8 febbraio 2020 h 18.00

Flora Atelier Firenze – piazza Dalmazia, 2r

Ho visto uno di quei film che solo i francesi sanno fare, solo i francesi hanno il coraggio di fare e riescono a distribuire.

Non posso dire sia un grande film o che lo rivedrò quando ne avrò l’occasione, perché sostanzialmente non ha una trama e, nonostante la bravura degli attori, è faticoso da seguire.

Tanto che, alla fine, uno si domanda: bravi i francesi, interessante la sceneggiatura, ma il film è riuscito a catturare la mia attenzione?

Per quanto mi riguarda, la risposta è no.

Sono stato attento dall’inizio alla fine, non per merito del regista ma perché ho deciso di seguire gli scambi di battute tra i protagonisti, di riflettere su ciò che dicevano (come ho detto, la sceneggiatura è interessante); è stata una mia scelta, non sono stato obbligato a non perdere una battuta o un’immagine, come è accaduto con Parasite, di Bong Joon-ho, che ho rivisto all’Odeon in lingua originale.

In Parasite gli attori parlano in coreano, bisognava passare continuamente dall’immagine alla didascalia e viceversa (ero agevolato dalla conoscenza della trama, perché l’avevo già visto a Livorno quando è uscito, e mi aveva conquistato); eppure: attenzione continua e quasi involontaria.

Non solo la trama crea suspence, con svolte inaspettate del racconto e colpi di scena, ma le immagini, le inquadrature che lo accompagnano sono perfette.

Conquistati (io e, visibilmente, i miei vicini di poltrona).

Alla fine nessuna stanchezza, solo ammirazione.

Ma forse a Nicolas Pariser questo non importa: non si pone il problema di catturare con la sua arte l’attenzione degli spettatori.

Secondo me un film non dev’essere una lezione di storia, di filosofia o di qualche altra materia prevista dall’ordinamento scolastico; anche quando tratta temi seri dev’essere divertente, anche quando è drammatico deve contenere un aspetto ironico, meglio ancora se autoironico.

A proposito di film filosofici (così è stato definito Alice e il Sindaco), Il Settimo Sigillo, di Ingmar Bergman, è divertente; l’ho rivisto volentieri l’anno scorso, nonostante i temi cupi, l’angelo della morte, la danza macabra, eccetera; contiene scene esilaranti. Non ho perso una battuta o un’immagine perché il regista mi ha costretto a concentrarmi su ciò che accadeva sullo schermo, che, peraltro, già conoscevo, ma questo è un altro aspetto: metti in pausa la memoria e vedi il film come fosse la prima volta (quante volte avrò visto Luci della città, Il monello, La banda degli onesti, Blues brothers, Il sorpasso, …? Ogni volta mi sono divertito).

Il paragone non c’entra niente (ma sì, c’entra, sono tutti film, “sono fatti della stessa materia dei sogni”); mi serve a spiegare per quale motivo il mio giudizio su questo film è negativo, nonostante il bravo Fabrice Luchini, nonostante la deliziosa e brava Anaïs Demoustier.

Sostanzialmente due personaggi: il sindaco socialista di Lione, catturato dalla routine dopo trent’anni di attività politica, in crisi perché non riesce più a produrre  idee, e una giovane laureata che ha il compito di dargli spunti, energia, linfa vitale con la sua giovinezza, la sua freschezza, gli studi recenti, i libri che ha letto.

Sono anni che il sindaco, preso dai suoi impegni, portato in giro in continuazione ad inaugurare, commemorare, incontrare … non legge un libro!

Ogni giorno che Dio regala al mondo, il sindaco inaugura, commemora, incontra … ripete gli stessi discorsi, quasi con le stesse parole … si annoia.

Si instaura un rapporto di simpatia tra il vecchio e la giovane, che è del tutto estranea alla macchina dell’amministrazione, si trova un po’ confusa e butta giù delle idee abbastanza estemporanee (per esempio: occorre modestia), idee accompagnate da note e riferimenti letterari e filosofici che trae dai suoi studi recenti.

La nostra scuola, l’università, insegnano a vivere di citazioni; non insegnano a pensare, insegnano a citare.

Un intellettuale, anche quando va in bagno, dice «vado in bagno a fare i bisogni, come diceva Rousseau»; se a pranzo deve dire «passami il sale», lo dice citando Heidegger.

Il sindaco sembra giovarsi di questa iniezione di giovinezza, anche se filtrata e limitata dall’entourage, che, naturalmente, non vede di buon occhio l’ingresso di una concorrente.

Il film procede attraverso queste conversazioni tra i due, finché il sindaco ritrova la voglia di ricominciare, tanto da preparare, insieme alla giovane, un discorso incisivo al congresso del partito, con l’intenzione di proporre una “rupture” e candidarsi alle primarie per le presidenziali.

Il sistema, costituito dalle strutture rigide e conservatrici del partito, non gli consente di fare il suo bel discorso.

Pare che la politica consista nel fare un discorso di rupture, non nel rompere con la propria azione; la proposta politica è diventata un discorso, non solo in Francia, anche da noi: basti pensare a quei giovanotti che, da un balcone, proclamarono la fine della povertà; discorsi a cui non seguono interventi incisivi, che servono solo ad esaltare piccole azioni, non risolutive, a dire: quanto siamo bravi.

Chiacchiere!

Chiacchiere, meglio quelle fritte, che qua si chiamano cenci e, avvicinandosi il Carnevale, cominciano a diffondere il loro odore dalle pasticcerie e dalle case.

Di solito le preparano le nonne, e fanno felici i nipoti e le nipoti, che le mangiano a merenda, con gli amichetti, in una pausa dei compiti o della “relazione” (copia e incolla da Wikipedia). Con tutte le difficoltà e le complicazioni del modo attuale di vivere dei bambini e degli adolescenti, se qualcuno vive uno di questi momenti – le mani della nonna, l’odore buono dei cenci fatti in casa, i due, tre compagni di scuola con cui si va d’accordo, l’attesa del Carnevale e, subito dopo, della Pasqua – conserverà nella memoria il ricordo di una sensazione di pace, che, forse, si può anche chiamare felicità.

Non riuscendo a fare il suo intervento clamoroso, che, si pensa, avrebbe fatto sobbalzare i maggiorenti del partito e mobilitato le masse, il sindaco si rassegna a una tranquilla uscita dalla vita politica.

Considerata la sua incapacità di liberarsi della gabbia in cui si è cacciato, è la scelta più giusta.

Alternate alle conversazioni tra i due personaggi – la parte preponderante del film – ci sono le immagini della bellissima Lione e la rappresentazione dei vari gruppi di giovani che compongono lo staff del sindaco; vediamo continuamente in azione, di corsa, ammalati di efficientismo, i personaggi che gli ruotano intorno come collaboratori, ma forse si dovrebbe dire: come sanguisughe.

C’è la descrizione fedele dell’attività frenetica che impegna gli amministratori di una città, di un dipartimento, di una regione: gli uomini politici che governano centri che superano la dimensione dei paesini di campagna o di montagna.

Una grande malinconia pervade il film.

I giovani ex studenti che la ragazza ritrova a passeggio nel parco della città (prima di trovare questo lavoro è stata a Londra per un master), i suoi amici, non sono meno demotivati del vecchio sindaco; alcuni completamente sfasati, una fuori di testa.

Lei stessa, a quasi trent’anni, non ha ancora deciso che cosa vuole fare, si è trovata in quel lavoro che non aveva scelto (ne aveva scelto un altro, ma è stato cancellato), si rende conto dell’assurdità di una macchina che gira a vuoto, senza nessun rapporto con i bisogni reali della gente.

L’unico elemento positivo è la comprensione, l’affetto che si instaura tra  la giovane e l’uomo potente, che rivela, senza difese, la propria fragilità.

Qui, bisogna dire, la commedia all’italiana si sarebbe spostata, quasi senza volere, sul drammone sentimentale tipo “il vecchio e la fanciulla”, un po’ di sesso, il tradimento e l’allontanamento della giovane, l’addio, con due possibili sbocchi: la vendetta o il rimpianto.

Ma siamo nel film di un allievo di Éric Rohmer, che rende omaggio al maestro fin dal titolo (nessun film del maestro ricordo con particolare entusiasmo).

Niente melodramma, niente commedia all’italiana, per fortuna, ma solo un dolce affetto, reciproco, tra due persone gracili imprigionate da un muro di gomma.

Il sindaco è solo: divorziato, non ha figli, intorno ha i giovani arrivisti del suo entourage e il collo forte, la nuca dell’autista.

Stacco.

Sono passati tre anni, i due s’incontrano: lui, “pensionato”, è ormai fuori dalla politica attiva («non so che farò: lezioni, conferenze …»), lei, trasferita all’estero (nessuno, in Francia, parlerà di fuga di cervelli, un’invenzione italiana), ha messo un punto fermo nella sua vita: ha fatto un figlio.

Questo film suscita una considerazione, che si può esprimere con una domanda: come abbiamo fatto a trasformare in questo modo assurdo le istituzioni della democrazia? Come abbiamo fatto a dare la politica, una nobile attività, quasi un’arte, in mano a burocrati circondati da ruffiani, da persone abituate a dire sì fino a quando gli conviene, da persone disposte ad accettare qualunque umiliazione, qualunque servilismo, pur di stare vicine al potere?

Le persone che si occupano di politica, in posizioni di primo piano o più defilate, nella cabina di comando o nel vano motori, attente a lubrificare i meccanismi che fanno andare avanti la barca (lubrificare i meccanismi non vuol dire distribuire tangenti) dovrebbero essere romantiche, idealiste, altruiste e, nello stesso tempo, concrete.

Dovrebbero provare la gioia di risolvere il problema della mancanza di cessi adeguati in un ricovero per anziani e vedere questa azione come un passo avanti per portare la società verso il sole dell’avvenire.

Cessi e sole dell’avvenire (non “cessi il sole dell’avvenire“; cessi è sostantivo, non verbo), insieme, dovrebbero essere il pensiero costante di un politico progressista: dovrebbe addormentarsi pensando alle latrine nella casa degli anziani e svegliarsi pensando al sole dell’avvenire, o viceversa.

I politici dovrebbero costituire la parte migliore della società, non assomigliare alla sua parte peggiore; dovrebbero rivolgersi alla testa della gente, non alla pancia, ma affrontare anche i problemi della pancia (i cessi), senza enfatizzarli, facendo vedere che se ne occupano, che non abbandonano i vecchi del ricovero perché hanno altro da fare.

Altrimenti il discorso politico diventa un discorso di pancia, e in questo la destra stravince, il populismo stravince.

Il sindaco voleva dire, più o meno, in quel famoso discorso che gli è stato impedito di pronunciare: «abbiamo perso i giovani perché le facoltà universitarie, di cui siamo orgogliosi, non producono ingegneri, matematici o filosofi, ma solo, esclusivamente, gente che si occupa di finanza e dirigenti di banche; i nostri laureati, di qualunque facoltà, ambiscono solo a lavorare nella finanza o a dirigere una banca».

Parafrasando il suo discorso si potrebbe dire: «i partiti non producono uomini politici, ma solo, esclusivamente, manager, che vanno a governare una città come se dovessero governare una banca».

Di mio aggiungo che una infelice riforma di qualche anno fa ha trasformato anche i presidi di scuola in manager (prima erano insegnanti con un compito particolare), tendenzialmente burocrati capaci di badare solo alle leggi dell’economia; quando i laureati della Bocconi arriveranno a dirigere le scuole, avremo fatto un bel passo avanti verso una scuola definitivamente priva di un’anima.