(2 luglio 2021 h 11.00).
su Vimeo:https://vimeo.com/25897939

Altro film della regista: Covered up

Un altro film di Rachel Elitzur, anche questo suggerito dal fotografo Gianluca Cecere (gianlucacecere.it) e trovato su Vimeo.

È un film del 2018, si chiama The Youngest (Giovanissima, o La più giovane).

Come per Covered up (commento su questo sito), la regista è anche sceneggiatrice del film.
Come Covered up, è un piccolo grande film.

Non so se ho capito tutto, perché entra molto all’interno di costumi che non conosco.
Alla fine dei titoli di coda c’è il ringraziamento “ai miei genitori e alla mia cara famiglia”.
Poi c’è il ringraziamento “to the Almighty” = all’Onnipotente.
Si tratta, dunque, di un film interno a una cultura, rivolto principalmente a una comunità particolare, sottoinsieme proprio, se vogliamo dirlo in termini matematici, di una popolazione che, a sua volta, presenta caratteristiche particolari, uniche.

L’insieme è la popolazione dello stato di Israele, uno stato nato in condizioni difficili, dopo uno dei periodi più duri della storia dell’umanità.
Il sottoinsieme lo chiamiamo “ebrei ortodossi”, perché non conosciamo a fondo quella cultura (io non la conosco), siamo colpiti da elementi esteriori come il buffo modo di vestire degli uomini e non sapremmo dare una definizione più precisa. Credo che molti di noi condividano la mia ignoranza.
Sono colpito dalla espressività dei volti delle donne, che ho già notato nel film precedente.
Forse dipende dai lineamenti scolpiti, dalla mancanza di trucco (non sempre).
Sono volti che parlano.
Mi piacciono le gonne larghe, le semplici giacche, le camicette, le magliette, che mi ricordano le donne della mia infanzia.
Che cosa è successo da noi? Per quale motivo molte donne vestono esattamente come gli uomini o vanno in giro con tute sportive che sembrano pigiami? È un segno di emancipazione?

In questo film la regista focalizza un costume diffuso nella sua comunità.
Vediamo una ragazza giovane che condivide con la madre un locale; sembra un negozio, ma forse sbaglio.
Si vedono i candelabri a sette bracci in cui la fiamma è alimentata da olio, in piccole ampolle di vetro inserite nei bracci.
Sparsi sugli scaffali: contenitori di vetro singoli, bicchieri, boccette di varie dimensioni.
La madre cura con attenzione e devozione questi simboli religiosi, seguita dalla figlia ubbidiente.
È un film breve: bisogna stare molto attenti ai dettagli, perché ogni momento, ogni gesto è importante.

Da subito la regista ci fa concentrare l’attenzione sulla ragazza malinconica, seduta nel locale, munito di un’ampia vetrata che dà sulla strada e di una vetrina coperta di candelabri, di calici, di ampolle per contenere e versare l’olio.
Non so se questo materiale è in vendita (non si vedono acquirenti), ma ho l’impressione che sia esposto per condividere, a richiesta, una preghiera con chiunque ne avverta il bisogno.
Sì, dev’essere così.
Gli ebrei ortodossi sono noti per la loro indifferenza ai beni materiali e al lavoro; è una comunità di persone che si dedicano esclusivamente alla preghiera (tutti) e allo studio (i maschi) dei testi sacri.
Questa è la tendenza, non so quanto ciascun componente si senta in obbligo di attuarla. Per esempio la nostra regista si occupa anche di film.

Improvvisamente lo sguardo della ragazza, che ha un nome difficile da pronunciare e da scrivere, si ravviva: ha notato qualcuno nella folla che, di sera, passa davanti al negozio. Non sappiamo chi ha visto, però il cambiamento di espressione è evidente.
Poi vediamo la madre intenta a versare l’olio che alimenta la fiamma e controlla lo stoppino nei bracci del maestoso candelabro; tutto è pulito, spolverato con precisione e con cura; in particolare la fotografia di un anziano ebreo munito di un cappellone cilindrico, appesa alla parete.
La donna è vedova e ha un forte, sereno legame con la ragazza.
Sono i personaggi principali del film: la madre severa, ma affettuosa, la figlia ubbidiente.

Una signora bussa alla porta e chiede di accendere due candele.
Forse questa è l’attività che si svolge all’interno del locale (per tutto il film non vedo acquirenti degli oggetti esposti): si entra, si dà qualcosa (per opera di beneficenza, dice la signora in ebraico; la didascalia traduce «for charity»), vengono accese le candele, si prega.
In pratica è ciò che succede nelle nostre chiese: mia madre entrava, accendeva una candela, diceva una preghiera, lasciava un piccolo obolo.
Non dimentichiamo che il cristianesimo deriva direttamente dalla cultura rappresentata in questo film; ecco da dove viene l’aria familiare che ci ritrovo!
La signora che ha insistito per entrare quando le due donne stavano per chiudere è diversa da loro. Ha le sopracciglia truccate, in seguito la vedremo con un giacchettino jeans, ma certamente appartiene alla comunità: porta la parrucca, come tutte le donne sposate, una parrucca vaporosa.
La madre accende due candele, prega con molta concentrazione, conclude la preghiera con “Hanukkah”, la figlia risponde “Amen” (parola ebraica) e intona un canto dolcissimo.
La nuova entrata, finita la preghiera, si ferma per prendere un tè. È molto insistente, al limite della maleducazione.
Evidentemente le candele e la preghiera sono state una scusa: la donna è una matchmaker, una sensale di matrimoni, e vuole proporre un matrimonio per la ragazza.
Questo personaggio, quest’attività, era presente anche nel film precedente. Dev’essere molto importante in una comunità patriarcale caratterizzata da un forte controllo dei padri e, in mancanza, delle madri sui figli. I matrimoni si combinano tra adulti.

La madre non è d’accordo a far sposare la figlia così giovane, o, forse, non vuole rimanere sola; la sensale insiste in tutti i modi.
In seguito insistono altri membri della comunità, sembra che tutti conoscano il compito che la matchmaker sta svolgendo.
La madre è un personaggio severo, rigoroso: per lei è inappropriato che la ragazza indossi un cappellino e si trastulli e si ammiri davanti allo specchio, col pericolo che qualcuno dalla strada possa vederla attraverso la vetrina.
Noi sappiamo che “qualcuno” l’ha vista e lei era contenta.
Torna il concetto di comportamento modesto, appropriato per una donna, alla base di Covered up.

Leila o Lea (provo a trascrivere il nome) è incuriosita e attirata da un buffo ragazzo timido che cerca di farsi notare e sbatte la testa contro la vetrata.
C’è un segno, una scopa appoggiata alla porta d’ingresso, forse con un messaggio lasciato dal ragazzo. Qui non ho capito bene, ma risulta evidente che tutto il vicinato sa che c’è una promessa di matrimonio per la ragazza e tutti sono favorevoli, tranne la madre. Addirittura il rabbino telefona per convincerla. Quando una ragazza è pronta per il matrimonio (molto presto), tutta la comunità si preoccupa perché il matrimonio avvenga, se il “promesso sposo” è un giovane membro della comunità (non importa quanto imbranato).
Pare che la matchmaker svolga un compito apprezzato e anche disinteressato per il bene delle fanciulle in fiore e dei giovani riccioluti.
Alla fine, sotto una pioggia scrosciante, la madre è contenta, felice di aiutare il ragazzo timido, impacciato, che ha cercato di avvicinarsi alla figlia.
Al ragazzo è caduto il cappello sotto la pioggia; la madre di Lea lo raccoglie e glielo porge. Ed è felice, ha risolto il suo dubbio, la sua esitazione.
Il senso è: la comunità ha ragione, quando è il momento (assai presto) una ragazza deve sposare un giovane che piace a lei (ma non ha molta scelta, anche perché non frequenta i coetanei) e alla comunità.
Ecco perché si può accettare il divorzio, perché il matrimonio non è stato un errore del singolo ma della comunità.
È evidente che con la frase precedente mi sono lanciato in un campo che ignoro, per cui ammetto che potrebbe trattarsi di una grossa sciocchezza e chiedo venia.
Meglio attenermi a ciò che vedo sullo schermo del televisore.
La figlia guarda attraverso la vetrina, ha visto il gesto della madre ed è felice, perché quel ragazzo, che a mala pena conosce, le piace.
Questo mi sembra il senso del film.
La regista non ci spiega tutto nei dettagli, giustamente ci lascia immaginare i sentimenti e i pensieri che trapelano dai volti. Il film, piccolo o grande che sia, deve farlo lo spettatore nella sua mente.

I sentimenti e i pensieri sono semplici, irripetibili in una società avanzata e laica; possono portare, quando non incanalati nel verso giusto, tanta, tanta infelicità.
Nel film questo mondo regge e trasmette un senso di dolcezza, non so se corrispondente a ciò che realmente accade in quella particolare, particolarissima comunità.
Certamente è un mondo di sentimenti e di relazioni a cui la regista crede fortemente, a cui è fortemente legata, come ha dimostrato anche nel film precedente.
Per lei i conflitti si dissolvono con l’affetto, con il rispetto delle tradizioni, con l’adesione profonda alla fede.
Propone un modo di vivere alternativo alla modernità, che per noi è irrinunciabile, anzi, più che proporre, rappresenta quel mondo, senza l’arroganza che a volte contraddistingue la fede religiosa, politica o di altro tipo (è generalmente impossibile parlare con un vegano).

Per questo, pur non condividendo la sua visione, merita rispetto.

Nota

Gianluca Cecere (gianlucacecere.it) mi ha inviato la precisazione seguente.
“Il locale è un negozio di candele. Nella tradizione ebraica sono diverse le occasioni nelle quali vengono utilizzate, come in occasione di ogni Shabbat, dove all’inizio di questa celebrazione vengono accese due candele e soprattutto per Hanukkah (festa delle luci) dove una volta al giorno, per otto giorni, viene accesa una candela di un candelabro a nove bracci (la nona viene usata per accendere le altre)”.
Grazie Gianluca