17 gennaio 2020 h 18.30

Cinema Arsenale Pisa – vicolo Scaramucci, 2

Gorbaciov o Gorbachev? Credo sia una scelta di traslitterazione che dipende dalla lingua di arrivo.
Un’intervista alla pancia, da cui gli occhi non riescono a distogliersi, di Gorbaciov, alla sua faccia tonda, gonfia come la faccia di un bambolotto, gonfia come un palloncino volante – si ha l’impressione che, se si pungesse, si sgonfierebbe con un leggero sibilo, lasciando la pelle appesa, rinsecchita, su cui si vedrebbero ancora la voglia di fragola e gli occhi tondi, inespressivi, che, con un meccanismo interno, ogni tanto si inumidivano e sembravano quasi veri.

Un’intervista alle mani, alle dita, anch’esse gonfie, riparate, per buona parte dell’intervista, con una fasciatura, di quelle che coprono il polso delle persone che sono sottoposte a ripetute fleboclisi.

Perché l’ultimo “segretario generale del partito comunista dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS)” è stato intervistato in tre occasioni nel corso di sei mesi nei quali è stato anche sottoposto a ricoveri in ospedale – mi sembra che la voce fuori campo abbia detto: a interventi in sala operatoria, ma non ricordo bene.

Ciononostante, il volto inespressivo cerca di sorridere, dimostra entusiasmo quando gli presentano il dono, consistente in un pacco abbondante di cioccolatini tondi privi di zucchero, perché l’ultimo “segretario generale … ecc” soffre di diabete, e non hanno avuto una buona idea con quel dono (non c’è lo zucchero, ma altre sostanze nocive per la salute di una persona affetta da diabete certamente ci sono).

Ogni tanto scorrono immagini di repertorio, si vedono gli ultimi “segretari generali del … Sovietiche (URSS)” che precedettero Gorbaciov in quella carica (c’era un Soviet Supremo eletto, che serviva solo a ratificare le decisioni).

Breznev, Andropov, Cernenko, negli ultimi mesi – come per il Papa, la carica durava per tutta la vita, tranne in caso di cospirazioni e disarcionamenti (Krusciov) – erano ridotti a cadaveri ambulanti, a zombie, prima che gli uomini dell’apparato si arrendessero e consentissero loro di morire, avendo trovato un accordo per la successione.

L’accordo si rendeva esplicito mettendo il nuovo segretario generale in prima fila, al primo posto a ricevere le condoglianze e il bacio sulla bocca, con il volto atteggiato a sofferenza (l’alito di alcuni dirigenti comunisti rientrava nella categoria dei gas proibiti dalla convenzione di Ginevra).

I giornalisti scrutavano la fila e capivano, in base alla posizione, chi era stato scelto come nuovo segretario generale e quale ruolo, più o meno importante, avevano gli altri.

Se qualcuno mancava, voleva dire che era stato defenestrato, per esempio “più del 15% di coloro che avevano firmato varie petizioni per esigere il rispetto della legalità in occasione del processo Galanskov – Ginsburg è stato defenestrato nello spazio di un mese; quasi tutti coloro che erano membri del partito comunista sono stati esclusi.” – da Andrej Amalrik – Sopravviverà l’Unione Sovietica fino al 1984? – Coines Edizioni – pag. 97. L’introduzione di Carlo Bo s’intitola: “Amalrik un testimone per il futuro“; mai titolo fu più indovinato, considerando che l’edizione italiana, tradotta dalla lingua russa, fu pubblicata nel 1970. Dunque, mi viene da pensare, gli elementi per capire come le cose sarebbero andate a finire c’erano già allora; bastava togliersi le fette di prosciutto dagli occhi.

Nel corso del funerale di Konstantin Cernenko, un esponente dell’ala conservatrice del partito che era stato malato grave per l’intero anno in cui aveva “governato”, toccò a Michail Gorbaciov ricevere per primo, con la faccia compunta, le condoglianze dalle autorità.

Sarebbe bastato un leggero sorrisino di soddisfazione per l’incarico finalmente raggiunto e per essersi liberato di un cadavere – chissà quante volte era stato costretto a baciarlo sulla bocca nelle manifestazioni e commemorazioni ufficiali – per metterlo in disgrazia e farlo spostare all’ultimo posto nella fila dei dirigenti sovietici autorizzati a ricevere le condoglianze.

Dura la vita dei politici in ascesa nell’Unione Sovietica! Compensavano tanti sacrifici (soprattutto l’abitudine all’ipocrisia e a guardarsi continuamente alle spalle) con un livello di benessere incomparabile con i sacrifici che chiedevano al popolo, al quale promettevano il paradiso in terra, continuamente spostandolo in avanti (si erano impegnati a sottrarre alla povera gente anche la speranza di guadagnarlo all’altro mondo).

Chi comandava? L’apparato. Dietro alla facciata c’era un gruppo di capi militari, di dirigenti del KGB (nel quale Putin lavorava), sempre provvisti di dossier da utilizzare per ricattare (Putin ha imparato la lezione); si minacciavano e tradivano a vicenda, complottavano nel chiuso di ambienti impenetrabili, fino a trovare una sintesi da presentare all’esterno, alle masse plaudenti.

È ciò che i nostri dirigenti del PCI chiamavano centralismo democratico e cercavano di applicare (fortunatamente non sempre riuscendovi, ma Cossutta faceva buona guardia), che i sovietici applicavano in modo rigoroso: vietato opporsi all’apparato, vietato pensare con la propria testa; la testa del partito era l’apparato.

Purtroppo il Partito Comunista Italiano ci mise troppo a capire che la spinta propulsiva della Rivoluzione di ottobre si era esaurita (Berlinguer, 1981) e si rivelò troppo lento a trarne tutte le conseguenze; la “spinta propulsiva” si era esaurita fin dai tempi delle “purghe” di Stalin, che non erano rimedi alle difficoltà di evacuazione dell’intestino di cui il dittatore georgiano probabilmente soffriva, ma la sistematica eliminazione fisica, con qualsiasi mezzo, di tutti i suoi nemici politici, compreso quelli che si erano rifugiati in Occidente.

Con l’intervista di Herzog a Gorbaciov abbiamo visto come si sarebbe presentato a conclusione del suo mandato, ai nostri giorni, tranne cospirazioni e disarcionamenti, l’ultimo segretario generale del partito comunista dell’Unione ecc, se l’Unione Sovietica non fosse crollata dall’interno: si sarebbe presentato su quei palchi colmi di marionette in fila, come un bambolotto ingessato.

Vedremmo la mano gonfia uscire dal cappottone di foggia militare che copriva interamente i dirigenti sovietici, come un anticipo della bara, per salutare la folla plaudente (la mano di Breznev era magrissima, sembrava finta).

Gorbaciov ha avuto la fortuna di non essere obbligato a nascondere la malattia in attesa che l’apparato decidesse il successore.

Immaginare che facesse la stessa fine dei suoi predecessori è assurdo, perché Gorbaciov aveva modificato molte cose, aveva confidenza con i media, sembrava vivo, nonostante ricoprisse quella carica mortuaria, addirittura allegro quando si presentava davanti alle telecamere con la moglie Raissa.

In effetti fu proprio questo cambiamento a far capire che il regime stava crollando: l’apparato non riusciva più a ingessare tutti, soprattutto non riusciva a controllare l’apparente comandante capo (commander in chief, direbbero gli americani).

Infatti l’apparato diede un ultimo guizzo: cospirò e cercò di disarcionarlo dall’asino, o dall’oca su cui l’aveva messo (l’avevano scelto loro, forse perché fino ad allora aveva dimostrato di essere ubbidiente).

Poi tutto finì nelle mani tremolanti di un ubriacone (Eltsin).

Dopo il trauma, la paura del disfacimento, i poveri russi cercavano solo un “salvatore della patria”. Lo trovarono in quello che piace ai nostri sovranisti da quattro soldi (per l’esattezza: 49 milioni di euro).

Questo lungometraggio di Werner Herzog è, come tutti i documentari del grande regista, un film e, come tutti i suoi film, un documentario.

I fatti narrati e rappresentati trasmettono quella che Herzog chiama la “verità estatica”, la sua concezione opposta al Cinéma Vérité (Edgar Morin e molti registi della Nouvelle Vague).

Secondo Herzog

Il Cinéma Vérité confonde tra loro i fatti e la verità, e perciò passa l’aratro sulle pietre. Eppure a volte i fatti hanno un potere strano e bizzarro che fa sembrare incredibile la loro verità intrinseca.

… … … …

Ci sono strati più profondi di verità al cinema, e c’è una sorta di verità poetica, estatica. È misteriosa ed elusiva e può essere colta solo per mezzo di invenzione, immaginazione e stilizzazione.

I registi del Cinéma Vérité assomigliano a turisti che scattano fotografie in mezzo alle rovine dei fatti.

Da: Werner Herzog – Incontri alla fine del mondo – ed. Minimum fax – pag.404

Ho riportato queste parole di Herzog perché mi vengono in mente ogni volta che leggo, all’inizio di un film, proiettata sullo schermo, la frase “Questo film racconta la verità” o simili.

Si dovrebbe aggiungere una parolina: la verità estatica, di cui parla Herzog.

Qual è l’argomento del film?

Apparentemente sono i ricordi di Gorbaciov; in realtà è la vecchiaia.

L’ho pensato non solo vedendo “la panza” costantemente inquadrata, ma anche quando ho visto un altro protagonista molto popolare degli anni del crollo dei regimi comunisti, il polacco Lech Walesa.

Ex sindacalista degli operai di Danzica, era bello, dotato di un paio di baffoni che all’epoca erano assai di moda.

Intervistato in questo documentario, è irriconoscibile.

Forse c’entrano i liquori forti di cui – è una mia esperienza, non voglio farla diventare regola – i polacchi non si privavano (ne ho conosciuti molti quando lavoravo in un supermercato a Londra, lavoro infimo, alla fine degli anni settanta, disposti a fare i lavori più umili pur di non rientrare nelle grinfie e nella tristezza senza fine del regime; fare festa, per questi miei amici polacchi, voleva dire ubriacarsi).

Un film sulla vecchiaia fatto da un vecchio, che porta bene l’età, con tre matrimoni alle spalle e film indimenticabili (uno per tutti: L’enigma di Kaspar Hauser), nei quali spesso si interrogava sul trascorrere del tempo.

Vediamo Gorbaciov da bambino, accanto al padre e alla madre, giovane contadino nei campi, premiato insieme al padre; vediamo la falciatrice sulla quale passava molte ore al giorno, lo vediamo studente a Mosca, provinciale che deve digrossarsi, politico in carriera.

Poi lo vediamo ingrassato, imbolsito, lento nei movimenti, irriconoscibile: la vecchiaia.

Margaret Thatcher sostenne con Gorbaciov l’opportunità di non accedere a un trattato con gli Stati Uniti per il disarmo nucleare, con l’argomento: sedere su una bomba nucleare, rischiare l’estinzione della specie umana, è positivo, perché evita lo scoppio di tante guerre convenzionali.

Altro segno di un film sulla vecchiaia, perché la Thatcher era vecchia già allora, è sempre stata vecchia (in una foto all’asilo ha la stessa pettinatura, lo stesso sguardo ottuso), seguiva una logica tutta sua, anche in campo economico, una logica che si può definire thatcheriana, basata sul principio: basta che io possa sorseggiare il te alle cinque del pomeriggio con la regina, di tutto il resto me ne fotto.

La macchina da presa gira intorno alla statua di Lenin, nella piazza rossa, ci ricorda la valanga che trascinò in un attimo una costruzione che sembrava indistruttibile, insieme a chi l’aveva avviata.

Un attimo e gli ungheresi tolsero i chilometri di filo spinato al confine con l’Austria; un attimo e i tedeschi orientali, in massa, abbatterono il muro di Berlino; un attimo e le Repubbliche socialiste sovietiche dichiararono l’autonomia, costringendo Gorbaciov a dimettersi da una carica che non esisteva più.

Alcuni ritengono che il crollo fosse inevitabile, non merito (o colpa, dipende dai punti di vista) di Michail Gorbaciov: il sistema era assurdo e, dopo avere distrutto risorse enormi di una potenza che era stata tra le prime in Europa, proiettata verso occidente e verso oriente, non poteva che piegarsi su se stesso.

Probabilmente Herzog pensa che la forza, la lucidità, la capacità di quell’uomo siano state decisive per trasformare un sistema che era diventato mostruoso.

A questo regista sono sempre piaciute le imprese impossibili (qualcuna l’ha compiuta nella vita), per esempio in Fitzcarraldo racconta di uomini che riescono a portare una nave, nella giungla, in cima a una montagna.

Suscitano il suo interesse e la sua simpatia gli uomini al centro di vicende eccezionali, come Kaspar Hauser (un ragazzo trovato in una piazza di Norimberga nel 1800, rimasto chiuso in una cella dalla nascita), come l’ambientalista Timothy Treadwell, vissuto tra il 1990 e il 2003 tra gli orsi Grizzly dell’Alaska e mangiato da un orso insieme alla sua compagna.

Anche per Gorbaciov dimostra grande simpatia in tutta l’intervista e scarica sul sistema la tragedia conseguente alla perdita di controllo della centrale nucleare di Chernobyl e al sostanziale immobilismo delle autorità, di quel colosso dai piedi di argilla: grande potenza ma basi fragili.

Gorbaciov racconta che il presidente dell’Accademia delle scienze (se ricordo bene l’attribuzione dello scienziato) lo aveva rassicurato dicendo che ciò che rischiavano le persone colpite dalle radiazioni non era nulla che non potesse passare bevendo del latte.

Le competenze erano state man mano sostituite da un unico valore: la fedeltà.

In conseguenza di questo grave incidente, a cui il regime reagì, male, in ritardo, confermando la sua inconsistenza, Gorbaciov si rese conto della necessità di modificare profondamente tutto il sistema, arrivato a un punto di non ritorno.

Io credo che Herzog dia a questo uomo politico, frutto di un apparato, più importanza di quella che realmente ebbe; già prima, Krusciov aveva cercato di introdurre delle novità e provato a rivedere l’eredità staliniana, ma senza successo, perché i tempi non erano ancora maturi, nel senso che i frutti non erano abbastanza marci.

Qui siamo nel campo delle opinioni.

Il fatto è la sofferenza di tanta gente che in quel regime, nato dalla Rivoluzione di ottobre, aveva creduto.

«Àdda vənì baffonə!» diceva, dalle mie parti, chi subiva un’ingiustizia, esprimendo una speranza che non poteva realizzarsi, perché, per fortuna, baffone non poteva venire da noi (nel 1976 Berlinguer dichiarò, in un’intervista a Giampaolo Pansa: «mi sento più sicuro sotto l’ombrello NATO che sotto il patto di Varsavia»); se fosse venuto baffone, ci avrebbe portato solo guai e un cadavere a fingere di governare una nazione.