(22 giugno 2021 h 21.00)
Cinema Teatro La Compagnia Firenze – via Cavour, 50r

Di Quentin Dupieux, nelle sale cinematografiche, sta girando Mandibules (2020).
Il film precedente di questo regista, sceneggiatore, autore completo – anche musicista con lo pseudonimo Mr Oico – si chiama DOPPIA PELLE (Le Daim); è uscito nel 2019.
Lo stile di Quentin Dupieux mi ricorda un grande, uno dei più grandi, purtroppo un po’ dimenticato: Marco Ferreri.

La trama di DOPPIA PELLE è semplice, costruita come un thriller surreale.
Un uomo ha chiuso ogni rapporto con gli altri, si è separato dalla moglie, è alla guida della sua macchina.
Esce dall’autostrada e, prima di dirigersi verso strade di montagna, si ferma all’autogrill.
Mette la benzina, si lava le mani nella toilette, si guarda allo specchio, guarda la giacca di tessuto misto che indossa; il suo viso esprime disappunto.
Si toglie la giacca e la butta nel cesso.
Questo è il primo gesto assurdo, a cui seguono altri.
Assurdo perché avrebbe potuto buttare la giacca nella spazzatura, abbandonarla per strada, bruciarla. Avrebbe potuto eliminarla facilmente con gesti che non sarebbero stati ecologicamente corretti, ma non sarebbero stati assurdi.
Invece spinge col piede per farla passare dallo scarico, senza riuscire, naturalmente.
Lo scarico si intasa e l’acqua fuoriesce dal water mentre l’uomo si allontana.

È il primo gesto assurdo.
Quando riparte, la musica segnala che qualcosa sta per accadere.
Di nuovo in macchina, si dirige verso strade di montagna.
Raggiunge una casa dove compra una giacca di pelle di daino, solo daino, pura al cento per cento, made in Italy (garanzia di qualità).
Per quella giacca paga una grossa somma di denaro; in omaggio riceve una telecamera digitale.

Sembra tutto normale; la musica continua a segnalare, quando si inerpica con la sua macchina sulle strade di montagna, che la situazione è solo apparentemente normale.
Raggiunge un albergo.
Nella camera d’albergo si guarda allo specchio, guarda la giacca con ammirazione, fra sé e sé mormora: «farei una strage».
Farebbe una strage? Per cosa?

Appende la giacca alla spalliera di una sedia, parla con la giacca, la giacca gli parla.
Muove le labbra quando tocca alla giacca parlare. È sempre la voce di Jean Dujardin, ma con tono diverso, più basso, sicuro.
Da questo momento il colloquio con la giacca diventa sempre più intenso. Alla fine sarà la giacca a spingerlo all’azione, addirittura a svegliarlo quando si sta riposando e le labbra di Georges (così si chiama il personaggio) saranno ferme quando la giacca parla.

Vengono in mente alcuni film di Marco Ferreri in cui c’è un forte rapporto del protagonista con un oggetto, per esempio I love you, con Christopher Lambert innamorato di un portachiavi.
Però Marco Ferreri apparteneva a un’epoca più complessa dell’attuale, nel senso di più cerebrale, riflessiva, contorta: un’epoca di nevrosi.
Dupieux appartiene alla nostra epoca, nella quale è più comune la psicosi.
Tutto è più semplice, oggi, tutto è digitale; a una domanda interna si risponde: sì, no; bianco, nero; 1, 0.

La risposta digitale ai problemi di un mondo analogico a volte è efficiente, a volte è folle.
Qualcuno manipola il freno di una funivia senza porsi il problema delle possibili conseguenze. L’impianto funziona ma si blocca; soluzione: bisogna sbloccarlo.
È molto più semplice manipolare il freno che fermare la funivia, smontarla pezzo per pezzo fino a trovare la causa del blocco.
Avrà agito un interesse economico? Forse sì, forse no (pare che il tecnico sarebbe stato pagato, avrebbe ricevuto lo stipendio, anche se la funivia si fosse fermata).
Secondo me ha agito la tendenza attuale a cercare soluzioni semplici a problemi complicati.

Sì, no; bianco, nero; 1, 0.

Per quanta gente la pandemia non esiste perché non si riesce a venirne fuori facilmente? Per tanti.
Molto più semplice negarla, immaginare un complotto mondiale dei poteri forti che hanno deciso di ridurre la popolazione mondiale (l’ho sentito dire da un’infermiera); delle multinazionali del farmaco per controllarci iniettandoci i vaccini; della massoneria; dei poteri occulti (aiuto!).
Soluzione semplice di un problema complicato.
Possibile che un bravo comico, Enrico Montesano, che io stimo come attore e comico, debba parlare come se capisse qualcosa di scienza? Nessuno gli dice: senti, siccome esistono le competenze, parliamo di teatro, che è meglio.

Follia fredda, calma, determinata.
Georges telefona alla moglie; si sente la voce decisa, priva di emozione, della moglie: «Non voglio sapere dove sei, non esisti più».
Butta il telefonino nel cestino della spazzatura.
Si riprende con la telecamera e riprende le scorribande che lo impegnano per tutta la giornata.
A una ragazza che lavora in un bar si presenta come un regista che sta girando un film.
La ragazza è ammirata; il suo sogno è fare il montaggio dei film, le piace rimontare al computer film noti, per esempio ha rimontato Pulp fiction di Quentin Tarantino, con risultati deludenti.

È interessante questa citazione nel momento in cui il film si avvia a diventare di genere pulp. Quentin Dupieux cita le fonti.

Intanto la moglie ha bloccato il conto a Georges, cosicché l’uomo è costretto a dare la fede in pegno per dormire nell’albergo.
Parla con la giacca, appesa alla spalliera della sedia; la giacca gli rivela il suo grande sogno: essere l’unica giacca al mondo.
Georges vorrebbe essere il proprietario dell’unica giacca al mondo.

Il sogno si deve realizzare, con qualunque mezzo.
Di giorno e di sera va in giro rubando la giacca a chiunque incontra sulle strade solitarie di montagna.
Utilizza un trucco “cinematografico”.
Ai giovani propone un provino, gli dà un po’ dei soldi che è riuscito a racimolare: «Devi dire: “giuro di non indossare mai più una giacca in vita mia” e mi dai la tua giacca».
Molti accettano. Un provino per un film non si rifiuta, soprattutto se è pagato. Recitano la battuta, mettono la giacca nel bagagliaio della macchina, la macchina parte, lasciando sbigottiti gli aspiranti attori.

Qui la follia ha fatto un passo avanti, però, onestamente, c’è anche l’umorismo di Quentin Dupieux.
Continuano i gesti assurdi di Georges: ruba il cappello di daino a un morto, utilizza i pochi soldi che è riuscito a procurarsi (se li è fatti prestare dalla ragazza) per comprare un paio di stivali di pelle di daino. La ragazza gli regala un paio di pantaloni di pelle di daino. Secondo me è attratta dalla follia di Georges.
Non solo: Denise, la ragazza del bar, gli presta i soldi perché Georges l’ha ingaggiata come montatrice del film che, dice, sta girando.
Vede le scene girate ed è entusiasta; ha capito che l’uomo le ha raccontato delle balle ma vuole non solo montare, anche produrre il film.

Denise prova a dare un’interpretazione, come fanno i critici cinematografici. Dice: protagonista è la giacca, tutti ci nascondiamo dietro una maschera per proteggerci dal mondo esterno.
La ragazza chiede: «È questa l’interpretazione del film?» e, di fronte all’esitazione di Georges, aggiunge: «Tu dovresti saperlo».
Il regista non può sapere, non sa se è giusta.

Ora la follia è condivisa: Denise chiede scene più forti, vuole vedere scorrere il sangue.
Il sangue scorre, abbondante (lo immaginiamo) perché l’uomo non usa più il trucchetto “cinematografico” per rubare la giacca alle persone che incontra; è un sistema troppo lento. Per fare prima le uccide, utilizzando una specie di spada che si è procurato.

Uccide a colpi di fendente chiunque incontra, nelle strade solitarie di montagna, per sottrargli la giacca. Va a cercare le vittime all’uscita dal cinema.
Forse il regista ci sta dicendo che andare al cinema è pericoloso? All’uscita potremmo trovare uno che rende veri i sogni e gli incubi che abbiamo visto rappresentati sullo schermo.
Anche questa è un’interpretazione, certamente banale, come quella di Denise. Il regista risponderebbe con lo stesso sguardo esitante, perplesso («Forse è giusto, non saprei»).

Georges fa scavare una buca nella quale seppellisce tutte le giacche che ha sottratto alle sue vittime. Riprende tutto con la telecamera e dà le riprese alla ragazza per il montaggio.
La ragazza, sempre più entusiasta e partecipe del progetto, trova altri soldi per completare il film.
Insieme comprano guanti di pelle di daino al cento per cento.

«Le sembro uno che indossa il sintetico?», Georges dice al giovane commesso che gli fa presente una possibilità alternativa; la ragazza aggiunge, rivolgendosi al giovane, che rimane interdetto: «Lui è uno che fa strage».

Georges vuole farsi riprendere così, vestito interamente di pelle di daino: giacca, pantaloni, stivali, cappello, guanti. È felice, corre nel prato, allarga le braccia, ripetutamente grida «Riprendimi».

Viene ucciso con una fucilata precisa dal padre di un ragazzino che lo fissava con espressione severa e Georges aveva respinto colpendolo con una sassata alla testa.
Denise continua a riprendere la scena, si avvicina al cadavere, gli sottrae la giacca, la indossa, continua a riprendere.
Forse sarà lei a concludere il film che Georges girava, il film che ha finito per confondersi con quello che stiamo vedendo.

Si potrebbe cercare di estrarre significati, interpretazioni più o meno banali da questo thriller pulp, come dai film di Marco Ferreri: gli amici che si riuniscono per una grande buffe, e si abbuffano di cibo fino a morire, sono solo amici che vogliono isolarsi dal mondo e mangiare o rappresentano altro?

È una domanda che possiamo porci, non possiamo porla al regista, non solo perché è morto, ma anche perché, secondo me, voleva solo girare una grande abbuffata. Forse anche a lui sono venuti in mente i significati profondi dei personaggi, ma una cosa è certa: se avesse voluto costruire simboli non avrebbe fatto un grande film.

Stessa situazione per DOPPIA PELLE, di Quentin Dupieux.
Il film mi lascia un dubbio: quale libro sul cinema Georges, il personaggio interpretato da Jean Dujardin, sfoglia, e ogni tanto legge?
Non sono riuscito a leggerne il titolo perché avevo visto questo film al cinema, mi era molto piaciuto ma mi era sfuggita l’attenzione sul titolo del libro; ora l’ho rivisto in streaming, ma la miopia, aumentata per la chiusura in casa durante la pandemia (è aumentata anche la mia tendenza a rimandare il controllo annuale dall’oculista), mi ha impedito di leggere il titolo sullo schermo del televisore.
Non so se si tratta di un generico manuale o di un libro famoso, un altro degli omaggi ai grandi del cinema di cui è pieno questo film.

Mandibules, il film attuale, si colloca su un altro livello e conferma che questo regista dispone di molte frecce al proprio arco.
L’ho visto in versione originale con sottotitoli grazie alla riapertura del bellissimo Cinema Teatro La Compagnia, in via Cavour.
Mi sembrano importanti i dialoghi veri, perché si tratta di un film comico demenziale (si capisce dal trailer), e, dunque, le battute sono très importantes.

Vedere il film al cinema La Compagnia presentava anche un altro vantaggio: la possibilità di visitare, prima del film, la mostra American Art 1961 – 2021 nel Palazzo Strozzi.
È stata una gioia poter visitare liberamente una mostra – quasi liberamente (ci sono ancora le mascherine) – dopo un lungo periodo di chiusura nelle nostre stanze, di paura, di pena per i tanti anziani morti nei “lazzeretti”.
Avrei preferito aspettare, prima di andare in giro per Firenze, che fosse consentito non usare la mascherina all’aperto.
Evvai! Il comitato ha deciso che dal 28 giugno, tra una settimana, si può. Praticamente ci siamo.
Speriamo si possa continuare così, speriamo di non avere brutte sorprese a settembre.

Gli artisti americani degli anni sessanta e seguenti, indipendentemente dalla caducità di molte opere, che ora fanno ridere, hanno influenzato profondamente la mia generazione.
Eravamo strabici: con un occhio guardavamo ai tristi paesi comunisti, con l’altro alla divertente America, col cuore eravamo il personaggio di Tu vuó fa’ l’americano, di Renato Carosone.

«Puortə o cazonə cu nu stemm’arrètə …», «Porti pantaloni muniti di uno stemma nella parte posteriore …».

Questa era la nostra Pop Art; Totò era il nostro Andy Warhol.

Mandibules è diverso dal precedente di Quentin Dupieux.
Le cose accadono in modo casuale, non sono organizzate per costruire una tensione crescente fino all’esplosione e alla conclusione.
Non c’è tensione ma divertimento e non c’è conclusione: i due amici sono, alla fine, esattamente come all’inizio del film: «Siamo tornati al punto di partenza», dice Jean-Gab.
Se il film proseguisse, s’imbarcherebbero in altre avventure, avrebbero altri incontri casuali, con lo stesso atteggiamento indifferente alle conseguenze delle proprie azioni, con l’unico gusto di stare a vedere che succede e il bisogno di agire rispondendo a spinte immediate, soprattutto la fame per Manu, il più istintivo dei due, che dorme all’aperto avvolgendosi in qualunque cosa.

Jean-Gab cerca di attenersi a un piano, di seguire una strategia per raggiungere uno scopo. Guarda un po’ più avanti. Manu guarda solo nell’immediato.
Non sono cattivi, ma non hanno limiti, agiscono da incoscienti; possono stordire un vecchio per impossessarsi di un camper, accettare di trasportare una valigetta senza sapere che cosa ci sia dentro, sognano di arricchirsi con furti facili.
Il mondo intorno a loro funziona anche peggio del loro mondo.
Hanno almeno un valore, forse uno solo, ma forte: l’amicizia tra due uomini che si conoscono da sempre, si capiscono a volo, si perdonano tutto.
Qualunque cosa accada, per rimettere a posto la situazione basta dire toro-toro, incrociando i pugni chiusi con le dita sollevate per rifare le corna del toro.
Con questo gesto qualunque screzio viene superato, niente rimproveri, ripensamenti, accuse reciproche.

Anche in Mandibules c’è un elemento surreale, ma non viene da uno psicotico distrutto dalla vita, come in DOPPIA PELLE.
Si tratta di una mosca grossa come un pollo che i due amici trovano nel portabagagli di una macchina rubata.
Non si meravigliano più di tanto e, in fondo, non ci meravigliamo neanche noi (abbiamo visto il trailer).
La mosca gigante, animata con molta abilità, diventa immediatamente reale, per loro e per noi.
Arriviamo a vedere il mondo attraverso gli occhi composti della mosca.
I due amici concepiscono – è un’idea di Jean-Gab che Manu accoglie senza difficoltà – il piano di sfruttare la mosca per “fare i soldi”.
Una mosca gigante può entrare in posti inaccessibili e, se addestrata, può rubare per conto dell’addestratore.
«È come un drone», sentenzia Jean-Gab, «col vantaggio di non dover cambiare le pile». Toro-toro.

Indubbiamente la riuscita di questo film è dovuta per buona parte ai due attori che interpretano gli amici, David Marsais e Grégoire Ludig, conosciuti in Francia per la loro comicità demenziale.
Il film è breve; il regista ha preferito non strafare, non ripetere gag scontate sulla mosca gigante.
È riuscito a sorprenderci in ogni passaggio e a divertirci.

È stato una buona conclusione di un pomeriggio rilassante a Firenze, dopo la liberazione, speriamo definitiva, dopo la fine, speriamo, di un lungo incubo collettivo.