(19 maggio 2021 h 17.35)
Cinema Flora Atelier Firenze – piazza Dalmazia, 2r

Piazza Dalmazia, davanti al cinema Flora: i pensionati vaccinati si godono il pomeriggio primaverile in questo scampolo di pandemia, in attesa di liberarsi delle mascherine e riprendere la vita normale.

Altro che Nomadland!

Critici entusiasti. Premi prestigiosi.
Ma che film è questo? Che cos’è?

È un documentario troppo lungo sulla squallida vita in cui precipitano gli anziani americani che rimangono senza niente se l’azienda nella quale, per anni, hanno lavorato, profuso impegno e passione, fallisce, chiude, sparisce.

Non ci avevano detto che in America si cambia lavoro in continuazione, che gli americani non amano il posto fisso?
Non ci avevano detto che anche noi dovremmo disabituarci a questa vecchia fissazione di un lavoro che duri fino a sessanta, sessantacinque anni di età? Che dovremmo dire addio a una pensione adeguata a garantirci una vita tranquilla, quando della vita ci resta l’ultimo pezzetto?
Se si cambia continuamente lavoro, avendo sempre meno la possibilità di riciclarsi, e non si può usufruire delle garanzie che i lavoratori hanno conquistato attraverso dure lotte sindacali (cassa integrazione, Trattamento di Fine Servizio, Trattamento di Fine Rapporto, pensione), i vecchi che fine fanno?

Sembra che molti anziani americani finiscano dentro squallidi furgoncini o altrettanto squallidi piccoli camper.

Premetto che, secondo me, Frances McDormand è una grande attrice, quando lavora in un film, come nel bellissimo Tre manifesti a Ebbing, Missouri (commento 13 gennaio 2018).
Ma Nomadland – benedettiddio! – non ha una trama, non racconta una storia, è noioso.
Che cos’è? Un servizio giornalistico?

Per i servizi giornalistici basta la televisione; il cinema dovrebbe emozionarci, farci ridere, farci sognare, immergerci in un racconto, allontanarci dalla realtà o farci entrare nella realtà da un altro punto di vista, da un’altra porta, non semplicemente fotografandola, riprendendola nel suo svolgimento.

Werner Herzog è riuscito a trasformare un’intervista (Herzog incontra Gorbaciov; commento 17 gennaio 2020) in un film, mettendoci dentro ciò che dà a un film il motivo per essere visto: lo svolgimento non scontato, l’interpretazione della realtà, lo spostamento continuo, avanti e indietro, lungo l’asse dei tempi e nello spazio.
Gorbaciov è fermo mentre viene intervistato, il film si muove.

In Nomadland gli anziani cambiano posto in continuazione, ma il tutto è statico, bloccato sullo schermo. Persino i bambini in braccio ai genitori sembrano immobili, le rocce investite dalla bufera e le strade coperte di neve non sono diverse dalle stanze claustrofobiche da cui l’anziana signora inespressiva fugge.
Dispiace dirlo, ma in questo film Frances McDormand è meno espressiva dei piatti di ceramica che il suo personaggio conserva gelosamente: strano modo di conservare oggetti a cui tiene molto mettendoli dentro uno scatolone aperto, posizionato in un furgoncino.
Non meraviglia che un vecchio affetto da diverticolite – si parla molto dell’intestino in questo film – al primo tentativo di rendersi utile ne mandi uno in frantumi.

Evidentemente la regista crede che basti piazzare la telecamera in faccia a una grande attrice perché da quella faccia emani tutta la potenza espressiva che ci ha donato in altri film.
Non è così, cara Chloé.
Possono darti venti premi Oscar, ma dovresti studiare il modo che usano i grandi registi per inquadrare i grandi attori; all’interno di una storia, naturalmente.
Possono premiarti perché ti occupi della triste vita dei Sioux Lakota (opera prima), della triste vita dei cow boy che cadono da cavallo nei rodei (opera seconda), ma i film che hai fatto finora, tre con questo, non resteranno nella memoria collettiva; fra qualche anno saranno ricordati solo nelle classifiche dei film trattati troppo bene dai critici cinematografici e dai giurati dei festival del cinema, che hanno una particolare predilezione per chi racconta la triste vita di qualcuno: dev’essere abbastanza triste e lontana dalla loro vita allegra.
È una questione di sensi di colpa? Può darsi.

Il grande regista inquadra in primo piano il volto o una qualunque parte del corpo del grande attore non in continuazione, ma solo quando in quella testa avviene un movimento che l’attore è capace di esprimere con il volto o con il resto del corpo.
Se il grande attore deve esprimere gli stessi pensieri per tutta la durata del film, dopo un po’ la sua faccia diventa insopportabile.

Fanno pena i poveri anziani americani ridotti in miseria, privi di una pensione che garantisca la possibilità di una vita dignitosa sotto un tetto stabile.

Evitiamo di dire con disprezzo che le pensioni sono pagate dai giovani!
I vecchi sono stati giovani e anche i giovani diventeranno vecchi.
A chi sostiene che il sistema non regge, facciamo presente che il modo di ripartire le risorse di una nazione, o del pianeta, è una scelta.
Nessun padreterno, nessuna legge naturale, ha stabilito che una minoranza ha il diritto di arricchirsi sempre di più e vivere nello spreco, mentre si lesina il necessario per sostenere i deboli: bambini, malati, vecchi, poveri.
Alcuni hanno avuto grandi eredità? Ci sanno fare con l’industria, con la finanza, badano solo ai propri interessi, non hanno scrupoli? Questo dà loro il diritto di accumulare denaro, beni, risorse? Chi l’ha detto?
Non ci lamentiamo dello stato sociale! Non è solo il nome di un gruppo di cantanti a Sanremo, è una conquista da difendere con le unghie e con i denti, quelli che ci sono rimasti e i sani, luccicanti denti dei giovani.
Anche loro diventeranno vecchi e avranno bisogno dello stato sociale, se non appartengono alla minoranza mai sazia di arricchirsi.

Non si aumenta la giustizia togliendo diritti, chiudendo ospedali o aumentando il numero degli alunni per classe e riducendo gli asili nido, ma stabilendo per legge che chi guadagna di più deve contribuire in modo sostanziale, con una larga fetta del proprio reddito, alla cura delle persone deboli – la cura di cui parla la canzone di un amico che da martedì 18 maggio, purtroppo, è “absent” (stentiamo a crederci; sapevamo che era malato da tempo, ma c’era).
«Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via …».

Privi di un welfare state (stato del benessere) degno del nome, immersi nei turbamenti che da vecchi s’incontrano per la via, in un paese dove abbondano i Paperoni che non sanno che farsene dei soldi accumulati, i vecchi americani poveri sono ridotti a vivere dentro furgoncini, a mangiare hamburgher e cose che a guardarle fanno venire il voltastomaco, a fare i bisogni dentro contenitori più o meno grandi, senza nessuna comodità, senza un minimo di igiene, anche quando sono malati e avrebbero bisogno di riposo o, semplicemente, di essere protetti dalle paure delle ipocondrie.
Ogni tanto fanno lavori precari con Amazon o puliscono i parcheggi nei quali passano un po’ di tempo: lavori provvisori adatti a giovani che vogliono fare esperienze utili per il resto della vita, poco adatti a persone anziane.

Sembra che Frances McDormand abbia fatto realmente l’esperienza del nomadismo (suppongo per applicare il metodo Stanislavskij, non per necessità) e nel documentario siano presenti persone che hanno scelto quel modo di vivere per essere libere, per stare a contatto con la natura e ammirare splendidi paesaggi.
Io non saprei che farmene della libertà di fare i bisogni in un contenitore di plastica (col problema di portarselo dietro e versarlo da qualche parte), non poter fare una doccia come si deve, dormire in un letto scomodo, in un mezzo altamente inquinante (quei furgoncini non sembrano l’ultimo modello).
In quelle condizioni anche gli spazi liberi mi sembrerebbero un carcere.

Nel documentario si sente dire che si tratta di una scelta di vita per recuperare lo spirito dei pionieri.
I pionieri americani erano giovani, pieni di energia, portavano le loro famiglie a conquistare territori, a coltivare terreni, allevare mucche, farsi ammazzare dagli indiani e ammazzarne altrettanti, anzi di più.
Questi vivono ai margini, dentro mezzi inquinanti; stabiliscono un rapporto fuggevole con i territori che attraversano, incontrano la realtà di una grande azienda multinazionale che sfrutta il lavoro precario e usa gli umani come usa gli scatoloni di cartone. Li ordina quando servono, butta via quelli che non servono.

Gli abitanti del paese dei nomadi si vedono tra di loro, si siedono in circolo intorno al fuoco ad ascoltare un guru che dà l’idea di una disperazione compressa.
Una volta c’erano i santoni: spillavano denaro agli ingenui e predicavano una vita ascetica per gli altri (loro giravano in limousine e dormivano nei grandi alberghi).
Erano truffatori, ma simpatici, divertenti.
Il guru del film non induce al suicidio solo perché la depressione che i suoi discorsi provocano negli astanti è troppo profonda per spingere verso qualunque azione. Non si suicidano perché sono troppo depressi (anche impiccarsi o attaccarsi al tubo del gas richiede un po’ di energia).
I poveri vecchi riuniti intorno al fuoco sentono sempre più distante la voce monotona del guru, finché crollano in una specie di coma semivigile da cui si risvegliano all’alba, si alzano lentamente e vanno a fare i bisogni nel furgoncino. 

A parte le scelte di vita, su cui non voglio sindacare ma solo esprimere un’opinione, se Nomadland fosse presentato come un documentario girato con lo scopo di far conoscere un modo di vivere alternativo o come un documentario di denuncia di un sistema che costringe molti anziani a vivere in condizioni difficili, non avrei nulla da ridire, però dovrebbero trasmetterlo in televisione, non al cinema.
Un documentario è una raccolta di documenti, una testimonianza, una denuncia. Non è un film. A meno che la forma sia finzione, una modalità di narrazione di una storia paradossale, come in Zelig di Woody Allen.
Ma per fare un’operazione di questo tipo ci vuole un regista geniale.

Che cosa passa per la testa dei giurati del Festival di Venezia e di quelli del premio Oscar? Che cosa hanno visto di tanto buono in una regia piatta, in una interpretazione assente?
Incredibile!