(14 settembre 2021 h 17.30)
Cinema Principe Firenze – viale Giacomo Matteotti

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Non poteva essere un omaggio a Eduardo Scarpetta.
Come si può, nel 2021, omaggiare un autore attore che, se fosse vivo, cadrebbe certamente sotto le grinfie del meetoo?
Lo appenderebbero al vecchio pino domestico delle cartoline di Napoli e del golfo (con il Vesuvio a fare da sfondo), e non avrebbero tutti i torti. Non potendo impiccarlo proprio a quel pino, purtroppo abbattuto negli anni ottanta, utilizzerebbero allo scopo il nuovo pinus pinea, piantato nello stesso posto da Lega ambiente.
Uno meno politicamente corretto, meno umanamente difendibile, di don Eduardo Scarpetta, anche ai suoi tempi, non c’era sulla scena del teatro napoletano.

Si faceva tutte le donne con cui entrava in contatto, nel teatro e nelle sue ricchissime dimore, costruite con i proventi di capocomico e autore di grande successo.
Con una farsa, Na santarella, una sola, divertentissima, si costruì una villa sfarzosa al Vomero e all’ingresso fece apporre, con grandi lettere in rilievo, la scritta: Qui rido io.
Aveva sposato Rosa De Filippo, una bella ragazza che, si raccontava, era stata “compromessa” dal re Vittorio Emanuele II, di passaggio a Napoli.
Eduardo aveva accettato come proprio il “figlio del re”, Domenico, l’unico dei suoi figli che non lo seguì nella vocazione teatrale.
Si diceva che per questo matrimonio, che toglieva il re dall’imbarazzo, avesse ricevuto i soldi necessari per mettere a posto il Teatro San Carlino e per farsi una compagnia propria.
Una volta, dal pubblico, partì un grido: «Onn’Eduà, tənìtə e cornə!» («Don Eduardo, avete le corna!»).
Senza scomporsi rispose: «Sì, ma so cornə d’oro».

Questo si raccontava a Napoli, come viene riferito da Peppino De Filippo nella sua autobiografia, Una famiglia difficile (Ed. Marotta, lire 14.000), a cui  il film fa riferimento e anch’io farò spesso riferimento in questo commento.
Oltre alla famiglia legittima, frutto di un accordo con la moglie, aveva formato e manteneva altre famiglie, tra le quali una con la nipote, figlia del fratello di Rosa: Luisa De Filippo.
Da lei aveva avuto tre figli: Titina, Eduardo e Peppino. Sono i grandi attori che abbiamo conosciuto direttamente, attraverso teatro, televisione, cinema, libri (tra i quali metterei soprattutto i meravigliosi volumi della Einaudi nella Collezione di teatro diretta da Paolo Grassi e Gerardo Guerrieri).
Luisa era la sarta della compagnia.
Don Eduardo, dopo lo spettacolo, la chiamava in camerino per riparare un bottone scucito.
Galeotto fu il bottone e chi lo scucì …
I tre De Filippo, figli illegittimi, a quei tempi privi di diritti, mantenuti dal padre, erano chiamati “i figli del bottone”.

Titina e Eduardo cominciarono presto a lavorare in teatro con il padre in Miseria e Nobiltà, nella parte di Peppeniello (Titina truccata da maschietto).
Peppino, più piccolo, era stato messo a balia a Caivano, un paesino di campagna tra la provincia di Napoli e la provincia di Caserta.
Nell’autobiografia prima citata Peppino De Filippo racconta con nostalgia il mondo contadino che conobbe nei primi cinque anni di vita, la libertà di correre sguazzando nelle pozzanghere, l’affetto per la balia e per l’agnellino che lo seguiva sempre e dormiva accucciato ai suoi piedi.
Scoprì anche la crudeltà di quel mondo, la crudeltà della vita, quando l’agnellino fu affidato all’uomo incaricato di sgozzarlo per essere sacrificato alla gloria del Signore risorto.
Per Peppino fu crudele anche il ritorno in città, nella casa dove “lo zio” cresceva la seconda famiglia.
Non c’era più la libertà dei campi, non c’erano gli animali, c’era quell’uomo autoritario che non si capiva bene chi fosse.
Nel film è molto bella la parte dedicata a Peppino, a quel bambino paffuto, sereno, che corre avanti e indietro, si abbraccia alla balia contadina, si rabbuia quando è costretto nella casa in città e guarda con espressione di astio e di paura lo “zio” a cui è obbligato a baciare la mano.
L’attore che interpreta il bambino è veramente bravo.
Dovremmo chiedere a Luisella De Filippo e alle altre se furono attratte dalla personalità di don Eduardo (dalla bellezza francamente è da escludere) per mettersi in una situazione che a quei tempi era assai difficile, o cedettero alla violenza esercitata brandendo il denaro, la possibilità di vivere in una casa ricca, di mangiare con abbondanza.

Questa parte del racconto mi spiega un’impressione che, giuro, ho sempre avuto, anche prima di leggere il libro e di vedere il film: l’ombra di malinconia che accompagnava Peppino De Filippo, quando faceva Pappagone, le farse comiche all’antica, la spalla, geniale, di Totò, Il malato immaginario di Molière.
Molti altri furono i figli che don Eduardo ebbe fuori del matrimonio.
Si diceva fosse il padre di Ernesto Murolo, poeta napoletano, autore di bellissime canzoni che abbiamo conosciuto principalmente attraverso la voce del figlio, Roberto Murolo, grande cantante e chitarrista.
Non si poteva, non si può, omaggiare l’uomo Eduardo Scarpetta, anche perché viene il sospetto che approfittasse della ricchezza per conquistare ragazze povere.
Teniamo presente che a quei tempi, soprattutto a Napoli, i poveri – una larga fetta della popolazione – vivevano in ambienti stretti, sporchi, umidi, privi di servizi e facevano fatica a soddisfare i bisogni primari, primo fra tutti: la fame.

Non sappiamo, non possiamo metterci a giudicare a posteriori, condannare o assolvere chicche e sia (direbbe Totò).
Peppino De Filippo, lui sì, aveva il diritto, perché era il figlio, conosceva le cose da vicino e aveva molto sofferto per colpa sua.
Arrivato in quella casa quasi da estraneo, non ebbe il tempo di abituarsi, come il fratello e la sorella, al clima malsano che vi regnava; nella sua autobiografia ha parole di pietà per la madre – la povera Luisella non aveva finito la terza elementare – e di condanna senza mezzi termini per il padre, a cui si riferisce chiamandolo sempre, solo, Scarpetta.
Quell’uomo sapeva far ridere i suoi contemporanei. Sapeva far ridere anche i posteri, lo sappiamo bene, sebbene siamo rimasti in pochi a capire certe battute, a cogliere certe sfumature profondamente legate alla conoscenza della lingua napoletana (conosco due figli di napoletani che vivono a Napoli e da piccoli dicevano “babbo” e “mamma”, come se fossero nati a Firenze).
Eduardo Scarpetta sapeva far ridere gli altri – non è cosa da poco – tanto da dover specificare, sulla targa della villa al Vomero: qui rido io.

La ricostruzione dell’ambiente, del periodo storico, è perfetta, emozionante.
È come se avessi visto un film sulla Divina Commedia diretto da Giovanni Boccaccio, interpretato da un figlio di Dante, pochi anni dopo la sua morte, quando le vicende di Ciacco, di Ugolino, di Francesca da Rimini e Pia dei Tolomei erano presenti nella memoria viva, nella immaginazione del popolo, non solo nella mente degli intellettuali e degli studenti di liceo.
Tutti i protagonisti di questo film, tutti coloro che, nelle varie epoche, fino alla attuale, hanno collaborato alla sua realizzazione, compresi gli attori, fra i quali un propronipote di Eduardo Scarpetta, tutti appartengono alla tradizione che ha come fulcro il teatro napoletano.
Una rappresentazione che si svolge in un’area che circonda la città di Napoli, mare e isole comprese.
Quali sono i confini di quest’area?
Non si sa.
Si tratta di confini fisici approssimativi ma, soprattutto, di confini linguistici, che, per definizione, viaggiano insieme agli uomini, non sono determinati da paletti e da fili spinati.
Chi ha sentito alla nascita il suono delle campane di St Mary-le-Bow, a Londra, è cockney e parla, se vuole, un inglese particolare, molto fantasioso (per esempio, i cockney non dicono “a cup of tea” ma “a cup of Rosa Lee”).
Chi ha sentito parlare in napoletano prima di nascere, nella pancia della madre, non appena è stato in grado di percepire un suono, è napoletano. Anche se il padre era un soldato di colore, americano, sparito nel nulla, non è solo un figlio di padre ignoto, come sarebbe se fosse nato a Milano, è uno scugnizzo come tanti, con una particolarità, su cui vale la pena scrivere una canzone: è nirə nirə, nirə nirə comm’acché (nero nero, che più nero non potrebbe essere).

La lingua definisce i confini, approssimativi, nel tempo e nello spazio, del teatro napoletano.
Quella lingua che ora, in bocca a giovani che dicevano “babbo” e “mamma”, o, ancora peggio, a bambini che dicono “mami” e “papi”, sta diventando sciapa, sempre meno precisa e avvolgente; a Firenze il pane sciapo è il pane senza sale.
Così dev’essere. Razionalmente mi dico: non c’è niente da fare, niente di cui lamentarsi. Però non sempre si riesce a essere razionali.

In questo teatro che, per tanti motivi, non solo linguistici, si va scolorando, si svolgevano commedie, ma anche tragedie, una continuazione (per dire “continuamente, senza interruzione” i napoletani dicono così: una continuazione).
Si svolgevano in un clima che viene chiamato napoletanità (scusate se non vi piace, come non piace a Mariarosa Mancuso).

Sulla scena, nella seconda metà dell’ottocento, c’erano i residui della commedia dell’arte, sebbene in esaurimento.
Tenete presente: maschere, canovaccio, recita a soggetto, improvvisazioni, lazzi, smorfie, capriole, reazioni esagerate.
Per ottenere il favore del pubblico si spingeva sulla pancia della gente, come molti politici attuali per farsi votare.
Scarpetta impresse un cambiamento a questo modo di fare teatro; si ispirò al genere allora in voga: la pochade, commedia brillante, piena di intrighi e colpi di scena; traduceva i suoi testi dal francese, facendoli diventare napoletani.
Il suo senso dell’umorismo, come autore e come attore, basato sull’intelligenza e sulla lingua, faceva il resto.
C’era una specie di patto tra lui e il pubblico: io vi do dei suggerimenti, a volte sottili, a volte grossolani, voi li cogliete al volo.
I napoletani colgono al volo, e hanno una lingua di per sé umoristica: a volte una cosa qualsiasi, detta in napoletano, fa ridere.
Eduardo Scarpetta voleva superare Pulcinella dei fratelli Petito e sostituirlo con Felice Sciosciammocca; ma anche lui lo concepiva come una maschera.
Voleva sostituire una maschera con un’altra più evoluta, più moderna e pretendeva che il figlio Vincenzo (unico legittimo) si limitasse a ripetere il suo schema. Naturalmente al figlio non poteva bastare, doveva “ammazzare” il padre, soprattutto quel padre così tirannico da spargere senza ritegno il proprio seme per più generazioni.
Ma per “ammazzare” il padre occorre talento, una dote che era piovuta in maggiore quantità su un altro figlio.
Anche agli intellettuali napoletani non poteva bastare.
Nel film sembrano una massa di invidiosi, pettegoli e organizzatori di insuccessi teatrali programmati allo scopo di distruggere un autore.
In realtà erano il fior fiore della letteratura partenopea dell’epoca (basti pensare a Salvatore Di Giacomo, a Libero Bovio, a Roberto Bracco, a Ferdinando Russo); volevano costruire un Teatro dell’arte in opposizione al Teatro comico, un teatro che rappresentasse, riflettesse la realtà.
Così, per esempio, contrapponevano Assunta Spina di Salvatore Di Giacomo alle farse di Scarpetta.
Però molti intellettuali napoletani, escluso don Benedetto, fecero l’errore, per contrastare Felice Sciosciammocca, di appoggiare la pretesa di D’Annunzio di punire la parodia di una sua opera teatrale.
La figlia di Iorio era molto più lontana dalla realtà delle farse di Scarpetta.
Alla fine la vinse Scarpetta, anche grazie all’aiuto di Benedetto Croce, sebbene con una parodia che non è divertente e non meritava tanta fatica.

La figlia di Iorio è un mattone, Il figlio di Iorio non fa ridere; probabilmente l’intenzione di rifare D’Annunzio per prenderlo in giro aveva preso la mano a Scarpetta.
L’importante è che, alla fine, il tribunale sancì il diritto alla parodia.

Tempi antichi? Polemiche superate?
No. Daniele Luttazzi, qualche anno fa, dovette affrontare un processo per una sua parodia di Va’ dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro. La parodia di Luttazzi si chiama Va’ dove ti porta il clito.
Alla fine, anche in questo caso, la vinse la libertà di espressione, ma non ricordo grandi battaglie televisive in favore di Luttazzi, paragonabili alla persecuzione a cui fu sottoposto per avere tradotto le battute dei comici americani dimenticando di dire che non erano sue; la maggior parte dei letterati, tra i quali Guido Almansi e Omar Calabrese, si schierarono, in questo caso, dalla parte della libertà di parodia, che è libertà di parola.

Il buffo è che il vero erede, il figlio più bravo di Eduardo Scarpetta, quello veramente dotato di talento e non solo di mestiere, Eduardo De Filippo, fece compiere al teatro napoletano quel passo avanti verso la realtà richiesto dai letterati ai tempi dei grandi successi di Scarpetta.
Quindi Sciosciammocca fu sconfitto dal figlio illegittimo?
In un certo senso è così. Non solo dal figlio, anche da un intruso, Raffaele Viviani, intruso rispetto alla famiglia Scarpetta, ma personaggio di primo piano, che merita il posto d’onore nel teatro napoletano.

Il teatro, come la vita, evolve e riflette il mutare dei tempi.
Lo stesso Eduardo De Filippo, negli ultimi anni di vita, volle riprendere le più belle farse di don Eduardo Scarpetta, interpretando e facendo interpretare al figlio Luca la parte di Felice Sciosciammocca: una soddisfazione che avrà fatto piacere al padre, dovunque fosse.

Bellissima la colonna sonora: le canzoni napoletane, non tutte corrispondenti al tempo del film, irrompono sulla scena nei momenti chiave.

In una nota sui titoli di coda mi sembra che Mario Martone abbia scritto in sostanza: sono le canzoni che piacciono a me. Non ho fatto in tempo a leggere interamente la nota, forse non è scritto così. Certamente sono le canzoni che piacciono a noi; ci piacciono e ci restituiscono l’atmosfera dell’infanzia e dell’adolescenza: la napoletanità (scusate se non vi piace).

Nel film ho risentito Sergio Bruni! Da quanto tempo non lo ascoltavo!
«Carmela, Carmè …».
Sinceramente mi mancava.
È strano: ora che possiamo ascoltare ciò che vogliamo, quando vogliamo (basta scrivere Sergio Bruni su YouTube), ci dimentichiamo i fondamentali, ci perdiamo nelle cose transitorie.
Da quanto tempo non ascolto la Quinta Sinfonia? Comprai, adolescente, un disco Ricordi con un’incisione del maestro Herbert von Karajan. Ascoltai in continuazione (una continuazione) le due facciate (Quinta e Quarta) fino a consumare i solchi, fino a imparare quella musica a memoria. Mi è venuta in mente ascoltando casualmente la famosa melodia del secondo movimento.
Era una pubblicità.

Sergio Bruni.
Mio padre diceva: «O villaricchesə», abitante di Villaricca, paesino in provincia di Napoli confinante con Giugliano, col quale c’era un’antica rivalità.
Una volta venne a casa mia una signora che faceva la spazzina a Villaricca e fu presentata come la sorella di Sergio Bruni.
Altri tempi. I cantanti napoletani avevano una vita quasi normale, come tutti gli altri.
Eppure avevamo sempre nelle orecchie le canzoni. Le sentivamo accendendo la radio, avviando il giradischi o la musicassetta, o, semplicemente, aprendo le finestre.

Quando non risuonavano nelle orecchie, bastava un niente per richiamarle nella memoria; le richiamavamo una continuazione.