Di taglia piccola, ha occhi bellissimi di un blu profondo, capelli castani dai riflessi ramati, la pelle molto chiara.
Il contrasto tra il chiarore della pelle e la massa dei capelli castani le è valso il soprannome “Noce di cocco”.
André Salmon aggiunge che “due grosse trecce scendevano sulle sue spalle e sul piccolo petto”»

Un amico d’infanzia di Jeanne la descrive così (riassumo):

«Il portamento, il modo di muoversi, le forme, il collo alto, facevano pensare a un cigno. Gli occhi grandi, del colore del “non-ti-scordar-di-me” (miosotide); il viso ovale; la bocca ricordava la “fanciulla dalle labbra d’arancio” descritta da Rimbaud; l’insieme, d’una bellezza paradossale, aveva l’equilibrio e la grazia di un’anfora».

L’autore della descrizione era un letterato, e si vede; l’ho molto sintetizzata, ma serve a suggerire l’immagine di questa ragazza francese, studentessa di un’importante Accademia di pittura, a Parigi.
Nel 1917, a diciannove anni, ebbe l’incontro che, come si dice, cambiò la sua vita; si dice ed è vero: un incontro può cambiare la vita.
Jeanne conobbe il pittore italiano maudit Amedeo Modigliani, abbastanza conosciuto nel suo ambiente, già in possesso dello stile che lo avrebbe reso famoso: molti quadri importanti sono precedenti a quell’incontro.
Di lei, in una recente mostra, ho visto due quadri, dipinti sulle due superfici della stessa tela: non mi sembrano capolavori. Ce ne sono altri che non conosco.
Oltre alle descrizioni degli amici, di Jeanne Hébuterne restano alcune fotografie e i numerosi ritratti che Amedeo le fece nei tre anni in cui vissero insieme (morirono nel 1920).

In una fotografia si vedono, sullo sfondo, alcuni mobili spartani; è seduta su una sedia a sdraio ma si tiene diritta; indossa una specie di camice, forse un abito da lavoro, che la copre fino ai piedi; ha le dita lunghe, affusolate, gli occhi grandi, il collo lungo, naturalmente. Il volto è dolcissimo.
In un’altra fotografia appoggia il braccio alla spalliera di una sedia; i capelli, sciolti sulle spalle, lunghissimi, ondulati, scendono al di sotto dell’inquadratura. Sembra una modella per La Primavera di Botticelli.
In ogni fotografia ha lo sguardo fermo, severo, leggermente ironico.

Amedeo Modigliani, Portrait de madame Cécile van Muyden (1917) – Sandro Botticelli (Alessandro Filipepi), La nascita di Venere (1483, 1485) – Amedeo Modigliani, Ritratto di Lunia Czechowska (1917)

Il famoso collo.
Parte dalle spalle – è ovvio – e lentamente si dirige verso il mento; a volte la testa si trova sull’asse del cilindro, a volte si torce in direzione opposta.
Una postura che, guardandola con l’occhio dell’anatomo-patologo, richiederebbe un intervento immediato di chirurgia ortopedica o, almeno, l’uso di un tutore (Portrait de madame Cécile van Muyden – huile sur toile, 92x65cm, 1917).
Guardandola con i nostri occhi è assolutamente naturale, anzi, non riusciremmo a immaginare quel corpo disposto in modo diverso da come ce lo mostra Modigliani (artista è chi crea la realtà).

L’amico di Amedeo, il pittore Chaïm Soutine, in due ritratti del 1916.

Amedeo Modigliani – Chaïm Soutine vicino a un tavolo e Ritratto di Chaïm Soutine (1916)

Modigliani aveva bisogno di un soggetto vivo davanti; posso sbagliarmi, ma credo non abbia mai dipinto una natura morta. I pochi paesaggi non mi sembrano capolavori.

Molti ritratti di Jeanne, un solo nudo, un disegno utilizzato per un’esposizione.
Un solo nudo tra tanti, di modelle, di amiche, di ragazze che passavano in volo dal suo studio.
Picasso disse: «C’è un pittore che rifà sempre lo stesso nudo».
Tra due c’era astio, o forse Picasso esprimeva una verità profonda, non una cattiveria, quasi un segno di ammirazione: solo un genio può non farsi distrarre dalle molteplici forme della realtà e ricercare la perfezione in un unico soggetto.
Poi c’è quel Nu couché, les bras ouverts (olio su tela, 60X92cm, 1917); qui non importa se la modella sia Jeanne (non è Jeanne), un’amica o una delle ragazze che passavano in volo dal suo studio. In questo quadro è riuscito a lanciare un lampo di luce sul mistero della donna, questo essere che un po’ ci assomiglia, intendo assomiglia a noi uomini, ma è anche così distante da noi, così diverso, così  indecifrabile. Modì accende un flash che illumina per un attimo la scena e lascia il ricordo di un momento in cui sembrava tutto chiaro, anche se, al presente, si continua a non capirci niente.
Come diceva Gozzano?
«Donna: mistero senza fine bello!».

Amedeo Modigliani – Nu cuché,les bras ouverts (1917) – Particolare

La folta massa di capelli castani, con riflessi ramati, a partire dal 1918 è spesso raccolta sulla nuca (è proprio lei, c’è il nome nel titolo dei quadri) come se, col passare del tempo, avesse difficoltà a gestire le lunghe trecce che le scendevano fino alle ginocchia.
Quando è a mezzo busto, seduta, sta sempre diritta, come nella fotografia; non appoggia la schiena, tutt’al più un braccio alla spalliera della sedia o della poltrona.

Due quadri con dominante gialla e espressione sconsolata (così mi sembra): Jeanne Hébuterne assise (olio su tela, 92X60cm, 1918)Jeanne Hébuterne, 1919 (olio su tela, 91,4x73cm). Forse la mia impressione è determinata dalle notizie sulla vita della coppia, che era difficile, per le difficoltà economiche e per la malattia di Amedeo, i cui sintomi non si potevano certamente risolvere con l’alcol e con le oscillazioni tra ricchezza precaria e stabile povertà.

Non ride mai in questi ritratti. Posso sbagliarmi, ma mi sembra non ci sia un ritratto di Jeanne sorridente.

Bisogna dire che Modigliani non coglieva mai un’espressione sorridente nelle persone che ritraeva; anche i bambini sono accigliati o annoiati o spersi; forse l’unico viso che trasmette serenità è quello della zingara con in braccio un bambino, rappresentata in due quadri: Gitane au bebè (olio su tela, 115,9x73cm, 1919) e Jeune femme au col marin (olio su tela, 61,3×46,4cm, 1918).

A volte Jeanne è di profilo, l’ovale del volto si allunga, è spostato indietro dalla massa dei capelli raccolti sulla nuca, il collo lungo, piegato: è davvero un cigno.

Amedeo Modigliani – Jeanne Hébuterne au henné (1918) – “Modigliani e l’avventura di Montparnasse”, (Livorno 2019 – 2020)

In alcuni ritratti sembra invecchiata, improvvisamente (sono del 1919).

Una giovane baronessa svedese, che si recò più volte a casa di Modigliani per un ritratto, nell’ottobre del 1919, racconta di aver incontrato la moglie del pittore e così la descrive: «Era incinta. Un essere minuscolo, diafano, sembrava terrorizzata e manifestava una grande diffidenza nei miei riguardi».

Le figure di Modigliani sembrano statiche, immobili; qualche volta, al primo sguardo, danno l’impressione di essere schiacciate su un solo piano; lo sfondo è fermo, incantato: una parete, due pareti squadrate, una porta, la spalliera di una sedia, un letto, qualche oggetto indistinto.

La ragazza Paulette Jourdain, a cui Modigliani fece un ritratto (in una decina di pose) che è stato acquistato, nel 2015, da un anonimo compratore asiatico per 42 milioni di dollari, racconta:
«Quando lavorava, Modigliani, a volte, parlava da solo o recitava dei versi che conosceva a memoria, sempre in italiano. Egli declamava soprattutto Dante, di cui portava sempre con sé una edizione tascabile della Divina Commedia …»
Questo mi sembra meraviglioso: non la valutazione economica del quadro, che non aggiunge niente alla sua arte, ma l’abitudine di Modigliani di recitare la Divina Commedia mentre dipingeva.

Il 29 novembre 1918 nacque una bambina; Jeanne era incinta di otto mesi il 24, il 25, all’alba del 26 gennaio 1920, quando tutto si concluse e, per modo di dire, calò la tela – metafora teatrale, anche se potrebbe riferirsi al gesto del pittore che termina un quadro e, dopo avere dato un’occhiata al lavoro appena concluso, libera il trespolo dov’era appoggiato; qui calare è transitivo, naturalmente: «il pittore cala la tela» nel senso che la porta al livello del pavimento, accosto al muro, e si dispone a iniziare un nuovo lavoro. La metafora pittorica ha lo stesso significato della metafora teatrale, perché il pittore mette da parte il quadro quando è concluso, finito.
Il 24 gennaio 1920 Amedeo calò dal trespolo la tela della sua vita.
Aveva trentacinque anni.
Sulle cause immediate della morte di Modigliani c’è un mistero che non si potrà mai risolvere: forse subì un furto per strada, fu picchiato. Non sappiamo.

Gli ultimi giorni furono resi più squallidi dall’alcolismo, che si era sommato alla malattia, dalla miseria, che si era sommata all’alcolismo e alla malattia.
Finì in un letto sporco, tappezzato delle macchie d’olio lasciate dalle scatolette di sardine di cui si erano nutriti, lui e la moglie incinta all’ottavo mese, negli ultimi giorni.
Scatolette di sardine!

In ospedale, dove l’avevano addormentato per alleviare le sue sofferenze, in attesa della morte, Jeanne disse: «So che è morto. Ma so anche che sarà presto vivo per me».

Testimoni raccontano che quando tornò in ospedale, accompagnata dal padre, altero, per rivedere per l’ultima volta il corpo di Modì, chiese di restare un po’ sola con lui, poi, prima di andar via, si tagliò una ciocca di capelli e l’appoggiò sul suo petto.

Questo gesto non è confermato da tutti; a me piace immaginare che sia avvenuto. Mi sembra una piccola luce nel buio fitto della disperazione, mi sembra un gesto da ragazzina, da adolescente studentessa di pittura, innamorata del pittore italiano maudit, tombeur de femmes, come tutti gli italiani che, per il fisico, l’intelligenza, il talento, se lo possono permettere.

All’alba del 26 gennaio la obra maestra di Amedeo calò anch’essa la tela, per quindici metri, precipitandosi dalla finestra al cortile della casa dei genitori.
La bambina, Jeanne come la madre, fu affidata ai nonni paterni e adottata da una zia.
Jeanne, Giovanna, Modigliani ebbe una vita complicata, che si intersecò con la nostra vergogna nazionale (le leggi razziali volute dalle merde fasciste); morì nel 1984, in coincidenza dell’episodio in cui l’arte del padre ricevette l’ultimo affronto da tre studenti livornesi, da un aspirante pittore velleitario, da una direttrice di museo fornita soltanto di licenza media, da critici d’arte, da esperti, da autorità politiche, da delinquenti, da falsari, forse anche da assassini, stando a una ricostruzione inquietante nel libro che ho prima citato.

Si può con buone ragioni avanzare l’ipotesi che Jeanne Hébuterne abbia contribuito a creare l’arte di Modigliani; è legittimo, anche se soggettivo e non dimostrabile, ritenere che il loro rapporto sia stato un capolavoro del grande pittore: la sua obra maestra.

Comprendo il suicidio che, mi sembra, la figlia Giovanna non le ha mai perdonato; i quadri vivono per sempre, perché sono dotati di vita autonoma, un’opera d’arte vivente non può sopravvivere al suo autore.

La famiglia di lei era stata contraria dal primo momento al suo legame con il pittore italiano ebreo (loro cattolici) spiantato. La gente normale capisce solo l’arte consolatoria, non accetta quelli che scavano dentro, non approva il tentativo di rivoluzionare il mondo dal di dentro, attività che, inevitabilmente, destabilizza chi la svolge.
Torniamo al film.

La segretaria del gallerista chiamerebbe volentieri la polizia per far arrestare il vecchio pittore che pretende di non tenere in alcun conto la realtà alla quale siamo abituati.
Il gallerista, che gli vuole bene e comprende la sua arte, dopo essersi arrabbiato parecchio, continua ad aiutare il pittore, e, naturalmente, a sfruttarlo: meglio, assai meglio apprezzare un artista e cercare di sfruttarlo, come da sempre hanno fatto i mercanti d’arte, che ignorarlo, come da sempre hanno fatto i critici logorroici prima di ricredersi, solitamente dopo la morte dell’artista.

Renzo Nervi, però, è da tanto che non paga l’affitto, ha ignorato ogni ingiunzione del tribunale: viene cacciato di casa, con una sola poltrona e i cani sul marciapiede.
All’ora di pranzo va nel miglior ristorante della città, dopo avere raccomandato i cani al poliziotto messo di guardia al decoro urbano.

Si siede comodamente e ordina un lauto pranzo; quando ha finito, dichiara tranquillamente al cameriere: «mi porti una grappa italiana, ma non perda tempo a portarmi il conto perché io sono un artista, ho dato e do tanto alla società e quindi non pagherò per questo pranzo».
Per evitare problemi, e vedendolo così deciso, il direttore di sala dice al cameriere: «dagli la grappa e mandalo via, basta che ce lo leviamo di torno».

Nella prima parte del film ammiriamo l’ambiente trasandato in cui il vecchio pittore costruisce le sue opere, la sua cialtroneria senza limiti, la sua indifferenza nei confronti dell’altra realtà, quella alla quale noi tutti siamo sensibili, l’unica che riusciamo a vedere senza l’aiuto di un artista.

Nella seconda parte ammiriamo la sua vita passata, che il gallerista amico gli racconta stando accanto al letto in ospedale. Il pittore è stato ricoverato in seguito a un trauma cranico che gli ha fatto momentaneamente perdere la memoria.
Per aiutarlo a ritrovare il passato, su consiglio dei dottori, l’amico gli fa vedere le fotografie, gli racconta i ricordi che ha perso.

Noi ammiriamo il capolavoro: la vita di un egoista, egocentrico, che lasciò la moglie mezz’ora dopo la nascita del figlio perché avvertiva dentro di sé il bisogno di fare arte e non poteva adattarsi a una vita “normale”.
Se il suo bisogno fosse stato superficiale, velleitario, frutto di un’illusione, avrebbe fatto bene ad accettare la vita banale di tutti.
A un artista non si può chiedere di trovarsi un lavoro regolare per mantenere la famiglia, di andare in ufficio o in fabbrica tutte le mattine alla stessa ora.

Vediamo la fotografia di ciò che il figlio è diventato (un bravo borghese), di ciò che sarebbe stata la sua famiglia se non fosse scappato via, e pensiamo, almeno io penso, che ha fatto bene a scappare, a rifiutare quella vita per inventarne un’altra, una vita da artista.
Il figlio se l’è cavata lo stesso, la moglie ha ottenuto ciò che desiderava: una famiglia borghese; lui ha evitato di arrivare a odiarla (sarebbe accaduto certamente se avesse rinunciato al suo sogno).

Ma come fai a sapere se sei artista? Non c’è un metodo sicuro e se sbagli è un disastro.
Un artista spariglia le carte, non va mai sul sicuro.

Per questo il pittore dice al ragazzo che ha insistito per essere suo allievo, dopo averlo tenuto un po’ a non far nulla (per le ragazze trova subito qualcosa da fare), di rinunciare al suo sogno, perché non ha la capacità di sparigliare le carte; sarebbe un’illusione: non si diventa artista con uno sforzo di volontà o imparando una tecnica.

Il gallerista amico, l’unico in grado di apprezzarlo, di sopportarlo e anche di sfruttarlo come merita, ha compreso così bene questo concetto, da metterlo in condizione, nella terza parte del film, di costruire un’altra realtà, un’altra vita, un altro capolavoro.

Potrebbe sembrare una truffa, come lo stupido giovane, l’ex aspirante allievo, crede fermamente dopo avere scoperto l’inganno.
L’onesto giovane, impegnato nel volontariato, ma stupido, non riesce ad immaginare una realtà diversa da quella a cui è abituato, avverte il dovere di denunciare “l’imbroglio”, di interrompere il capolavoro.

In che consiste quest’altra vita che l’artista, aiutato dal suo amico gallerista, ha inventato?

Chi non ha visto il film sappia che sto per raccontare una svolta che merita la sorpresa: i due si sono messi d’accordo per fingere che Renzo Nervi sia morto, in modo da far aumentare la quotazione dei suoi quadri, di quelli fatti e di quelli che continuerà a realizzare, datandoli a piacere e sottoscrivendo documenti di autenticità.
Questi documenti sono veri o falsi?
Sono veri, perché i quadri sono veramente di quel pittore; la data è falsa: mette ogni volta una data antecedente alla “morte” dell’autore. Ma cosa importa la data?

Dopo alcuni colpi di scena, la realtà inventata dai due, il capolavoro, resiste alla denuncia e al fallimento del goffo tentativo di uccidere il giovane.
La denuncia non ha gravi conseguenze, anzi fa aumentare la popolarità del pittore e, di conseguenza, la quotazione dei suoi quadri.

Alla fine, nella quarta parte del film, i due amici si godono la visione del meraviglioso paesaggio delle Ande, bevendo un bicchierino di una buona grappa italiana e discutendo del prossimo quadro, che il gallerista, attento al denaro, vorrebbe che Renzo Nervi dipingesse su commissione, mentre il pittore rivendica la libertà assoluta dell’arte, la impossibilità di riportarla a criteri di convenienza economica.

Se volete vedere un film sull’arte, non andate a vedere il Van Gogh di Julian Schnabel, con un noioso Willem Dafoe che, nonostante il trucco, sembra un impiegato frustrato e depresso dalle rotture di scatole della vita di tutti; la sua sembra depressione, non la fertile pazzia di Van Gogh.
Non basta il trucco accurato per farlo diventare, nel film, il pittore che conosciamo dai suoi autoritratti.
Se li guardiamo bene, constatiamo che c’è una certa somiglianza tra l’attore e il Van Goh degli autoritratti, solo una vaga somiglianza: Julian Schnabel assomiglia a Van Gogh come un gattone domestico assomiglia a una tigre.
Mi viene in mente un detto napoletano:
«Ai vogliə e mettərə rummə: nu strunzə nun’addəventə maiə babbà» (Nota3)
«Puoi metterci sopra tutto il rum che vuoi, uno stronzo non si trasformerà mai in babà».
Può truccarsi quanto vuole Willem Dafoe, non trasmette l’immagine di Van Gogh.

Se volete vedere un film sull’arte, non andate a vedere Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità, regia di Julian Schnabel; non vi fate scappare Il mio capolavoro di Gastón Duprat.
Grande regista, grandi interpreti; una obra maestra.

Nota 1
Le citazioni e i riferimenti alla vita di Modigliani sono presi da: François Blondel Modigliani – Tome I 1884-1916 e Tome II 1916-1920 Ed.VisiMuZ

Nota 2
Le ipotesi più recenti sugli intrighi locali, nazionali e internazionali riguardanti i falsi Modigliani, le sculture cercate nei fossi di Livorno e il giallo della morte di Jeanne Modigliani si trovano in: “L’affare Modigliani – trame, crimini, misteri all’ombra del pittore italiano più amato e pagato di sempre” di Dania Mondini, Claudio Loiodice; Chiarelettere editore srl; prima edizione ottobre 2019

Nota 3
Il simbolo ə designa la vocale centrale media caratteristica della lingua napoletana, come nella seconda e terza sillaba di “mammətə”= tua madre, parola sdrucciola. Anche la parola “mettərə” è sdrucciola. Sull’utilizzo della e capovolta vedi anche la nota in fondo al commento al film Achille Tarallo di Antonio Capuano, in questo sito.
La zeta di “strunzə” è sorda (calza, pizza), come nel corrispondente italiano “stronzo”, dal longobardo strunz = sterco (la z in parole di origine germanica si pronuncia sempre sorda, es. zaffo = tampone usato per frenare le emorragie); i Longobardi, guidati da re Alboino, avanzarono in Italia a partire dal 568 d.C., raggiungendo anche l’Italia meridionale (Ducato di Benevento).

Aggiornamento sulla mostra “Modigliani e l’avventura di Montparnasse”, esposizione di capolavori dalle collezioni Netter e Alexandre nel Museo della Città (Livorno) dal 7 novembre 2019 al 16 febbraio 2020

La statua nell’angolo tra via Roma e piazza Attias (Livorno).
La statua priva di braccia di un artista che aveva tutto nelle mani. Fa impressione!
Non so chi sia l’autore; secondo me ha fatto ricorso a un modello di statua che si trova spesso nei cimiteri. Con piccoli cambiamenti, su quel busto si potrebbe mettere la testa di chiunque.

Al numero 38 di via Roma c’è la casa natale di Amedeo, visitabile e in parte rimasta immutata nella struttura. All’interno è possibile vedere fotografie, riproduzioni, alcune suppellettili originali. Una ragazza competente, guida espertissima, fornisce tutte le spiegazioni (novembre 2020)

Casa natale di Amedeo Modigliani
Casa natale Modigliani; Manifesto: Impressionist and Post-Impressionist Masterpieces – The Courtauld Collection; Metropolitan Museum of Art, New York, April 4 to June 21, 1987
Casa natale Modigliani; riproduzioni varie

Nelle foto seguenti lo scenografo Antonio Morozzi completa, all’esterno di una ex edicola su cui ha dipinto il volto del pittore, la mappa che servirà ai visitatori per orientarsi nella zona. L’edicola diverrà punto d’informazioni della Mostra.

Non poteva mancare il Vernacoliere. Nella copertina del mese di Novembre ha commentato l’evento nel modo beffardo che lo caratterizza.

I Fossi
Dalla Terrazza Mascagni
Dalla Terrazza Mascagni
Dalla Terrazza Mascagni