(29 aprile 2020 – dalle 21.20)

La7 (Atlantide) – conduttore Andrea Purgatori

Altro film (stesso regista): Gli uccelli

Pandemia, lockdown, distanziamento sociale, giornate intere chiusi in casa, quarantena, mascherine, obbligo di non uscire, lunghe file davanti ai supermercati, vecchi lasciati morire da soli nelle residenze per anziani, strade deserte, cinema chiusi. Televisione. Una serata dedicata ad Alfred Hitchcock.

Erano belli i capelli lisci, neri di Cary Grant, con la riga precisa, anche quando lo maltrattavano, ma non troppo, in Intrigo internazionale (North by Northwest, a colori, 1959).

I capelli biondi, lisci, sempre ben pettinati – come fosse appena uscita dal parrucchiere in ogni situazione, anche drammatica – della protagonista femminile, Eva Marie Saint.

I capelli ondulati, che vedevamo biondi, di Ingrid Bergman in Notorious! (bianco e nero, 1946); sullo schermo erano grigi (per noi una svedese era bionda, anche in Casablanca, 1942, dove i capelli di Ingrid erano neri con riflessi chiari).

In For whom the bell tolls (Per chi suona la campana – technicolor, 1943) era veramente svedese: bionda, capelli cortissimi, occhi azzurri, luminosi, labbra carnose, ben disegnate.

In quegli anni, fino a tutti gli ottanta, un seno che s’intravedeva sotto una camicetta ti faceva pensare a qualcosa di dolce; oggi fa pensare al silicone che lo gonfia (poi ci si meraviglia del calo della fertilità maschile!).

Dei film trasmessi su La7 in questa serata condotta da Andrea Purgatori, Notorious! è il mio preferito.

Intrigo internazionale è più una commedia che un thriller.

In tutto il film c’è un’aria scherzosa che allontana la tensione. Il pubblicitario interpretato da Cary Grant non ha mai realmente paura, la sua camicia è sempre perfettamente stirata, il suo abito è in ordine, la cravatta ben annodata al collo, anche quando si impegna nei preliminari di un rapporto sessuale nel wagon-lit (o nel wagon-qui, direbbe Totò).

In questa atmosfera divertita, da commedia sofisticata, ci sono scene memorabili, che catturano sempre, anche se le conosciamo a memoria. Catturano non tanto per la suspense (ormai non c’è più niente di sospeso), quanto per la bellezza.

Mi riferisco, in particolare, all’aereo biplano spargi insetticida che insegue Cary Grant nel campo di mais e, soprattutto, alla magnifica conclusione sul monte Rushmore, con i protagonisti appesi ai volti dei presidenti americani scolpiti nella roccia.

Notorious! è assai più drammatico: i cattivi sono più veri, precisi, feroci; la sospensione, in alcune scene, è più tesa; Hitchcock usa molto di più il primo piano, ci fa conoscere ogni minimo particolare dei volti sullo schermo.

Gli occhi chiari, il naso slanciato di Ingrid Bergman (Elena), i suoi denti regolari, bianchissimi.

Era bella come poteva esserlo, per gli adolescenti italiani di allora, una svedese; bella anche quando il suo personaggio è in preda ai fumi dell’alcol, guida come una pazza o si sveglia intontita e non si accorge che la punta di un ciuffo di capelli le è entrata in bocca.

Quei capelli ci danno fastidio, come se fossero finiti nella nostra bocca, perché da lì inizia una soggettiva, ci guardiamo intorno con difficoltà, vediamo il bicchiere enorme vicino al volto, pieno di un liquido biancastro, vediamo Cary Grant (Devlin) che occupa la diagonale dello schermo, poi lo vediamo capovolto, piegato, mentre dice: «bevi, ti farà bene».

Questo è il tocco di Hitchcock: un segno, un dettaglio, con cui entri in una situazione, in un personaggio.

Hitchcock ha riempito di dettagli i primi e i primissimi piani di questo film; il bianco e nero ci dava il necessario distacco, ci consentiva di superare l’imbarazzo di questa intrusione nei volti di persone estranee.

Mai avremmo osato, nella vita, osservare in quel modo il corpo di una persona reale; solo le statue o i quadri esposti sulle pareti dei musei si osservano con la stessa attenzione ai dettagli.

Nessun volto, nessun corpo reale si espone senza difese, completamente arreso, come quando è inquadrato su uno schermo cinematografico, naturalmente se il regista è Alfred Hitchcock.

Forse è questo uno dei motivi che ci hanno fatto innamorare da subito dei suoi film (avevano sempre grande successo di pubblico); non solo la sua nota capacità di creare sospensione, tensione ansiosa, ma anche, soprattutto, quei primi piani, quei dettagli con i quali ci faceva penetrare nell’intimo dei volti, dei corpi.

E, naturalmente, le scene destinate a rimanere a lungo nella memoria, come la lunga sequenza che finisce sulla mano di Elena, sulle chiavi della cantina, sottratte e nascoste con un sotterfugio amoroso.

Erano belli i tempi in cui c’era una netta separazione tra i buoni e i cattivi.

I cattivi erano i nazisti che si erano rifugiati in Brasile e tramavano oscuri traffici perché non si erano rassegnati alla sconfitta (siamo nel primo dopoguerra).

I nazisti hanno la faccia da nazista, l’espressione feroce, fanno ancora più paura quando il nome è introdotto da un “dottor”, perché sappiamo di quali crudeltà siano stati capaci i medici nazisti.

I buoni sono i i servizi segreti americani (la CIA, evoluzione di altre organizzazioni, si formava in quegli anni), sono gli spioni come Devlin, disposto a sacrificare il proprio amore, a spingere la donna che ama tra le braccia di un nazista per cercare di distruggere un’organizzazione pericolosa.

Più avanti gli spioni sarebbero stati sospettati di tutto, dall’assassinio di John Kennedy a quello del fratello Bob e di Martin Luther King; avrebbero tramato per far cadere una democrazia, il Cile di Allende, e trasformarla in una feroce dittatura: il Cile di Pinochet.

In questo film i servizi segreti americani non hanno ancora perso l’aureola di difensori della democrazia, sono ancora i buoni, anche se si nota una certa dose di cinismo nei capi, che non hanno alcun rispetto per quella donna: la sfruttano per combattere i nazisti, fingono ammirazione e gratitudine, ma ne parlano, alle spalle, come di una poco di buono, una mezza alcolizzata, sono pronti a mandarla nella tana del lupo, mentre le loro mogli organizzano ricevimenti a New York.

Anche questo è un elemento che si ritrova in altri film di Hitchcock, compreso Intrigo internazionale, il fastidio nei confronti di chi, al riparo della propria funzione, è pronto a giudicare e a sacrificare gli altri.

In una lunga scena iniziale (dopo le battute finali del processo al padre della protagonista, la condanna, i cronisti), Devlin è inquadrato di spalle; per un attimo le sue spalle occupano quasi interamente lo schermo, mentre intorno si svolge la “festa” e non sappiamo, Elena non sa, chi sia quell’ospite; la cinepresa si gira e notiamo lo sguardo impassibile, divertito dell’ospite.

Alicia (Elena nella versione italiana) sembra sconcertata dalla sua presenza e versa in continuazione bicchieri di whisky.

Sa che non potrà difendersi da quella tranquilla forza superiore, che la giudica e conosce di lei più di quanto lei stessa conosca.

La figura di Elena-Alicia è doppia: nota a Devlin e ai suoi superiori come una buona americana, ma anche malfamata (i due significati di notorious).

Nella versione originale del film – quella non doppiata in italiano – alla parola notorious segue un punto esclamativo, spesso trascurato nelle citazioni; io credo che quel punto esclamativo sia importante.

Nella versione doppiata in italiano è stata aggiunta l’espressione “l’amante perduta”, per attrarre un pubblico notoriamente (notoriously) amante del melodramma.

Gli spioni americani utilizzano tecnologie sofisticate per l’epoca: intercettano le conversazioni e le registrano su un disco, probabilmente di gommalacca a 78 giri (i dischi in vinile a 33 giri sono apparsi qualche anno dopo l’uscita del film).

Fantastico! Gli italiani che videro questo film, dopo la presentazione al Festival di Cannes del 1946, dovettero rimanere a bocca aperta davanti a questa dimostrazione di raffinatezza tecnologica: noi uscivamo da una guerra distruttiva, da un regime autarchico che mitizzava la chiusura e l’arretratezza.

Le nostre spie sicuramente non possedevano strumenti tecnologici avanzati per svolgere il proprio compito; credo che i poliziotti, in divisa o in borghese, non assomigliassero a Devlin. Il tipico poliziotto italiano era Aldo Fabrizi che insegue affannosamente il ladro (Totò), lo raggiunge e, per fermarlo, tira fuori la pistola e minaccia: «Sparo in aria a scopo intimidatorio»; Totò risponde: «Io non m’intimido». Poi si lascia ammanettare, ma, alla prima occasione, si libera delle manette e ricomincia a scappare.

Il film è, ovviamente, Guardie e ladri (1951), di Monicelli e Steno.

Mi è venuto in mente, curiosamente, pensando alla penultima scena di Notorius! – la suspense è costruita sulla minaccia di Devlin di usare una pistola che non vediamo, ma sappiamo, e il nazista sa, che la userebbe, se fosse necessario.

Il personaggio femminile, Elena (arrendiamoci al doppiaggio), è una specie di Violetta Valéry (La traviata); i capi dei servizi segreti sono un po’ come Giorgio Germont, il padre di Alfredo; Devlin è un po’ Alfredo: si ferma alle apparenze e diventa feroce, con se stesso e con la donna che ama.

C’è anche la tisi: nel film è l’avvelenamento progressivo dell’eroina con quelle tazze di caffè americano, che non producono effetti disgustosi (vomito, diarrea), ma solo stato confusionale, perdite di coscienza, inappetenza, dimagrimento.

Come mai, a teatro, ci commuoviamo nel vedere e sentire per l’ennesima volta una donna morire cantando?

Per lo stesso motivo non sono necessari il mal di pancia, il vomito e la diarrea per farci soffrire con Elena, fino a che un provvidenziale scambio di tazze fa capire alla nostra eroina, ci fa capire – in quel momento siamo diventati lei – che quei due ci stanno avvelenando con le tazze di caffè («bevi, ti farà bene»), inquadrate con insistenza.

Prima ci siamo identificati con Devlin, mentre armeggiava con le bottiglie di vino d’annata, fra le quali è nascosto l’Uranio.

No, non è nascosto l’Uranio, ma il minerale da cui si estrae (ne occorrerebbero tonnellate per ricavarne una quantità utilizzabile).

Parlare dell’Uranio come se fosse una sostanza magica è tipico di quegli anni, che avevano vissuto da poco il trauma di Hiroshima e Nagasaki.

Si credeva che con l’Uranio si potesse costruire facilmente qualunque arma letale, si potesse vincere qualunque guerra.

L’umanità si era cacciata in quella situazione pericolosa, destinata a durare anni, che si chiama guerra fredda.

Nel corso dell’armeggìo, Devlin fa cadere una bottiglia targata 1934, scopre che non contiene vino ma il minerale cristallino (questo è il McGuffin), deve nascondere la bottiglia rotta e il suo contenuto prima che arrivi il padrone di casa, con l’imperturbabile maggiordomo, a scoprirli.

Nelle feste in casa dei ricchi nazisti lo champagne letteralmente scorre a fiumi.

Chi si è chiesto che cosa sia il McGuffin non meriterebbe una risposta, perché dimostra di non avere letto il “vangelo” degli appassionati di Hitchcock: il libro-intervista di un genio del cinema (François Truffaut) a un genio del cinema (Il cinema secondo Hitchcock).

Per dirla in parole indigenti (copyright Renato Rascel; ora si potrebbe dire: per dirla in parole che necessitano il reddito di cittadinanza), il McGuffin è quella situazione particolare, a volte assurda, inverosimile, non spiegata dentro alla trama del film, che consente alla storia raccontata di fare un passo avanti.

Almeno, io l’ho capita così. Ho capito, ma forse sbaglio, che il McGuffin è il Sarchiapone degli sketch di Carlo Campanini e Walter Chiari.

In Notorious! il Sarchiapone è l’Uranio dentro alle bottiglie di vino d’annata.

Nel momento in cui Devlin è così preso dalla sua indagine da non accorgersi del precario equilibrio di una bottiglia che si è progressivamente spostata verso il bordo dello scaffale, noi non pensiamo che ci vorrebbero tonnellate di minerale per ricavare una quantità utilizzabile di Uranio puro, non pensiamo che se il minerale fosse più concentrato il destino dello spione, della bella, dei nazisti, degli ospiti e dei camerieri sarebbe segnato dalle radiazioni assorbite, non pensiamo all’assurdità della situazione. Ci domandiamo solo: ce la farà a mettere tutto a posto, prima che la sete degli ospiti costringa il padrone di casa a scendere in cantina, accompagnato dal maggiordomo con la faccia equivoca?

Avendo visto più volte il film, sappiamo che ce la farà, che risolverà, per ora, la situazione con una trovata, ma in quel momento sospendiamo il ricordo, sospendiamo il controllo di realtà, e seguiamo con ansia i traffici di Devlin e di Elena, perché, ovviamente, tifiamo per loro.

Il finale è positivo: non dovremo commuoverci ancora una volta per la “traviata” morente; il “povero” nazista, succube della madre – una madre feroce, nascosta dietro un’apparente bonomia, si trova anche in Intrigo internazionale – è costretto a chiudersi dietro le porte del castello, dove i suoi camerati lo uccideranno.

Forse il genio burlone ci ha costretti, per un attimo, ad entrare addirittura nei panni di Alex Sebastian, il nazista tradito nell’amore.

Ci ha fatti diventare la bella un po’ traviata, ci ha fatti diventare l’affascinante spione un po’ ingenuo, alla fine ci fa diventare il nazista mammista, quando, con uno sguardo implorante, supplica: «fatemi entrare in macchina», mentre Devlin abbassa implacabile il pulsante che regola l’apertura degli sportelli (forse il dottor Freud parlerebbe di SuperIo).

Alla fine andiamo in macchina verso la salvezza, o le grandi porte del castello si chiudono dietro di noi, a coronare il destino del nazistello innamorato.

In questa Serata Hitchcock si sono succeduti, tra un film e l’altro, gli interventi di due registi che hanno ammirato e studiato il cinema del maestro: il citato François Truffaut e il nostro Dario Argento.

Truffaut è stato evocato dall’aldilà con domande dirette di Andrea Purgatori senza informare gli spettatori della sua morte, avvenuta nel 1984; ma forse questa notizia è stata fornita dopo il secondo film, quando sono andato a letto.

I due registi ci hanno dato informazioni su alcuni aspetti della psicologia complicata di Hitchcock, il quale non accettava il proprio corpo e amava la bellezza fisica.

Aveva un grande senso dell’umorismo e una grande capacità di prendersi in giro che manifestava, tra l’altro, nelle sue divertenti presentazioni.

Ma dietro il divertimento, la leggerezza, la suspense, c’è la profondità dell’analisi psicologica, che porta a ridurre la separazione superficiale tra i buoni e i cattivi.

Alex Sebastian è un nazista privo di scrupoli, ma è anche vittima dell’amore per una donna; Devlin è il nostro eroe, però accetta il sacrificio dell’amata, accetta di perderla, arriva ad odiarla, cede anche lui al pregiudizio, al secondo significato di notorious nei confronti di Elena: malfamata, “lo sanno tutti!”, “è irredimibile!”; per questo ci vuole il punto esclamativo nel titolo.

Alla fine le cose si mettono a posto, per il momento, ma il nostro amico panzone ci guarda, dalla sua famosa sagoma, con aria sorniona, il sigaro in bocca: credevamo di esserci sprofondati nella poltrona, a casa nostra, davanti al televisore, o nella bella sala pisana, dove l’anno scorso (altri tempi) hanno mandato la versione originale, restaurata dalla Cineteca di Bologna – ci siamo ritrovati sprofondati nella poltrona dello psicanalista.