(31 maggio 2021 h 18.10)
(27 maggio 2021 h 18.10)
Cinema Odeon Pisa – piazza San Paolo all’Orto

Mi è capitato, in passato, quando ero impulsivo, di uscire dalla sala dopo pochi minuti dall’inizio del film. Non mi era piaciuto l’incipit, pensavo non potesse piacermi tutto il resto.
Un gesto di fastidio che ora non farei: ho imparato a essere meno impulsivo e a credere meno nelle regole.
Mi è anche capitato di tornare in sala dopo pochi giorni, per rivedere un film che mi aveva particolarmente colpito, mi era molto piaciuto. Volevo non perdere l’occasione di rivederlo al cinema (è tutta un’altra cosa), prima che sparisse dalla circolazione.

Nel caso di Sulla Infinitezza avevo già messo in preventivo di vederlo due volte, non solo per le belle immagini (ne ero sicuro), ma, soprattutto, sulla base dell’esperienza con il film precedente di Roy Andersson.
Al cinema, alla prima visione (2014) non l’avevo capito, mi ero annoiato, poi l’ho recuperato vedendolo in DVD, mettendoci attenzione, e mi è dispiaciuto non ritrovarlo più in sala, dove le immagini, bellissime, si vedono meglio.
Ho cercato gli altri film e sono riuscito a recuperarli (non sono molti), anche attraverso YouTube.

Capire la connessione tra le scene è dura con i film di Roy Andersson, perché il regista non ti aiuta e ti impone o di rilassarti – goderti la bellezza delle immagini, chiudere la chiave logica (la corda seria, direbbe Ciampa, il protagonista di Il berretto a sonagli) e aprire la chiave pazza (la corda artistica) – o di riflettere sui racconti che si svolgono attraverso i quadri che scorrono sullo schermo. Non si riesce a fare le due cose insieme, almeno, io non riesco a farle insieme quando vedo uno di questi film per la prima volta.
La scelta migliore, per me, è di fare le due operazioni in due visioni successive: una volta mi godo le immagini, un’altra volta cerco di dare soddisfazione al bisogno di collegare i racconti (un bisogno dello spettatore a cui il regista non dà molta importanza). È ciò che ho fatto, sapendo che si tratta del frutto di un lavoro lungo e meticoloso, di film che meritano l’impegno.
Non si tratta solo di impegno, perché la corda artistica apprezza e la corda logica riflette e si diverte.

La visione di un film di Roy Andersson non lascia indifferenti, a cominciare dal titolo.

Sulla infinitezza non è un titolo normale, nel senso di comune, consueto; l’ho visto in due date successive al cinema Odeon di Pisa – la prima sala ad aprire con una programmazione completa, mentre l’Odeon di Firenze ci sta facendo aspettare. È stato premiato con il Leone d’argento al Festival di Venezia 2019 per la regia.
Il titolo del film precedente, quello che ho recuperato grazie al DVD, è Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza (2014).
Decisamente non è normale.
Richiama il Teatro dell’assurdo (Beckett, Ionesco) e la ricchezza dell’espressione linguistica che ha prodotto.

Nel corso della sua lunga carriera di regista cinematografico, cominciata negli anni settanta, quando era studente dello Swedish Film Institute, Roy Andersson ha fatto pochi lungometraggi.
Come mai?

Un po’ a causa di un insuccesso al botteghino, che affossò il suo secondo film (Giliap, 1975) e lo rese inviso ai produttori; si sa che dopo un flop nessuno rischia soldi su di te.

Principalmente, per molti anni non ha fatto film, nonostante il precoce inizio, perché aveva un’esigenza di libertà dai condizionamenti dei produttori. Voleva accumulare abbastanza soldi per aprire uno studio indipendente che gli consentisse di lavorare liberamente, senza influenze e controlli esterni.
Impiegò molti anni per raggiungere questo obiettivo; riuscì nell’impresa lavorando nella pubblicità.
Realizzò centinaia di spot, soprattutto per una compagnia di assicurazioni, che ebbero un grande successo popolare in Svezia e gli garantirono notevoli entrate.
Riuscì così a fondare la società di produzione indipendente Studio 24, con la quale riprese a fare film.

Attraverso il lavoro sugli spot pubblicitari aveva migliorato la tecnica cinematografica e costruito uno stile personale che ha raggiunto un livello di consapevolezza totale, tanto che Roy Andersson è in grado di tenere sotto controllo ogni aspetto delle sue produzioni cinematografiche: il soggetto, la sceneggiatura, la scenografia, la recitazione, la fotografia (lavora sempre con gli stessi artisti e con gli stessi tecnici del suo studio).

Impiega molti anni per fare un film: applica un metodo di lavoro estremamente meticoloso, condiviso dai suoi collaboratori.

Bisogna dire che in Svezia e, in generale, nei paesi del nord Europa, il cinema è una cosa seria.
Quali sono le caratteristiche dello stile di Roy Andersson?

Innanzitutto isola ogni scena, tanto che i suoi film si possono compiutamente descrivere come una serie di scene o quadri, nettamente distinti.

La discontinuità nella transizione da una scena alla successiva è netta. Nessuna dissolvenza, nessun collegamento. Per qualche secondo, tra una scena e l’altra, lo schermo diventa scuro.

Nessun montaggio. Ogni scena è sviluppata come se fosse un cortometraggio, autonomo e separato dalle altre scene. Alcune lo sono per davvero.

Roy Andersson si sforza di ridurre il cinema all’essenziale.
La cosa disorienta: mai vista nei film di altri registi (almeno io, che non sono un cinefilo istruito, non l’ho mai vista).

I diversi quadri possono essere collegati sul piano narrativo; a volte si ritrovano gli stessi personaggi e si può individuare il filo di un racconto. Non sempre.
Lo spettatore è chiamato a svolgere una funzione attiva per trovare un filo conduttore; come dicevo: il regista non aiuta.

Ciascun quadro è come il pezzettino di cartone di un puzzle: l’immagine complessiva si vede alla fine, le parti che la compongono si vedono esaminando nei dettagli il puzzle.
Non è detto si riesca a collegare tutti gli elementi e a trovare un quadro d’insieme, anche perché i film di Roy Andersson, in un certo senso, non possono finire, tendono all’infinitezza, come dichiarato nel titolo dell’ultimo.

L’apparire dei titoli di coda, bianchi su fondo scuro, sorprende. È finito?!
Non può finire la narrazione, il racconto, la descrizione dell’esistenza di questo piccolo essere che ha preso possesso del pianeta Terra e va in giro portandosi dietro valige, borse, trolley, buste per la spesa.

In fondo che cos’è l’uomo? Un essere vivente che gira con un sacchetto.
I marziani che approderanno su questo pianeta tra tremila anni e troveranno i segni di una civiltà scomparsa, così ci descriveranno: esseri viventi muniti di un’appendice di forma variabile, utilizzata per trascinarsi dietro le cose di cui non potevano fare a meno.
L’uomo con la valigia, l’uomo con la busta della spesa, la donna con la busta della spesa, la donna con la borsetta, eccetera.

L’inquadratura di ciascuna scena è fissa, larga; la macchina da presa è immobile, monta un obiettivo grandangolare; raramente segue un personaggio. Sono rari i primi piani.
La macchina da presa, col suo occhio fisso, sta lì, suppongo bloccata a un trespolo, quasi inquietante, accesa per riprendere ciò che accade nello spazio davanti, come se l’operatore l’avesse abbandonata in un angolo; si intravedono altri spazi, dove accadono cose che la macchina non vede, perché non c’è l’operatore che la sposti, ma sente.

La scenografia è minimale: le stanze sono spoglie, delimitate da pareti sottili; poche suppellettili indispensabili per inquadrare l’ambiente.
Colori pastello, nessun contrasto, grande profondità di campo.

Una strada, il bar di un Grand Hotel con il cibo colorato in vista sul bancone o con le poltrone in primo piano. I tavoli di un ristorante; il cameriere svolge il suo compito con precisione, come un automa, poi (volutamente?) versa il vino sul tavolo. Forse voleva suscitare una reazione non scontata, non prevista, affermare la propria esistenza, essere un cameriere che continua a versare vino nel bicchiere finché il cliente si accorge di lui e lo guarda come un essere umano. È una delle scene più belle dell’ultimo film.

Il negozio del barbiere, lo studio dello psichiatra, la poltrona del dentista depresso, il letto d’ospedale, la panchina da cui si ammira il paesaggio e si riflette su «è già arrivato settembre».

La stazione, dove la gente scende dal treno, ma non tutti sono attesi o chi ci attende e arriva trafelato, in realtà è uno sconosciuto.

La sacrestia di una chiesa moderna, da cui, attraverso una porta, si vedono i fedeli inginocchiati per “ricevere il corpo di Cristo” dal prete che non crede in Dio.

Il cielo sopra la città, dove i due giovani, un uomo e una donna abbracciati, si librano nell’aria.
Sono gli unici belli e sereni e compongono un quadro che a me sembra, in sé, un’opera d’arte.
Una voce fuori campo: «I due amanti aleggiano su una città conosciuta per la sua bellezza, ma che ora giace in rovina».

Che dico? Non è così. I due personaggi abbracciati e aleggianti sulla città non sono gli unici belli e sereni.

Nell’ultimo film è presente una nota di ottimismo, come se il regista avesse raggiunto la serenità di chi osserva le manifestazioni della vita, molte delle quali brutte e deprimenti, ma, ogni tanto, succede qualcosa che riempie di stupore e di gratitudine.
In campagna, davanti a un locale rustico, forse una trattoria, arrivano tre ragazze allegre, belle, piene di vita; appoggiano la bicicletta, cominciano a ballare sulla musica di una canzone proveniente dall’interno. Alla fine i presenti applaudono.

Momenti di felicità.

In un bar, mentre fuori nevica e gli altoparlanti diffondono la musica di Stille Nacht, un uomo guarda gli altri avventori e dice: «Non è comunque fantastico tutto?». Siccome gli altri tacciono, ripete e aggiunge: «Almeno io lo penso».

Generalmente i personaggi sono brutti, tristi, grassi, vecchi, affaticati, ansanti, pallidi. Non ridono mai.
Gli attori hanno, spesso, il volto imbiancato come clown.

Piccoli uomini qualunque rivelano pensieri crudeli, disperati, cattivi, dolenti.

Pensieri crudeli. La folla grida Crucifige dietro la via Crucis per le strade della città. Il pover’uomo che porta la croce procede a fatica e viene crudelmente picchiato e costretto a risollevarsi quando cade e ad andare avanti. La gente esce fuori dai bar per vedere passare il corteo della via Crucis. Qualcuno ha un bicchiere di birra in mano.

Pensieri disperati. La via Crucis è il sogno di un piccolo uomo, che si sveglia nella notte in preda all’incubo. Alla donna che condivide il suo letto racconta, piangendo e guardandosi le mani, terrorizzato: «mi hanno inchiodato le mani».
Altra scena: il piccolo uomo, vestito da prete, è seduto nello studio medico, di fronte allo psichiatra, che gli dice: «È spiacevole da parte sua non credere in Dio, perché il suo lavoro consiste nel parlare di Dio» e gli fissa un appuntamento per un’altra visita, naturalmente, precisa, a pagamento.
Quando il prete che non crede in Dio arriva disperato, in cerca di aiuto, fuori orario, lo psichiatra lo spinge fuori dallo studio, con l’aiuto della cortese, precisa assistente.

Pensieri cattivi. I figli di una donna che sta morendo e tiene stretta una borsa piena di gioielli e denaro che vorrebbe portare con sé in paradiso cercano di strapparle la borsa con la forza, nonostante la sua resistenza e i suoi lamenti.

Pensieri dolenti. Un uomo rientra con la spesa, ha l’intenzione di cucinare un buon pranzo per la moglie; ci racconta che un suo amico non l’ha salutato, ha finto di non vederlo, perché una volta era stato profondamente ferito da lui. Poi dice alla moglie che considera irritante che il suo amico abbia un titolo di studio superiore al suo.

Sono scene tratte da diversi film di Roy Anderson, che non riesco a distinguere tra di loro, perché mi sembra si tratti di un unico grande film in più puntate e in divenire.

C’è umorismo. Un ragazzo spiega a una ragazza seduta sul letto, che intanto si pettina, il primo principio della termodinamica. Dice: siamo energia che si trasforma ma non si distrugge e tra milioni di anni potremo ritrovarci trasformati in un pomodoro o in una patata. Preferirei un pomodoro, dice la ragazzina, lasciandolo alquanto perplesso.

È comico il personaggio che viene trattato male dal collega, piagnucola in continuazione; i due cercano inutilmente di vendere gli scherzi di carnevale che «vanno per la maggiore» e mostrano il campionario ai possibili acquirenti: denti da vampiro, sacchetti con la risata, la maschera di zio Dentone.
Quando indossa i denti da vampiro e s’incanta, guardando fisso il possibile acquirente, senza rinunciare, ogni tanto, a lamentarsi, fa veramente ridere.

«Noi lavoriamo nell’intrattenimento», dice, e, all’ingresso nel bar, salutando la cassiera, dichiara: «non posso lamentarmi, potrebbe andare peggio».

Alternate alle scene attuali ci sono scene storiche di quando è andata e va veramente peggio: uomini in guerra, prigionieri trascinati nei campi di concentramento nella neve, gerarchi nazisti nel bunker sotto i bombardamenti, camion utilizzati come camere a gas, l’esecuzione di un condannato a morte, legato a un palo mentre implora di essere risparmiato.

Continuo a rimescolare, nel ricordo, scene tratte da diversi film di Roy Anderson. Sono ridotte all’essenziale, còlte negli elementi eterni, astratti che l’umanità è costretta a vivere e a rivivere continuamente, all’infinito.

Piacevoli le musiche che accompagnano le immagini, fra le quali “All of me”, cantata da Billie Holiday.