(7 luglio 2021 h 18.15).
Cinema Principe Firenze – Viale Giacomo Matteotti

Non sempre la trasposizione cinematografica dei fumetti è una buona idea. Anzi, quasi sempre il risultato è deludente.

Il motivo credo sia il seguente: un buon fumetto è un film. Cambia il supporto – la carta al posto dello schermo – ma c’è tutto: le immagini, il movimento, il suono.
Se il disegnatore è bravo, le immagini si muovono – ovvio – nella mente del lettore; per il suono è più difficile: il testo deve risuonare e non tutti i fumettisti uniscono all’abilità nel disegno la padronanza della lingua che consente ai loro testi di essere vivi.
In questo il toscano Gipi (Gian-Alfonso Pacinotti, nato a Pisa nel 1963, domiciliato per alcuni anni a Parigi, attualmente a Roma) è agevolato, perché in possesso di una lingua piacevole all’ascolto – è molto loquace nelle interviste, nelle presentazioni – e della capacità di utilizzare un registro differente e coerente per ogni personaggio.
Disegna scene che sarebbe difficile riprendere allo stesso modo con la macchina fotografica, corpi che si attorcigliano e s’intorcigliano nella lotta, con strane angolature, da punti di vista inusuali.

Oltre che grande disegnatore, Gipi è scrittore e immette, forse senza volere, la sua lingua nei personaggi, a volte in conflitto con le storie che racconta.
In La terra dei figli (mi riferisco al fumetto) ci sono due «accidenti a te!» e un «noi s’era venuti per questo», pronunciati da uno dei due fratelli in momenti di tensione.
A questo punto, nel film che mi facevo nella mente mentre leggevo, il ragazzo parlava con accento toscano e con la voce di Gipi (anche se molto più taciturno e sintetico).
Poi ho dovuto cambiare voce (come si fa con Siri o col TomTom) perché mi sembrava impossibile che un ragazzo nato e cresciuto in una palude piena di veleni e di cadaveri, dopo un disastro che ha determinato la fine della civiltà, potesse parlare come se fosse cresciuto all’ombra della Torre pendente o avesse risciacquato i panni, o i cenci, in Arno.
Ho pensato che le due espressioni toscane fossero un indizio della identificazione dell’autore con il figlio che teme di essere stato rifiutato dal padre e, in una situazione pericolosa, affronta altri rischi perché vuole sapere che cosa suo padre pensava di lui, vuole sapere se dietro la scontrosità del padre defunto ci fosse amore o odio.
Per togliersi questo dubbio, che lo rende umano in un mondo imbestialito, può accettare il rischio di finire con la faccia mangiata.

«Voi sapete leggere?» chiede il ragazzo al “boia” dopo essere stato catturato. È la prima cosa a cui pensa: prima della paura della morte, la paura della vita senza amore.
La domanda lo salva.

Gipi autorizza l’ipotesi, basata su un indizio (il supposto accento toscano del ragazzo), della sua identificazione con il personaggio, perché mette sempre molto di sé, con onestà e senza difese, nelle storie che racconta.
Uno dei gemelli Testagrossa dice «gnuda» per «nuda», «puppine» per «seni piccoli», «te lo dice di parole sue» per «te lo dice a parole sue».
Questo significa che anche nei personaggi negativi, nei più cattivi di tutti, mascherati dietro una dolcezza ipocrita, c’è un po’ dell’autore?
Certamente è così.
Anche nella ragazza c’è un po’ dell’autore, dal momento che dice «forse dall’altra parte del lago c’è gente a modo». Se dicesse «gente a modino» entrerebbero nello scenario apocalittico le mie vicine di casa.
Pare che Flaubert abbia detto: «Madame Bovary c’est moi».

Qui dovrei commentare il film come se fosse indipendente dall’opera originale, ma come si fa? Come si può trascurare il fumetto di cui La terra dei figli del regista Claudio Cupellini è il remake?
Non è possibile, soprattutto in considerazione della legge empirica fondamentale, che ho ben presente: il remake è sempre peggiore dell’originale.
Non mi viene in mente un remake che fosse preferibile al film rifatto (la mia competenza è limitata), o che non fosse deludente, anche perché di solito si rifanno capolavori, e i capolavori ci preparano la bocca, ci abituano alla qualità.
Non possiamo accontentarci, dopo avere gustato un vin santo invecchiato per almeno tre anni in caratelli di legno, non possiamo, come niente fosse, bere acqua colorata dolciastra con retrogusto alcolico da una bottiglia che porta l’etichetta mendace “vin santo toscano”.
Anche se fosse onesto, passabile, non potremmo accontentarci, dopo avere gustato il capolavoro.
Vale anche per il trasferimento dei fumetti sullo schermo.

Asterix è un grande fumetto, il film con Depardieu e Benigni è inguardabile; i peanuts di Charles Schulz sono geniali, i vari film e filmetti con Charlie Brown e compagni sono noiosi; i libri di Zerocalcare sono importanti, belli, interessanti e intelligenti, La profezia dell’armadillo, che si rifà a quei fumetti, è uno dei film più brutti e pallosi che ho visto nel 2018 (commento su questo sito).
Ho sperimentato, nell’infanzia, una sola eccezione a questa regola: i cartoni animati di Walt Disney.
Ricordo la gioia nel leggere i fumetti, ma anche la gioia quando, alla televisione, partiva la marcia di Topolino, il coro che imparammo subito a memoria, naturalmente in italiano.

«Come noi bambini – tu sei tanto piccolin / Micky Mouse – Micky Mouse – detto Topolin. / Rassomigli a tutti noi – sei furbo e birichin. / E perciò – noi gridiam – Viva Topolin!».

Si può ascoltare la versione originale, e avvertire la stessa gioia, nelle ultime scene di un film drammatico, in cui c’è poca gioia, tanta sofferenza: Full Metal Jacket di Stanley Kubrick.

«Who’s the leader of the club – that’s made for you and me / M-I-C-K-E-Y – M-O-U-S-E / … / Mickey Mouse – uauaua / Mickey Mouse – uauaua / Forever let us hold our banner high! / High, high, high!».

I soldati americani marciano con alle spalle gli incendi delle case, marciano e cantano, mentre la voce del protagonista conclude il racconto della sua terribile esperienza in Vietnam: «Sono felice di essere vivo e tutto intero. È vero, sono in un mondo di merda, vero, ma sono vivo, e non ho paura».

Questo finale dimostra quanta forza rievocativa di un’infanzia felice aveva quella marcetta, aveva quel coro, avevano i personaggi di Walt Disney.
Il mondo Disney era un mondo autonomo rispetto alla banale realtà in cui viviamo, un mondo governato da una sola divinità: la fantasia.

Fuori da quel mondo vale la regola empirica fondamentale prima citata.
Almeno credo.
La regola potrebbe essere un pregiudizio codificato, ma non posso farci niente: mi piacciono i fumetti di Gipi, in particolare La terra dei figli; dentro la sala del Cinema Principe, mentre sullo schermo scorrevano le immagini, nella mia testa si svolgeva in parallelo il film originale e facevo i confronti.
L’incipit, del fumetto e del film, è fenomenale: ci costringe ad andare avanti.

“Sulle cause e i motivi che portarono alla fine si sarebbero potuti scrivere interi capitoli nei libri di storia. Ma dopo la fine nessun libro venne scritto più”.

Per questo penso che Gipi, oltre che fumettista, sia uno scrittore, perché costringe, con quelle righe, ad andare avanti nella lettura.

Da tutta questa premessa si deduce che il film non mi ha pienamente convinto.
Ho apprezzato l’attore che interpreta il figlio e tutti gli altri, ho apprezzato l’ambientazione particolarmente curata e la fotografia.
Mi ha suscitato domande che mi hanno distratto.

Non parlo di estetica, di somiglianze tra i personaggi del fumetto come me li sono immaginati (corpi consumati: sculture di Giacometti) e gli stessi personaggi che si muovono sullo schermo, perché il regista ha il diritto e il dovere di differenziarsi dal disegnatore e di rappresentare i corpi come crede, dal momento che maneggia un materiale diverso.
Parlo di elementi fondamentali della trama.
Non ho capito la scelta di eliminare un personaggio.
Nel fumetto i due fratelli si aiutano a interpretare la brutta realtà in cui sono messi e si comportano in modo diverso nei confronti del padre.
Il maggiore è più tranquillo e pronto a sfruttare le possibilità che la vita, anche una vita di merda – come dice il marine del film di Kubrick – offre. In quella situazione riesce a innamorarsi.
Il minore è tormentato internamente e più deciso nel guidare le scelte dei due. È più piccolo ma prende l’iniziativa; l’altro lo segue, dando il suo contributo in momenti decisivi a fare la mossa giusta, perché non è offuscato dai tormenti psicologici del fratello. Tormenti che li spingono ad affrontare l’ignoto, lo spazio che il padre proibiva, alla ricerca di qualcuno che sappia leggere.
Il diario del padre è un problema per il figlio più piccolo, non per l’altro.
Non hanno nomi i due ragazzi; solo alla fine, nel fumetto, scopriamo che il minore si chiama Lino, ma nessuno lo chiama con questo nome.
Quando si cercano, i due fratelli si chiamano gridando «oooh!».
Nel film neanche alla fine il ragazzo ha un nome: questa mi sembra una scelta giusta.

Lino ha vissuto con sofferenza la differenza di atteggiamento del padre nei confronti dei due figli e si è chiesto: perché mio padre è così burbero con me?
Noi lettori capiamo che il padre è burbero perché è disperato, perché ricorda il passato, prima del disastro, e non vede un futuro degno di essere vissuto. È burbero perché vuole proteggere i figli.
Quando il figlio usa la parola amano («i pesci amano le trippe») si arrabbia. Non vuole sentire parole che richiamano cura, affetto, in un mondo dominato dall’odio, un mondo in cui il vicino, alla sua richiesta «come stanno i tuoi occhi?» risponde «non sei venuto per parlare dei miei occhi». Un mondo in cui non si piange, perché «se si piange un altro si approfitta».
All’interno di un’esperienza fortemente limitata e condizionata dalla necessità di pensare ogni momento alla sopravvivenza, il ragazzo ha ricavato una sensazione che l’ha addolorato.
Dice al fratello: «lui non ti schifa a te, perché sei nato normale, io, invece, sono nato con i piedi lunghi a lei (così parla il ragazzo) e le ho rotto la pancia».
Ha saputo che la madre è morta quando lo ha partorito e teme che il padre nutra per questo una sorta di rancore nei suoi confronti.
Di qui, dopo la morte del padre, il forte desiderio di conoscere i suoi pensieri, di trovare qualcuno che legga il suo diario.

Il padre non ha insegnato ai figli a leggere perché era deluso dall’umanità e non credeva alla trasmissione della cultura.
Tenere un diario nel cassetto gli serviva come sfogo, come compagnia nella solitudine, come ricordo; non credeva potesse servire ai figli conoscere il suo passato e i suoi pensieri.
Questo nel fumetto.
Il padre si preoccupava di insegnare ai figli a non fidarsi degli altri uomini, a non piangere, a essere duri, ad applicare le regole di sopravvivenza (l’animale ucciso dev’essere sventrato prima che la mosca faccia i nidi, non bisogna fare la guerra con il vicino scorbutico e armato).
Nel fumetto il diario scritto dal padre rimane un mistero fino alla fine e non si risolve. È utilizzato dal “boia” per imbrogliare e fermare i fedeli al dio figo.

Nel film si immagina un testo, letto con intensità da Valerio Mastandrea (interpreta il boia), che risolve interamente il dubbio del ragazzo: il padre gli voleva bene e sperava che un giorno il figlio potesse leggere il suo diario (e allora perché non gli insegnava a leggere?).
Preferisco il mistero di quelle pagine, delle pagine sporche di inchiostro che Gipi riproduce nel fumetto: pagine e pagine di diario, una dopo l’altra, pagine e pagine; incomprensibili.
Probabilmente anche il padre non sapeva più scrivere e ripeteva quel gesto per trovare conforto da un ricordo (è una mia ipotesi).

Che cosa è scritto nel diario? Sembrano parole, ma sono indecifrabili; si vedono trattini, virgole, punti, parentesi; alcune righe si interrompono e vanno a capo, altre proseguono senza interruzione; sembra di scorgere elenchi, ma non c’è niente da fare: sono segni privi di significato che ricordano un’antica consuetudine, un mondo fondato sulla trasmissione delle parole di generazione in generazione.
Se l’umanità è stata così stolta da distruggere la civiltà, la scrittura non serve a nulla, o, forse, dovrà essere inventata di nuovo dai sopravvissuti, come tutto il resto: la solidarietà, l’amore, la fiducia nel prossimo.
La scrittura, senza l’umanità, è nulla.
A che serve conservare un diario se si sono distrutte intere biblioteche e si sono avvelenati o impiccati i lettori?

A me sembra che la conclusione consolatoria del film (il testo letto con intensità dal “boia” snasato Valerio Mastandrea) tolga di mezzo un enigma fondamentale, su cui la graphic novel si basa interamente: per quale motivo, a quale scopo il padre scriveva?

Gipi non dà la risposta; mostra le pagine: illeggibili.
Siamo noi lettori-spettatori a immaginare una spiegazione, non è l’autore a fornircela.
Io mi sono dato una risposta, non so se giusta, ma credo non esista la risposta giusta.
Il padre, pover’uomo, aveva bisogno di ricordare, la sera, prima di andare a dormire, la vita precedente alla catastrofe, “quando i cani si tenevano sui tappeti, nelle case riscaldate, e non si mangiavano ma si accarezzavano”.
Oltre al ricordo, aveva bisogno di ripetere un gesto che si faceva una volta: scrivere in un quaderno.
Ogni sera si sedeva al lume di candela e sognava, si perdeva nei ricordi tracciando ghirigori, perché, poveretto, non sapeva più scrivere, da tempo aveva disimparato.

Forse il gemello Testagrossa, che legge qualche frase, e il “boia”, che racconta a Lino che cosa è scritto nel diario, le cose se le sono inventate, il primo per imbrogliare il ragazzo, il secondo per salvarlo.
Al “boia” – era in crisi e già la sera precedente voleva salvare il fratello di Lino, catturato e condannato a morte dai fedeli – è bastato vedere quel quaderno, avvertire l’esigenza del ragazzo, per ritrovare l’umanità. Gli dice ciò che chiunque direbbe a un ragazzo che chiede: «di me che dice mio padre?».
«Dice che rompi i coglioni, ma ti vuole tanto bene lo stesso».
O forse il padre sapeva scrivere ma non voleva che i figli leggessero perché non credeva servisse ai sopravvissuti, ai nati dopo il disastro, ai suoi figli, come non era  servito a quelli che si erano avviati verso la rovina nonostante la scrittura, la lettura, i quaderni, le biblioteche, gli schermi dei computer, internet e tutto il resto.
Queste ipotesi, questi pensieri, questi dubbi vengono leggendo il fumetto, non guardando il film, che offre la sua soluzione, perché funziona in un altro modo.

Resta la domanda: perché rifare il fumetto al cinema?
Un’altra domanda su un dettaglio del film che mi ha disturbato: chi rifornisce di gasolio il motore della barca, tra l’altro senza preoccupazioni riguardo ai consumi?
Il ragazzo va avanti e indietro come se disponesse di una riserva inesauribile di combustibile.
Non si vede un minimo di attività industriale necessaria per estrarre, produrre, conservare e distribuire i prodotti petroliferi.
Nel fumetto Gipi fa muovere la barca a forza di remi, nel film dispongono di un motore perfettamente funzionante, dopo tanti anni e senza avere subito revisioni e controlli (non c’è un’officina meccanica nei dintorni).

Anche nel fumetto c’è un’assurdità: l’accendino, per funzionare, richiede il gas e, di solito, si guasta dopo poche settimane di utilizzo. Non si vedono venditori ambulanti da cui rifornirsi.
A parte gli scherzi: i fumetti e i film distopici (un sottogenere della fantascienza) richiedono rigore per consentire allo spettatore di immergersi nelle storie senza farsi domande disturbanti.

Per evitare l’assurdità dell’accendino il regista ha sostituito i candelotti di dinamite con bombe a mano conservate.
Ha fatto bene, perché le bombe a mano non richiedono l’accensione della miccia (che, peraltro, se la dinamite finisce in acqua, si spegne). Però ha introdotto i motori, che nel fumetto non c’erano.

La conclusione del film è consolatoria, ma anche nel fumetto non è tutto nero.
In un mondo di odio, di violenza, di terrore, c’è l’amore tra i due fratelli, l’amore reciproco tra la “strega” e i ragazzi, l’amore che nasce tra il ragazzo più grande e la “schiava”, l’amore del “boia” snasato, che gli consente di ritrovare l’umanità perduta, l’amore del padre per i figli; quest’ultimo amore tenuto nascosto così bene dal padre da trasformarlo in un enigma che attraversa tutta la storia.
Non è consolatorio il fumetto di Gipi, però la carezza finale della strega sul volto di Lino consola.

Ammetto onestamente: il film, molto curato, mi avrebbe fatto migliore impressione se non fosse il remake di una graphic novel (come si chiamano ora) che ho apprezzato e mi è sembrata molto più complessa del film; certamente mi sarebbe piaciuto di più se non avessi letto l’originale.
Non posso farci niente: mi venivano i confronti e mi è sembrato subito che la legge fondamentale dei remake fosse confermata: La terra dei figli del regista Claudio Cupellini è un prodotto onesto ma, rispetto al fumetto da cui ha preso spunto, è deludente.