(20 settembre 2021 – h 17.30)
Cinema Adriano Firenze – via Angelo Tavanti, 4

Non ho letto i libri da cui sono tratti il film, la serie e tutto il resto. Non li ho letti e non ho voglia di leggerli.
Non ho visto il film precedente, che John Landis ha rinnegato.
Tutto ciò che scrivo l’ho ricavato da questo film, che ho visto perché mi piacque il sequel di Blade Runner (Blade Runner 2049) diretto dallo stesso regista: Denis Villeneuve.

Il pianeta Arrakis, abitato dai Fremen, non è un posto dove andare in vacanza.
Siamo nel 10.191.
Primo dubbio: gli anni si contano a partire dalla nascita di Cristo?
Allora siamo dalle nostre parti, dalle parti del Sistema Solare, forse addirittura sulla Terra; c’è una civiltà che conta gli anni a partire da un evento che nel film sembra completamente dimenticato.
In 10.000 anni tante cose possono cambiare nella storia dell’umanità, ma 10.000 anni sono nulla nella storia dell’universo.
Da dove sono usciti tutti quei pianeti?
Siamo in un altro sistema di pianeti della Via Lattea? In un’altra galassia?
Lontano dalla Terra contano gli anni come li contavamo noi?
In un altro sistema o in un’altra galassia esistono gli anni?
Forse quel numero è solo un modo per comunicarci un’informazione e non significa niente per i personaggi del film.
Allora spiegatecelo! Scrivete: sulla Terra saremmo nel 10.191 (che precisione!), ma qui siamo nel … perché in questo posto il tempo si conta così: …

Secondo dubbio: che fine ha fatto la Terra? Quelli che vediamo sono uomini o alieni?
Quei manichini sull’attenti, in posa guerriera, non sembrano tanto umani; c’è uno che si tocca un orecchio, strabuzza gli occhi e fa calcoli velocissimi.
È un uomo-computer? È più uomo o più computer? Spiegateci le cose, altrimenti i dubbi ci distraggono!

Vediamo dei tramonti.
È il nostro Sole?
Dopo il tramonto vediamo una palla grande all’orizzonte, accompagnata da una palla più piccola.
Non credo siano il Sole e la Luna, ma che roba è?
Mah!
Non conto più i dubbi: sono troppi.

Un film di fantascienza non è una favola: la fantasia dev’essere imbrigliata dentro una solida costruzione scientifica.
Hai inventato la spezia con i poteri straordinari?
Bene!
Hai inventato un pianeta deserto, squassato da vènti a 800 kilometri orari, abitato da vermi che muovono dune di sabbia enormi che ingoierebbero un treno Freccia rossa con tutti i binari?
Bene. Basta! Non inventare altre cose. Altrimenti si va avanti solo con le invenzioni e con gli effetti speciali.
Adesso prendi le cose che hai inventato e falle agire, cazzo! Costruisci una trama coerente, interessante, piena di svolte che ci sorprendono.
È una parola!

In questo futuro remoto – ma non troppo, perché in 10.000 anni non succede quasi nulla nell’universo, succedono cose solo nella storia degli uomini – si è realizzato un sistema di governo totale.
È inutile domandarci com’è accaduto, tanto non ce lo spiegano; i viaggi interstellari sono facili, gli scambi tra i pianeti agevoli, si viaggia su astronavi, su elicotteri a forma di insetti giganti e addirittura c’è un unico imperatore dell’universo.
Un po’ delude che questi popoli evoluti siano arrivati a una forma di governo primitiva: l’impero e un sistema feudale che sulla Terra abbiamo conosciuto in un lontano passato.

Sentiamo parlare di duchi, di baroni, di casate.
Incredibile! Sembra di stare a scuola. Duca Leto, barone Vladimir: devo vedere sul libro di storia che differenza c’era.
Ci aspettiamo che da un momento all’altro spunti un conte, una principessa, la strega, il principe azzurro, … la spezia magica, l’erede al trono.
Addirittura vediamo leggere un proclama su una pergamena srotolata da un messo dell’imperatore: «Udite udite …»; mancano solo le trombe o i tamburi, ma appare una cornamusa. Per un attimo mi è venuto un dubbio: vuoi vedere che ho sbagliato sala?
Ci sono i commercianti di spezia, accumulatori di ingenti capitali, e non si capisce a quale scopo li accumulano.
Che cosa vuoi che se ne facciano di tutti quei soldi? Non si vedono ville sfarzose, negozi lussuosi dove spendere i denari accumulati vendendo spezie miracolose di cui si possiede il monopolio.

Si vedono solo ambienti primitivi, rozzi, letti duri; niente saloni, pareti dipinte, sale da bagno; solo una vasca dove un grassone con il collo storto passa il tempo, tra uno sguardo truce e un altro, costantemente a mollo.
Nel futuro remoto si vive da uomini primitivi o da barbari, prima che gli antichi romani diffondessero un po’ di mollezze e di gioia di vivere, prima che gli antichi greci scoprissero l’arte e la filosofia, prima che gli antichi egizi si mettessero d’impegno a costruire sfingi e piramidi.

È vero, non possiamo giudicare da ciò che stiamo vedendo; in fondo abbiamo visitato solo il pianeta più inabitabile, quello che si è seccato completamente e non si capisce come mai qualcuno continui a viverci – c’è la spezia dotata di proprietà magiche, ma perché non provare a coltivarla da un’altra parte?

Gli sguardi che riusciamo a dare alla vita negli altri pianeti di questo sistema sconosciuto non ci restituiscono un’idea di allegria, e neanche di agiatezza, persino nella casa del duca.
Nell’incipit si vede questo ragazzo, figlio del duca Leto del pianeta Caladan, che dorme e sogna – è normale, anche se in questo film sembra una cosa eccezionale – si sveglia, fa colazione seduto a un tavolo rozzo, insieme alla madre che gli impone esercizi di volontà a prima mattina.
Che noia! Niente colazione con un buon caffè, un cornetto; vuole bere e la madre gli impone di imporle: dammi l’acqua. Che palle! Non farebbe prima a passargliela?
È strano questo esercizio mattutino: ti impongo di impormi, ma devi importi bene, altrimenti non ti obbedisco.
Sembra Massimo Troisi che voleva imporre al vaso di muoversi, in Ricomincio da tre.
«Rosà mi hai distratto, si stava quasi per muovere. Se riuscissi a muoverlo avrei risolto i miei problemi, verrebbe la televisione, mi pagherebbero per far spostare le cose con la volontà».
Praticamente è la stessa scena, interpretata assai meglio nel film napoletano e più divertente.

Il ragazzo ha appena finito di fare colazione che viene sottoposto a un esercizio sadico da parte di una Reverenda Madre velata. Forse l’autore voleva suggerire che negli anni 10.000 il problema del sacerdozio femminile, a modo suo, sarà risolto.
Con l’assenso della madre, il ragazzo è costretto a infilare la mano in una scatola che produce dolore senza lasciare tracce, con un meccanismo che non ci viene spiegato, mentre la religiosa minaccia di infilargli un ago avvelenato in gola se si permette di ritirare la mano dalla scatola magica prima che l’esercizio sia finito.
Che vita sul pianeta Caladan!
Non ci meravigliamo se, appena finito l’esercizio e recuperata la mano, un po’ indolenzita, il ragazzo chiede di partecipare alla missione sul pianeta inospitale, pur di allontanarsi da quel manicomio.

L’imperatore Shazam si sente messo in ombra dal duca Leto Atreides.
E allora che fa un imperatore quando si sente messo in ombra da un duca?
Si allea con la casata degli Harkonnen – di cui vediamo il panciuto capo, il barone Vladimiro, capace di allungarsi e accorciarsi a piacimento – contro il duca e, non potendo sbarazzarsene direttamente, lo invia sul pianeta Arrakis, poco accogliente ma dotato di una ricca piantagione di spezie prelibate, dotate di poteri magici (ogni tanto ritorna la favola).
L’imperatore si augura che tra Harkonnen, vermi giganteschi, popolazione locale (i Fremen) e aridità del suolo (si bevono l’acqua distillata dal loro sudore – che schifo!), la casata degli Atreides passi un brutto quarto d’ora.
A una richiesta dell’imperatore in persona non ci si può rifiutare, non sta bene, per cui la famiglia Atreides al completo passa un brutto quarto d’ora, forse anche di più.
Grazie al tradimento di un medico dai lineamenti orientali, che riesce a capire se il cuore funziona tramite l’imposizione delle mani, il duca Leto viene ucciso, ma sopravvivono la concubina del duca, Jessica, e il figlio Paul.

Tra tanti nomi strani ne sono usciti due normali. Si vede che avevano esaurito i nomi strani.
Addirittura è venuto fuori un nome antico, Paulus (piccolo), un nome comune in una civiltà che, evidentemente, ha lasciato residui in questa, ma di cui si è perso il ricordo.

Torna la domanda angosciosa: dove siamo? Abbiamo comprato il biglietto, perché non ce lo dite?

Jessica è la madre di Paul ed era concubina del defunto Leto.
In questo mondo contemporaneamente futurista e feudale ci sono le concubine e c’è la possibilità che il duca, compagno di Jessica, dica, prima di morire: «avrei dovuto sposarti», come direbbe, nel nostro piccolo mondo antico, un borghese pentito di non avere sposato l’amante.
Jessica e Paul sono sopravvissuti scappando su un elicottero a forma di insetto gigante, ma la cosa è dura, tra tempeste, corse sulla sabbia e combattimenti all’ultimo sangue.
In questo futuro remoto si viaggia su mezzi ultramoderni ma si combatte utilizzando i vecchi strumenti: mosse di kung fu, lotta libera, colpi di karate, e il caro, antico, coltello lungo, quasi una spada, che ha un effetto aggiuntivo quando penetra nella carne: produce una specie di scossa elettrica e un tremoliccio assai fastidioso, anche se divertente per chi guarda, ma non sempre letale.
Qui lasciamo, per ora, i nostri eroi, dopo avere scoperto che i Fremen, tutto sommato, tranne un tipo un po’ nervoso, non sono poi tanto male.

Il guaio non è solo che gli americani hanno fatto Dune e l’hanno presentato fuori concorso – meno male, altrimenti i giurati si sarebbero sentiti in dovere di sprecare qualche statuetta del leone di San Marco – all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.
Il guaio non è solo questo.
Il guaio vero è che si annuncia la seconda parte.