(10 giugno 2021 h 18.00)
Cinema Odeon Pisa – piazza San Paolo all’Orto

Di Thomas Vinterberg mi è rimasto impresso nella memoria Il sospetto, uscito nel 2012.
Non conosco i film precedenti di questo regista danese, dei successivi qualcuno mi è sfuggito.

Il sospetto aveva un’ambientazione tipicamente danese: la caccia al cervo, il fucile da caccia donato a un ragazzino per festeggiare la sua entrata nel mondo degli adulti, le grandi bevute, le solenni e asettiche chiese evangeliche – luterane.
Non c’era traccia degli argomenti che, già in quegli anni, travagliavano l’opinione pubblica nei paesi dell’Europa mediterranea, compresa la vicina Germania, che non è mediterranea ma, con la sua estensione e la sua potenza economica e politica, condivide e sembra avere la missione di orientare la risoluzione dei problemi europei.
Nel film del 2012 non esistono extracomunitari; forse solo pochi desideravano trasferirsi in Danimarca o le restrizioni poste dal piccolo stato (meno di 6 milioni di abitanti) all’accoglienza avevano l’effetto di scoraggiarli.

La Danimarca è un po’ fuorimano; non è dietro l’angolo per chi approda sulle coste del Mediterraneo (approda quando gli va bene).
È fuorimano e chiusa in se stessa.
Ricavo l’impressione dai giornali, dalla televisione, dai film, in quanto – è il limite della mia opinione – non sono mai stato in Danimarca.

Nell’ultimo film, del 2020, rimasto fuori dagli schermi a causa della pandemia (sta girando nelle sale che riaprono), in una scuola si vedono ragazze arabe con il velo e ragazzi neri presumibilmente di origine africana; sembrano ben inseriti in classe, sebbene non partecipino alla corsa intorno al lago con le cassette di birra da scolare e non siano nel gruppo che si abbandona a eccessi nella metropolitana.
In questo film gli ubriaconi sono danesi da più generazioni.

Torniamo a Il sospetto, che mi piacque molto.

Non potendo prendersela con qualcuno appartenente a un’altra cultura, i danesi benestanti se la prendono con un giovane ben inserito nell’ambiente, stimato e amato fino a quando viene investito da un sospetto sconvolgente e sottoposto a ostracismo per una parola pronunciata da una bambina fantasiosa, una parola che, per colpa di adulti che pensano, erroneamente: «I bambini dicono sempre la verità», diventa un’accusa terribile.
In realtà i bambini non sempre dicono la verità, o perché, a volte, vogliono dire una bugia, o perché non distinguono tra la realtà e un prodotto della fantasia o dell’inconscio (potrebbe essere un sogno), tra la realtà e ciò che altri bambini hanno raccontato, hanno sentito dire dai genitori, hanno visto in televisione.
A volte i bambini non dicono la verità semplicemente perché non sanno quale sia la verità.

Ha del miracoloso, non si può dire altro, il modo in cui viene ripresa la bambina protagonista del film.
Credevo che l’unico grande regista di bambini fosse Vittorio De Sica (Ladri di biciclette); nel 2012 ne ho scoperto un altro, grande almeno quanto De Sica per la capacità di dirigere bambini: Thomas Vinterberg.

La vicenda raccontata nel film si svolge, all’incirca negli stessi anni – stessi dettagli terribili, stessi adulti incapaci, contesto diverso – in una scuola laziale dell’infanzia (Rignano Flaminio; alla fine: tutti assolti) anche in questo caso per colpa di adulti, fra i quali i genitori e, purtroppo, gli psicologi e gli assistenti sociali, incapaci di parlare con i bambini senza suggerire i pensieri terribili che si agitano nelle teste degli adulti.
In occasione di questo fatto di cronaca, che destò molto clamore e produsse interventi di esperti e opinionisti nei soliti processi televisivi, persi la stima nei confronti di uno psichiatra che, fino ad allora, avevo apprezzato per la sua pacatezza e per un libro sulla tossicodipendenza che aveva un bel titolo.
Intervistato in televisione, pronunciò la fatidica frase: «I bambini dicono la verità» e, sull’Espresso, scrisse: “… il bambino racconta solo le cose che ha vissuto. Anche nel caso in cui un terapeuta decide di indurre in lui una leggera trance …”.
Pensai: questo non capisce niente, con tono pacato dice sciocchezze.
I bambini raccontano ciò che credono essere la verità e, qualche volta, ciò che credono avere vissuto.
Quando risponde a domande su fatti emotivamente sconvolgenti (di solito si parte da uno che racconta qualcosa che ha colpito la sua immaginazione, gli altri si associano a catena) il bambino cerca di compiacere l’adulto che lo interroga, il quale, senza accorgersene (speriamo non se ne accorga: l’ignoranza è meno grave della malafede), suggerisce la sua verità.
Questo non vuol dire che l’abuso dei bambini non esiste, vuol dire solo che gli psicologi, gli assistenti sociali, ma anche i pubblici ministeri, devono essere più preparati, devono studiare di più.
Ma, si potrebbe obiettare, in questo caso si trattava di uno psichiatra che aveva i titoli giusti, che, probabilmente, aveva studiato molto.
Allora bisogna aggiungere: dovrebbero studiare meglio, senza paraocchi e, soprattutto, dovrebbero porsi il problema delle povere vittime delle opinioni espresse troppo facilmente (vittime anche della frettolosità, della faciloneria dei pubblici ministeri) e con tono assertivo. Nelle scuole, all’università, si dovrebbe insegnare ad avere dubbi (se lo studente dice: “sono sicuro”, bocciato, o promosso con il voto minimo. No. Meglio: bocciato).
Perché qui non ci sono solo bambini forse violentati, ma anche maestre, una bidella, il marito di una maestra, un extracomunitario immigrato che lavorava a un distributore di benzina (il primo a uscire dall’indagine sulla base di dati incontrovertibili), sospettati presunti innocenti messi sul rogo prima di una sentenza che sarà di assoluzione per non avere commesso il fatto.
Era così difficile capire che il fatto non era stato commesso, almeno da quei sospettati?
Possibile che il fatto, non nella forma folcloristica e inverosimile descritta, in una forma più casalinga, a carico di qualcuno di quei bambini, fosse stato commesso da una o più persone che, grazie a quel polverone, riuscirono a sviare le indagini?
Molti giornalisti dovrebbero fare un esame di coscienza, come una volta (forse anche ora) i cattolici prima della confessione e, come scrisse il giovanissimo cronista Claudio Cerasa sul Foglio a conclusione di un’inchiesta che contribuì a fare luce sugli errori commessi da molti, dovrebbero chiedere scusa. Secondo me dovrebbero aggiungere: scusate perché siamo stati superficiali e stupidi.

Ho paragonato il regista di Il sospetto a De Sica, credo di poter fare un altro paragone avventuroso.
La capacità di costruire una tensione crescente, mettendo in fila eventi normali della vita e reazioni normali delle persone, in questo film mi ricorda un altro grande: Alfred Hitchcock.

Persone tranquille, ben disposte verso gli altri, possono arrivare a commettere delitti se un sospetto s’impossessa della loro mente.
Uccidere il cane del povero assistente di asilo nido, ingiustamente sospettato, è un delitto.
Gli autori del delitto (non è qualcosa che si fa da soli, richiede complicità), non trovando l’accordo emotivo con la folla necessario per avviare un processo sommario che si concluderebbe con il linciaggio del presunto colpevole, lo colpiscono nel profondo.
Ammazzano il cane e lo depongono davanti alla porta di casa del sospettato. Probabilmente si nascondono e, acquattati tra i cespugli, si godono il piacere malato di assistere allo strazio del poveretto.
Purtroppo i mostri sono anche, sono soprattutto, quelli che vogliono punire i mostri a ogni costo, anche a costo di colpire un innocente.

Fin dove si può spingere una persona, che crede di essere perbene, se la furia giustizialista invade la sua mente?
Per quale motivo la folla, costituita da persone singolarmente rispettabili, non vede l’ora di gridare Crucifige o di ammirare lo spettacolo con indifferenza?
Roy Andersson (svedese) ha dato una rappresentazione astratta di questa scena nel film Sulla Infinitezza; Thomas Vinterberg (danese) ha rappresentato la stessa scena nella sua concretezza, per buona parte del film Il sospetto.

Il proprietario del supermercato fa scaraventare il sospettato dai suoi scagnozzi fuori dal negozio, il macellaio si rifiuta di servirlo, la cassiera, pur avendo dei dubbi, guarda perplessa ma non può opporsi alla persecuzione, l’amico d’infanzia lo abbandona, un uomo grande e grosso se la prende col figlio.
Tutti a gridare: Crucifige, o ad assistere allo spettacolo (non so chi sia più degno di disprezzo: chi grida o chi assiste).
A nessuno viene il dubbio: se fosse innocente?

È innocente.

Il film ha una chiusa un po’ sognante, forzatamente ottimistica; questa conclusione poco convincente si riscatta, alla fine, rivelando un contenuto angoscioso che la riporta nel mondo degli incubi da cui, dopo il processo, il protagonista sembrava essersi liberato.
Per un po’ sembra che tutto sia finito, perché in Danimarca le indagini e i processi hanno una durata ragionevole e la gente ha fiducia negli inquirenti e nella magistratura.
Non è finito tutto, dal momento che il protagonista può sentirsi come il cervo preso di mira per sport, per divertimento, per dimostrare di essere diventati adulti e non sappiamo a chi appartenga la sagoma che s’intravede controluce nel bosco: potrebbe essere uno che non ha accettato le conclusioni dell’indagine, o potrebbe essere il figlio che prova il fucile di famiglia, ereditato dal nonno quando ha raggiunto l’età minima necessaria per ottenere il permesso di caccia, la licenza di uccidere i cervi.

Grande film.

La comune, film del 2016, non mi ha entusiasmato, solo incuriosito.
Mi incuriosisce la descrizione della vita nei paesi nordici quando noto che alcune attività, nel nostro mondo “mediterraneo” ancora circondate da un alone di mistero, in quei paesi sono banali.
Mi riferisco alle attività sessuali, rappresentate come se non fossero più importanti o misteriose del mangiare o del fare ginnastica per tenersi in forma.
All’inizio di La comune, gli amici che hanno deciso di vivere insieme in una grande casa, impegnandosi in noiosissime assemblee per decidere qualunque cosa abbia a che fare con la vita in comune, per festeggiare l’avvenuto accordo iniziale – alcuni di loro appena si conoscono – fanno un tuffo in acqua nudi, come se mostrare gli organi genitali a persone estranee non avesse a che fare con il sesso.
In un’altra scena, una ragazzina intraprende il primo, o uno dei primi rapporti sessuali della sua vita con un ragazzo più grande che le piace ma conosce da cinque minuti: le piace un ragazzo, lo segue fin dentro casa sua; il ragazzo è dubbioso, poi, senza un minimo di romanticismo, o di preliminari, le dice: «adesso spogliati», come Cocciante nella sua canzone.
Non aggiunge: «come sai fare tu», perché non sa neanche come si chiama e tanto meno ha esperienza del suo modo di spogliarsi.
Su tutto questo i genitori non hanno niente da ridire. Immaginano ciò che accade, ma non si preoccupano.

Nello stesso film una donna tradita dal marito parla in gruppo, davanti alla figlia, dell’orgasmo che l’ex marito, il padre della ragazza, era capace di farle raggiungere in tre minuti.
L’ansia da prestazione, uscita dalla porta, rientra dalla finestra, a carico di un possibile, futuro, nuovo amante: se non le farà raggiungere l’orgasmo in tre minuti, glielo rinfaccerà duramente.
La cosa che più colpisce è la presenza della figlia adolescente a questi discorsi, anche se c’è un motivo: la crisi che sta portando la donna sull’orlo dell’esaurimento nervoso.

Vuoi vedere che questi alieni reagiscono come noi se gli capita di “perdere l’amore, quando si fa sera, quando un po’ d’argento i tuoi capelli colora”? (Per far tornare le parole con la musica, Massimo Ranieri mette un “li” di troppo).

Il film più recente di Thomas Vinterberg è L’ultimo giro (2020).
Protagonista Mads Mikkelsen, che, un po’ più giovane, svolgeva il ruolo principale nel film del 2012, Il sospetto.
Bravo attore, faccia apparentemente immobile ma capace di esprimere pensieri e sentimenti sullo schermo.

I quattro personaggi principali sono insegnanti di varie discipline in una scuola superiore. L’insegnante di educazione fisica, inoltre, prepara i bambini che giocano a calcio, dimostrando molta disponibilità, soprattutto quando scopre un bambino timido e isolato dal gruppo.
Anche in questo film, in alcune scene, si conferma la capacità del regista di riprendere bambini.

Questi uomini, sui quali è concentrata l’attenzione, dispongono di lavoro, famiglia, welfare, una buona situazione economica.
Eppure sono infelici.

In particolare, è infelice uno dei quattro, insegnante di storia.
Non riesce a trovare le motivazioni per fare lezione a ragazzi distratti e disinteressati.
Con la moglie non parla; quasi non la vede più, in quanto lei, dottoressa, fa spesso turni di notte.
Per i figli è come non esistesse.

I quattro sono tutti, più o meno, nella stessa situazione emotiva: non riescono ad aderire alla realtà, si sentono estranei a tutto.
Pare che in Danimarca la famiglia sia fonte di infelicità: per i partner, per i figli, per i professori dei figli, controllati ossessivamente da genitori ansiosi di scaricare sulla scuola i loro problemi.

Non basta una gita in barca – siamo in una terra di sportivi, quindi: in canoa – per uscire da questa situazione.
Durante la gita le cose vanno meglio, ma si ritorna a casa, alla vita normale, al lavoro … la distanza tra i componenti della famiglia si allarga. Di nuovo estranei.

Di fronte a questo dramma enorme che investe le società ricche, evolute, qual è la soluzione proposta dal film?
Bere vino buono, liquori forti, birra, in quantità sufficiente a portare il tasso alcolico del sangue a un valore ottimale, come affermato da uno scienziato dal nome complicato, che, nella realtà, ha dichiarato di essere stato frainteso.
Insomma una cavolata, su cui i quattro amici si fiondano per applicarla con metodi che credono scientifici.
Non solo in Italia la scienza ha fatto una brutta fine nelle scuole e nella testa degli insegnanti se i quattro professori danesi credono che il metodo scientifico consista nel fare delle misure e stare a vedere che cosa succede.

È ovvio che se uno beve alcol a colazione, avverte un senso di euforia che gli fa affrontare meglio l’inizio della giornata e il rapporto con gli altri.
Purtroppo, però, c’è un problema comune a tutte le droghe: finito l’effetto si piomba nella depressione, che si cerca di superare con un altro goccino. Fino a diventare alcolizzati, con tutte le conseguenze del caso, cirrosi epatica compresa.

Il film mostra l’inizio della trasformazione dei quattro, che rimangono in tre perché il principio di Archimede non basta a salvarsi quando si cade in acqua con la mente obnubilata dall’alcol.

L’ottimismo della conclusione non ha ragion d’essere: persino uno scienziato dal nome complicato, incapace di spiegare le proprie ricerche senza generare equivoci pericolosi, se s’impegna può arrivare a capire che un ubriacone può esibirsi con movimenti scomposti, ma non riuscirà mai a raggiungere il controllo dei muscoli richiesto dal ballo moderno.