(16 ottobre 2020 h 21.00)
Cinema Teatro Odeon Firenze – piazza degli Strozzi

Nel 1970 apparve nelle librerie la traduzione dalla lingua russa di un libro di Andrej Amalrik, scrittore, storico, dissidente del regime comunista.
Titolo: Sopravviverà l’Unione Sovietica fino al 1984? – Coines Edizioni.

Prevedeva: 1) il conflitto tra Russia e Cina, che realmente avvenne e per poco non sfociò in una guerra, 2) i conflitti etnici, che realmente sono scoppiati negli “Stati Fratelli” dopo la dissoluzione dell’impero sovietico, 3) il crollo dell’Unione Sovietica, che nella realtà iniziò nel 1989 e si concluse nel 1991 (Eltsin, Gorbaciov).

Sul terzo punto si può discutere su quanto fosse una previsione, quanto un paradosso, quanto un auspicio, però nel libro c’è un’immagine che rimane impressa nella memoria: il regime è come un soldato che tiene il fucile puntato su un prigioniero; il soldato non può restare per sempre in quella posizione: prima o poi si stancherà, le sue braccia crolleranno. Allora il prigioniero sarà libero.

Amalrik trascorse tre anni in un gulag, poi fu espulso in Spagna, dove morì in un incidente d’auto. A quei tempi non erano disponibili i veleni raffinati usati fino ai giorni nostri da una classe dirigente e da un servizio di spionaggio erede del KGB (nel quale Putin si è formato) che sono riusciti a risorgere dalle ceneri.

In Italia il libro fu letto con curiosità, quasi con divertimento, da alcuni con astio; non ricevette la giusta considerazione da chi avrebbe potuto avviare in anticipo le trasformazioni che poi si resero necessarie nel Partito Comunista Italiano, a cominciare dal legame con l’Unione Sovietica che Berlinguer, in seguito, lentamente (troppo lentamente) cercò di allentare, trovando molta resistenza tra i fedelissimi restii al cambiamento.

Nessun paragone tra due mondi e tra due giganti con i piedi d’argilla che non hanno nulla in comune (tranne la metafora del soldato); però, traendo ispirazione dal titolo del libro, mi domando: sopravviverà il mondo islamico fino al 2050?
Io credo di no.

Secondo me, il mondo islamico come lo conosciamo ora, con tutte le sfaccettature e le varianti, non raggiungerà quella data. Anzi credo che molto prima del 2050 ci sarà una rivoluzione pacifica, che si propagherà come un’onda di progresso, un’onda di civiltà, in tutti i paesi islamici, e investirà le comunità di musulmani presenti in Europa: una rivoluzione guidata dalle ragazzine.
Gli storici la chiameranno appunto “La Rivoluzione delle ragazzine” o “La Rivoluzione delle adolescenti”; in francese: “La Révolution des filles en fleur”; in inglese: “The Revolution of the girls”.

Le ragazze adolescenti cresciute con internet nei paesi islamici, le figlie degli emigranti provenienti dai paesi arabi, cresciute nelle scuole occidentali, rifiuteranno le regole che i padri, i fratelli, le madri abituate alla schiavitù, finora hanno imposto senza trovare una reale opposizione, tranne in pochissimi casi, generalmente finiti tragicamente (vedi commento al film Cosa dirà la gente, regia di Iram Haq; 19 maggio 2018).

Il primo segno della rivoluzione sarà il rifiuto di nascondere i capelli sotto un pezzo di stoffa. Non in tutti i paesi islamici è un obbligo; in alcuni casi è una scelta delle stesse donne, motivata dal legame con la tradizione o dai dettami della religione.

Purtroppo, però, per milioni di donne è un obbligo. Vietato mostrare i capelli agli estranei. In alcuni posti: vietato mostrare il viso.
Le donne vanno in giro indossando veli o foulard che coprono i capelli e il collo (al Amira, hijab, chador), indumenti lunghi che nascondono tutto il corpo, veli integrali con fessura traforata per gli occhi (burqa), o con fessura aperta all’altezza degli occhi (niqab).
I burqa sono veri e propri strumenti di tortura, ma anche quegli indumenti lunghi che coprono interamente il corpo, da cui esce solo il viso, sono strumenti di tortura, se indossati nel caldo estivo, mentre i maschi girano liberamente con magliette e pantaloni corti.

Si obietta che le monache cattoliche (non a caso in numero sempre minore) vestono più o meno allo stesso modo.
È vero, ma nessuna ragazza è obbligata a farsi monaca e a vestire in quel modo: se una monaca si stufa, lascia baracca e burattini e si mette in bikini sulla spiaggia (immagino il senso di liberazione, la gioia al ricordo di qualche arcigna madre superiore).

Credo che molte ragazzine, direi la maggior parte delle adolescenti, non vivano come obbligo la tradizione e i dettami della religione. Vogliono essere libere, come le compagne di scuola, come le ragazze che vedono nei film, alla televisione. Libere di mostrare il proprio corpo, quando ne hanno voglia, a cominciare dai capelli.

Il grido che darà avvio alla liberazione sarà: viso all’aria! capelli al vento!
Diventerà uno slogan.

Molti uomini, con la complicità delle donne adulte abituate alla schiavitù, cercheranno di opporsi. Sarà impossibile opporsi.
Se una massa di ragazzine piene di energia, di intelligenza, di voglia di vivere, accompagnate da donne mature che, nonostante tutto, hanno conservato la propria dignità, stufe di sopportare uomini panciuti che pretendono di interpretare il volere divino, si liberano dei vestiti tradizionali – quei lunghi camicioni che non consentono di vedere le belle forme delle donne arabe (è un delitto contro la bellezza), i loro bellissimi capelli neri, ricci, ondulati – non è possibile opporsi.

Sarà un gesto rivoluzionario, la prima fase della rivoluzione delle ragazzine. Sarà chiamata: La liberazione dei capelli al vento; in francese: Le libération des cheveux dans le vent; in inglese: Blowing the hair in the wind, ispirandosi alla canzone di Bob Dylan, che, con alcune variazioni del testo, introdotte, speriamo, dallo stesso autore, diventerà l’inno della rivoluzione.

Queste ragazze sono naturalmente internazionali, si esprimono indifferentemente nella loro lingua madre, ma anche in inglese, in francese, in italiano, in spagnolo, e dimostrano una notevole capacità di apprendimento delle lingue. Di solito parlano una lingua straniera con tale proprietà di linguaggio da suscitare ammirazione. Sono vere cittadine del mondo, costrette, non tutte, a vivere come se avessero bisogno di una guida, di una tutela maschile; guida, tutela che passa dal padre al marito.

Qualcuno dei maschi, qualche insegnante di religione, qualche imam, vedendo in pericolo il proprio potere, perderà la testa.
Per ogni ragazzina vittima della violenza, centinaia si ribelleranno, cattureranno i colpevoli e daranno loro severe lezioni.
Violenze commesse da padri, da fratelli, contro ragazze adolescenti desiderose solo di vivere la libertà, «ch’è sì cara / come sa chi per lei vita rifiuta», saranno duramente punite.

Come ho detto, si tratta di una rivoluzione assolutamente pacifica e allegra, ma alla violenza si risponderà con estrema violenza e, purtroppo, ci saranno vittime da una parte e dall’altra, soprattutto nei paesi più retrivi.
Però credo che la pretesa di decidere come deve vestire una donna, quali parti del corpo può mostrare e quali deve nascondere alla vista, sia così assurda e inconcepibile nel mondo moderno, che l’opposizione non potrà resistere a lungo, come quel soldato che tiene un fucile costantemente puntato sul prigioniero. Prima o poi si stancherà, mollerà la presa.
Gli oppressori minacceranno, urleranno come bambini viziati a cui è stato tolto il giocattolo, alterneranno il tentativo di impaurire al ricorso ai sentimenti: «farai morire tuo padre», «mi sento male, mi sento male!», «ingrata, così ripaghi i miei sacrifici?».

Subito dopo, quasi in contemporanea con la liberazione dei capelli al vento, inizierà il rifiuto della tutela dei maschi.

Seconda fase: La ribellione contro i pancioni (La rébellion contre les gros ventres, The rebellion against the fat, stupid men).

Non tutti gli uomini oppressivi del mondo islamico sono grassi e non è detto che la pancia sia indice di chiusura mentale. Anzi: molti uomini grassi amano il cibo, le cose buone, piacevoli, e non perdono tempo nello sforzo di rendere infelice la vita propria e quella degli altri.
Qui vediamo un esempio del dileggio che una rivoluzione pacifica utilizza per contrastare chi si oppone alla liberazione. Si evita la violenza fisica, si ricorre all’ironia, allo sfottò.
Per “pancioni” si intende gli ottusi (è molto chiara la forma inglese: fat, stupid men), quelli che vogliono applicare alla lettera versetti imparati a memoria.
È come se io, che conosco a memoria molti canti della Divina Commedia, volessi applicare alla mia vita e imporre agli altri il pensiero religioso di Dante.
I “pancioni” sono quelli che confondono la letteratura con la vita e pretendono di imporre precetti ricavati da versetti che attribuiscono a Dio.
Il punto è questo: rispettiamo la loro fede, ma non possono imporla agli altri.
Le loro figlie e le figlie degli altri hanno il diritto di credere o di non credere che Dio preferisca un certo abbigliamento (l’hanno preso per un esperto di moda!).
Pancioni sono anche i furbi che non credono una parola di quei versetti e approfittano della stupidità e del potere acquisito dai fanatici per mettersi in una posizione comoda.

Nel momento della rivoluzione, i maschi dovranno decidere da che parte stare, se dalla parte degli oppressori o dalla parte delle donne libere.
Approfittatori sono quei ragazzi che non trovano strano potersi vestire come gli pare mentre le loro sorelle e le loro mamme devono nascondere i capelli.
Sono soprattutto i ragazzi cresciuti nelle scuole occidentali, che sperimentano la libertà delle compagne di scuola, accettano che le sorelle e le mamme siano schiave di un pancione e cercano di formare una famiglia sulle stesse basi: il dominio dell’uomo.

Non penso che questa sia un’idea presente solo nel mondo islamico. So benissimo che ci sono cattolici tradizionalisti che la pensano allo stesso modo, cristiani ancora più insensibili al rispetto dei diritti e della libertà.
Il punto è la forza coercitiva in possesso di questa gente. Fortunatamente, da noi si tratta di minoranze che si incontrano tra di loro e non possono imporre niente a nessuno.
La rivoluzione si fa contro chi ha il potere di imporre la propria idiozia.

La poligamia (poliginia) attualmente è presente in alcuni paesi islamici, esercitata da uomini che amano circondarsi di donne di età diversa. Va da sé che sarà consentita ai galli nel pollaio e, per gli umani, solo nella forma occidentale attuale (finzione, amanti, doppie e triple famiglie, separazioni, divorzi, famiglie allargate, eccetera): l’unica forma di poligamia di fatto, non di diritto, che si concilia con la libertà dell’individuo e dà luogo a una vasta produzione di serie televisive.

Alla rivoluzione delle ragazzine, che si trasformerà in Rivoluzione delle donne, contribuirà anche il pensiero di Sigmund Freud, di questo grande ebreo (non religioso – L’avvenire di un’illusione) inventore di una tecnica utile, con tante varianti e aggiornamenti, per scandagliare l’inconscio.

Il film che ha dato spunto a queste riflessioni, al cinema Odeon di Firenze, in lingua originale (francese e arabo alternati) con sottotitoli in italiano, è stato presentato, alla fine della proiezione, dalla dottoressa Maria Pappa, del Centro Psicanalitico Fiorentino.

La noia delle mascherine, il distanziamento sociale, l’impossibilità di utilizzare lo stesso microfono per più persone, hanno reso meno interessante la discussione successiva (una sola domanda proveniente dal pubblico), anche perché un vero dibattito si dovrebbe associare a una proiezione pomeridiana, non serale: pochi sono disposti a restare in sala fino a mezzanotte, in una giornata autunnale particolarmente fredda e umida, per discutere l’argomento di un film.

Se ci fosse stato più tempo, mi sarebbe piaciuto porre alcune domande.

C’è compatibilità tra l’Islam e la psicoanalisi? Io credo di no, anche se risulta che venga esercitata in alcuni paesi islamici.
Secondo me si confonde la psicoanalisi con la psichiatria; non capisco come sia possibile scandagliare l’inconscio individuale, scavalcando una religione che, come tutte le religioni, pretende di stabilire ciò che l’uomo deve vivere dentro di sé, ciò che deve desiderare.

A me sembra che il film non rappresenti in modo corretto il rapporto tra il paziente e l’analista, rapporto che si sviluppa nel corso delle sedute.
Ma cosa pretendi? Si tratta di un film!
Sì, è vero, si tratta di un film, ma spetta alla regista rappresentare la complessità di un rapporto, trovare il modo per trasmettere qualcosa che richiederebbe molti libri per essere spiegato. Questa è l’arte cinematografica.
Nel film c’è troppa semplificazione, sembra che i pazienti vivano tutti un transfert positivo nei confronti dell’analista, che desiderino proseguire i colloqui dai quali traggono un beneficio immediato.
In realtà esiste anche un transfert negativo, una resistenza che il paziente, con l’aiuto dell’analisi, deve affrontare per poter continuare.
Altrimenti il processo s’interrompe.
I risultati non sono mai immediati e richiedono anni di duro lavoro (almeno cinque, diceva Freud).
Come si fa a rappresentare tutto ciò? Non lo so. Non è compito mio. Spetta alla regista.
È una commedia! È stato detto e ripetuto più volte durante la presentazione, facendo riferimento ai registi italiani amati da Manele Labidi Labbé.
Non sono d’accordo. Nella commedia all’italiana si ride, anche se spesso si tratta di una risata amara. In questo film non si ride (almeno: io non ho riso).
A me è sembrato un viaggio all’inferno: l’impiegata del Ministero della salute è la diavolessa più disgustosa, il poliziotto ricattatore è il diavolo squallido, ipocrita come tutti i diavoli (ammetto di usare spesso la metafora dell’inferno e dei diavoli; l’ho usata almeno in altri due commenti. Da qualcuno devo averla presa. No?).

La cosa più bella del film? Le canzoni di Mina; danno un senso profondo a molte scene, per esempio all’ultima, che, però, mi è sembrata incongruente con tutto il resto, come se non appartenesse a questo film; ed è la scena più bella, insieme all’incipit. Un uomo guarda con curiosità il grande ritratto di Freud col turbante, e chiede a Selma: «È tuo padre? È tuo nonno?» – «No, è il mio capo».
Quest’inizio mi aveva conquistato, poi il film mi ha un po’ deluso.

Gli americani hanno fatto diventare la pratica della psicanalisi una chiacchierata costosa che si ripete a scadenze fisse nel tempo senza limiti («do un altro anno al mio analista, l’anno prossimo vado a Lourdes», dice Woody Allen in un film) perché hanno eliminato la sofferenza. La psicoanalisi deve costare, non solo in termini di soldi, deve comportare sacrifici.

In questo film è rappresentata solo una terapia di sostegno che serve a dare un po’ di sfogo a povera gente costretta a vivere dentro situazioni familiari e sociali pesantissime. I colloqui diventano l’equivalente delle estenuanti chiacchiere delle donne dal parrucchiere.

Per poter navigare nell’inconscio è necessario accettare che esista, che influenzi la nostra vita; la religione tende a interferire con questa navigazione.
È vero che padre Agostino Gemelli, tra i tanti suoi interessi, si occupò anche di psicanalisi e considerò positivamente questa tecnica di indagine della psiche, ma non ho idea di come abbia fatto a conciliare l’analisi freudiana con la religione.
Probabilmente ha fatto come facciamo tutti; ha diviso il pensiero in due parti, in due scompartimenti separati: da una parte il peccato, dall’altra le spinte inconsce.
Infatti, Gemelli distingueva tra metodo psicoanalitico, accettabile, e teoria psicoanalitica, secondo lui indifendibile.
Non a caso Cesare Musatti – psicanalista, curatore della più importante e apprezzata traduzione delle opere di Freud in italiano (Boringhieri) – molti anni dopo la morte di Agostino Gemelli espresse un giudizio sprezzante sulle sue capacità di indagine psicologica e sulla sua conoscenza del metodo psicanalitico.

Nel film il personaggio più rivoluzionario e più simpatico è la ragazzina: vuole liberarsi dalle imposizioni, mostra il seno all’insegnante di religione ed è disposta a sposare un omosessuale con cui ha fatto un patto: facciamo un matrimonio finto, ci trasferiamo a Parigi o a Londra e ognuno fa la sua vita.

Anche questo è un modo per liberarsi dall’oppressione.
Il nostro Sigmund potrà sbarcare a Tunisi solo dopo la Rivoluzione delle donne. Quando si saranno liberate cominceranno altri problemi e ci sarà bisogno del suo aiuto.

Per non dimenticare in che mondo siamo e tornare con i piedi per terra, concludo con la copertina di un giornale francese che riporta il caso della sedicenne Mila, perseguitata per avere criticato l’Islam.

Je suis Charlie Hebdo. Je suis prof Samuel Paty.
Le bestie feroci possono tagliarci la testa, non cambieranno la realtà: loro sono ottusi e sottomessi (schiavi), noi siamo intelligenti e liberi.