Cinema Odeon – piazza San Paolo all’Orto – Pisa (15 maggio 2019 h 20.20)

Tratto dal libro “Laurel & Hardy – The British Tours” di “A. J.” Marriot.

I protagonisti di questo film sono due benefattori dell’umanità, due creatori di allegria: Stan Laurel e Oliver Hardy.

Hanno fatto del bene, divertendosi; molto più dei tanti condottieri e sovrani che ci guardano dai piedistalli nelle piazze principali, con l’espressione ispirata, lo sguardo severo, la spada sguainata, a piedi o a cavallo, pronti a lanciare la carica.

Si dovrebbe scegliere una via centrale, la via del passeggio, esclusa al traffico, dove collocare, al posto dei condottieri, le statue dei grandi comici.

In ogni città del mondo: via dei Comici, rue des Comédiens, street of the Comedians, calle de los Comediantes, ecc.

Percorrendo la via dei Comici si vedrebbero le statue, non in ordine cronologico o di fama, disposte casualmente, in modo un po’ disordinato, ciascuna con una targa riassuntiva della biografia del comico rappresentato, il nome di battesimo, inteso come nome dato alla nascita (non tutti sono battezzati) e il nome d’arte.

Charles Spencer (Charley Chaplin), Joseph Frank Keaton (Buster Keaton), Antonio De Curtis (Totò), Joseph Levitch (Jerry Lewis), Julius Henry Marx (Groucho), Adolph Arthur Marx (Harpo), Leonard Marx (Chico), Fernand Contandin (Fernandel), Ettore Petrolini, ecc ecc ecc …; mi fermo perché in ogni elenco ne mancherebbe qualcuno.

Forse non basterebbe una via; poco male: dedichiamo gli interi centri storici ai comici.

Se il mondo si decidesse ad accettare la mia idea, le città si riempirebbero di statue che evocano allegria e conseguente salute mentale, e sarebbero eliminati, almeno dalle vie dei Comici, quei catafalchi deprimenti di condottieri a cavallo o appiedati, che ci guardano storto, come se avessero digerito male, e sembrano sul punto di chiamarci alle armi: «Armiamoci e partite».

Resterebbero solo comici e artisti (spesso coincidono), i veri benefattori dell’umanità.

A Napoli credo ci sia una via dedicata a Totò e una statua non particolarmente bella; a Marsiglia c’è una statua di Fernandel, decisamente brutta; nella città natale di Stan Laurel (Ulverstone, England) nel 2010 è stata eretta una statua, opera dello scultore Graham Ibbesson, che rappresenta Stanlio e Ollio appoggiati a un lampione; l’espressione è abbastanza naturale, ma manca qualcosa: lo sguardo dolce di Ollio, lo sguardo sperduto di Stanlio.

Ridono entrambi, cosa che alle due maschere capitava raramente: il gioco consisteva nello scambio di cattiverie; a volte sorridevano insieme.

Sembra che lo scultore non si sia preoccupato di studiare a fondo i due artisti, i loro caratteri, gli atteggiamenti: i loro sguardi.

Forse aveva in mente un’espressione standard, che ha meccanicamente trasferito nella sua opera, o forse sì è persa la capacità di creare statue che hanno uno sguardo.

Sarebbe il caso di prevedere un esame rigoroso, prima di affidare a uno scultore (purtroppo non siamo nell’epoca di Michelangelo) l’onore di realizzare statue così importanti; dovrebbe dimostrare di conoscere a fondo gli artisti, le loro opere, la loro biografia.

Dovrebbe accettare l’impegno a rifare la statua finché la maggioranza dei cittadini non fosse soddisfatta del risultato.

Il committente ha i suoi diritti; i cittadini che passeggiano hanno il diritto di non farsi deprimere da uno scultore che compensa la mancanza di talento con una concezione cerebrale dell’arte: un famoso artista certamente pretenderebbe di inserire cumuli di stracci nelle opere, un altro montagne di sale o di altro materiale; qualcuno le farebbe di cera, per farle sciogliere d’estate, qualche altro si metterebbe sul piedistallo a fissare i passanti, prendendo ispirazione da Marina Abramovic per affermare: “the artist is present” («e chi se ne frega non ce lo metti?», direbbero a Roma).

Riprendiamoci l’arte, recuperiamo il diritto di esprimere la nostra opinione, di accettare ciò che ci piace e rifiutare ciò che proprio non ci va giù.

Soprattutto: non mettiamoci nelle mani dei critici e dei professionisti della chiacchiera.

Chiunque può fare arte come gli pare, ma perché io compri le sue opere, mi deve convincere, mi deve emozionare, stupire.

Dunque, dal momento che le statue sarebbero pagate da tutti: votiamo.

Se non si trovassero gli scultori capaci (è probabile: non siamo nell’epoca di Michelangelo) e tutte le proposte fossero bocciate, si potrebbe ricorrere a pannelli, a schermi, a installazioni multimediali.

Meglio così che accettare le opere di scultori desiderosi di riversare sui passanti le proprie seghe mentali.

Si dovrebbe spendere parecchio, ma spendiamoli pure i soldi delle tasse per rendere omaggio ai comici; risparmiamo sulle rotonde, che ci fanno girare la testa, ci danno dubbi sulla precedenza e hanno l’unico vantaggio di non farci stare un po’ fermi al semaforo ad aspettare il verde (l’ossessione di non perdere tempo!).

Per rappresentare Stanlio e Ollio, anziché la posa insulsa della statua di Ulverston, andrebbe bene il cavallo, lo stesso cavallo dei condottieri, con uno dei due che si arrampica per montarci sopra, appoggiando un piede sulla testa dell’altro.

Oppure si potrebbe utilizzare il passo di danza dei due comici nel film “I fanciulli del West”: un elegante passo a due, tenendosi per mano e librandosi leggeri come libellule.

A pensarci, anche Totò era elegante e leggero quando ballava, anche Charlot, anche Jerry Lewis (goffo, ma leggero), anche Groucho Marx.

Forse alla leggerezza della comicità corrisponde la leggerezza del corpo dei comici.

Buster Keaton era una piuma; potevano strapazzarlo, lanciarlo da una macchina o da un treno in corsa: si rialzava e provava a risalire; si attaccava alle grosse ruote dei treni di allora, alla staffa di legno che le collegava.

Naturalmente usava trucchi, molto ingegnosi, sperimentava le possibilità del nuovo mezzo; tutti i comici sapevano tirare e ricevere pugni, colpi sulla testa, martellate; sapevano cadere dalle scale senza farsi male, ma, soprattutto, erano leggeri, anche quando pesavano 150 chili, come Ollie nell’ultimo periodo della sua vita artistica.

Provenivano da una forte selezione, da anni di teatro, di circo, di strada; da quello che da noi si sarebbe chiamato avanspettacolo.

Stan e Ollie, prima di essere conosciuti in Italia come Stanlio e Ollio, prima della guerra, erano chiamati Cric e Croc; con questi nomi i ragazzini adattavano una cantilena al motivo musicale introduttivo dei loro film: «È morto Cric / è morto Croc / povero Cric / povero Croc».

I ragazzi napoletani li chiamavano “ó sicchə” e “ó chiattə” (il secco e il grasso) e, sullo stesso motivetto, cantavano: «È muort’ó sicchə / è muort’ó chiattə / e chi sə nə fottə / e chi sə nə fottə» «È morto il secco / è morto il grasso / e chi se n’importa / chi se n’importa».

La particolare musicalità della lingua napoletana viene fuori anche da queste cosette.

Dagli anni cinquanta, con il grande successo dei loro film, che poi furono trasmessi, verso la fine degli anni sessanta, anche in televisione, furono stabilmente conosciuti da tutti, in Italia, come Stanlio e Ollio.

Alberto Sordi e Mauro Zambuto avevano creato la loro voce italiana (1939), un’invenzione così efficace da resistere al tempo e al cambiamento dei doppiatori, così potente da duplicare le due maschere: c’è una maschera doppia (Stan e Ollie) e ce n’è un’altra (Stanlio e Ollio), imparentata con la prima, ma autonoma rispetto ad essa e qualche volta anche più divertente: traducendo, gli sceneggiatori italianizzavano le battute (non sempre ciò che fa ridere un americano fa ridere anche noi).

Da ragazzini cercavamo tutti di rifare Stanlio e Ollio, come, in seguito, avremmo cercato di rifare Fantozzi (Totò era troppo difficile: si ripetevano i suoi giochi di parole, le sue battute, ma non si cercava di imitarne la voce).

Stan: «Ollio, mi dai un fiammifèro?» Ollie: «Che devi farne?»

Stan: «Voglio vedere se è accesa la luce» Ollie: «OhOhOh! … Stupìdo»

Avevo proprio voglia di vedere questo film sull’ultimo periodo della vita artistica dei due comedians, come dicono gli inglesi.

Però avevo anche un pregiudizio negativo riguardo al film.

Non mi piace quando un attore cerca di rifare un grande dello schermo.

Se amo il comico cinematografico imitato, ho visto e rivisto molti suoi film, conosco bene le sue espressioni, difficilmente mi faccio convincere dall’attore che lo imita, tentando di impersonarlo.

Più l’attore si trucca e s’impegna, più mi irrita (mi viene in mente Paolo Villaggio rifatto da un attore pieno di buona volontà in un film dell’anno scorso, dedicato a Fabrizio de André, un film da dimenticare).

Mi ero ripromesso di vedere questo film in versione originale, perché nella versione doppiata, al tentativo, sullo schermo, di rifare Stan e Ollie, si sarebbe aggiunta, nelle orecchie, l’imitazione dell’invenzione vocale di Alberto Sordi e Mauro Zambuto.

Troppi tentativi di imitazione sovrapposti: mi aspettavo il peggio.

Alla voglia di vedere questo film (solo alla fine di maggio sarà proiettato in versione originale con sottotitoli in italiano all’Odeon di Firenze), si è aggiunta la voglia di visitare la mostra su Hitchcock nel Museo della Grafica, palazzo Lanfranchi, a Pisa (lungarno Galilei): una mostra di immagini e suoni dei più famosi film del grande regista britannico, naturalizzato statunitense; la mostra (copio dalla locandina) «presenta 70 fotografie e contenuti speciali provenienti dagli archivi della Universal Pictures, che conducono il pubblico nel backstage dei principali film di Hitchcock, facendo scoprire particolari curiosi sulla realizzazione delle scene più celebri, sull’impiego dei primi effetti speciali, sugli attori e sulla vita privata del regista inglese»: da non perdere.

La giornata si annunciava piovosa: mi faceva piacere rivedere l’Arno dal ponte di Mezzo sotto una pioggerellina primaverile.

Ho messo insieme questi desideri e sono andato a visitare la Mostra nel pomeriggio, a vedere il film al cinema Odeon di Pisa di sera, ad osservare l’Arno sotto la pioggia, mentre attraversavo il ponte di Mezzo, spostandomi dal Lungarno Galilei verso piazza San Paolo all’Orto.

La mostra mi ha consentito di scoprire cose che non conoscevo sui film di un regista che ha utilizzato il cinema per entrare in profondità nella propria psiche e, quindi, anche nella nostra.

Interessante l’analisi delle musiche e degli effetti sonori, divertente il montaggio delle apparizioni di Hitchcock, i famosi cammei, nei vari film; alcuni scoperti (“Gli Uccelli”), altri mascherati, quasi nascosti (“Nodo alla gola”).

Diventò così grande l’attesa di queste sue apparizioni, che negli ultimi film decise di anticiparle, per non distrarre gli spettatori.

Secondo me la grandezza di un regista si vede anche dalla sua capacità di divertirsi, di giocare e un po’ prendersi in giro.

In “Il sipario strappato” ha un bambino in braccio che lascia un segno della sua presenza sui pantaloni di Hitchcock: la scena è stata costruita, o doveva solo avere il bambino in braccio e il resto è avvenuto per caso? In mancanza di testimonianze (se ci sono, non le conosco), propendo decisamente per la prima ipotesi.

Hitchcock giocava, con gli spettatori e con la macchina da presa.

Dopo la mostra ho attraversato l’Arno sul ponte di Mezzo, constatando ancora una volta che il fiume, visto da lassù, da una parte e dall’altra del ponte, è fotogenico con tutte le luci e in tutte le stagioni.

Il film, che mi suscitava le perplessità, i dubbi di cui scrivevo prima, mi ha conquistato fin dalle prime scene.

Merito del regista e degli scenografi; spettacolare la carrellata iniziale, con la quale si entra “ex abrupto” nel tema.

Seguiamo i due attori, entrando nell’azione, mentre si spostano sul set del film “I fanciulli del West”, discutono degli onnipresenti problemi economici – Oliver butta soldi nelle corse dei cavalli, le ex mogli arraffano tutto ciò che possono, il produttore non vuole pagarli adeguatamente – salutano le comparse, le ballerine, gli attrezzisti, poi, al ciak, entrano nella parte e diventano Stan e Ollie: la maschera doppia.

Il film è bello: i due attori non si sono limitati al tentativo di imitazione, perfettamente riuscito, hanno aggiunto l’interpretazione.

John C. Reilly è riuscito a ridarci lo sguardo buono di Oliver Hardy, sulla scena e, verosimilmente, nella vita.

Steve Coogan ci ha ridato l’aria sperduta che Stan Laurel assumeva quando diventava Stanlio, ma anche lo sguardo intelligente e malinconico di un uomo continuamente impegnato a inventare battute umoristiche e gag, amareggiato dai meccanismi tortuosi che li portavano ad essere sfruttati da tutti.

Dopo una separazione durata alcuni anni, che portò danni ad entrambi e alla loro maschera doppia, i due si ricongiunsero e si imbarcarono per una tournée in Europa che avrebbe dovuto portare al rilancio della coppia ed essere seguita da un nuovo film, un film per il quale il solito produttore aveva promesso di trovare i fondi.

Ma i produttori sono, per definizione, cinici, non mantengono mai la parola data, non rispettano il passato degli artisti e, quando non possono più sfruttarli, li abbandonano senza pietà.

Questo ci racconta il film.

A nulla valgono le gag di Stan per scavalcare l’impiegata addetta a bloccare il passaggio agli artisti che il produttore non vuole ricevere; l’impiegata non sa neanche bene chi sia “il signor Lauren” (ha voglia di ripetere, Stan, «mi chiamo Laurel»!); non ha neanche un po’ di senso dell’umorismo per capire che quell’omino la sta prendendo in giro.

Il film è la storia di un’amicizia tra due uomini molto diversi e dei loro contrasti nel momento in cui il grande avvenire è dietro le spalle (titolo di un bellissimo libro di Vittorio Gassman); due comici geniali che si sono fatti sfruttare da tutti: dai produttori, dalle ex mogli, dalle mogli attuali, insopportabili; due amici che ogni tanto si accusano reciprocamente, ma sempre, alla fine, si ritrovano, finché ce la fanno, per ridare vita alla loro creazione: Stan e Ollie.

Stan non può rinunciare a Ollie; Ollie, per far sopravvivere la maschera, è disposto a rischiare di morire dopo un collasso, per portare a termine il loro ultimo, trionfale, tour; la gente “normale”, che affronta la fatica quotidiana del vivere (il lavoro, le difficoltà economiche) si affolla nei teatri per ridere, ma anche per ringraziarli delle risate che ha avuto in dono da loro; li riconosce, per riprendere la mia idea iniziale, come benefattori, molto più di generali, sovrani, condottieri immortalati nelle piazze in pose ridicole (non comiche), lo sguardo severo, il petto in fuori, la spada sguainata, sollevata in alto, pronta per calare fendenti sul nemico, a piedi o, come il prode Anselmo, a cavallo di un caval.

La ballata del prode Anselmo

(di Giovanni Visconti Venosta; da “Ricordi di gioventù 1847 – 1860”)

Passa un giorno, passa l’altro

Mai non torna il prode Anselmo,

Perché egli era molto scaltro

Andò in guerra e mise l’elmo.

Mise l’elmo sulla testa

Per non farsi troppo mal

E partì, la lancia in resta,

A cavallo di un caval.

 … … … … … … … … … … …

Il film mi è molto piaciuto; di più: ben girato, ben interpretato, divertente, emozionante, interessante.

Andrò a vedere la versione originale, alla fine di maggio, al cinema Odeon, a Firenze.