(27 aprile 2020)

Kent Haruf – Le nostre anime di notte (Casa editrice NNE, trad. Fabio Cremonesi)

Il testo di colore blu è preso dal libro. Se qualcuno degli aventi diritto ha obiezioni a riguardo, basta avvisare: cancellerò le frasi ricopiate.
Il racconto, in terza persona e con molti dialoghi, scorre come un flusso continuo che all’inizio un po’ confonde; unico accorgimento grafico: la maiuscola dopo la virgola quando un verbo introduce il discorso diretto (egli disse, Andiamo a letto).
Vediamo l’incipit, che ho apprezzato molto quando l’ho sfogliato in libreria. L’ho preso pure in formato Kindle, perché mi è venuta la voglia di aggiungere le note.

(Cap. 1).
E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio.

Louis è un pensionato benestante, ex insegnante rimasto solo dopo la morte della moglie.
Riceve una visita, annunciata con una telefonata, da una signora, Addie, che vive a un isolato di distanza; anche lei anziana, anche lei rimasta sola.
Due chiacchiere sulla casa, che Louis tiene ordinata e graziosa, poi la signora lo invita a trascorrere la notte a casa sua, nella sua stanza da letto, nel suo lettone matrimoniale, che, da quando è morto il marito, occupa da sola.

Da questo libro è stato tratto un film che non ho visto e non ho voglia di vedere, con Robert Redford e Jane Fonda, presentato fuori concorso alla mostra del cinema di Venezia 74 (2017); i due attori (ora ultraottantenni) furono giustamente premiati per la lunga, gloriosa carriera.

Addie chiarisce subito: non è una proposta di matrimonio, né di un incontro sessuale (i lettori maliziosi pensano: non si sa mai); la sua idea, la sua proposta è di attraversare la notte insieme.

[Addie] Sto parlando di attraversare la notte insieme.

L’immagine trasforma un concetto temporale (la notte) in concetto spaziale: lo spazio oscuro, profondo, che dobbiamo attraversare quando la Terra, ruotando intorno a se stessa, rivolge dalla parte opposta al Sole la superficie su cui ci troviamo e, guardando verso il cielo, vediamo il buio, a volte punteggiato di stelle e lievemente illuminato dalla luna, una pallida imitazione del “pianeta che mena dritto altrui per ogne calle”.

Fa paura la notte. Si affronta meglio in compagnia.

In gioventù si affronta meglio in compagnia; anche nell’età adulta. Ma da vecchi?

Ci sono rumori, odori. La vecchiaia li moltiplica e li rende più spiacevoli.

Per sentirsi autorizzati a passare bruscamente dal “pianeta” di Dante alle scorregge, basta ricordare il famoso verso (… / ed elli avea del cul fatto trombetta) che imbarazzava la professoressa di italiano; trovò un modo ingegnoso per saltarlo durante la spiegazione, forse temendo le risate di una scolaresca particolarmente indisciplinata.

Torniamo a Addie e Louis.

Si parlava della difficoltà, per due anziani che si conoscono poco, a mettersi nello stesso letto senza essere e non avendo l’intenzione di diventare, di fatto, marito e moglie.
In gioventù e nell’età adulta si supera tutto con la spinta ormonale: anche scambiarsi gli umori è eccitante. Quando questa spinta è fortemente ridotta, per quale motivo si vorrebbe condividere il letto con gli odori, i rumori, e, per forza, anche gli umori di un’altra persona? Per affrontare in due la paura della notte? Per cercare di superare l’insonnia?
Se si sono trascorsi molti anni insieme, ci sta: si è condiviso il letto quando si era giovani e forti, si continua a condividere il letto negli anni del decadimento fisico. Detto in modo brutale: si è fatta l’abitudine alla presenza dell’altro. Detto in modo dolce: la vicinanza fisica, l’affetto, la tenerezza, hanno reso i due corpi quasi uno, tanto che, in molti casi, se uno dei due se ne va, l’altro lo segue dopo poco.

Altra storia è cominciare da vecchi, con una persona quasi sconosciuta. Non c’è tempo di abituarsi. Troppo complicato.
Naturalmente siamo in un campo pienamente governato dalla soggettività.

Louis non sa se accettare la proposta; Addie gli chiede, nel caso decida di fare la prova, di avvisarla prima per telefono, di non presentarsi a casa sua senza preavviso. Non vuole sorprese, deve prepararsi. La cosa non è semplice come andare a letto da soli, come capita capita; già comincia a complicarsi.

Il racconto è costruito con frasi brevi, molti a capo.

Alla fine del primo capitolo sembra che Louis si sia già pentito di avere detto quasi sì.

Ma che diavolo, si disse. E adesso cerca di non essere troppo precipitoso.

(Cap. 2).
Il giorno dopo Louis andò in Main Street per farsi accorciare e sistemare i capelli, una specie di taglio a spazzola, …

Louis ha deciso di provare l’esperimento suggerito da Addie: le telefona per chiederle se quella sera può presentarsi a casa sua per passare la notte insieme.

Addie dice: va bene. Louis si prepara: va dal barbiere, si strofina a lungo sotto la doccia e, a sera, si presenta a casa di Addie con un sacchetto di carta contenente pigiama e spazzolino da denti.

Il sacchetto fa una tristezza infinita. A vedere Louis così conciato, con i capelli a spazzola, l’odore del dopobarba, il sacchetto in mano, sicuramente Addie avrà pensato: «Chi me lo ha fatto fare!»

Due anziani benestanti non potevano andare a cena insieme, divertirsi un po’, distrarsi, prima di mettersi a letto?

L’inizio dell’esperimento, il cap. 2, è lugubre come un film horror: in un paese spettrale, con un nome gelido (Holt) – che, nel pronunciarlo, fa salire un brivido lungo la schiena – due vecchi provano a calarsi in una bara doppia per farsi compagnia.

La cittadina del Colorado, credo inventata – a parte viene fornita una piantina (sembra una prigione) – in cui si svolgono molti racconti di Kent Haruf, mi ha fatto questa impressione: un posto gelido. Sarà perché sono legato ad altri ricordi della provincia americana, non di vita ma letterari, estratti da libri che ho amato.

C’è il problema di non farsi vedere dai vicini di casa: Louis si preoccupa molto di questo aspetto, a Addie non importa.

Il problema è che Louis, che ora è in pensione, ha svolto per molti anni il lavoro di insegnante.

Non c’è lavoro più castrante, soprattutto in una piccola cittadina.

Qualunque cosa tu faccia, anche fuori dell’orario scolastico, senti appiccicati addosso gli sguardi dei genitori che vogliono capire a chi affidano i propri pargoli, degli alunni che cercano di scoprire come sei quando scendi dalla cattedra; dopo qualche anno ti controllano tutti, hai l’impressione di essere continuamente osservato; assumi l’aria del bravo professore, un po’ addormentato, o della brava professoressa, un po’ nevrastenica, che non dà mai sorprese, si comporta sempre come gli altri si aspettano. Dentro ti nasce una gran voglia di fare una pazzia, o di andare a vivere in un posto dove non ti conoscono, o, meglio ancora, di entrambe le cose.

Questo è un problema comune non solo agli insegnanti, a tante persone.

La società ci disegna addosso un ruolo, siamo tutti almost free, quasi liberi.

Se sei un vecchio pensionato devi comportarti da vecchio pensionato in attesa della morte (a cui, peraltro, è vietato pensare, perché, se ci pensassi, ti scopriresti improvvisamente libero).

Addie chiede a Louis che cosa contiene il sacchetto di carta che ha portato con sé; Louis risponde: il pigiama.

Forse, per un momento, Addie aveva pensato a un regalino; sarebbe stata un’idea romantica, adolescenziale; avrebbe aiutato a rompere il ghiaccio, anche scherzandoci su e prendendosi un po’ in giro.

Sembra che i personaggi di questo libro non abbiano la capacità di prendersi in giro: fanno sempre discorsi molto seri.

Addie diventa improvvisamente aggressiva e sarcastica. Alla richiesta di Louis di conoscere meglio la casa in cui si trova risponde:

Così, se ce ne sarà bisogno, potrai sgusciare fuori nel buio.

Forse Addie pensa: io ho avuto le palle di venire a casa tua a invitarti e me ne frego del giudizio degli altri; chissà se avrai le palle per reggere il confronto, coglione pauroso che non sei altro.

Poi lei lo condusse alle tre camere da letto al piano di sopra, la sua era quella grande sul davanti, affacciata sulla strada. Questa è la stanza dove dormivamo, disse lei.

Non è il momento più adatto per ricordare il defunto.

Louis va in bagno.

Leggiamo.

(Cap. 3)

Ci entrò, usò il water e si lavò scrupolosamente le mani, spremette un po’ del dentifricio di Addie sullo spazzolino e si lavò i denti, poi si tolse le scarpe, si spogliò e si infilò il pigiama. Posò i vestiti piegati sulle scarpe, che lasciò nell’angolo dietro la porta, e tornò in camera.

“Usò il water”; facendo cosa? Chi scrive dovrebbe essere preciso. Che cosa fece esattamente? Bisogno grande? Piccolo? Si sedette sul water a meditare?

Che tristezza quei vestiti piegati e appoggiati sulle scarpe, lasciati nell’angolo dietro la porta!

Lei si era messa la camicia da notte ed era a letto accanto all’abat-jour accesa, il lampadario era spento e la finestra socchiusa.

Per quale motivo due vecchi si mettono in una situazione scomoda, imbarazzante? Dovevano essere infelici senza rimedio.

Poi ci fu il buio, solo la luce dalla strada rischiarava debolmente la stanza. Parlarono di cose di poco conto, per iniziare a conoscersi, i piccoli fatti di ogni giorno, la salute dell’anziana signora Ruth, una vicina di casa, la pavimentazione di Birch Street. Quindi rimasero in silenzio.

Immagino come fosse interessante la pavimentazione di Birch Street, come fosse eccitante la salute dell’anziana signora Ruth, la vicina di casa. La noia regna sovrana.

Naturalmente non riescono a dormire.

A questo punto Louis sfodera la sua abilità speciale a introdurre argomenti imbarazzanti: dice di essere contento di non avere conosciuto bene Carl, il marito defunto di Addie.

Non si rende conto che questa frase potrebbe suonare come un rimprovero verso di lei.

È come se dicesse: «Sono contento di non avere conosciuto bene Carl perché stiamo facendo una cosa che non lo riempirebbe di gioia. Non sarei a mio agio se l’avessi conosciuto meglio. E tu? L’hai conosciuto bene; sei a tuo agio?»

[Addie] Però io conoscevo Diane abbastanza bene.

Addie non è tipo da farsi mettere in imbarazzo: Louis le ha ricordato il defunto, lei gli ricorda la defunta.

A questo punto l’incontro a due è diventato incontro a quattro.

Due fantasmi si aggirano per la casa, li osservano con curiosità dalle fotografie appese alle pareti, dalle sedie, dalle sponde del letto, dal soffitto; i ricordi hanno fatto il loro ingresso trionfale; i due non possono fare altro che tacere e, se ci riescono, addormentarsi.

Lei ci riesce, lui no. Forse sta pensando: chi me l’ha fatto fare! Non ho sentito le ultime notizie del telegiornale, non ho neppure il mio libro, qui è buio … bah! Potrebbe andare peggio; potrebbe piovere? (Mi viene in mente la battuta di Aigor). No. Potrebbe russare.

Louis guarda il viso di Addie, immersa nel sonno.

Puoi metterla come ti pare, ma il volto di una persona anziana che dorme non è piacevole come il volto di una persona giovane nella stessa situazione (questa non l’ho rubata a Massimo Catalano). La bocca semiaperta, un po’ di saliva si forma agli angoli e minaccia di scorrere lungo le grinze del mento. Può suscitare tenerezza e un po’ di malinconia se con quella persona hai condiviso la giovinezza o a quella persona sei legato da un profondo sentimento di affetto (genitori, nonni). Anche se la situazione non è catastrofica e chi guarda è un vecchio, come Louis, il tono muscolare allentato, le palpebre serrate, i capelli appassiti, i denti più o meno riparati, più o meno finti, la pelle secca, non ti mettono allegria, perché sai che sono gli stessi denti, la stessa pelle, le stesse palpebre, gli stessi capelli, la stessa bocca che hai tu quando dormi, e la stessa aria di essere sprofondato nel nulla, anziché nel sonno. Il motivo per cui i vecchi, al risveglio, hanno il sorriso smarrito di Lazzaro quando fu richiamato in vita.

All’alba Louis si alza, si veste in bagno, rientra in camera da letto, la guarda: è sveglia, forse anche lei non ha dormito bene.

Quando Louis, nel salutarla, le dice «Ci vediamo», lei risponde «Davvero?»

Addie crede che Louis non sia rimasto contento di questa esperienza (una notte insonne, la scomodità di spogliarsi e rivestirsi in bagno, l’evocazione di ricordi e di fantasmi senza neanche un libro per allontanarli).

O, forse, anche lei non è rimasta contenta del suo tono dimesso, di quel sacchetto di carta con dentro il pigiama e lo spazzolino. Forse si aspettava non fuochi d’artificio, ma almeno qualche scintilla, un’atmosfera, non dico eccitante, ma almeno un poco, poco poco, … stavo per scrivere “intrigante”, ma questa parola ha perso il significato originale (stuzzicante, affascinante), ora la usano come sinonimo di “interessante” (un film, un libro, una proposta politica, una persona) gli appartenenti a un mondo raffinato e esclusivo, a una élite. Dunque non è il caso di usarla: ognuno stia al posto suo.

(Cap. 4)

Louis torna a casa sua; il giorno dopo, al risveglio, avverte un malessere; va dal medico, fa alcuni esami del sangue, è ricoverato in ospedale per un paio di giorni: infezione delle vie urinarie.

Viene dimesso dall’ospedale e, quando si è ristabilito, dopo una settimana, telefona a Addie, che gli ha fatto visita durante il ricovero, per avvertirla della sua intenzione di tornare a dormire da lei.

Addie è d’accordo.

Louis si rade, mette il dopobarba e, di sera, prende il solito sacchetto con pigiama e spazzolino e bussa alla porta della casa di Addie.

(Cap. 5)

Addie arrivò subito. Bene. Hai un aspetto migliore. Entra. I capelli, spazzolati all’indietro, le lasciavano scoperto il volto, era graziosa.

Non so quale sia la parola originale, ma “graziosa” si addice poco ad una signora di settant’anni.
Posso sbagliarmi, ma ho l’impressione che il mio non gradimento di questo testo dipenda soprattutto dalla traduzione. Non ho controllato, quindi si tratta solo di un’impressione.

[Addie] Be’, d’ora in poi puoi lasciare qui pigiama e spazzolino, disse la donna. Così evito di consumare i sacchetti di carta, commentò lui.

Lei pensò: «È una battuta? Se rido sarà contento? Possibile dica sul serio? All’anima del braccino corto!».

A letto, Addie chiede a Louis se vuole sapere qualcosa di particolare di lei, della sua vita. Louis fa un lungo elenco di cose che ignora: dal posto dov’è cresciuta, al partito per cui vota (secondo me è una liberal, vota per i democratici; lui mi sembra un repubblicano affezionato alla lobby delle armi).

Praticamente non sa nulla di lei. Eppure si conoscono da anni, abitano a un isolato di distanza e, un po’, si sono frequentati quando i rispettivi coniugi appartenevano a questo pazzo mondo. Ma così si vive in quella provincia americana, in una città dal nome hitchcockiano, che sembra una di quelle carceri da cui i prigionieri progettavano fughe impossibili.

Louis la conosce poco, eppure ha deciso di condividere momenti intimi, il letto, il sonno, senza la spinta sessuale, senza gli ormoni scalpitanti che, avessero venti anni di meno, li spingerebbero in una cavalcata frenetica, per poi dormire contenti, abbracciati.

(Cap. 5)

[Addie] Ci divertiremo un sacco a parlare, eh? disse lei. Anch’io voglio sapere tutto di te.

Naturalmente, non poteva mancare il sacco. Ho curiosità di sapere quale sia l’espressione corrispondente, suppongo altrettanto brutta, originale.
Eppure non mi torna che una signora anticonformista come Addie dica «Ci divertiremo un sacco …», come se fosse una ragazza stupida che scimmiotta il linguaggio giovanilista (stantio) e televisivo.

(Cap. 6)

[Louis] … … … si preparò un hamburger e bevve un bicchiere di latte, infine si fece la doccia e si rase. Quando scese il buio, tornò da Addie.

Hamburger e latte? Quest’uomo è fissato col latte! Ecco perché è così malinconico! Con l’hamburger non ci vuole il latte, ma un bicchiere di vino buono.

(Cap. 7)

[Addie] Durante la giornata aveva pulito a fondo la casa, aveva cambiato le lenzuola del letto al piano di sopra, si era fatta un bagno e per cena aveva mangiato un panino.

Solita vaghezza di questo scrittore, che non centra mai un dettaglio.

“Durante la giornata” è generico, impreciso; in quale parte della giornata? Di mattina, nel primo pomeriggio, verso le dieci, dalle sette alle nove. Se non specifichi quando, meglio togliere “Durante la giornata”, anzi, meglio toglierlo comunque (è ovvio che Addie ha fatto le varie cose durante la giornata).

… … … per cena aveva mangiato un panino.

Solo un panino? Nient’altro? Spiegaci meglio questo dettaglio che hai messo a fuoco per un attimo.

O ci spieghi il motivo di una cena così frugale o non parlarne.

Perché cenava solo con un panino?

Non aveva fame, era a dieta, aveva lo stomaco pieno, era abituata così, preferiva tenersi leggera, non le piacevano i salumi e i formaggi, il frigorifero era vuoto, non aveva voglia di mettersi ai fornelli, senza un motivo (aveva preso nella dispensa la prima cosa che le era capitata sotto mano).

È necessaria una precisazione per calare nella realtà un dettaglio. Altrimenti il dettaglio rimane sospeso per aria e non contribuisce a farci conoscere meglio il personaggio.

Louis continua a preoccuparsi della gente spiona e maldicente. È abituato da sempre a sentirsi sotto osservazione. Addie, giustamente, non ci pensa: finché la gente non può farti del male non bisogna preoccuparsi.

(Cap. 8)

Sono cresciuta a Lincoln, in Nebraska, disse lei.

Questo capitolo è dedicato al racconto della vita di Addie.

Addie parla come fra sé e sé, non si sa quanto Louis riesca a prestare attenzione, anche perché il racconto è noioso a leggerlo, figuriamo quanto lo sia ad ascoltarlo stando distesi nel letto. Solite storie: coppia giovane, lei rimane incinta, si sposano, le famiglie non li aiutano, difficoltà a finire gli studi e a trovare una sistemazione.

Lei gli lasciò la mano, si allontanò e rimase immobile nel letto. Lui si girò a guardarla nella luce fioca.

Perché fai così? chiese lei. Che ti succede?

Non lo so.

Vuoi sapere i dettagli?

Credo di sì.

Del sesso?

Annoiato dal racconto della vita di Addie, noioso anche per chi legge, Louis si è lasciato andare con una domanda un po’ indiscreta.

Perché Addie se l’è presa tanto?

Forse lui era solo curioso di sapere che metodo anticoncezionale usava, con il defunto marito Carl, nei primi anni del loro rapporto affettivo e sessuale.

Forse la domanda serviva a interrompere il tono monotono di Addie: Louis si stava annoiando e non osava dirglielo.

[Addie] E a un certo punto è arrivato un maschietto a fare compagnia alla bambina.

“È arrivato un maschietto a fare compagnia alla bambina” è una frase banale, una frase fatta, così fatta che l’autore, o il traduttore, o il personaggio, potrebbe essere arrestato per detenzione e spaccio di stupefacenti. Mi verrebbe voglia di procurarmi il testo originale per vedere la corrispondenza. Non lo faccio perché il libro non mi entusiasma.

Qui si addormentano, entrambi esausti, lei stanca di raccontare e di tenere a bada una puzzetta che minaccia di farsi largo tra gli oscuri meandri del tratto terminale dell’intestino, lui stanco di ascoltare e terrorizzato dalla possibilità di un improvviso, irresistibile abbiocco.

Il “maschietto”, nato dopo la figlia, si chiama Gene. Vedremo, in seguito, che razza di stronzo è diventato, da adulto.

(Cap. 9)

Addie ha accompagnato la vicina di casa, la famosa signora Ruth, quella che ha uno stato di salute così interessante da farne argomento di conversazione, al supermercato. Riempiono il carrello di roba in scatola. Scoprono che le commesse spettegolano sulle sue avventure notturne con Louis.

Il dialogo avviene tra Addie e la signora Ruth.

[Addie] Sapevo che qualcuno lo avrebbe visto. Non importa.

Spero che per te sia un bel periodo.

È una brava persona. Non ti pare?

Penso di sì. Eppure non è tutto oro quel che luccica. Con me in realtà è sempre stato gentile, disse. Mi tosa il prato e spala la neve in inverno. Ha cominciato prima che morisse Diane. Ma non è un santo. Ha fatto la sua parte di cattiverie. Ne avrei di cose da dirti. Sua moglie avrebbe potuto raccontarti.

L’arte della maldicenza.

Questa vecchia signora Ruth è un’artista: dice e non dice, spia Louis quando rientra in casa, finge di proteggere Addie dai pettegolezzi delle commesse, per il gusto di ripeterli e sottolinearli; accenna, con aria misteriosa, alla cattiveria di Louis (questioni di corna)

(Cap. 10)

La maldicenza della famosa signora Ruth ha raggiunto il suo scopo: Addie vuole conoscere la storia di corna che ha coinvolto Louis, una storia che serve a movimentare la situazione, a renderla meno monotona.

Tocca a Louis raccontare, di notte, stando a letto accanto a Addie – chissà perché non a pranzo o a cena, o nel pomeriggio in un bel posto.

L’amante di Louis si chiamava Tamara (il nome dice tutto).

[Louis] Piansi mentre me ne andavo, e anche lei.

Louis ha riferito la sua squallida storia di amore adulterino. Un rapporto basato unicamente sul sesso, interrotto quasi con un senso di liberazione (marito di Tamara accomodante, sensi di colpa nei confronti della propria figlia e della figlia di lei).

[Louis] Ma penso di avere più rimorsi per il male che ho fatto a Tamara che non a mia moglie. Ho tradito la mia natura, o qualcosa del genere. È come se non avessi risposto a una chiamata a essere qualcosa di più di un mediocre insegnante di inglese in una cittadina polverosa.

Louis pensa che continuare il rapporto extraconiugale con una Tamara qualsiasi, insoddisfatta del marito, l’avrebbe reso meno mediocre.

«Ho tradito la mia natura, o qualcosa del genere» rientra tra le frasi oscure, imprecise, di cui è pieno questo libro.

Che significa: «… o qualcosa del genere»? Ha tradito la sua natura o qualche altra cosa? Ha tradito, ma forse ha fatto altri danni alla sua natura, non proprio un tradimento, ma qualcosa di simile?

(Cap. 11)

Qui la storia diventa tragica. Addie racconta la perdita della figlia Connie, di undici anni, investita e uccisa da una macchina mentre giocava davanti alla casa con il fratellino Gene.

Sono solo due poveri vecchi che si raccontano le tragedie della vita. Sono due sconfitti, come tutti, quasi tutti, e a Louis tocca sempre la parte dell’inadeguato, di quello che non ha mai fatto la cosa che in quel momento andava fatta.

[Addie] In seguito, tua moglie veniva spesso a vedere come stavo. Era gentile da parte sua. … … …

[Louis] Sarei dovuto venire con lei.

(Cap. 12)

Comincia il controllo che spesso i figli pretendono sui genitori anziani col ricatto dell’affetto, con la scusa di proteggerli.

Una vecchia storia: i genitori, principalmente le mamme, ricattano i figli adolescenti; i figli adulti hanno imparato la lezione e ricattano i genitori anziani. Movente del delitto? Controllare gli altri. Arma? L’affetto, affilato come un coltello, utilizzato in modo da suscitare sensi di colpa.

Arriva Holly, la figlia di Louis; fra una cosa e l’altra deve rimproverarlo per la libertà che si sta prendendo nei confronti del giudizio degli altri. Non sia mai detto che il padre riesca a trovare un po’ di serenità! Sicuramente vorrà spingerlo ad abbandonare gli incontri notturni con Addie.

(Cap. 13)

Colloquio tra Louis e la figlia Holly

Lo guardò per un attimo. Ma sono preoccupata per te.

Ah. Davvero?

Sì. Cosa stai combinando con Addie Moore?

Mi sto divertendo.

Cosa direbbe mamma?

Padre e figlia hanno pranzato insieme. Parte il ricatto affettivo: «Cosa stai combinando? Cosa direbbe la mamma?»

[Holly] Però non è giusto, papà. Non sapevo neppure che Addie Moore ti interessasse. O che la conoscessi così bene.

Vuole decidere lei ciò che interessa al padre.

[Holly] Odio quando parli in questo modo. Lasciami stare, papà. Voglio decidere io come vivere la mia vita.

Però vuole decidere come il padre deve vivere la sua.

[Holly] Ma è comunque imbarazzante.

[Louis] Be’, tesoro, è un problema tuo, non mio. Te l’ho detto, io non sono in imbarazzo. E non lo è neppure Addie Moore.

Louis ha resistito all’attacco: gli incontri notturni con Addie riprenderanno.

(Cap. 14)

Louis racconta a Addie della moglie defunta.

Era, secondo lui, una donna indipendente, femminista, impegnata a partecipare ai gruppi che, negli anni sessanta, settanta, si definivano “di autocoscienza”.

Louis è sicuro che in quei gruppi la moglie parlasse male di lui con le sue amiche, proprio mentre lo lasciava solo ad accudire la figlia piccola.

Poi ci fu l’affaire “Tamara”: i sensi di colpa fioccavano come neve.

Che vita! Che cos’è il matrimonio! Una continua oscillazione tra desideri di libertà e rimorsi.

(Cap. 15)

Passano i giorni, le sere, le notti: continuano a vedersi, a raccontarsi le cose.

Il capitolo inizia con “Una sera di giugno, Louis disse, Oggi ho avuto un’idea”.

Questo scrittore ignora l’esattezza di cui parlava Italo Calvino nelle Lezioni Americane.

Qui “Una sera di giugno” può anche andare, ma così sembra una favola.

Sarebbe bastato aggiungere: “Una sera di giugno, avevano cominciato a frequentarsi da un mese, Louis disse, Oggi ho avuto un’idea.”

oppure:

“Una sera di giugno, dalla finestra aperta si sentiva il brusio della gente che andava a festeggiare la domenica nei ristoranti del centro, Louis disse, Oggi ho avuto un’idea.”
Basta un niente perché un dettaglio diventi reale.

[Louis] Ecco la mia idea. Tanto per fare di necessità virtù.

“… fare di necessità virtù” è un’altra frase fatta (non so quale sia la corrispondente dell’originale). È vero che questa frase è in bocca a un personaggio, che può usare frasi fatte (al narratore dovrebbe essere vietato), ma si tratta di un professore di lettere, che si suppone abbia acquisito un modo più raffinato di esprimersi, anche in un ambito colloquiale.

Finalmente Louis ha avuto una buona idea: farsi un giro insieme a Addie, andare al ristorante, alla faccia dei maldicenti.

Il nipote di Addie Moore si chiamava Jamie e aveva appena compiuto sei anni. All’inizio dell’estate i problemi fra i suoi genitori si aggravarono. Ci furono brutte liti in cucina e in bagno, accuse e recriminazioni, le lacrime di lei, le urla di lui.

Il figlio di Addie, Gene, si è separato dalla moglie, che se n’è andata lasciando il figlio Jamie, di appena sei anni, al padre (dipenderà dai nomi, bruttissimi, se questa gente è così infelice?).

Gene, che, peraltro, ha problemi con il lavoro, trova il modo di passare il figlio alla nonna, come un pacco postale, cosicché nella casa di Addie – oltre a Louis, che di notte occupa un posto nel letto – fa il suo ingresso un bambino di sei anni.

Segue la descrizione dell’arrivo nella casa della nonna; il bambino, ovviamente, manifesta tutti i sintomi dell’abbandono e nessuno pensa di denunciare la madre.

Addie cerca di tranquillizzare Jamie, di farlo ambientare; per non creargli difficoltà aggiuntive, Louis rimane, per qualche notte, a casa sua.

Il bambino ha paura di essere nuovamente abbandonato: non resiste a stare da solo nel letto, di notte si sveglia terrorizzato, si alza e si sposta nel letto della nonna, la aspetta nel corridoio quando lei va in bagno.

(Cap. 17)

Louis cerca di abituare Jamie alla sua presenza, gli fa visitare il capanno degli attrezzi, gli fa scoprire una cucciolata di topini.

Poi lo conduce nel suo giardino, gli insegna a strappare le erbacce, a innaffiare le carote, le barbabietole e i ravanelli.

Tornano da Addie e, insieme, mangiano panini e patate fritte, bevono gazzosa (dev’essere la tipica dieta americana, finalizzata a produrre obesità e diabete).

Nonostante i momenti di allegria insieme alla nonna e a Louis, il bambino è infelice. Gli mancano i genitori.

In piena notte telefona alla madre, che non risponde, poi telefona al padre, che si sveglia, risponde, si fa raccontare come ha trascorso la giornata, cerca di tranquillizzarlo.

Jamie posa il telefono, si addormenta; dopo qualche ora si sveglia, scoppia a piangere, corre nel letto di Addie.

(Cap. 18)

Louis riprende ad andare di sera da Addie. Di notte sono svegliati da un urlo: è il bambino che ha paura. Lo portano nella stanza di Addie, lo sistemano nel lettone tra loro due. Louis canta uno spiritual a bassa voce. Jamie si rasserena e riprende a dormire.

È strano questo parallelo, non so quanto intenzionale, tra il bambino abbandonato dai genitori, che di notte ha paura, si sveglia e, per calmarsi, ha bisogno di dormire nel letto della nonna e questi due vecchi che hanno anch’essi paura della notte, immagine del buio finale che si avvicina a gran passi, e avvertono il bisogno di farsi compagnia.

(Cap. 19)

Ci fu una serata estiva in cui Louis portò Addie, Jamie e Ruth a mangiare un hamburger allo Shattuck’s Café, sulla Highway 34.

Vita quotidiana nella provincia americana, episodi comuni, banali; non succederà niente di scoppiettante. Lo scrittore come un “grande fratello” televisivo, che spia la vita di tutti i giorni di gente normale, a cui non succede altro che la propria infelicità, la normale, comune, banale infelicità.

Nessuna fantasia (se l’è presa tutta Walt Disney), nessuna avventura, nessuna isola del tesoro, nessun viaggio nel paese dei lillipuziani: i figli divorziano, i topini annusano l’aria, il bambino si sente abbandonato ma non si dispera, non scapperà per tornare dalla nonna quando il padre lo sequestrerà; riesce solo a piangere nel sonno.

Quando ci si vuole divertire si va a mangiare un hamburger fuori casa, in un posto che si trova sulla Highway 34; dev’essere una strada statale, polverosa, intasata di macchine che portano famigliole, di motociclisti on the road, di camionisti tatuati che si radono nei bagni della trattoria.

Se un cliente, puntando una pistola, si mettesse a gridare «Questa è una rapina», sarebbe un diversivo.

Anche la morte è un diversivo.

Per quale motivo la descrizione di una gita fuori porta di tre vecchi e un bambino comincia con “Ci fu una serata estiva …”? Non è un racconto biblico (“E la luce fu”); sarebbe potuta cominciare tranquillamente con “Una sera estiva Louis portò ecc. ecc.”.

Dopo avere mangiato in trattoria (gli americani devono essere fissati con gli hamburger) Louis li portò in un campo all’aperto per vedere una partita di softball a cui le signore assistettero stando in macchina (altra fissazione degli americani: le automobili), mentre Louis e Jamie si sedevano nelle tribune.

(Cap. 20)

Il giorno dopo Louis compra guantoni, palle e mazze per insegnare a Jamie a giocare.

Evidentemente a Louis piace comportarsi da nonno e anche avere un bambino a cui insegnare.

Poi decide che Jamie ha bisogno di un cane e, insieme a Addie, lo porta al canile municipale a sceglierne uno.

Trovano una cagnetta a cui il bambino si affeziona subito.

Louis, da vecchio insegnante, ha capito che Jamie ha solo bisogno di qualcuno a cui volere bene, da cui sentirsi protetto.

Jamie ora riesce a dormire da solo, con la cagnetta ai piedi del letto (molto più igienico che insieme a due vecchi).

(Cap. 21)

[Louis] Recitò i primi versi del Canto d’amore di J. Alfred Prufrock. Qualche verso del Colle delle felci e altri da E la morte non avrà più dominio.

[Addie] E poi cos’è successo?

Vediamo la situazione: Louis e Addie sono a letto, lei ascolta lui che recita le poesie.

Ascolta, credo, con sempre meno attenzione, perché le poesie si leggono volentieri (a chi piace) ma si ascoltano con fatica, soprattutto a letto. Rapidamente subentra la noia, il sonno (ottimo sistema per l’insonnia di Addie): la voce del fine dicitore diventa sempre più impastata, il respiro dell’ascoltatore sempre più profondo.

Se lei, a un certo punto, domanda: «E poi cos’è successo?», vuol dire che la mente, parzialmente vigile, disturbata dal suono monotono, desidera solo cambiare argomento.

(Cap. 22)

I topini trovati nel capanno sono cresciuti, non sono più carini, ammesso che lo fossero quando erano cuccioli, vanno in giro a cercare cibo e a moltiplicarsi come topi, appunto.

Immagino che i topi siano tanti a Holt, dato lo spreco alimentare particolarmente diffuso tra gli americani (in fatto di sprechi anche noi non scherziamo).

(Cap. 23)

La vecchia signora Ruth organizza una cena a casa sua, con Addie, Louis e Jamie (nessuno si domanda se è salutare per questo bambino frequentare solo persone anziane? Nessuno pensa a cercare un posto dove possa incontrare altri bambini?).

La cena riesce bene, anche se si fa fatica a considerare appetitoso un menù a base di maccheroni, fagioli verdi in scatola, insalata condita con una strana salsa, pane, burro e tè freddo. Certo che questi americani mangiano in un modo! Come fanno a distinguere tra i pasti e la spazzatura? Dal contenitore: se si trova nei piatti è pasto, se si trova nei sacchi è spazzatura.

Trovandosi tra vecchi c’è anche modo di rimpiangere la vecchia Holt e di trasmettere il rimpianto a un bambino di sei anni.

(Cap. 25)

La famosa signora Ruth muore; siccome si trattava di una vecchia signora, anche se dotata di uno stato di salute interessante, prima o poi doveva capitare.

Gli amici spargono le ceneri nel cortile sul retro della casa.

(Cap. 26)

In questo capitolo veniamo a sapere che negli ultimi dieci anni, prima che il defunto marito morisse, nessun rapporto sessuale aveva più avuto luogo tra Addie e il suddetto defunto marito.

Una condizione molto diffusa, credo, a cui la maggior parte delle coppie si abitua fino a non farci più caso.

Non solo il sesso, anche la complicità, l’intimità erano finite tra lei e il marito.

Addie racconta che, in sostanza, il suo matrimonio era finito da tempo, restavano solo le apparenze, le finzioni.

(Cap. 27)

Louis continua a “fare il nonno”, a insegnare a Jamie tante cose.

Escursioni in montagna, esperienze di vita all’aperto.

Il bambino, con la cagnetta, segue volentieri la nonna e il suo amico, si affeziona sempre più a loro e, in particolare, a Louis, che, forse, è la figura paterna che gli mancava (fra pochi righi scopriremo che Gene, il padre, è uno stronzo).

(Cap. 28)

Addie e il figlio Gene hanno una conversazione basata sui soldi.

[Addie] Non sai quello che dici. Sta molto meglio di quando l’hai lasciato qui. E se vuoi sapere la verità, Louis gli ha fatto un gran bene.

[Gene] Quello vuole anche i tuoi soldi, vero?

[Addie] Cosa cavolo stai dicendo?

[Gene] Se tu lo sposassi, si prenderebbe la metà di tutto, no? Non potrei impedirglielo.

Ecco a cosa pensa il figlio di Addie, che cosa teme. Non gli importa dei danni che, insieme alla moglie, ha procurato al proprio figlio, pensa unicamente ai soldi della madre, teme che Louis voglia prenderseli.
Ha già fatto i suoi conti.

La moglie di Gene, che si chiama Beverly, ha deciso di tornare a casa, quindi si riprenderanno Jamie.

Il giorno dopo Gene, che è passato per vedere il figlio Jamie, se ne va e tutti tirano un sospiro di sollievo.

(Cap. 29)

Continuano i racconti del letto. Louis continua a parlare della moglie defunta, di quando si ammalò, di come morì.

(Cap. 30)

Continuano anche le passeggiate dei tre (Louis, Addie e Jamie); questa volta vanno alla fiera del paese, una fiera agricola, con il corteo dei trattori, delle mietitrebbiatrici, delle falciatrici, con la parata, la guardia d’onore, il rodeo, i cavalli, i maiali, le capre, le pecore, i conigli, le giostre, il tirassegno, la ruota panoramica.

Nella parata c’è anche il camion di una chiesa evangelica, con immagini religiose di cartone e un podio su cui, oltre alla croce di legno, staziona un giovane barbuto che indossa una tunica e si ripara dalla pioggia con l’ombrello.

Siccome quel giovane dovrebbe, nelle intenzioni di chi ha allestito il palco, rappresentare Cristo, Louis scoppia in una risata sonora: Cristo con l’ombrello è effettivamente un’immagine comica.

(Cap. 33)

Ora tocca a Addie raccontare, a letto, come morì Carl, suo marito, con tutti i particolari, veglia funebre e cremazione comprese. Descrive la fine di un uomo triste, agente di assicurazioni.

Racconta anche il rapporto difficile che il figlio Gene aveva avuto con suo padre fin dalla morte della sorella Connie in un incidente, mentre giocavano a rincorrersi davanti casa.

Da allora il padre aveva caricato Gene di sensi di colpa, malgrado fosse un bambino al momento dei fatti, e manifestato una chiara avversione nei suoi confronti.

(Cap 34)

Qui i personaggi del libro parlano di se stessi come possibili personaggi di un libro, Louis dice che non gli piacerebbe finire in un libro (il narratore ci sta prendendo in giro?), dicono che loro non sono improbabili (anzi, sono abbastanza banali) e ritornano al motivo che ha spinto Addie ad avviare il tutto e Louis ad accettare: la solitudine.

(Cap. 35)

Gene, che ha fatto pace con la moglie, riporta a casa Jamie. Il bambino vorrebbe salutare Louis, che in quel momento non è in casa, ma il padre non vuole aspettare. Nessun ringraziamento per due vecchi che hanno svolto con affetto il compito che toccava a lui.

I due vecchi rimangono soli, confermano la voglia di farsi compagnia; qui il loro rapporto ha fatto un passo avanti.

(Cap. 36)

Questo è il capitolo più imbarazzante per un lettore che tende a identificarsi con i personaggi: il tentativo di un rapporto sessuale tra due persone anziane che da anni non fanno sesso.

Louis ci prova, ma non riesce a portare in fondo un rapporto genitale, con pochi o nulli preliminari, in una condizione che sarebbe stata insuperabile anche da un giovane.

Il vecchio fa errori da adolescente inesperto, mettendosi in una situazione di esame da superare, addirittura ripromettendosi di ricorrere alle pillole azzurre per superare la difficoltà, come se l’attività sessuale consistesse unicamente nell’erezione e conseguente penetrazione e riguardasse unicamente gli organi della riproduzione, come se l’erezione non fosse l’effetto, la conseguenza dell’eccitazione, ma la causa.

È ovvio che, concentrando tutta l’attenzione sugli organi sessuali, viene fuori un problema di impotenza, ma Addie sembra attrezzata psicologicamente per aiutare il suo uomo a superarlo.

A questo punto sono diventati una vera coppia, non più due vecchi malinconici che di notte si raccontano il passato. Questo potrebbe portarli a organizzare in un altro modo la loro vita; sarebbe buffo se i timori del figlio di lei (perdere una parte dell’eredità) si rivelassero fondati. Gene se lo meriterebbe.

(Cap. 37)

Finalmente hanno capito che devono cominciare a divertirsi; sono di nuovo soli e indipendenti (Jamie è tornato con i genitori), vanno al ristorante, a teatro. Si disseppelliscono dal letto matrimoniale, ci vanno quasi senza accorgersene, stanchi e sereni dopo una giornata di nuove esperienze.

E la smettono di rimuginare sul passato e sui morti.

(Cap. 38)

Louis si tolse la camicia, i pantaloni e la biancheria, li posò sull’erba e tornò in acqua, si spruzzò e si mise a sedere.

D’accordo, disse Addie. Se è così che vuoi stare.

Si sfilò dalla testa il vestito, si tolse la biancheria e scivolò nell’acqua fresca accanto a lui. E non m’importa se qualcuno ci vede, disse.

Ottima idea! Così si fa.

Qui avviene un brusco cambiamento: dopo una bella gita, in una bella giornata, trascorsa in libertà, tornano a casa e chi trovano? Trovano Gene, il figlio di Addie, pronto a rovinare quel poco di felicità che si sono conquistati.

È arrabbiato perché teme di perdere i soldi della madre, pensa all’eredità, che può sfuggirgli, se Addie decidesse di sposare Louis.

Si veste da moralista ipocrita, li rimprovera per la loro condotta, secondo lui disdicevole.

C’è da chiedersi perché non lo prendono a calcioni in culo fino a farlo sollevare sulle punte dei piedi.

[Gene] Cosa direbbe papà al posto mio?

L’argomento principe è l’evocazione del defunto papà e del suo diritto di maschio dominante sulla consorte, trasmesso al figlio maschio dominante sulla madre.

Per esercitare il suo dominio, Gene è pronto al ricatto affettivo: la madre non potrà più incontrare Jamie se continuerà a frequentare Louis.

(Cap. 39)

Addie cede al ricatto del figlio. Non vuole rinunciare all’affetto del nipote, spera che almeno questo bambino non la dimenticherà.

Sbaglia, perché anche il nipote la dimenticherà: non si ricordano i deboli, quelli che si fanno ricattare, si preferisce dimenticarli.

Addie invita Louis a interrompere i loro incontri notturni in camera da letto, per non perdere la possibilità di continuare a vedere il nipote Jamie.

Nonostante gli incontri nel lettone matrimoniale tra due vecchi che a malapena si conoscono mi siano sembrati, fin dalle prime pagine, deprimenti, a me dispiace (cominciavo a identificarmi).

Se non avessero ceduto (se Addie non avesse ceduto alla prepotenza del figlio), la forza dimostrata nel respingere l’aggressività dei giovani (non dimentichiamo la figlia di Louis) avrebbe rafforzato il loro rapporto: nel lettone si sarebbero raccontati la stupidità di Gene e di quando Louis lo aveva preso a calcioni in culo fino a farlo sollevare sulle punte dei piedi. Al passato angoscioso e al futuro breve, quasi inesistente, si sarebbe sostituito il presente giovanile, allegro, vitale.

(Cap. 41)

Appena dopo mezzogiorno di una giornata luminosa, Addie, che era in centro da sola, scivolò sul bordo del marciapiede di Main Street e cadde; allungò un braccio per aggrapparsi a qualcosa, ma non c’era nulla a cui appigliarsi, così rimase a terra finché alcune donne e un paio di uomini non si avvicinarono per aiutarla.

Non sollevatemi, disse. C’è qualcosa di rotto.

Così succede: quando uno perde ogni speranza (questa è la vecchiaia), cade e si rompe qualcosa.

Quando ci si comporta da deboli si diventa deboli e bisognosi di aiuto.

[In ospedale] Quando Addie vide Louis si commosse.

Posso entrare? Chiese.

No, non entrare, disse Gene. Non ti vogliamo qui.

Per favore, Gene, è solo per salutare.

Cinque minuti, rispose. Non di più.

Gene ha sequestrato la madre, approfittando della sua debolezza emotiva, della sua incapacità di ribellarsi a un ricatto affettivo.

Lei era il personaggio forte, prendeva l’iniziativa, conduceva il gioco, indifferente alle maldicenze della gente; è diventata debole, remissiva nei confronti del figlio, anche quando è evidente che l’unico pensiero di Gene sono i soldi.

Dovrebbe vendere la casa, andare a vivere da Louis, godersi i soldi, fare in modo che nulla rimanga in eredità, non accettare il ricatto affettivo (è evidente che per quel bambino non può fare nulla).

Lui si chinò, le diede un bacio sulla bocca e uno sugli occhi, poi uscì dalla stanza e percorse tutto il corridoio. In ascensore c’era una donna, a un tratto lo guardò in faccia e distolse la vista.

L’ultimo periodo è molto bello: è un flash che, con poche parole, illumina la scena e consente a ciascun lettore di diventare autore.

La donna in ascensore forse sapeva tutto, o forse no, forse lo aveva riconosciuto, o forse no, forse era solidale con lui, partecipe del suo dolore, in imbarazzo; non si sa.

(Cap. 43)

Addie guardò fuori dalla finestra. Vedeva il proprio riflesso nel vetro. E l’oscurità subito oltre.

Fa freddo lì stasera, tesoro.

Sono le ultime righe. I due si telefonano di nascosto.

Addie e Louis, che all’inizio erano deprimenti, piano piano sono diventati simpatici e veri; hanno smesso di fare i morti viventi; hanno cominciato a divertirsi; alla fine sono diventati patetici, come due poveri vecchi.