Cinema Odeon – piazza degli Strozzi – Firenze (19 giugno 2019 h 21.00)

Nulla contro la rappresentazione del male sullo schermo; credo che il cinema serva, come l’arte in genere, come i sogni, anche a rappresentare il male presente nella nostra mente o nella nostra vita.

Però est modus in rebus: esiste una misura nelle cose; in altri termini: c’è modo e modo.

Odio quelle rassegne di trucchi cinematografici, analogici o digitali, che vanno sotto il nome di film appartenenti al genere horror; non sopporto gli attori truccati per sembrare mostruosi, i corpi sventrati, i manichini ambulanti su femori, tibie e peroni malfermi, le mascelle e le mandibole minacciose, le cavità orbitali enormi, fornite di un solo occhio rossastro e un altro pendulo, gli omeri, i radii e le ulne terminanti con lunghe falangi che stringono (non si sa come, dal momento che la muscolatura è assente) il collo delle vittime.

Tutto quel materiale plastico, non riciclabile perché fortemente intriso di sostanze coloranti, dovrebbe dare l’idea della decomposizione e, invece, fa pensare che chi l’ha costruito non abbia mai visto un corpo decomposto; se vogliono imparare, vadano nei cimiteri dove ancora si pratica l’esumazione dei cadaveri dopo tre o cinque anni dal seppellimento; avranno delle sorprese, capiranno che cosa resta di un corpo seppellito, vedranno come sono fatti i resti.

Questo eccesso di immagini che dovrebbero impressionarci rivela un desiderio meschino del regista: vorrebbe mostrarci la sua potenza, la sua capacità di influire su di noi, usando mezzucci.

Me l’immagino nascosto in sala spiare le nostre reazioni, fregarsi le mani se diamo segni di paura.

Non può riuscire nel suo intento; con me non può riuscire: sto sempre attento a non farmi influenzare troppo dalla vita, non credo che un George Romero o un Lucio Fulci, o un Dario Argento qualsiasi possa riuscire a impressionarmi con i suoi giochini macabri sullo schermo di un cinema.

Per convincermi, e anche impressionarmi, il film deve agire sulla mia fantasia, deve spingermi a ricercare i mostri dentro me stesso, come – spostando il discorso sulla letteratura – quello scrittore che un mattino, al risveglio dopo sogni inquieti, con pochi tratti di penna, giusto la descrizione di una miriade di zampette che si agitavano e poco altro, mi ha fatto ritrovare trasformato in un enorme insetto (“La metamorfosi”, Franz Kafka).

Oppure, tornando al cinema, come l’amico panzone (come si fa a non citarlo in continuazione? Impossibile) che ci ha messo nella memoria il ricordo indelebile di una donna nuda accoltellata ripetutamente mentre fa la doccia (“Psycho”); eppure, se rivediamo con attenzione la scena, se scorriamo le immagini una a una, ci accorgiamo che la nudità della donna, e anche le coltellate, sono un prodotto della nostra immaginazione, perché sullo schermo non ci sono.

Il film l’abbiamo fatto anche noi e avremmo il diritto di chiedere, all’amico panzone e al proprietario della sala, una parte dell’incasso.

Bisogna essere molto ingenui per farsi impressionare dai corpi sgozzati, dai fiumi di sangue che scorrono sullo schermo; corpi spesso forniti di membra poco realistiche (almeno rivolgetevi a un esperto, se volete rappresentare l’anatomia!).

Persino Quentin Tarantino, un grande, mi ha deluso in “Bastardi senza gloria”, quando, nell’ultima scena, la penultima sequenza di immagini, mostra in primo piano l’incisione con un coltello della fronte del nazista per marchiarlo con il simbolo delle SS.

Si vede una fronte troppo carnosa, nella quale la lama del coltello affonda troppo e i brandelli di carne incisi sono troppo spessi.

Non si è accorto, Quentin Tarantino, che la sua fronte è coperta da uno strato sottilissimo di tessuto muscolare, sotto all’epidermide?

Tagliando in quella zona si formerebbero brandelli sottilissimi, che resterebbero quasi attaccati all’osso, si muoverebbero poco, soprattutto se tagliati con un coltello che ha la lama affilata di un bisturi.

La punta di un coltello può penetrare solo per pochi decimi di millimetro nella fronte, a meno di incidere l’osso.

Sia chiaro: Quentin Tarantino è il più bravo di tutti e ha il merito di averci fatto vedere i capi nazisti, Hitler e altro luridume compresi, riuniti in un cinema e bruciati vivi. Per un attimo ci ha fatto sognare che la giusta vendetta di una povera ragazza ebrea si fosse realizzata e avesse posto fine alla guerra.

Purtroppo non è andata così: tanti torturatori nazisti hanno buttato via la lurida divisa e, per il resto della vita, hanno dimenticato, cercato di dimenticare o, addirittura, ricordato con nostalgia.

Sempre nel film di Tarantino, dobbiamo ringraziare il tenente Aldo, discendente di indiani, comandante dei “bastardi senza gloria” – il bravissimo Brad Pitt, straordinario, a cominciare dall’espressione un po’ marlonbrandesca (sarebbe stato meglio scrivere “da padrino”) – se il laido nazista avrà incisa sulla fronte la propria vergogna.

Però il taglio in primo piano non mi convince; forse sarebbe stato meglio, dopo avere inquadrato a terra il colonnello Landa, mentre urla di dolore, far vedere il risultato.

Nella fantasia l’operazione sarebbe stata più realistica.

Infatti fa più impressione l’apparizione del segno sulla fronte di un soldato, in una delle prime scene.

Il cinema non deve mai eccedere nel tentativo di imitare la realtà, dove non può arrivare deve cedere il passo all’immaginazione.

È un piccolo particolare, un dettaglio, alla fine di un bel film, ma nel cinema i piccoli particolari contano (per me anche nella vita).

I film horror splatter (quelli con i mostri, le budella esposte, il liquido rosso) possono piacermi solo a una condizione: se sono horror comici.

Capolavori del genere: “Per favore non mordermi sul collo”, di Roman Polansky, “Frankenstein Junior”, di Mel Brooks.

Non sono film splatter, cioè basati sul sangue che schizza, però ci sono i mostri e fanno molto ridere.

Direi che quest’ultimo film di Jim Jarmusch si inserisca bene nel genere horror comico, in quanto tratta con mano leggera un argomento pesante.

Merito del regista, che ha sempre dimostrato una vena comica stralunata, evidenziata dalla presenza e dalla voce roca di Tom Waits.

Jim Jarmusch ha fatto diversi film che ricordo volentieri (non tutti, solo quelli leggeri, come “Stranger Than Paradise”).

Mi viene in mente “Down by law” (“Daunbailò”) in cui Roberto Benigni interpretava il personaggio di allora, la maschera che portava in giro prima della “conversione” – lo dico scherzando, perché a me piace anche il Benigni convertito a Dante e ai grandi testi religiosi e civili – senza essere doppiato, parlando un inglese maccheronico (era la prima volta che approdava in un film americano).

Con lui c’erano John Lurie e, appunto, Tom Waits; ricordo alcune scene in cui si fondeva la comicità surreale dei tre e il risultato erano quelle gag irresistibili di “amici” toscani (Francesco Nuti, Leonardo Pieraccioni, Novello Novelli, gli “Amici miei” di Monicelli) interpretate da due attori che non hanno la calata fiorentina, ma si facevano coinvolgere da Benigni, dopo un’iniziale riluttanza, nei suoi nonsense, nei suoi giochi di parole, nelle sue assurde tiritere, con la sua allegria, con la sua gioia di vivere, trasformando la cella del carcere americano in una cella di Sollicciano.

L’argomento di questo horror è il più classico: i morti non sono morti, non muoiono, come dice il titolo del film e la canzone colonna sonora; siccome non muoiono – pare assodato – quando il polar fracking arriva a disturbarli escono dalla tomba.

Il fenomeno è diretta conseguenza, dicono e ripetono nei telegiornali, del polar fracking.

Non si capisce come le due cose siano collegate: quale fastidio possa dare ai morti l’estrazione del gas dalle rocce porose mediante frantumazione e come possa comportare il loro strano risveglio.

Evidentemente, gli sceneggiatori non credono alla morte, che sarebbe sempre solo apparente.

Se così fosse, avrebbero ragione quelli che fanno conservare il proprio cadavere, o solo il cervello, a temperature bassissime (crioconservazione), in attesa di futuri risvegli resi possibili da una scienza molto più evoluta della attuale.

Però questi incauti ottimisti potrebbero avere delle sorprese, al risveglio, non nel senso che si aspettano.

Potrebbero trovare un mondo molto meno intelligente di quello che hanno lasciato, forse tecnologicamente avanzato, ma stupido, come si immagina nel film “Idiocracy” del 2006 (Mike Judge), un film mediocre, però basato su un’idea interessante: se la stupidità presente nel mondo e in continuo aumento – in America in sessant’anni siamo passati da Kennedy a Trump – diventasse un fattore di selezione naturale (la mamma dei cretini è sempre incinta), a che punto arriveremmo nei secoli futuri?

Se fosse vero che “the dead don’t die”, si dovrebbe smettere la vecchia abitudine di seppellire i morti sotto terra; questo costume sembra fatto apposta per far girare ai registi di horror la solita scena delle braccia protese fuori del terreno (in un horror indiano questa scena non potrebbe esserci).

Poi, regolarmente, ci fanno vedere la tomba vuota accanto alla lapide, il gran buco; non si sa che fine abbia fatto tutto il terreno che riempiva il buco e chi l’abbia spalato (non mi sembra che gli zombi siano forniti di pale).

I morti escono e, così come stanno, in pessime condizioni, con gli abiti stracciati, vanno in cerca di viventi da mangiare e delle cose che amavano da vivi: il caffè, lo chardonnay, la chitarra, il CD, il WiFi; i bambini defunti cercano i giocattoli.

Amano le parti molli dei viventi, forse perché hanno pochi denti, e li assaltano a morsi, con le mascelle scoperte e le mandibole pendenti; poi li abbandonano.

I viventi catturati, mangiati, morti, si risvegliano subito dopo e vanno in cerca di altri viventi.

Non finisce più.

Dalla parte degli zombi c’è il numero, perché singolarmente sono abbastanza legati nei movimenti.

Per fermarli e farli morire definitivamente, si spera, basta staccargli la testa, in qualunque modo: con una fucilata, con la spada, con l’accetta o con un attrezzo da giardinaggio.

Lo dicevo io che la soluzione del problema degli zombi è la cremazione!

Strano non ci abbiano pensato nel paese di Centerville, ma forse non hanno fatto in tempo.

Altre cose strane accadevano nel frattempo, dovute sempre, dicono nei telegiornali, al fracking.

Lo sconvolgimento del sottosuolo può causare terremoti, ci credo, ma come si spiega il collegamento con l’inversione tra il giorno e la notte?

Soprattutto: come si spiega il cattivo funzionamento degli orologi e la fuga degli animali?

Non dobbiamo porci queste domande, perché il film vuole solo essere divertente ed è molto più leggero della canzone che l’accompagna, il cui testo sembra evocare un destino tragico definitivo per tutti noi.

Le scene horror, inserite in situazioni diverse, non arrivano ad annoiare per la ripetizione, come di solito avviene in questo genere di film (visto uno zombi, visti tutti).

Il regista gioca con l’argomento, senza prendersi troppo sul serio e senza la pretesa di lanciare un messaggio di salvezza, anzi con un forte pessimismo di fondo.

Gli attori sono perfettamente in sintonia con l’andamento stralunato che, come ho detto prima, caratterizza i film di Jim Jarmusch.

Bill Murray interpreta il capo della polizia di Centerville, un vecchio tranquillo, pacato, che affronta le cose cercando di non drammatizzare, finché è possibile, e si pente di non essere andato in pensione. Da pensionato si sarebbe trovato nella stessa situazione, ma quando la realtà ti travolge non sai a cosa attaccarti, vorresti essere fuori dal mondo.

Se il mondo è popolato da morti viventi, se neanche la morte dona la tranquillità e il riposo, se non eterno, definitivo, fermate il mondo, voglio scendere!

Adam Driver è il giovane agente, freddo, razionale, impassibile fino ad essere, in più occasioni, imbambolato, fino a sembrare quasi stupido; capisce subito la causa di quelle morti, sa come ci si può difendere e mena fendenti decisi da buon giocatore di baseball; sa, fin dall’inizio, che «finirà male».

Chloë Sevigny è la giovane agente impaurita; ha una crisi di nervi e si abbandona quando vede fra gli zombi che vogliono divorarla la nonna che le voleva bene.

È forse la scena più drammatica del film, anzi l’unica veramente drammatica per me, perché, come sempre accade quando guardo gli effetti speciali, mi distraggo cercando di capire come hanno realizzato quella scena, con quale trucco, analogico o digitale.

Per esempio: la testa della ragazza staccata dal corpo, tenuta per i capelli dal poliziotto.

Mi sembra un trucco molto semplice da realizzare: basta sovrapporre l’immagine della testa dell’attrice alla testa finta tenuta dall’attore; con i programmi informatici è uno scherzo, un effetto che anche un dilettante riuscirebbe ad ottenere.

Ora che questi trucchi sono alla portata di tutti, sarebbe meglio evitarli e puntare su altro, per non avere il solito effetto comico involontario (non ci piace; vogliamo vedere l’intenzione di far ridere, la capacità di creare la comicità).

Fra gli abitanti del paese c’è anche il razzista stronzo, che porta sul berretto la scritta “make America white again” (un peggioramento dello slogan di Trump).

Fa una brutta fine, come gli altri: buoni e cattivi, innocenti e colpevoli, tutti muoiono, nel solito modo.

Forse si salvano tre bambini intelligenti, ma non ne siamo certi; si sono nascosti, non sappiamo se saranno scoperti; la ragazzina ha detto: «seguitemi, conosco un posto», non sappiamo dove sono andati.

Non si sa chi potrà salvarsi, quando causeremo la fine del mondo, chi potrà salire sull’arca di Noè.

Non si sa se vale la pena salvarsi, dal momento che una cosa così brutta (essere divorati dalla nonna) può accadere di nuovo.

Questo è il pessimismo di Jim Jarmusch; i naufraghi salvati da Noè avevano una promessa e un simbolo (l’arcobaleno) per ricominciare; i viventi erano stati puniti per i loro peccati; questi sono stati puniti dal polar fracking, con cui chi si salverà dovrà continuare a fare i conti; se impareranno la lezione ed eviteranno di frantumare le rocce, qualche altro fenomeno potrà risvegliare i morti, perché “the dead don’t die”.

Forse si salverà l’eremita, interpretato con divertimento da Tom Waits; non viene assalito e osserva tutto con il cannocchiale; sì, ma come vive! Vale la pena vivere in quelle condizioni solo per salvarsi?

C’è l’intervento di un’astronave che viene a prelevare un’extraterrestre esperta di arti marziali e devota a Buddha. È la nuova direttrice del cimitero ed è l’unica che si diverte con i morti e sa difendersi dagli zombi.

Buddha è un extraterrestre. Mah!

Non è spiegato il collegamento tra alcune situazioni, viene lasciato agli spettatori e alle loro competenze di cinefili.

Alcune battute sono memorabili.

All’inizio

Capo della polizia: «Com’è che ho questa canzone nelle orecchie, che la ricordo tutta a memoria?»

Agente: «Per forza, è la colonna sonora del film.»

Verso la fine

Capo della polizia: «Mi spieghi come mai, fin dall’inizio, hai detto che sarebbe finita male?»

Agente: «Ho letto il copione.»

Capo della polizia: «Hai letto tutto il copione?»

Agente: «Certo.»

Capo della polizia: «A me Jim ha fatto leggere solo la mia parte. Che stronzo!»

La storia finisce male, come l’agente aveva previsto fin dall’inizio, avendo letto il copione.

Il film non è piaciuto a quelli che si aspettavano qualcosa di “forte”; ho letto una recensione assai critica su RollingStone (sito internet, senza data): Benedetta Bragadini dice che da quel geniaccio hipster di Jim Jarmusch si aspettava di più, che è andata a vedere questo film con un hype pazzesco (in RollingStone parlano così) ed è uscita incazzata nera (finalmente un’espressione decente!).

Io da un film horror non mi aspetto qualcosa di forte, ma solo quattro risate; mi accontento anche di due.

L’immagine associata a questo commento non è tratta dal film di Jim Jarmusch, ma da un bellissimo film polacco che ho visto il giorno dopo al cinema Spazio Uno di Firenze.

Si tratta di “Un’altra vita – Mug” della regista polacca Malgorzata Szumowska.

Unisco i due commenti perché i due film, molto diversi, hanno un elemento in comune.

Mug significa “brutto muso”.

Il film racconta di un giovane polacco che vive nella Polonia rurale, in un villaggio nel quale permane una concezione della religione cattolica che, fortunatamente, è sparita in altre parti d’Europa, forse del mondo.

In questo villaggio la gente va regolarmente a confessarsi dal prete per scaricare la coscienza e farsi assolvere, continuando a vivere nell’egoismo e nella chiusura mentale.

Il prete è un tipo strano: si eccita ascoltando i peccati di una giovane donna (non è strano che si ecciti, è normale, è strano che continui a fare il prete); raccoglie i soldi tra i fedeli per costruire la statua di Cristo più alta del mondo (una cazzata enorme, soldi buttati, pare che realmente sia stata costruita, come si legge nei titoli di coda).

Il giovane Jacek non si adatta alla vita ipocrita del villaggio; sogna di andare via.

Veste come gli pare, porta i capelli come gli pare, ascolta la musica che gli piace, non condivide i meschini sentimenti, i valori tradizionali della maggior parte degli abitanti del villaggio e degli altri membri della sua famiglia (tranne la sorella, l’unica che lo capisce realmente).

È un contestatore tranquillo; sogna di andar via.

Lavora, come tanti, nel cantiere dove si costruisce la statua.

Subisce un grave incidente che deforma il suo volto; è sottoposto al primo trapianto del viso effettuato in Polonia.

Il suo volto è gonfio, un occhio quasi cieco, la bocca deforme, deve portare la dentiera, la sua voce è quasi incomprensibile: un’altra persona.

Torna nel villaggio: per un po’ viene festeggiato (l’intervento subìto ha dato lustro alla Polonia), la sua famiglia intervistata dalla televisione; sembra ben accolto, anche se non si fa cenno alle condizioni di lavoro, alla mancanza di protezioni, ai suoi diritti.

Il sistema sanitario, nella Polonia ultra capitalista e conservatrice, dopo averlo salvato, lo abbandona, non gli riconosce il diritto ad una pensione e non gli fornisce gratuitamente i medicinali di cui ha ancora bisogno.

In un primo tempo gli abitanti del villaggio contribuiscono, con una colletta organizzata in chiesa, a dargli una mano, poi, man mano, per via del suo volto deforme e del suo atteggiamento (è sempre il vecchio contestatore), lo considerano sempre più estraneo e rifiutano di aiutarlo.

La ragazza che, prima dell’incidente, stava per sposare lo abbandona.

Addirittura la madre rivela al confessore di non amarlo più, di considerarlo un estraneo; prima dell’incidente sperava che quel figlio le desse dei nipoti; finita questa possibilità è finito anche l’affetto; d’accordo con il prete rattuso (come si dice a Napoli), lo sottopone ad esorcismo.

Quando muore il nonno, l’unico familiare, oltre alla sorella – fortemente condizionata dal marito – che non ha cambiato atteggiamento nei suoi confronti, quando gli eredi cominciano a litigare per spartirsi il terreno del nonno, Jacek va via, non sappiamo dove; prende il pullman che lo porta via dal villaggio, forse per tentare di realizzare il sogno di libertà che coltivava all’inizio.

Questo film mi è sembrato collegato a “The dead don’t die”, anche se non è horror e non è comico.

Il “mostro” non è un mostro, è sempre lui, il ragazzo contestatore di prima; gli abitanti del villaggio fanno ridere, a volte, per la loro stupidità, per la meschinità, per l’ipocrisia; il Cristo gigantesco rivolto in direzione della chiesa che conserva la Madonna a cui papa Woitila era assai devoto, quella gigantesca statua del Cristo con le braccia aperte e la testa piegata ad angolo fa ridere, sembra un gigantesco vigile urbano che regola il traffico.

Ma si tratta sempre di comicità involontaria, di atteggiamento ridicolo: della statua, dei preti, degli abitanti del villaggio.

Anche Jacek, come i morti che si sono risvegliati nel film di Jim Jarmusch, è uno tornato in vita dopo essere quasi morto; qui finisce il collegamento tra i due film.

I morti di Jarmusch sono aggressivi e, alla fine, vincono; il povero Jacek può solo scappare via.

«Andare via lontano / Cercare un altro mondo / Dire addio al cortile / Andarsene sognando»

Luigi Tenco, “Ciao amore ciao”