Le note seguenti sono più brevi delle altre, non perché considero poco importanti i film ai quali si riferiscono. Semplicemente: avevo meno cose da dire.
A volte non sono così brevi, ma, per un motivo o per un altro, del film parlo ancora meno del solito.
I titoli sono disposti in ordine di data (riferita a quando li ho visti). Scorrendo si trovano, nell’ordine seguente:

Boys (Davide Ferrario)
The Father – Nulla è come sembra (Florian Zeller)
C’era una volta a Hollywood / Once upon a time in Hollywood (Quentin Tarantino)
Il Signor Diavolo (Pupi Avati)
I fratelli Sisters / The Sisters Brothers (Jacques Audiard)
American Animals (Bart Layton)
La caduta dell’Impero Americano (Denys Arcand)
Il vegetariano (Roberto San Pietro)
Bohemian Rhapsody (Dexter Fletcher, Bryan Singer)
Rocketman (Dexter Fletcher)
Il professore cambia scuola / Les grands esprit (Olivier Ayache-Vidal)
L’agenzia dei bugiardi (Volfango De Blasi)
I tre volti (Jafar Panahi)
Paris pieds nus / Parigi a piedi nudi (Fiona Gordon, Dominique Abel)
Penguin Highway (Hiroyasu Ishida)
Una storia senza nome (Roberto Andò)

Boys – regia di Davide Ferrario

Cinema Odeon Pisa – 8 luglio 2021

Prendi quattro attori importanti, con i quali si va sul sicuro, perché hanno fatto sempre scelte interessanti.
In ordine alfabetico: Neri Marcorè, Marco Paolini, Giovanni Storti, Giorgio Tirabassi.
Prendi una ex modella, personaggio televisivo, attrice, famosa negli anni settanta e ottanta: Isabel Russinova.
Prendi una brava cantante, Saba Anglana, che ha collaborato a molti spettacoli di Marco Paolini.
Per le musiche prendi Mauro Pagani, il mitico Mauro Pagani della Premiata Forneria Marconi (PFM) e delle collaborazioni con Fabrizio De André (insieme a tante altre cose).

Inserisci questi artisti, ciascuno col proprio ruolo, in una storia non originale, nel senso che al cinema e alla televisione sono pane quotidiano il vintage, la giovinezza frenetica degli anni settanta, le vecchie chitarre elettriche, gli amori perduti e, dopo tanti anni, stranamente (nel senso che nella vita non succede) ritrovati, gli ultimi fuochi di artificio, un po’ spenti.
La trama, tutto sommato, è accettabile; si tratta di una commedia malinconica che potrebbe presentare spunti comici (c’è un terzo di Aldo Giovanni e Giacomo) e suggerire riflessioni profonde (c’è l’intero Marco Paolini) sul tempo che passa.
Il film potrebbe ambire ad accarezzarci la memoria in questa strana estate, nei cinema che hanno riaperto da poco e quasi non ci crediamo.
A ricordare il recente passato la richiesta del nome e del numero di telefono all’ingresso in sala; a terrorizzarci: la variante delta. La mascherina, sembra incredibile, è diventata un’abitudine. La pandemia sarà passata quando ricomincerà a darci fastidio e a sembrarci ridicola. Mi ricordo che all’inizio di questo disastro evitavo di uscire per non metterla: mi sembrava ridicola. È ridicola, anche se ora la metto senza pensarci.

Protagonista della storia un gruppo rock degli anni settanta, sopravvissuto, più o meno, negli anni duemila: “The boys”.
Il nome è inverosimile, a meno che fossero quattro ragazzotti velleitari, destinati a vendere le chitarre e le tastiere a qualcuno che ne capisse di musica un po’ più di loro e fosse disponibile a studiare, non solo a divertirsi.
Nella finzione cinematografica il gruppo è stato importante, famoso per alcuni anni.

I complessi italiani non avevano nomi così banalmente inglesi; si chiamavano: I camaleonti, I cugini di campagna, Il giardino dei semplici, Equipe ‘84, I Pooh, Gli alunni del sole, I giganti.
Nomi fantasiosi, generalmente italiani o, se in inglese, non banali.
Se doveva esserci boys nel nome, avrebbero inserito un aggettivo, tipo Bad Boys (cattivi), Mad Boys (pazzi) o un errore di grammatica, qualcosa che richiamasse l’attenzione, suscitasse curiosità.

I quattro naturalmente sono invecchiati – Neri Marcorè troppo poco per essere verosimile, ma sostituisce un fratello maggiore che si è buttato nel fiume e nessuno ci spiega per quale motivo (o mi sono distratto, come mi capita quando mi annoio).
Uno del gruppo ha problemi alla prostata, il batterista fa il notaio (non so quale dei due sia il guaio peggiore).
Un altro ha sposato una ragazza molto più giovane di lui ma non vuole collaborare alla produzione di nuovi abitanti del pianeta: pretende pillola e preservativo; inspiegabilmente cambia idea alla fine del film.

Il cantante chitarrista ha aperto un ristorante che si chiama Meat Balls.
Chiamare palle di carne le polpette fa passare l’appetito, potrebbe invogliare a mantenere una dieta rigorosa, non certo a entrare in un ristorante. Infatti le uscite superano le entrate e il ristorante rischia ogni momento di chiudere.

C’è una possibilità: un trapper ignorante e coglione di successo (nella rete, sui social, con i like) vuole fare una cover delle canzoni del gruppo, per dimostrare che esiste.

Tolte le scene degli anni settanta, interessanti per chi ha vissuto quell’epoca (non so se anche per gli altri), il resto è noia.
Non basta mettere insieme artisti importanti (attori, cantanti, musicisti) per fare un film importante. A volte, come in questo caso, il risultato è un film noioso.

The Father. Nulla è come sembra – regia di Florian Zeller

Cinema Odeon Pisa – 5 giugno 2021

Alzheimer.
Consiglio per i vecchi (quindi anche per me).
I primi sintomi dell’Alzheimer sono i seguenti: 1) perdite di memoria fino a non riconoscere persone familiari 2) sospetto di furti di oggetti che, in realtà, avete nascosto, a carico di persone insospettabili 3) vi sembra che il mondo vi sfugga («Qualcosa di strano succede»).
Quando i primi sintomi si verificano non bisogna cullarsi nell’illusione («Passerà»).
Non passerà.
I sintomi non passeranno da soli o con le medicine. Si aggraveranno e rovineranno la vita delle persone che vivono intorno a voi.
Dunque non bisogna aspettare: non appena appaiono i primi segni e lo stato di coscienza è alterato per una parte del tempo, bisogna sfruttare la parte ancora buona, che si ridurrà drammaticamente, per trovare l’unica soluzione possibile: un istituto, una clinica, pubblica o privata, una residenza per anziani di propria scelta alla quale dare la pensione, ottenendo in cambio l’assistenza di persone competenti, che svolgono quel lavoro per vocazione, ma anche per prendere uno stipendio.
Aspettare è pericoloso, incaponirsi nella pretesa di restare nella propria casa o farsi assistere dalla famiglia vuol dire pretendere, ora che la propria vita è rovinata dalla malattia, di rovinare anche la vita di chi ci sta vicino.
I nostri famigliari, per quanto ci vogliano bene, non possono fare niente per aiutarci: solo rovinare la propria vita.
Questo ho capito dalla mia esperienza e dai film che ho visto sull’argomento, fra i quali The father, uno splendido film, asciutto, che evidenzia come la realtà non sia una: non è una quando ci confrontiamo tra persone che stanno bene in salute, figuriamoci quando l’altra persona si è imbarcata su una navicella spaziale per un viaggio che non si sa quanto potrà durare.
Meglio aspettare che il nostro albero perda tutte le foglie, come dice il grande Anthony Hopkins verso la fine del film, assistiti da una persona estranea, che non si rovina la vita per noi e ha la sua competenza e il suo orario di lavoro.
Se succede, lo dico anche a me stesso, non c’è altro da fare.
Attenti vecchi! A noi compete fare la scelta giusta, in tempo, per completare dignitosamente una lunga vita.
Se siamo stati imbarcati su un’astronave che viaggia alla velocità della luce verso il fondo dell’universo, non c’è niente da fare: sarà quel che sarà.

C’era una volta a Hollywood / Once upon a time in Hollywood – regia di Quentin Tarantino

Cinema Teatro Odeon Firenze – 18 settembre 2019

Quentin Tarantino ha deciso di farci sognare.

Non è il primo; si può dire che tutti i registi ci raccontano favole, ma lui lo fa in un modo particolare: immagina e ci fa immaginare un andamento diverso di fatti storici o di cronaca nera.

In Bastardi senza gloria immaginava, e ci faceva sognare, che una ragazza ebrea potesse arrostire le belve naziste, compreso il capo branco (Hitler), in un unico falò, in un cinema di Parigi occupata, anticipando la fine della guerra.
Purtroppo non è andata così, però per un momento ci siamo liberati dell’oppressione della realtà e abbiamo sognato che i veri bastardi senza gloria, i capi nazisti, fossero bruciati vivi quando erano nel pieno del potere, in un cinema di Parigi.

In Once upon a time in Hollywood un’altra favola, un altro sogno, su una storia di cronaca nera che ci sconvolse tutti.
Nel film le belve di Charles Manson sono bloccate, uccise, da uno stuntman, dal suo cane (non credevo che un pittbul potesse risultarmi così simpatico) e da un attore sul viale del tramonto che, ricordando il suo personaggio di maggiore successo, usa in modo utile un lanciafiamme.
Anche questa volta bisogna dire che purtroppo non è andata così: le belve di Manson, nell’estate del 1969, non trovarono sulla propria strada uno stuntman, un pittbul e il lanciafiamme di un attore in declino.

In questo film Quentin Tarantino ha costruito il sogno all’interno di una ricostruzione dettagliata di un mondo fantastico che è stato reale: la grande industria cinematografica statunitense e, in parte, italiana di quegli anni.

Un film assolutamente godibile, pieno di riferimenti e di cammei che mandano in sollucchero i cinefili.

La scena più divertente? Lo stuntman dà un lezione di lotta vera, non cinematografica, a Bruce Lee.

Il Signor Diavolo – regia di Pupi Avati

Cinema Odeon Pisa – 3 settembre 2019

Se volete avere paura al cinema, non vi accostate alla ditta “von Trier” o alla ditta “Jarmusch”.
Vi faranno solo ridacchiare: il primo senza volere (sembra non accorgersi del ridicolo), il secondo di proposito (si spera).

Se volete tornarvene a casa con un po’ di paura (soprattutto dei luoghi bui), rivolgetevi alla vecchia ditta “Pupi Avati & P”, dove P sta per parenti, non per “altri Pupi” (fratello e figlio hanno collaborato alla sceneggiatura).

La paura dipende dalle esperienze di ciascuno.

Per esempio: le credenze superstiziose della vita cattolica contadina nel Veneto degli anni ‘50 mi hanno lasciato del tutto indifferente.
Sono credenze superate da tempo: l’ostia calpestata involontariamente che si vendica causando guai, l’ostia data in pasto al verro per maleficio, il diavolo nascosto in un ragazzo deforme, il morto che sfoglia le pagine di un quaderno per dare un segno della sua presenza a un amico; sono cose a cui non crediamo più (veramente, la mia generazione non ci ha mai creduto).

A me ha fatto paura, all’inizio, l’immagine del bambino chiuso al buio per punizione, ripresa, alla fine, nella scena più agghiacciante di tutte.

Non ho vissuto questa esperienza, per fortuna – non sono mai stato realmente chiuso al buio per punizione – forse solo nella fantasia terrorizzata di un bambino discolo.

I fratelli Sisters / The Sisters Brothers – regia di Jacques Audiard

Cinema La Compagnia Firenze – 10 luglio 2019

Nel cinema non s’inventa niente, per cui non è strano e non è una critica ritrovare in questo film le cavalcate, i sentieri selvaggi, le sfide “all’O.K. Corral” (western americano classico), i primi piani dei volti sudati (western all’italiana), i sognatori e gli spietati (Sergio Leone), il vomito, l’amputazione del braccio (Quentin Tarantino; è relativamente giovane, ma non ci ha messo niente a diventare un classico), fino, in conclusione, alla mamma rude e affettuosa, minacciosa e divertente, di Trinità.

Di specifico, mi sembra unico, c’è la dolcezza del personaggio interpretato da John C. Reilly (Eli Sisters), che non perdona con la pistola, prende a pugni un cadavere nella bara per essere certo che l’uomo sia veramente morto, ma non dimentica la maestrina che gli ha donato per ricordo uno scialle con una goccia di profumo, uno scialle rosso che avvolge con cura e mette sotto la testa, dopo averlo annusato profondamente, prima di addormentarsi sulla nuda terra, dove può capitare, dormendo con la bocca aperta, di ingoiare uno scarafaggio, risvegliarsi con il volto gonfio e vomitare (in questo film si vomita molto) grumi di sangue.

Mi incuriosiva cercare l’espressione di Ollio sul volto di Eli Sisters: John C. Reilly è indubbiamente un grande attore.

Se, fra Commodore e Mayfield, nel selvaggio West si viveva in quel modo, non meraviglia che uno dei killer, mi sembra si chiamasse Rex, inviato a uccidere i fratelli Sisters, quando è a terra e sa che Eli sta per ammazzarlo, reagisca con un bel sorriso: finalmente un po’ di riposo!

American Animals – regia di Bart Layton

Due coglioni fuori di testa convincono due ragazzi intelligenti ma influenzabili a fare una cazzata.
Si annoiano, sognano di diventare milionari, per poco non diventano assassini.
Alcune scene di uno squallore infinito (la povera bibliotecaria!).

Se la gioventù americana è in queste condizioni, assisteremo presto alla caduta dell’Impero Americano.

La caduta dell’Impero Americano – regia di Denys Arcand

Cinema Spazio Uno Firenze – 4 maggio 2019

Solo un regista che hai amato può deluderti.
Niente a che vedere con il capolavoro: Le invasioni barbariche.

Il protagonista è un giovane che, all’inizio del film, dice di essere troppo intelligente per poter diventare ricco.
Nel seguito dimostra di essere un coglione.

Stessa conclusione del commento precedente.

Il vegetariano – regia di Roberto San Pietro

Cinema Teatro Odeon Firenze – 3 giugno 2019

Mi piacerebbe avere la fede di un bramino.
Dev’essere riposante accettare tutto ciò che viene – anche il sopruso, la sofferenza, l’ingiustizia – credere nella metempsicosi, essere capaci di sacrificarsi per una mucca.

Bohemian Rhapsody – regia di Dexter Fletcher, Bryan Singer

Francamente, se voglio ascoltare i Queen, vado su YouTube e scrivo bohemian rhapsody o freddie mercury (non queen, per evitare il discorso della corona).

Rocketman – regia di Dexter Fletcher

Francamente, se voglio ascoltare Elthon John (improbabile), aspetto che muoia un suo amico importante o una principessa.

Il professore cambia scuola / Les grands esprit – regia di Olivier Ayache-Vidal

Cinema Spazio Uno Firenze – 7 febbraio 2019

Non riesco a commentarlo. Troppo legato a una grande parentesi della mia vita passata. Ho chiuso la parentesi.

Ricomincio da tre (Massimo Troisi).

«Perché devo ricominciare da zero, se tre cose le ho fatte bene nella vita?»

Grazie Massimo

L’agenzia dei bugiardi – regia di Volfango De Biasi

Cineplex Pontedera – 20 gennaio 2019

Meglio una bella bugia o una brutta verità?
I titolari dell’agenzia dei bugiardi non hanno dubbi a riguardo, e forse non hanno tutti i torti.
Una bella bugia: commedia all’italiana, divertente.
Una brutta verità: non bastano un’idea e buoni attori per fare un film comico; serve anche una sceneggiatura adeguata.

I tre volti – regia di Jafar Panahi

Flora Atelier Firenze – 8 dicembre 2018

La vicenda raccontata nel film si svolge in Iran, l’antica Persia, un paese in cui i fanatici hanno fatto diventare legge dello stato i dettami arbitrari di una religione.
In questo contesto, fare il regista non asservito alla stupidità della cricca dei religiosi dominanti è già di per sé un gesto artistico, un gesto di libertà, di coraggio.

Paris pieds nus / Parigi a piedi nudi – regia di Fiona Gordon, Dominique Abel

Perché quel titolo?

La protagonista va in giro per Parigi a piedi, ma non a piedi nudi.
Forse l’espressione “pieds nus” ha un secondo significato che non conosco, ma il titolo italiano ne ha uno solo e non corrisponde a ciò che accade nel film.
Il miglior titolo è l’inglese Lost in Paris (Perduta a Parigi).

Penguin Highway – regia di Hiroyasu Ishida

Cinema Teatro Odeon Firenze – 21 novembre 2018

L’animazione è il nuovo linguaggio cinematografico; i giapponesi e i napoletani sono all’avanguardia (Gatta Cenerentola, prodotta da Mad Entertainment).

In questo film si vede un po’ del futuro: i bambini giocano a scacchi, annotano su quadernoni, con i bellissimi caratteri della scrittura giapponese, le proprie osservazioni, le ricerche sulla realtà che li circonda, le ipotesi e il metodo per arrivare a un risultato; si pongono continuamente domande.
Per esempio: quale fenomeno fisiologico determina la mia attrazione per le tette di una ragazza grande? A che punto arriverò, continuando a costruire la mia intelligenza, tra qualche migliaio di giorni, quando sarò adulto?

«Ho l’impressione che Dio si stia divertendo», dice la ragazza venuta da un altro mondo in seguito a una interruzione spazio temporale; fisica quantistica, teoria della relatività.

Cose difficili e affascinanti. Nei primi dieci minuti di una conferenza di Einstein tutti capivano; nei dieci minuti successivi capivano solo Einstein e Dio. Passati venti minuti dall’inizio, capiva solo Einstein.
Anche Dio si arrendeva e s’iscriveva a un corso di fisica per cercare di capire meglio la sua creazione.

Un po’ succede anche a noi in questo film (non di iscriverci a Fisica perché non siamo più in tempo, ma di arrenderci).
Accontentiamoci: la grafica è bellissima; se non si riesce a seguire la trama è consigliabile lasciarsi andare allo scorrere delle immagini.

Una storia senza nome – regia di Roberto Andò

Cinema Alfieri Firenze – 20 ottobre 2018

Il film prende spunto dal seguente fatto di cronaca.

Nel 1969 la Natività di Caravaggio fu rubata dall’Oratorio San Lorenzo di Palermo; non è stata più ritrovata.
La Commissione parlamentare antimafia, presieduta dall’onorevole Rosi Bindi, svolse un’inchiesta, i cui risultati furono esposti dalla presidente.

Palermo (Askanews, pubblicato il 30 maggio 2018).
Onorevole Rosi Bindi: «Dalla nostra inchiesta emerge che il quadro non sarebbe andato distrutto, come per molto tempo si è pensato, ma che ancora una volta la mafia si è comportata da mafia. Badalamenti non credo capisse molto la bellezza della Natività del Caravaggio, ma ne ha intuito immediatamente il valore economico. E quindi, grazie ai suoi rapporti con la Svizzera per problemi di droga e di riciclaggio del denaro, intercetta un mercante d’arte che si commuove davanti all’opera ma la fa a pezzi per poterla poi vendere, e la mafia ne ricava una consistente somma di denaro. La nostra inchiesta arriva fin qui, ma è sufficiente per riaprire una inchiesta giudiziaria, cosa che la Procura di Palermo ha fatto, potendo avvalersi del contribuito dell’Arma dei carabinieri e in particolare del Nucleo Tutela del patrimonio culturale del Paese.»

Dunque: una fonte autorevole, la Presidente di una Commissione parlamentare, ci dà le seguenti informazioni.

Primo punto: Il furto è stato commesso dalla mafia (non sappiamo se su commissione).

Secondo punto: la Svizzera si rapporta tranquillamente con la mafia; il mafioso Badalamenti utilizza la Svizzera per risolvere problemi di droga e di riciclaggio del denaro (l’ha detto Rosi Bindi); ce n’è abbastanza per organizzare una missione umanitaria in Svizzera, su mandato delle Nazioni Unite, per aiutarla a liberarsi da tutte le connessioni e connivenze con la mafia. Dal momento che queste connessioni e connivenze minano la democrazia, sarebbe l’applicazione del principio: “Esportiamo la democrazia in Svizzera”.
Giacché ci siamo, una volta messa la Svizzera sotto tutela, allentiamo il segreto bancario che, se è troppo rigido, nasconde segreti inconfessabili.

Terzo punto: ci sono in giro mercanti d’arte che hanno l’animo sensibile: si commuovono davanti a un capolavoro, trascurando il fatto che si tratta di un quadro rubato. La sensibilità non impedisce loro di fare a pezzi l’opera rubata (tra le lacrime) per aiutare i delinquenti – dietro lauto compenso, incassato piangendo – a trasferirla in posti dove è più sicura la vendita.

Che cosa è successo dopo questa relazione? Missione umanitaria: zero; arresto del mercante sensibile: non mi sembra; ritrovamento del quadro: zero.

Il film? Noioso.