(24 gennaio 2020 h 18.30)

Cinema Teatro Odeon Firenze – piazza degli Strozzi

I bambini solitari, portati a riflettere e a fantasticare, non ben inseriti nel gruppo dei coetanei, che hanno solo un amico grassottello, ancora più isolato di loro, spesso s’inventano un compagno immaginario per riempire la solitudine e il bisogno di una guida paterna, di qualcuno che conosce le loro paure e i loro sogni, con cui contrattare gli atteggiamenti da assumere nelle varie situazioni.

Un alter ego che riassume una parte di se stessi, che raccoglie ciò che vorrebbero essere e si confronta continuamente con ciò che realmente sono.

Difficilmente l’amico immaginario è un dittatore diventato simbolo del male, a meno che il bambino in questione abbia la sfortuna di vivere l’infanzia in un paese nel quale ha preso il sopravvento l’esaltazione di un paranoico urlante, che si chiami Hitler o Mussolini o Stalin fa lo stesso.

Chissà quanti dormivano con la foto di Stalin a capo letto, come nel film di Totò, quanti iniziavano la giornata alzando il pugno o il braccio, quanti gridando «heil hitler!».

Forse, come il bambino del film, si esercitavano per compiere questi gesti con la dovuta energia e si esaltavano da soli davanti allo specchio.

Al bambino piacciono le divise, i fucili (a quale bambino non piacciono!), il coltello affilato da cui non separarsi mai, la vita all’aria aperta, la tenda dove dormire accanto all’amico grassottello, sognando di diventare un eroe, gli esercizi ginnici, anche se, in quel clima di esaltazione, non sempre si sente a proprio agio, rischia di farsi male.

Il bambino non ha gli strumenti per rendersi conto delle assurdità che accompagnano questo modo di organizzare la vita della gioventù, crede a tutto ciò che gli dicono e fa ogni sforzo per applicarlo, per adeguarsi alle richieste del gruppo, per diventare come gli altri.

Quando i due sadici dicono «alzi la mano chi è disposto a uccidere», lui, sebbene con esitazione, alza la mano, sperando che sia una richiesta al vento, come le altre.

I due sadici vogliono realmente metterlo alla prova, perché sanno che il padre è passato dall’altra parte e lo hanno osservato mentre era confuso e impaurito in mezzo alla baraonda ginnica.

Per fortuna i suoi genitori non appartengono alla massa di idioti soddisfatti che rinforza a casa gli insegnamenti assurdi del regime.

Gli addetti all’educazione della gioventù sono, naturalmente, campioni di esaltazione e di ignoranza: il capitano fanfarone Klezendorf, i due giovani sadici che vorrebbero costringere il bambino ad uccidere un coniglio e gli mostrano come si fa, la donna grassa, armata di pistola, che ha dato 18 figli alla patria.

Il padre del bambino è morto combattendo da partigiano, la mamma si prodiga per contribuire, di nascosto, alla caduta del regime e nasconde una ragazzina ebrea, ma non può spiegare queste cose al figlio, che potrebbe mettersi nei guai, se le sapesse.

Una sorella è morta.

Spinto dall’Hitler immaginario – che lo consola e lo invita a reagire alla presa in giro dei ragazzi (lo chiamano Jojo Rabbit perché non è riuscito ad uccidere il coniglio) – il bambino strappa una bomba dalle mani del capitano fanfarone e la lancia contro un albero, ferendosi gravemente.

Questo film è fatto tutto così: fantasia e realtà alternate in continuazione; parodia e frasi vere tratte dai discorsi di Hitler; fatti storici realmente accaduti (i bambini tedeschi impiegati in azioni via via più pericolose nell’ultima guerra) e presa in giro delle conseguenze paradossali dell’utilizzo dei bambini; rappresentazioni degli ebrei secondo l’immaginario dei nazisti e immagini vere, tratte dalla propaganda nazista.

E ancora: i nemici del regime impiccati in piazza – «che cosa hanno fatto?», chiede il bambino alla madre; «hanno fatto quello che potevano», risponde la madre.

Fantasia e realtà, condite con intelligente umorismo.

Non conoscevo il regista, Taika Waititi, che è anche l’attore che interpreta l’amico immaginario.

È bravo.

Costruisce la psicologia di un personaggio che, per definizione, potrebbe essere una vacua immagine, gli dà spessore, umorismo; ricorda Gene Wilder in Frankenstein Junior.

Si ride molto, come nel capolavoro di Mel Brooks, si ride per lo stesso tipo di umorismo intelligente del testo, basato su richiami e riferimenti ad altri testi, ma anche per le espressioni dei volti, per gli atteggiamenti dei corpi, per le situazioni.

Si ride e ci si commuove al pensiero che le situazioni rappresentate non sono pure invenzioni, si basano su fatti realmente accaduti.

Tanti riferimenti alla realtà feroce del nazismo: i nemici del regime individuati dalla Gestapo e impiccati in piazza, la ragazzina ebrea costretta a nascondersi in un bugigattolo; quella ragazzina potrebbe essere Anna Frank, di cui il personaggio ha la dolcezza e l’intelligenza che traspare dal suo diario e dall’unica foto; potrebbe essere uno dei tanti bambini ebrei la cui infanzia fu distrutta nei lager o nei nascondigli dove qualcuno li protesse dalle bestie feroci.

Questo film ci ricorda che il nazismo, il fascismo, lo stalinismo, per citare solo tre grandi tragedie dell’umanità, sono state il risultato della prevalenza del cretino (titolo di un bellissimo libro di Fruttero e Lucentini).

Quando i cretini prevalgono succedono guai, la cui portata dipende solo da quanto tempo si impiega per aggiustare le situazioni che essi determinano.

Un bel film, bravi tutti gli attori, fra i quali Sam Rockwell, che, dopo essersi fatto odiare in Tre manifesti a Ebbing, Missouri, con una interpretazione straordinaria (l’agente razzista Jason Dixon) che gli è valsa un Oscar come migliore attore non protagonista, in questo film interpreta il capitano fanfarone Klezendorf, un personaggio che sembra vuoto, ma alla fine si riscatta e, nonostante sia un nazista, riesce a recuperare un po’ di umanità, non denuncia la ragazza ebrea, salva il bambino sacrificandosi.

Si vede che questo personaggio negativo per buona parte del film, quasi fino alla fine (anche se in Jojo Rabbit è accentuato l’aspetto comico), è nelle corde di Sam Rockwell, che dà il massimo quando mostra gli atteggiamenti e i comportamenti più assurdi del piccolo uomo; poi, alla fine, il piccolo uomo riesce, con un gesto, a diventare grande, morendo da eroe o facendosi picchiare selvaggiamente (in Tre manifesti).

Non si può fare a meno di segnalare l’interprete del bambino, Roman Griffin Davis.

È già ora un grande attore. Speriamo che sia seguito in modo da consentirgli una vita normale nelle cose fondamentali: la famiglia, la scuola, il rapporto con i coetanei e non sia trattato come il solito “bimbo prodigio = macchina per fare soldi”.

Non sempre i bimbi prodigio sono stati usati in questo modo; Scarlett Johansson, che interpreta il ruolo della madre, a otto anni già lavorava sul palcoscenico di un teatro, eppure non si è montata la testa, non ha subìto traumi adolescenziali e sembra una persona equilibrata; probabilmente tutto dipende dai genitori.

Forse è essenziale la presenza di un vero talento, come è il caso di questo bambino.

Necessario, per gustare pienamente il film, per gustare le battute del testo che contiene tanti giochi di parole intraducibili (traducibili ma non “doppiabili”), vederlo in lingua originale, sentire la voce degli attori, il loro respiro, come mi è stato possibile per la presenza, a Firenze, di questa bella sala, il Cinema Teatro Odeon, a cui va la riconoscenza di tutti gli amanti del cinema che abitano nella zona.

L’altra sala che, ogni tanto, ci dà questa possibilità è lo Spazio Uno.

A Pisa, l’Arsenale, ogni tanto, dà questa possibilità. La differenza, rispetto all’Odeon, è che in questo cinema teatro la programmazione dei film in lingua originale dura per più giorni, con orari diversi.

Se non ci fossero queste sale, saremmo rovinati, dal punto di vista di amanti del cinema; dovremmo aspettare il DVD o l’acquisto online, dunque mesi, per vedere un film come si deve, ma sullo schermo piccolo di casa.

Questo perché la maggior parte dei gestori di sale cinematografiche o dei distributori (non so di chi sia la colpa) non hanno l’intelligenza per capire che c’è un pubblico interessato a questo tipo di fruizione dei film, soprattutto dei capolavori, come Jojo Rabbit di Taika Waititi, un pubblico che riempie le sale che fanno questa scelta.

Non è un cinema di nicchia, o di minchia, come dice Checco Zalone, ma un cinema, o meglio, un modo di fruire il cinema, che, fortunatamente, sta diventando sempre più popolare, soprattutto tra i giovani.

Detto ciò, tra la mezzanotte del 26 gennaio 2020 e l’una del 27 gennaio, viene spontaneo aggiungere:

Grazie elettori dell’Emilia Romagna, grazie di cuore. Anche se tra voi c’è ancora chi aveva Baffone per amico immaginario, non in età infantile, bisogna considerare ciò che questa terra aveva sofferto, insieme a tutto il resto dell’Italia, nel ventennio fascista, il ventennio della prevalenza del cretino, oltre che del male assoluto.

Non cito la Calabria perché la questione nazionale è stata posta in Emilia Romagna, e in questa regione la risposta è stata netta.

Uno che citofona a casa di presunti (da lui) spacciatori e non si rivolge alla polizia è un pericolo per la democrazia. Forse non si rende neanche conto; dunque, è ancora più pericoloso.

Viva l’Emilia Romagna!