23 settembre 2019 h 18.10

Cinema Odeon Pisa – piazza San Paolo all’Orto

Un film indipendente, costato poco, basato su un’idea intelligente e sulla capacità, del regista e degli attori, di realizzarla.

L’idea consiste nel raccontare una storia, tornare indietro nel tempo e ricominciare daccapo, cambiando punto di vista.

Non si tratta di un flashback: siamo riportati indietro e spostati su un altro personaggio; seguiamo questo personaggio che interagisce con quelli che abbiamo conosciuto prima, fa le cose che gli abbiamo visto fare prima, ma, questa volta, capiamo molto di più i motivi che lo spingono a comportarsi in quel modo, perché vediamo le cose dal suo punto di vista (i personaggi che abbiamo conosciuto nella prima parte ora sono sullo sfondo).

Ogni tanto il regista ci sposta sul punto di vista del cane, un altro personaggio importante, che esplora il mondo, intristito da una tutina rosa che gli hanno messo addosso, si guarda intorno e vede un grande pappagallo, libero, fra i rami di un albero.

Il pappagallo probabilmente è scappato, il cagnolino non può scappare.

Anche Shony, il westie ritratto in testa a questo commento, cercava di scappare, pur essendo trattato amorevolmente.

Il problema è che noi umani pensiamo che trattare bene un animale consista nel metterlo in una prigione confortevole e sottoporlo alle nostre nevrosi, ai nostri sbalzi di umore.

Giriamo contenti con questi cani attaccati con un guinzaglio, siamo felici se si dimostrano ubbidienti e imparano a fare, a comando, stupidi esercizi.

Per alcuni, particolarmente fissati con l’addestramento, il cane serve a dimostrare, a se stessi e agli altri, quanto sono potenti, quanto sono capaci di dominare un essere vivente.

Ogni tanto un cane scappa dall’appartamento, dal cortile, da qualcuno che lo tratta bene, che gli mette una stupida tutina rosa per non fargli prendere freddo.

Scappa dalla sicurezza, si avventura nella giungla urbana, fra tanti pericoli, pur di avere la possibilità di esplorare il mondo senza guinzaglio e scoprire un animale strano come un pappagallo, di cui nessuno degli umani, distratti da pensieri banali, si è accorto.

Si vedono in giro questi cani attaccati con un guinzaglio al padrone, e viene da chiedersi: come facevano una volta, quando il cane stava lì, nel cortile, in strada davanti alla casa, per i fatti suoi?

Gli si dava da mangiare del riso, la pasta rimasta nel piatto (orrore! dicono quelli che li riempiono di crocchette piene di non si sa cosa), un po’ di carne attaccata all’osso.

Si viveva lo stesso, si risolvevano in modo diverso le carenze affettive degli umani e l’esigenza del cane di fare, ogni tanto, una passeggiata.

In una foto antica una mia zia, zia Nina, sorella di mia madre, tiene in braccio un cane che si chiamava Bricchətiellə, napoletanizzazione di Bric, un nome che si usava allora per i cani.

Zia Nina (Zi Ninə), giovane, allegra (è stata allegra per tutta la vita) trattiene il cane con le sue belle mani affusolate, le dita lunghe.

Si capisce che l’ha preso in braccio per la foto, fra un po’ lo metterà giù e il cane se ne starà per i fatti suoi.

All’inizio di La casa in collina, Cesare Pavese (Einaudi ET, pag.4) scrive:

«Di nuovo stasera salivo la collina; imbruniva e di là dal muretto sporgevano le creste. Belbo, accucciato sul sentiero, mi aspettava al posto solito, e nel buio lo sentivo uggiolare. Tremava e raspava. Poi mi corse addosso saltando per toccarmi la faccia, e lo calmai, gli dissi parole, fin che [scritto così, non è un errore di trascrizione] ricadde e corse avanti e si fermò a fiutare un tronco, felice. Quando si accorse che invece di entrare sul sentiero proseguivo verso il bosco, fece un salto di gioia e si cacciò tra le piante. È bello girare la collina insieme al cane: mentre si cammina, lui fiuta e riconosce per noi le radici, le tane, le forre, le vite nascoste, e moltiplica in noi il piacere delle scoperte. Fin da ragazzo, mi pareva che andando per i boschi senza un cane avrei perduto troppa parte della vita e dell’occulto della terra.»

Sono stato attento a ricopiare senza farmi imbrogliare dal correttore automatico, che non può capire la bellezza della prosa di Cesare Pavese.

Il protagonista va avanti e indietro per chilometri, in tempo di guerra, senza mai tenere Belbo attaccato con un guinzaglio.

Il cane sente (ha fiutato) che gli vuole bene e lo segue, lo aspetta, perché ha voglia di aspettarlo, ha voglia di camminare insieme a lui.

Si cercano reciprocamente. Si è realizzato quel rapporto antico tra l’uomo e il cane, che Pavese descrive con poche righe, con grande esattezza.

Il cane si sente protetto, libero di esplorare il mondo senza paura, guidato dal capo branco, alto, affidabile: si farebbe ammazzare per lui; l’uomo estende i suoi sensi con il fiuto e la sensibilità del cane. Una simbiosi perfetta; insieme sono felici.

Non erano giocattoli, i cani, neanche quando si limitavano a fare compagnia, non erano sostituti affettivi, non erano oggetti da mostrare con orgoglio (il mio ha un pedigree più lungo del tuo), su cui, all’occorrenza, scaricare l’aggressività, di cui limitare la libertà di movimento con un guinzaglio allungabile o accorciabile secondo le necessità.

Lo so, a quei tempi non c’era, o era molto ridotto, il pericolo delle macchine, che, gradualmente, hanno preso possesso di tutti gli spazi (bisognava far arricchire gli Agnelli; non si è riusciti ad immaginare uno sviluppo industriale che non avesse al centro l’automobile); anche gli umani camminavano più tranquillamente per strada e in campagna.

Non è mia intenzione mitizzare il passato, però qualcosa bisogna imparare dal passato, se si vuole che il progresso sia vero progresso; tutta questa gente che gira per San Miniato con un cordone ombelicale che la collega al cane (non basta l’odore, ci sono i pericoli) fa impressione. Sembra che il cane non desideri altro che scappare via, nonostante l’amore con cui viene trattato, che ricambia come solo i cani sanno fare.

Raccontare una storia nel modo scelto da questo giovane regista, riuscendo a tenere desta l’attenzione degli spettatori, è un bell’esercizio.

Il tutto è realizzato con mezzi semplici, non disponendo dei grandi capitali che consentono a Quentin Tarantino di spostarsi a piacere avanti e indietro nel tempo e nello spazio in un film che sta girando contemporaneamente a questo, ma in un numero di sale e per un tempo assai maggiori.

Posso testimoniare che gli spettatori, a cominciare da me, escono dalla sala con lo sguardo sorridente, come quando si assiste a un bell’esempio di arte cinematografica.

Nella prima parte seguiamo alcuni momenti della vita di due ragazze, diminutivi Rana e Marti, a Roma; solo poche scene che ci consentono di inquadrarle perfettamente, di conoscerle e rendere plausibili le loro reazioni quando si ritrovano a dover risolvere un problema causato dalla cattiveria altrui e dalla loro ingenuità.

Rana è volitiva e tende a prendere in pugno la situazione, Marti è infantile, impulsiva, sembra una bambina.

Tra una festa con sballo e l’altra, s’ingegnano per guadagnare qualcosa; Marti finge di avere esperienza del lavoro di dogsitter (tutti mentono, all’occorrenza; non ci si può fidare di nessuno) e si rende disponibile a badare al cane di una signora ricca e inflessibile (35 euro ha detto, 35 euro sono), che va in vacanza per il fine settimana e deve affidare a qualcuno il suo bulldog francese.

Entra in scena il lupo cattivo, dotato di un taglio di capelli che già da solo dovrebbe destare sospetti: un finto veterinario che si presenta con un biglietto da visita su cui è scritto “veterinaio”, e con questo chiunque lo avrebbe mandato a quel paese.

Ma le ragazze sono ingenue (non controllano neppure i 100 euro che il “veterinaio” ha dato come anticipo, naturalmente falsi), si fidano e sperano di fare un affare: la proposta è di far accoppiare il bulldog francese all’insaputa della signora, per avere tanti piccoli bulldog francesi (pare che costino “una cifra”, come si dice a Roma).

Si tratta di un tranello per rubare il cane, un tranello in cui le giovani Rana e Marti cascano in pieno, nonostante sia abbastanza improvvisato.

In questo film i giovani improvvisano sempre, non hanno regole da rispettare, un piano di vita da seguire; pensano solo alla possibilità di un guadagno immediato, cercano di risolvere i problemi come capita, facendosi trascinare dagli eventi.

Comincia l’inseguimento della vecchia macchina con la quale il ladro ha rapito il cane; le due macchine corrono in una landa deserta, piena di polvere, nella periferia di Roma (la Magliana), fra capannoni, depositi di natanti, campi abbandonati, sterpi, sassi, pecore al pascolo senza pastori (un po’ come questi ragazzi: pecore al pascolo che non hanno mai avuto pastori in grado di insegnare come ci si comporta).

Nella seconda parte la storia è raccontata dal punto di vista dell’autore del furto, il giovane metallaro Orazio (Edoardo Pesce, grande interprete di Simone in Dogman), che, tanto per cambiare, anche lui non ha idea di ciò che vuole fare nella vita.

Frequenta sporadicamente lezioni di matematica all’Università, strimpella la chitarra, non paga l’affitto, litiga col fratello che vuole affrontare il problema economico in modo reale, anche se cinico: vorrebbe vendere il loculo della madre che, tanto, è viva e, quando morirà, è disposta a stringersi nel loculo del padre.

Al buon Orazio questa soluzione non piace, gli sembra poco rispettosa nei confronti dei genitori, si arrabbia quando il fratello gli spiega che i resti del padre occupano poco spazio (e la madre è disposta a stringersi).

Ha dei valori a cui tiene, Orazio, però non è capace di cercare una soluzione impegnativa dei problemi: cercarsi un lavoro vero, lasciare l’appartamento che non può pagare, tornare nella casa della madre, mettersi a studiare seriamente, fare qualche sacrificio.

Tuttavia, in un mondo cinico, Orazio è un romantico: s’innamora e s’illude di essere ricambiato, poi rimane deluso, ma non ha un piano, un programma di riferimento, un software, una applicazione che gli dica che cosa si può fare e che cosa assolutamente non si deve fare.

Si fa dominare, come gli altri, da quei biglietti da cento euro, veri o falsi, che passano da uno all’altro e sono usati per determinare il comportamento di tutti, per imporre al fratello di vendere il loculo della madre, alla ragazzina Marti di essere disonesta nei confronti della padrona del cane, ai commercianti di organizzare e proporre piccoli imbrogli, piccole truffe, ognuno cercando di essere più furbo degli altri.

L’unica regola a cui tutti si attengono è questa: dimostrare furbizia, che si risolve sempre in una fregatura.

Attraverso l’oscillazione continua tra spinte opposte e frustrazioni, Orazio arriva alla decisione (in realtà non decide mai nulla, si fa trascinare dagli eventi) di fingersi veterinario per rubare un cane di razza; si taglia i capelli, che già facevano schifo, in un salone cinese dove gli fanno una pettinatura da imbecille e va a caccia (in effetti perde più tempo e fa più fatica in questi giri inutili che se facesse un lavoro vero).

Gira gira, mette l’occhio sul bulldog francese lasciato in accudimento alla giovane Marti.

Il resto è cinema puro, nel senso che siamo trascinati, attraverso una serie di svolte e di invenzioni che ci tengono attaccati allo schermo, fino alla conclusione, provvisoria, della storia, con la quale il regista ci fa recuperare il punto di vista del povero cagnolino.

Diventati, finalmente, bulldog francesi di piccola taglia, gli spettatori dimenticano gli umani, ossessivi, inconcludenti e infelici e scappano nei campi; tirano via con i denti la noiosa e ridicola tutina rosa e corrono felici incontro al sole nel tramonto, liberi, non più legati alla signora ricca e inflessibile che impone a tutti la sua nevrosi, alla ragazza Marti che voleva farli accoppiare per guadagnare qualcosa, al povero Orazio, ladro per forza, capace solo di caricarsi di sensi di colpa.