(7 giugno 2020)

Ho esitato un po’, prima di tornare a Firenze dopo la liberazione dalla chiusura causata dal coronavirus.

Non volevo vedere la città che si sta liberando, volevo vivere nella città liberata.

Mi sarebbe piaciuto girare liberamente (la parola libertà, in tutte le declinazioni, torna inevitabilmente nel discorso), entrare nella libreria e nel bar senza mettermi nella fila di individui isolati, distanziati, come nei mesi scorsi – ma anche adesso – davanti alle salumerie; entrare nei musei senza prenotazione, mettermi in fila davanti agli Uffizi, mescolandomi ai giapponesi silenziosi, agli americani rumorosi, ai turisti provenienti da tutto il mondo, addossati l’uno all’altro, come una volta.

Le allegre file di una volta. Non sempre ci sembravano divertenti (davanti agli Uffizi mi sono sempre divertito, ma anche nell’ampio salone d’ingresso del Museo Archeologico di Napoli).

Sembra un riferimento a tempi antichi, e si tratta di pochi mesi fa.

Ricordi? È passato tanto tempo! – “distanziamento sociale” era una brutta espressione: faceva pensare ai nobili che non volevano confondersi con la gente comune, alle caste indiane, alla prima parte di Via col vento, con i bianchi che si divertivano, ballavano, si stringevano e si strusciavano tra di loro (le donne con ampie gonne svolazzanti), i neri tenuti a distanza, a lavorare nei campi di cotone, con la schiena piegata.

Questo era il distanziamento sociale fino a pochi mesi fa.

Ora è entrato nella nostra vita, insieme alla mascherina, ai guanti usa e getta, al gel per le mani; abbiamo preso abitudini che neanche immaginavamo, l’abitudine a non avvicinarci se incontriamo conoscenti per strada.

Ci teniamo a distanza.

Ho incontrato una famigliola con un bambino che mi conosce. Il bambino mi è venuto incontro per mostrarmi un giocattolo appena comprato. Per evitare che i genitori si dispiacessero ho fatto un passo indietro, ho evitato di avvicinarmi troppo.

Per i bambini, forse, questa reazione diventerà normale: l’adulto si allontana, non prende il giocattolino che il bambino gli porge. Sarà normale il rifiuto, in contrasto con l’espressione del volto, di fronte a un gesto spontaneo, il controllo della propria reazione naturale.

I dottori ci hanno spiegato, con tono pacato – i medici sanno comunicare cose terribili con tono pacato, per esempio: non si preoccupi, lei ha un mese di vita – ci hanno detto e ripetuto in televisione (qualche volta contraddicendosi tra di loro): i virus rimangono sulla plastica per molte ore, e il bambino, ripreso il giocattolo, potrebbe portare la mano alla bocca.

Per prendere il giocattolo dalle mani del bambino dovremmo indossare i guanti.

Fino alla settimana scorsa ci imponevano i guanti usa e getta prima di inforcare il carrello davanti al supermercato. Poi hanno cambiato idea; mi riferisco al consiglio più recente diffuso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che non ha dato buona prova di sé in occasione di questa pandemia, anche se per motivi diversi da quelli denunciati da Trump (per esempio sull’opportunità di fare tamponi su larga scala).

Prima non ci preoccupavamo di questi scambi microscopici, perché sapevamo che sul giocattolo, sulle manine del bambino e sulle nostre mani ci sono miliardi di microbi innocui o non troppo patogeni, con cui il bambino allena il suo sistema immunitario.

Sapevamo che i virus ci usano come veicoli, ma questo non ci creava problemi, anche perché un ambiente completamente sanificato (come tutti ripetono, intendendo pulito col disinfettante), completamente privo di microbi, sarebbe un ambiente malato, malsano, poco adatto alla sopravvivenza.

Ma ora ci si è messo covid-19, di cui chiunque di noi può essere portatore sano, a imporci il distanziamento sociale, a farlo diventare parte delle nostre abitudini, del nostro modo di relazionarci con gli altri.

Come in tutte le cose attuali, una app ci ricorderà che gli altri e noi stessi possiamo essere veicoli di contagio: un trillo fastidioso o una voce registrata ci avvertirà se siamo a meno di un metro di distanza da un altro essere umano.

Che angoscia! Speriamo non duri molto! La liberazione ci sarà solo quando potremo festeggiare di nuovo la Giornata Mondiale dell’Abbraccio (National Hugging Day), di cui scoprii l’esistenza tanti anni fa, quando un ragazzo e una ragazza sconosciuti, nella folla che aspettava la metropolitana, in un posto e in un tempo che ora mi sembrano un sogno (chissà se davvero me lo sono sognato!), dopo avermi chiesto il permesso con un sorriso, mi abbracciarono con affetto, come vecchi amici, poi, con un sorriso, mi salutarono.

Tenete la mascherina, dicono gli esperti, e continuate a mantenere il distanziamento sociale.

Chissà per quanto tempo la stretta di mano sarà sostituita da quel buffo movimento, lo stropicciamento reciproco dei gomiti, che rende ridicolo chiunque, per quanto autorevole e compassato sia, perché costringe a una rotazione del busto e sembra precedere la “mossa” delle sciantose nei cafè chantant.

Qualcuno, per evitare la rotazione, struscia il gomito più vicino alla persona che sta salutando, non necessariamente il destro, col vantaggio di poter scambiare il saluto contemporaneamente con due persone sui due lati, formando il quadretto delle ballerine che alzavano le gambe prima di prodursi nella “spaccata”.

«La mossa!» urlavano gli spettatori; la sciantosa si faceva un po’ pregare, poi appoggiava le mani sui fianchi, come i salutatori attuali, e muoveva il bacino al rullo dei tamburi.

Tempi in cui bastava un vago accenno a un comportamento sessuale attivo da parte di una donna (lo scuotimento ripetuto del bacino) per suscitare un brivido in un gruppo di uomini (militari, borghesi) abituati a signore e signorine costantemente impegnate a nascondere l’eccitazione sessuale.

Per godermi la ripresa della libertà di movimento avrei potuto aspettare l’apertura delle sale cinematografiche, prevista per la metà di giugno.

Ma avevo voglia di passeggiare senza meta, in questa strana primavera (siamo quasi alla fine), che alterna il sereno a pioggerelline svogliate, giornate limpide a improvvisi annuvolamenti, caldo estivo di giorno ad inaspettati abbassamenti notturni della temperatura, che, un paio di volte, mi hanno fatto svegliare per il freddo e cercare un piumino quasi a tentoni.

Desideravo camminare pigramente, casualmente, facendomi guidare e sorprendere dalla città (in campagna ho ripreso da un mese, dall’inizio della fase 2, le mie passeggiate). Poi finisco col rivedere sempre le stesse cose (le gambe mi portano da sole nei posti dove posso ritrovare i ricordi sparsi), come finisco col leggere sempre gli stessi libri. Nel saggio di Freud sul motto di spirito, che lentissimamente sto leggendo, è scritto che questo è un tratto infantile.

In realtà non è proprio una scoperta, già sapevo che i bambini amano ascoltare la stessa favola raccontata allo stesso modo. Ma non avevo mai pensato di applicare questa informazione al mio rapporto con la lettura e con il camminare, che ha un vantaggio (lo svantaggio è l’ignoranza, a cui mi sono abituato): conosco bene i libri che ho letto e i posti che ho visto.

In questa nuvolosa mattinata di questa pazza primavera mi sono svegliato con la voglia di rivedere Firenze.

Ho preso il treno alla stazione di San Miniato (l’ultima volta era stato il 7 marzo, giusto tre mesi fa), ho guardato scorrere i campi, tra i quali, per un lungo tratto, ogni tanto appaiono e scompaiono gli argini del fiume, poi il fiume stesso, con le acque ridiventate d’argento come nella canzone, dicono, dopo la chiusura forzata di tutto ciò che ci viene riversato dentro.

Non avevo voglia di leggere; durante il viaggio, che dura una ventina di minuti fino a Santa Maria Novella, seduto lontano dagli altri, pochi, viaggiatori, ho preferito raccogliermi in me stesso, le mani in tasca, la testa e il collo tirati in dentro, come una tartaruga, guardare fuori dal finestrino.

Anche questa postura è il ricordo di altri viaggi in treno, molto più lunghi.

La sensazione che ho voluto ritrovare è questa: stare fermo, immobile, chiuso in me stesso, e, nello stesso tempo, spostarmi su un mezzo che non controllo, spiando da dentro il mondo esterno che cambia continuamente.

La stessa postura, in un luogo fermo – una stanza, un prato – scadrebbe rapidamente nella noia.

È essenziale che il mondo di fuori, che spio dall’interno, cambi continuamente, come accade dentro a un treno in moto, o davanti al mare, principalmente d’inverno.

Anche la mascherina aiuta per raggiungere questa sensazione di essere separato dal mondo esterno; abbassata sotto il naso, perché tanto sono quasi solo, intorno molti sedili con la scritta “Lascia libero questo posto”.

Per completare la postura ci vorrebbe il cappello, che in questo momento, con la capigliatura che ha raggiunto volumi impensabili negli ultimi decenni (mi sembra inutile sottopormi a manovre soffocanti dal barbiere, preferisco aspettare), svolgerebbe una funzione estetica importante, perché, è inutile dire, i capelli non sono più quelli di una volta. Ma fa troppo caldo; dopo il nuvolo di inizio giornata, il tempo si è schiarito, solo un po’ di venticello fresco muove le foglie. Il cappello mi farebbe sudare e non è il tempo della paglietta di Nino Taranto, di Odoardo Spadaro, o del cappello di paglia di Firenze, che, nell’opera lirica di un giovanissimo Nino Rota, era declinato al femminile.

La bella stazione, meno affollata e più “ordinata” di come me la ricordavo (il pavimento coperto di frecce), mi ha accolto.

Questo è il bello di Firenze: arrivi in città e ti trovi in un salotto, esci dalla stazione e ti trovi in un museo vivente.

Un solo dubbio per il turista: che direzione prendo? Ma non era il mio caso.

È cominciata la passeggiata.