(10 novembre 2020)

“C’era una volta … … …
… … … un pezzo di legno”

Grande stima per Matteo Garrone, grande stima per Roberto Benigni.
Però non ho visto Pinocchio (regia di Matteo Garrone, Benigni nella parte di Geppetto) al cinema, quando è uscito (Natale 2019), e non cercherò di vederlo in streaming.

Ho accuratamente evitato gli altri film su Pinocchio: il precedente di Benigni e quello a puntate di Luigi Comencini, trasmesso in televisione negli anni settanta.
Forse quella volta una o due puntate le ho viste, ma con poca attenzione.

Anche qui: grande stima per il regista Comencini, però quel burattino di legno che nuotava (mi è rimasta questa immagine), agitando i bastoncini che fungevano da braccia e da gambe e lo sguardo feroce di Franco Franchi che interpretava il gatto (avrei ritrovato quello sguardo sulla faccia di Jack Nicholson in Shining negli anni ‘80) davano l’impressione di assistere a un horror.

Le avventure di Pinocchio di Carlo Lorenzini, detto Collodi, è un capolavoro della letteratura italiana, è un classico della letteratura mondiale, adatto a tutte le età e a tutte le epoche.
È un libro piacevolissimo da leggere; è bello per come è scritto, non per ciò che racconta.
Il racconto viene dopo, la trama viene dopo; questo è il motivo che lo rende intraducibile nel linguaggio cinematografico.
Il regista si dovrebbe limitare a farci leggere il libro, ma allora tanto vale che ce lo leggiamo da soli, ciascuno con i propri tempi, con la propria fantasia, i ricordi e le interazioni con la figura paterna (Geppetto), con la figura materna (la fatina), con il resto del mondo: il grillo parlante, Lucignolo, Mangiafuoco, i ladri, le guardie, i dottori, eccetera.

In quel libro tutte le parole sono giuste, belle, indispensabili, perfette; messe una dopo l’altra compongono una musica, una sinfonia.
Fanno riflettere che c’è stato un momento e un posto in cui la lingua italiana parlata correntemente dalla gente era meravigliosa (lo è ancora, ma quella lingua era ruspante), per il suono, per l’esattezza, per la composizione. Una sinfonia, orchestrata ogni volta che qualcuno parlava, a Firenze e dintorni.

Carlo Lorenzini, con quello strumento a disposizione, avrebbe potuto raccontare qualunque cosa, avrebbe potuto comporre qualunque musica.
Si applicò a inventare storie surreali, che si possono leggere a vari livelli, adatte a qualunque età.

Ho provato a leggere Pinocchio in francese, in inglese, in latino; anche le traduzioni sono belle. Me lo spiego con l’ipotesi che la lingua di Collodi, il modo di organizzare la frase, un po’ si trasferisca nelle traduzioni. Non è facile, e non sempre accade.
A me piace provare a leggere i classici della letteratura italiana tradotti nelle lingue che conosco. Mi incuriosisce vedere come sono resi “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, “Quel ramo del lago di Como …”, “Sempre caro mi fu quest’ermo colle …”, in francese o in inglese.
In molti casi, soprattutto quando si tratta di poesie, le traduzioni fanno ridere.
Viene da compatire chi non è in grado di leggere in italiano … lo stesso capita a noi, naturalmente, quando leggiamo Dostoevskij o Goethe, Arany Janos o Wislawa Szymborska (spero di avere messo tutte le consonanti).

Non conosco la lingua, per questo la letteratura russa, per me, è legata ad alcuni traduttori. Quando le case editrici li cambiano, solitamente non mi ci ritrovo.
Sono affezionato alle scelte di Luigi D’Agesilao, che nell’adolescenza mi consentì di leggere Anna Karenina di Leone Tolstoi (Casa Editrice A. Barion), un libro che il mio amico Gennaro, per un moto di generosità, mi diede in prestito. Mi colpì subito il famoso incipit.

«Tutte le famiglie felici si assomigliano. Ogni famiglia disgraziata, invece, è disgraziata a modo suo.»

Quando, in seguito, ho voluto rileggere Anna Karenina, non avevo il libro che mi aveva aperto lo scrigno; quella edizione era fuori catalogo.
Mi procurai una traduzione pubblicata con la Biblioteca Universale Rizzoli, che aveva una firma prestigiosa: Leone Ginzburg.
L’incipit divenne:

«Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo.»

Devo dire che “fra loro” non mi convince (mi sembra inutile), ma ammetto che “infelice” sia meglio di “disgraziata”; comunque, a malincuore, accettai il cambiamento (non potevo fare diversamente).
Ora basta. Se modificate l’incipit e tutto il resto, se cambiate anche solo una virgola, non mi piace.
Mi rassegnerei se perdessi i tre preziosi volumi della BUR (anche questa edizione credo sia fuori catalogo). Lasciatemi le scelte di Leone Ginzburg (o ridatemi quelle di Luigi D’Agesilao), non cambiate il testo su cui ho conosciuto Tolstoi, dato che non potrò mai conoscere la sua lingua originale.
Se proprio volete proporre una nuova traduzione, accertatevi che il traduttore sia un genio e, soprattutto, non faccia ricorso alla stupidità artificiale (la nostra, naturale, ci basta). Solo se queste due condizioni si verificano (ripeto: genio e niente sistemi automatici) siamo disposti a rileggere libri che abbiamo amato in una nuova versione.

Mi sono irritato quando ho scoperto una recente edizione di La metamorfosi di Kafka in cui Gregor Samsa è diventato Gregorio Samsa.
Assurdo! Allora perché non chiamarlo Mario Rossi?
Se dobbiamo accettare questa soluzione, tanto vale utilizzare Google traduttore.

Certamente ho suscitato curiosità in qualcuno, parlando della versione in latino del libro di Collodi.

Capitolo I. Come andò che Maestro Ciliegia, falegname, trovò un pezzo di legno, che piangeva e rideva come un bambino.

Segue l’inizio di Pinoculus. Liber qui inscribitur «Le avventure di Pinocchio», auctore Carlo Collodi, in latinum sermonem conversus ab Henrico Maffacini (Ed. Giunti Marzocco) lire 12.000 (ben spese nel 1984).

Capitulum primum.
In hoc capitulo ostenditur quomodo Magister Cerasum faber tignarius ligneum fragmentum flendi ac ridendi pueriliter facultate praeditum invenerit.

Non fa meraviglia che sia rimasta un po’ della bellezza dell’originale, dal momento che l’italiano è il latino parlato oggi. Vediamo la traduzione inversa interlineare.

Capitolo primo. In hoc capitulo [In questo capitolo] ostenditur [si mostra] quomodo Magister Cerasum [come, in qual modo Maestro Ciliegia] faber tignarius [falegname, artefice del legno] invenerit [trovò] ligneum fragmentum [un pezzo di legno] praeditum facultate [dotato della facoltà] flendi ac ridendi [di piangere e ridere] pueriliter [come un bambino].

Andiamo un po’ avanti.

C’era una volta … – Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori. – No ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.

Fuit quondam … – Rex quidam! – Mei parvi subito fortasse dixerint lectores. – Minime: pueri, erravistis. Fuit vero quondam ligneum fragmentum. Non fuit certo lignum splendidum; sed simplex fragmentum ad struem aptum, ex illis scilicet quae hieme in fornacibus aut in focis ad suscitandum ignem et contubernia calefacienda collocari solent.

Traduzione inversa interlineare.

Fuit quondam [C’era una volta]. Rex quidam! [Un certo re! Un tale re!] – Mei parvi lectores [i miei piccoli lettori] fortasse subito dixerint [forse subito diranno]. Minime: pueri, erravistis. [Niente affatto: ragazzi avete sbagliato]. Vero fuit quondam [in verità c’era una volta] ligneum fragmentum [un pezzo di legno]. Certo non fuit lignum splendidum [di certo non era un legno meraviglioso, signorile] sed simplex fragmentum ad struem aptum [ma un semplice pezzo, atto ad essere ammucchiato] ex illis scilicet quae hieme solent collocari in fornacibus aut in focis [di quelli, appunto, che d’inverno sogliono mettere nelle stufe o nei camini] ad suscitandum ignem et contubernia calefacienda. [per accendere il fuoco e riscaldare gli ambienti comuni delle abitazioni].
Contubernium, (ii), in origine era la tenda comune dei soldati, poi passò a significare la vita in comune, la comunanza di mensa o di abitazione. Ecco perché le stanze di Collodi diventano contubernia, nel lavoro di Enrico Maffacini.

Sì, lo so: è una lingua convenzionale. Una convenzione costruita su una lingua morta. Ma non è lontanissima dalla lingua che troviamo nelle iscrizioni, nella letteratura, nella vulgata, sui muri degli edifici di Pompei. Non è lontanissima da quella che chiamiamo “lingua madre”, che peraltro è un’astrazione.

Vediamo la traduzione in una lingua “barbara”, come diceva Manzoni, per il quale Shakespeare era “un barbaro non privo d’ingegno”.

Chapter one. How it happened that Mr Cherry, the carpenter, found a piece of wood that laughed and cried like a child.
There was once upon a time … – A King! – my little readers will shout together. No, children, you make a mistake. Once upon a time there was a piece of wood.

Anche questo, nonostante “wood”, “laughed”, “together”, nonostante i suoni di gola e i suoni affilati (“mistake”, “piece”), non è male.

Noi abbiamo la fortuna di capire Le avventure di Pinocchio nella sua lingua.
È affascinante l’idea che la gente parlava così. È come avere a disposizione una registrazione.
Possiamo sentire l’eco di questa lingua girando in lungo e in largo per la Toscana, visitando borghi isolati, abitati da vecchi pensionati. In città è quasi scomparsa, diluita nell’italiano corrente; sempre una bella lingua, ma quella era ruspante, come le galline allevate tra il pollaio e il campo.

Le avventure di Pinocchio si può tradurre in altre lingue, non in altri linguaggi.

La pittura non rende giustizia a questo capolavoro. I quadri che rappresentano Pinocchio, Geppetto, la Fatina dai capelli turchini, il Gatto e la Volpe, risultano noiosi. Noiose sono le statue, come quella che hanno collocato al centro di una rotonda a San Miniato basso, che anticamente si chiamava, appunto, Pinocchio.

Con il cinema: peggio che andar di notte.

L’unico modo per godere di questo capolavoro è la lettura.

Abbiamo il libro. Che vogliamo di più?
Leggiamolo e rileggiamolo ogni tanto.

Una parola sull’immagine in testa.

È un trucco fotografico, ovviamente. Deriva dalla fotografia seguente, della parete di fronte alla quale sto scrivendo.

Comprai quelle due statuine di legno a Tesero (Trento) tanti anni fa. Un artigiano raccoglieva un ramo nel bosco, un tronco e, con grande sapienza e talento, lo trasformava in un volto, secondo me, estremamente espressivo.

Aveva un negozietto di fronte alla chiesa di San Rocco, la bellissima chiesa che ha sulla facciata l’immagine del “Cristo della domenica”.

Mi dispiace, non ricordo il nome dell’artigiano, il negozio non c’è più; purtroppo quando sono tornato in quelle zone la mia pigrizia mi ha impedito di fare una ricerca seria.
Comunque, da allora, per me l’immagine di Pinocchio sono quei due pezzi di legno (non legni di lusso, pezzi da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze), lavorati con intelligenza da un sapiente artigiano trentino fino quasi a farli vivere.

Geppetto era toscano. Ma è lo stesso. L’arte non ha patria.