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Ricordi trentini.

Alla fine degli anni ‘70 – come le oche accorrono a frotte quando i bambini lanciano molliche di pane nel laghetto di piazza Dante (Trento) – i laureati e i diplomati del sud scendevano dal treno alla stazione, o dalle rombanti Fiat Cinquecento davanti a un albergo cittadino.

Arrivavano pieni di energia, nonostante viaggi interminabili, in treni scomodi, a volte affollatissimi, o dopo avere macinato centinaia di chilometri nelle scatolette indistruttibili: ore e ore con nelle orecchie il rumore del motore, delle altre macchine, delle gomme sull’asfalto.

Ad attrarre a Trento i laureati e i diplomati del sud era la possibilità di ottenere una supplenza lunga o un incarico a tempo determinato che consentiva di accumulare punti (come nei quiz e nei talent televisivi) e, superato il concorso a Cattedre, di acquisire il sospirato ruolo.

A chi ha vissuto e condiviso le ansie di quegli insegnanti viene naturale scrivere la parola Cattedre con la c maiuscola.

La nostra aspirazione era una carèga (sedia) dietro a una Cattedra, o almeno un careghìn (sgabello), una caregòta (seggiolina).

È un fatto che in provincia di Trento e in altre province del nord c’era carenza di insegnanti.

Al sud i laureati e i diplomati erano abbondanti: per la legge dei vasi comunicanti, il di più del sud si riversava nelle scuole del nord.

Non entro nella polemica sulla presunta facilità – in seguito sbandierata dai leghisti della prima ora (quelli del matrimonio celtico, del “celodurismo” e delle ridicole benedizioni con l’acqua del Po), una specie fortunatamente in via di estinzione, salita in massa sul carro dei salviniani (fermamente intenzionati a ignorare i milioni di euro spariti dal carro di Alberto da Giussano) – del raggiungimento di diplomi, lauree e voti alti nelle scuole e nelle Università del sud.

Si trattava comunque di scuole e Università italiane e non finte albanesi; ogni riferimento alle trote allevate a spese dei contribuenti non è casuale.

Siccome in ogni menzogna c’è un po’ di verità (e viceversa), non escludo che in alcune Scuole e Università del sud, ma anche del centro e del nord, in alcuni periodi (diciamo postsessantottini, per capirci) la meritocrazia fosse considerata ostacolo all’egualitarismo e, di conseguenza, messa al bando da professori incoscienti (quanti medici incapaci sono il risultato del sei politico?).

Per esperienza personale diretta posso affermare che questa anomalia non ha preso piede (ai miei tempi) nell’Università Federico II di Napoli; credo che il prestigio e la tradizione abbiano funzionato da antidoto per allontanare questo veleno mascherato da “giustizia sociale”.

Se qualcuno è entrato nella scuola “per il rotto della cuffia” (avrebbe detto il mio maestro), la vita ha certamente provveduto alla necessaria selezione meritocratica.

A Trento arrivavano frotte di giovani, chiamati dal Provveditorato agli Studi che, altrimenti, non sarebbe riuscito ad avviare l’anno scolastico in molte scuole della provincia.

Nonostante il loro entusiasmo e l’indubbia energia, questi giovani laureati e diplomati, un po’ dopo essere scesi dal treno o dalla Cinquecento, si scontravano con una difficoltà che appariva insormontabile: a Trento, in quel periodo, non si riusciva a trovare una casa, un appartamento, una stanza, un busatìn (buchetto) qualsiasi dove sistemarsi per condurre una vita decente.

Io ero uno di quei giovani, ma in quel momento venivo da Londra, dove mi ero trasferito dopo la laurea in biologia per godermi, finalmente, la libertà duramente conquistata.

Prima di trasferirmi avevo “lanciato”, con i piccioni viaggiatori, una domanda di incarico verso Trento; sì, proprio con i piccioni viaggiatori, nel senso: se va, va.

Perché proprio Trento?

In provincia di Trento si esaurivano regolarmente gli elenchi degli aspiranti ad incarico: erano chiamati tutti; in alcune scuole medie la matematica era insegnata dai farmacisti.

Dunque: piccione viaggiatore, ma ben indirizzato.

I “lavori” della burocrazia nei Provveditorati duravano parecchio: fra la domanda e la risposta si aspettavano mesi.

Nel frattempo me n’ero andato a Londra (treno in seconda classe, trasferimento su un traghetto a Calais, bianche scogliere di Dover, treno inglese, Victoria Station).

A Londra lavoravo in un supermercato gestito da un indiano del Kenia che si chiamava Raje: ero addetto al riempimento degli scaffali man mano che si svuotavano.

Raje mi aveva dato quel lavoro sulla base di un unico elemento di valutazione: la data di nascita, per esattezza il mese.

Mi spiegò che i nati sotto il segno della vergine sono onesti e amano il contatto con la gente, due punti ai quali teneva molto.

L’onestà non credo sia un valore assoluto, dipende dalle circostanze.

Mentre mi dava questo attestato di fiducia preventiva, mi offriva un lavoro pagato al nero e io lo accettavo: avevamo in comune un’idea elastica dell’onestà.

Evidentemente, Raje non conosceva il canto XXVII dell’Inferno, versi 118 – 120: « … / ch’assolver non si può chi non si pente, / né pentere e volere insieme puossi / per la contradizion che nol consente. / … »

Non si può assolvere (dichiarare preventivamente onesto) chi non rifiuta una proposta disonesta, perché c’è contraddizione logica tra essere onesto e comportarsi da disonesto (nel verso di Dante: pentirsi del peccato e commetterlo nonostante il pentimento).

Sul secondo elemento aveva colto nel segno, nel senso che mi piace il contatto con gli altri, anche se ho sviluppato una forte diffidenza verso chi si riempie continuamente la bocca di parole come ggente – con due g – ppopolo – con tre p, due all’inizio – princìpi, dovere, responsabilità – che si scrivono con l’iniziale scempia ma si pronunciano come se fosse doppia.

Non sopporto i “salvatori della patria” e i loro megafoni, soprattutto se non conoscono il Canto XXVII dell’Inferno (basterebbe andare a vedere il loro passato e si scoprirebbe altro che pochi pounds pagati al nero).

Naturalmente il titolo di studi italiano non mi era riconosciuto; d’altra parte, per il lavoro che dovevo fare mi bastava la data di nascita.

Passarono i mesi, ricominciò l’anno scolastico, il Provveditorato agli Studi di Trento prese ad attingere dalle graduatorie.

Nelle graduatorie c’ero anch’io (il piccione viaggiatore aveva svolto il proprio compito con esattezza).

A casa mia, vicino Napoli, arrivò una raccomandata: deve presentarsi entro una settimana se vuole accettare l’incarico, altrimenti sarà ritenuto rinunciatario.

In quel momento fui messo di fronte a un bivio: resto a Londra, dove ho trovato una “accomodation”, un lavoro non troppo pesante e la prospettiva futura di farmi riconoscere la laurea, o raggiungo Trento per dare una nuova svolta alla mia vita?

Camminai per ore, come faccio sempre quando ho un dubbio.

Alla fine decisi: interruppi bruscamente lavoro, affitto, amicizie, abitudini che avevo cominciato ad acquisire (la sera al pub) e mi ritrovai, dopo qualche giorno, con una valigia e un “montgomery” comprato a Londra, davanti a un albergo nel centro di Trento.

Provveditorato, Scuola Media “Segantini”, inizio del lavoro di insegnante di Scienze matematiche, chimiche, fisiche e naturali (questo era il nome analitico della mia disciplina, credo inventato dalla “mitica” ministra Falcucci).

Incontrai i primi alunni, che ora hanno superato i cinquant’anni, spero conservando, in un angolo della memoria, un buon ricordo di questo professore meridionale, molto interessato al loro dialetto (un vecchio pallino, credo condiviso da molti della mia generazione: conoscere le lingue, i dialetti, senza distinzioni).

Parole nuove: la putèla (ragazzina), el matelòt (ragazzino), desmentegà (dimenticato: il quaderno, gli esercizi, il libro), nevegherà (nevicherà; pensavo: devo comprare le scarpe adatte) e tante altre che mi colpivano per la dolcezza del suono.

C’era un problema: da quell’albergo non riuscivo a staccarmi e, nel mio bilancio, le uscite, considerato il magro stipendio, superavano le entrate (nel mio piccolo, ero nella stessa situazione dello stato italiano).

Stavo già riflettendo su come sarei potuto rientrare nel FoodStore Continental in North End Road, quando accadde un episodio che, a me agnostico, fece pensare all’intervento di un angelo (evidentemente nella mia testa, allora come oggi, c’era poca attenzione alla coerenza dei pensieri).

Devo dire che questo angelo, in seguito, veramente l’ho conosciuto e ne ho imparato il nome: si chiama Giuseppina Capolicchio (ne parlerò nuovamente; però che fortuna conoscere un angelo per nome e cognome!).

Al ritorno da scuola giravo tutte le agenzie dove avevo lasciato la richiesta di trovarmi una sistemazione, ma niente: la risposta era sempre negativa.

In Provveditorato mi avevano consigliato: si rivolga a Villa Sant’Ignazio.

Ma io ero, e sono, fermo nel mio agnosticismo incoerente; avevo sperimentato la libertà nella “singing London”, non volevo finire in un collegio di preti e subire l’imposizione di una razione quotidiana obbligatoria di preghiere, devozioni, genuflessioni.

Avevo escluso da subito “i preti” e continuavo con il mio inutile e defatigante giro delle agenzie.

Un pomeriggio, per superare lo sconforto e rilassarmi, decido di fare un giro in collina: da piazza Venezia risalgo via della Saluga; dopo un’impervia salita, un po’ faticosa ma piacevole, raggiungo via delle Laste, guardandomi intorno con curiosità.

Vedo un cancelletto aperto (quel cancelletto rossastro c’è ancora); lo attraverso, salgo alcuni gradini, trovo una specie di corridoio limitato da una siepe a sinistra e, a destra, da un vigneto, con le sue viti disposte in file precise, ordinate come soldatini sull’attenti.

Non so perché percorsi quel “corridoio” fino agli altri gradini, più numerosi, che seguivano; forse pensai che quella fosse una via alternativa alla strada asfaltata per andare in collina.

Sbucai in un piazzale dove alcuni giovani conversavano tranquillamente e, fra di essi, riconobbi un collega della media “Segantini”.

Lo salutai e lui mi disse: «Questa è Villa Sant’Ignazio: si spende poco, nessun obbligo, tranne l’opportunità di vivere insieme agli altri, di non isolarsi, di consumare almeno dieci pasti al mese in comune, di non considerarla un albergo; chiedi di fare un colloquio, vedrai che ti accolgono».

Al colloquio conobbi padre Gigi Movia e, come premessa, gli diedi la risposta a una domanda che non mi aveva fatto: non sono cattolico praticante, anzi mi definirei agnostico.

Padre Gigi rispose, meravigliato della mia precisazione: non te lo avrei chiesto e, comunque, non ha alcuna importanza.

Questo, per me, è Villa Sant’Ignazio da allora: un posto dove i cattolici, i gesuiti, hanno tanta fede da non avvertire la necessità di imporla agli altri in cambio dell’accoglienza.

Alla fine degli anni ‘70 c’erano tre gesuiti a Villa Sant’Ignazio: padre Livio Passalacqua, padre Gigi Movia, fratel Sergio Zoggia (non so se mi sto esprimendo correttamente, ma credo che il titolo diverso corrisponda a una diversa funzione).

Fratel Sergio svolgeva i compiti di cuoco e contadino: curava la vigna e cucinava la polenta con la luganega (una variante locale della salsiccia), el risòt (risotto) coi funghi.

Preparava pasti semplici, “contadini”, proprio come piacciono a me, come sono stato abituato, fin da piccolo, da mia madre, che non cucinava mai cose troppo complicate o troppo elaborate.

Al ritorno da scuola, dopo esserci “arrampicati” su per la Saluga, era bello trovare un buon pasto caldo, in quella grande sala, seduti ai tavoli disposti a ferro di cavallo, in modo da non dividersi in gruppetti.

Sergio era originario di Trebaseleghe, un paese in provincia di Padova: Veneto profondo, radicato nella cultura cattolica.

Gli piaceva scherzare con noi “terroni”, ma sempre affettuosamente, con simpatia; il mio amico Ignazio si divertiva a insegnargli le frasi in dialetto napoletano e anche qualche espressione non proprio da salotto («Sergio, se qualcuno si comporta male gli devi dire: tu si figli’e’ndrocchia»; lui ripeteva, si divertiva e ci accoglieva con un bel “figli’e’ndrocchia”).

Padre Gigi era un intellettuale acuto, dotato di una cultura vastissima, che nascondeva dietro un atteggiamento umile, dimesso; lavorava sulla sottrazione, ma intanto produceva un corposo commento ai Vangeli: Marco (quattro volumi), Giovanni (cinque volumi), Luca (sette volumi); un commento ai Salmi (sei volumi), una proposta di esperienza di contemplazione sulle Icone Russe.

In ogni commento è presente un confronto tra le parole e le frasi di quel testo con le parole e le frasi corrispondenti degli altri e con l’Antico Testamento. Teniamo presente che non c’erano ancora i computer e i programmi di videoscrittura: gli unici strumenti di analisi dei testi erano la penna, la macchina per scrivere, il confronto con gli autori, lo studio.

Un lavoro enorme, complesso, durato tutta la vita, trovando anche il tempo per tradurre i Salmi nel dialetto di una valle trentina: non solo approfondiva continuamente lo studio dei testi sacri della sua fede, ma metteva i Salmi a disposizione degli abitanti di una valle, anche di quelli capaci di esprimersi solo nel proprio dialetto.

Sicuramente si trattava soprattutto di una scelta di espressione poetica.

Padre Livio teneva corsi di “Laboratorio di Educazione al Dialogo” (LED), secondo la metodologia dell’approccio centrato sulla persona (Carl Rogers), e reggeva il tutto attraverso una cooperativa, assumendosi delle responsabilità impegnative, per esempio quando si trattava di accogliere una donna che aveva trascorso gran parte della vita nei manicomi e, chiusi quei luoghi di pena, doveva imparare a gestire un rapporto con persone “normali”.

A proposito di responsabilità: a Villa Sant’Ignazio si accoglievano anche detenuti che scontavano l’ultimo periodo di detenzione lavorando all’esterno del carcere e avevano bisogno di un domicilio di riferimento.

Quante nuove conoscenze nei due anni trascorsi a Villa Sant’Ignazio!

Di quei primi due anni in Trentino ho il ricordo più vivo, perché carico di esperienze uniche, irripetibili.

Poi c’era l’angelo: Giuseppina.

Sempre disponibile a dare una mano a chi aveva bisogno, ad aiutare le tante persone singole, ma anche famiglie (ricordo una coppia di supplenti con un bambino di otto anni al seguito) che si trasferivano dal sud, ma anche dal centro Italia, cariche di speranze e, a volte, di problemi.

Giuseppina era il riferimento per tutti e lo è ancora, perché, dei quattro moschettieri, è l’unica rimasta a svolgere la sua opera a Villa Sant’Ignazio.

Padre Livio da due anni si trova a Gallarate (il fondatore della Compagnia di Gesù era un militare, i gesuiti obbediscono), Gigi e Sergio non ci sono più, sono approdati nel Regno della loro fede.

A Villa Sant’Ignazio non si aiutavano solo gli insegnanti in cerca di un domicilio e le persone bisognose di accoglienza per i più svariati motivi.

In alcune stanze, per conto dell’ANFAS, la mamma di un ragazzo handicappato si occupava del figlio e di altri ragazzi affetti da varie forme di handicap.

Alcune stanze erano a disposizione di Valerio Costa, psicologo e psicoterapeuta, il primo in Italia ad elaborare un metodo per il recupero dei tossicodipendenti; fondatore della comunità di Camparta.

Ancora oggi le diverse cooperative che hanno sede in via delle Laste 22 svolgono le loro attività con l’aiuto di amici e di volontari; quarant’anni fa molti giovani vi prestavano servizio civile (ricordo con amicizia il giornalista Paolo Ghezzi); si occupavano dell’organizzazione e della vita quotidiana nella casa: attività non semplice in una comunità di persone con storie, abitudini, educazione molto diverse e problemi, a volte, complicati.

A Villa Sant’Ignazio si accoglie chi ha bisogno, chiedendo l’impegno a rispettare se stessi e gli altri.

Questo è l’unico obbligo per essere accolti, l’unica conditio (o condicio) sine qua non; a nessuno, prima di accoglierlo, si chiede: chi sei?