(25 settembre 2021 h 19.00)
Cineplex Pontedera (PI) – via Tosco Romagnola, 235B

Mi domandavo – mentre leggevo il libro dello scrittore israeliano Eshkol Nevo (Neri Pozza Editore) – mi domandavo come abbia fatto, Nanni Moretti, a ricavarne un film.
Lo scrittore dimostra una grande capacità di analisi psicologica, mascherata da autoanalisi (o, forse, è il contrario): i suoi tre personaggi principali, un uomo e una donna adulti, una signora anziana, si raccontano in prima persona.
Si raccontano, si confessano, si analizzano.
Come si fa a inserire le loro azioni in una trama senza perdere le riflessioni?
Io non saprei da che parte cominciare.

Una risposta alla domanda e alla successiva constatazione potrebbe essere: per questo lui è Nanni Moretti e tu sei uno che i film li vede al cinema e, qualche volta, alla televisione.
Tutt’al più riesci a fare un video per raccontare un momento, un dolore, una gioia, un ricordo (quella volta che ti è morta la tartaruga, i Lari sopravvissuti alla casa di famiglia, l’arrivo della primavera).
Fai video che parlano solo a te stesso, una specie di diario. E durano pochissimo; se fossero un libro avrebbero la copertina e mezza pagina.
Lui, invece, prende il dolore, la gioia, il ricordo e li trasforma in una sceneggiatura; immagina dialoghi, espressioni degli attori, situazioni da cui dovranno emergere le emozioni, ma anche l’allegria, se c’è stata.
Ne ricava un film che dura un’ora e mezza.
Questa volta l’idea di partenza viene direttamente da un libro (è sempre venuta anche dai libri, suppongo, ma non in modo così diretto e esclusivo).
Ho finito di leggere e ancora mi domando: come ha fatto a trasformare questo flusso di confessioni in un film che ci deve convincere ad andare al cinema?

Fosse per me, non ha bisogno di convincermi.
Primo: perché ho una tale voglia di cinema che sono corso a vedere anche quel film noioso, con un attore inespressivo, che si chiama Dune (il film, non l’attore).
Secondo: perché faccio parte della schiera delle persone che hanno scoperto, con Nanni Moretti e Woody Allen, un modo nuovo (negli anni settanta) di fare cinema: un passaggio a nord-ovest, più avanti dei racconti avventurosi di ambienti e personaggi mitici (il Far West), più avanti delle deliziose commedie all’italiana, un po’ più indietro delle riflessioni filosofiche sull’esistenza di Dio (Ingmar Bergman).
Con Nanni Moretti e Woody Allen la riflessione si spostava su di noi (Pupo: «nemmeno una nuvola»), sulle nostre vite di adolescenti (a Roma, a Napoli o a New York è lo stesso), condita da un’insopprimibile voglia di leggerezza.
Volevamo guardarci vivere, senza prenderci troppo sul serio.
«Marx è morto, Dio è morto e anch’io non mi sento tanto bene».
Mentre molti nostri coetanei si davano da fare per distruggersi, senza mettere in conto le vite degli altri, noi amanti del cinema imparavamo anche dalla commedia all’italiana (soprattutto dalla vita) a diffidare delle fedi, delle utopie, delle certezze assolute, delle verità rivelate.
La commedia all’italiana ha contribuito a donarci una grande ricchezza: lo sguardo disincantato sulla realtà, un po’ cinico, che, da allora, ha fatto parte del nostro più prezioso bagaglio (tante cazzate abbiamo evitato semplicemente domandandoci: ma sarà vero?).
«Cosa credi di avere fatto?», disse Mario Monicelli a Nanni Moretti in un famoso confronto televisivo (Match, condotto da Alberto Arbasino): «Hai fatto solo una buona commedia all’italiana».
Aveva ragione, come sempre, Mario Monicelli.
Nanni Moretti, per molti anni, ha fatto commedie all’italiana, portandole un po’ oltre, dando a una nuova generazione, diversa dai personaggi di Sordi, Manfredi e Tognazzi, la possibilità di identificarsi in Michele Apicella (prima apparizione: Io sono un autarchico, 1976).
La stessa cosa ha fatto Woody Allen, perché, nonostante la distanza, Alvy Singer di Io e Annie (1977) e Isaac Davis di Manhattan (1979) siamo noi, i Michele Apicella americani.
Nanni Moretti e Woody Allen hanno aggiornato un genere inventato in Italia.
Woody Allen, a un certo punto, ha creduto di potersi confrontare con Ingmar Bergman, con risultati catastrofici; Nanni Moretti, in quel programma televisivo, sembrava non avere capito con quale genio del cinema si stesse confrontando.
Vediamo di precisare il senso della domanda iniziale, per superare la risposta scontata trovata all’inizio.

Innanzitutto: il libro è particolare.
I nomi ebraici delle persone e dei posti sono affascinanti e a me sembrano necessari.
È curioso, nel libro, il riferimento alla situazione eccezionale che si vive da quelle parti, raccontata come se fosse normale, quasi di sfuggita – il servizio militare (un’espressione che da noi non esiste più) – il ricordo di quella volta che a Hebron, per sbaglio, erano entrati con il camion in un vicolo, furono investiti da una sassaiola e credettero di essere perduti – il ricordo di quando l’amica faceva il militare – il funzionamento dei razzi Qassam e Grad che la maestra spiega ai bambini delle elementari.
Il tutto mescolato a un modo di vivere molto simile al nostro: incontri, amicizie, sesso, famiglie, solitudine, rapporti umani che si costruiscono e si distruggono, figli che si accompagnano a scuola, si arrampicano sulle spalle dei padri (un’immagine che piace molto all’autore), si chiudono nel mutismo, parlano con un’amica immaginaria, sono abituati a scaricare sui genitori, sempre, le loro responsabilità.
Figli che non crescono, come, spesso, accade da noi.

La solitudine della casalinga, raccontata dalla signora del secondo piano, mescolata con il ricordo dei razzi Katyusha che cadevano nel Nord del paese, con la raccolta delle mele in un kibbutz, con la shivà, la settimana di lutto per la morte dell’amica Nomi, con il profumo di gelsomino nelle viuzze di Yemin Moshe, il primo quartiere ebraico costruito fuori dalle mura della città vecchia (non ci sono mai stato, non sono mai stato in Israele, ma me l’immagino: è come se conoscessi quei posti, fanno parte della nostra cultura profonda) – e, naturalmente, il riferimento alla Shoah, che, dice la signora del terzo piano, la ex giudice del tribunale distrettuale in pensione, è, e sempre sarà, il livello profondo comune a tutti i sogni in questo paese. È poco più di un accenno, ma indispensabile.
Ho il timore che senza queste particolarità il racconto diventi banale. Lo saprò quando avrò visto il film, che Nanni Moretti ha ambientato a Roma, nel quartiere Prati.

Indispensabili sono le spinte inconsce che si intravedono dietro le azioni, si sospettano, in sé stessi e negli altri.
Le confessioni hanno un elemento in comune: le prime due, indirizzate a persone vive, sono accompagnate da una minaccia, a volte fintamente scherzosa: se ti azzardi a raccontare le cose imbarazzanti, al limite o oltre il limite della legalità, che sto per rivelarti, racconterò quella volta, quell’episodio in cui tu ti sei comportato/a in modo vergognoso.
Chi parla o scrive di sé ha bisogno di sfogarsi e utilizza l’amico o l’amica per questo, ma non si fida fino in fondo, ha paura che la sua sincerità possa essere utilizzata per dare avvio a un pettegolezzo; per riuscire a svuotarsi di un segreto deve tutelarsi con il ricatto.
Forse per ridurre questa paura Freud prescriveva allo psicanalista di non frequentare il paziente; le confessioni, nelle chiese cattoliche, si facevano dietro una grata, senza guardare in faccia la persona che ascoltava segreti imbarazzanti.
Il peccatore sapeva chi c’era dietro quella grata, il paziente conosceva il dottore seduto dietro al lettino, ma in quel momento si fingeva di parlare con uno specchio su cui trasferire le spinte inconsce, o con Dio.
La signora del terzo piano, ex giudice, non ha bisogno di ricorrere a una minaccia o a un ricatto, perché si rivolge a una persona morta, tramite una vecchia segreteria telefonica, dunque parla con sé stessa.

Il libro si chiama Tre piani perché è organizzato secondo i tre piani di un edificio abitato da alcune famiglie: data la vicinanza, si sfiorano.
L’edificio è come il cubo di Rubik, che non sono mai riuscito a risolvere (non mi sono impegnato molto); se qualcuno lo risolvesse penserei che ha barato, ha applicato un algoritmo trovato su internet. Le macchine possono farsi guidare dagli algoritmi, noi no, noi risolviamo i problemi per tentativi, col ragionamento o non li risolviamo.
Al secondo piano c’è l’angoscia di una casalinga che ha rinunciato a svolgere una vita di relazioni adulte con gli altri (lavoro, affermazione di sé, dei propri talenti) per chiudersi in un rapporto esclusivo con i figli, due bambini che sta crescendo da sola. Il padre dei bambini è assente per lavoro, forse non solo per lavoro. Nel condominio la chiamano la vedova (si sa che i condomini sono sempre pronti ad aggredirsi alle spalle).
«Nessuno lo ammette, ma passare così tante ore con dei bambini inaridisce». Si finisce col coltivare il sogno di una trasgressione o col vedere un barbagianni che controlla pensieri e azioni. Non si riesce più a distinguere realtà e fantasia.

Al primo piano c’è l’angoscia di un uomo che trasforma in ossessione il sospetto di un possibile scambio sessuale di un anziano vicino di casa con la propria bambina.
Nonostante tutti – poliziotti, medici, la psicologa, la moglie – neghino la possibilità che questo scambio sia avvenuto, l’uomo continua a comportarsi come fosse desideroso di trovare la conferma del sospetto. La moglie arriva ad accusarlo: «Tu godi a coltivare questi pensieri».
C’è molta psicanalisi in questo libro e qualche volta Freud è citato direttamente: la casalinga del secondo piano ricorda la sua teoria sull’origine dell’attrazione sessuale, la ex giudice del terzo piano, vedova di un giudice, richiama la teoria topografica della psiche (Es, Io e Super-Io disposti come in un edificio di tre piani) e avverte la necessità di comprare, via internet, tutte le opere di Freud; ci racconta, attraverso un dialogo immaginario, l’astio che il defunto provava per questa pseudoscienza (nel senso buono del termine).

Bisogna fare i complimenti ai traduttori dall’ebraico, perché il libro è scritto molto bene, e questo è merito dell’autore ma noi, che non siamo in grado di leggere l’originale, siamo grati anche alle traduttrici: Ofra Bannet e Raffaella Scardi (suppongo che Ofra sia un nome femminile, ma non ne sono certo).
Dunque il libro si può tradurre molto bene in un’altra lingua e, immagino, in un altro linguaggio, senza perdere il contenuto profondo, necessario perché non diventi una raccolta di fatterelli più o meno collegati tra loro.
Spero di avere chiarito il quesito che mi sono posto in partenza. Per risolverlo devo andare al cinema.

Le sale dove vado di solito, dove mi piace vedere il film, ma mi piace anche seguire il percorso, a volte lungo, a piedi e in treno, per raggiungerle, hanno in programmazione Tre piani a partire dalla settimana prossima.
Decido di andare questo fine settimana al Cineplex di Pontedera, uno di quei cinema che, se posso, evito, perché sono inseriti all’interno delle aree commerciali.
Pontedera è una piacevolissima cittadina, alla quale sono legati bei ricordi; non è complicato visitare il centro e poi portarsi in periferia per vedere il film.
La gente che affolla il centro storico in questo tranquillo settembre di ripresa (si spera) delle nostre buone abitudini di una volta (la socializzazione) fa da contraltare ai consumatori che affollano l’area commerciale, girano per i negozi con gli occhi fissi sugli scaffali, si precipitano sulle scale mobili per raggiungere i locali con i tavoli all’aperto dove è in offerta l’apericena con le immancabili patatine, fritte chissà quando, chissà dove, chissà utilizzando quale parente alla lontana di quel liquido che qualcuno si ostina a estrarre dalle olive e a chiamare olio.

Ecco, ci siamo: corta fila distanziata (il mio snobismo mi fa pensare che in questa sala non venga lo spettatore tipo di questo genere di film); controllo del certificato attestante l’avvenuta vaccinazione per il Covid 19 (facevo prima a scrivere green pass; a volte è esagerato e un po’ ridicolo il tentativo di evitare le parole “straniere”).
Devo riconoscere che queste sale nuove sono ben costruite, consentono di avere una buona visuale dello schermo da qualsiasi posizione, anche se si capita alle spalle di un probabile campione di pallacanestro deciso a tenere in testa il cappello, eventualità attualmente remota ma che una volta, prima della pandemia, mi costrinse a spostarmi ai primi posti, gli unici liberi, in una delle sale che tanto mi piacciono.
Raramente mi è piaciuto un film tratto da un romanzo che conosco, soprattutto se ho apprezzato il romanzo. Questo evento è così raro che, mentre mi accomodo, non riesco a ricordare un esempio.
Quando mi sono sistemato e ho spento il cellulare per evitare l’ansia da squillo durante la proiezione, mi viene in mente un esempio: Apocalypse Now (Francis Ford Coppola) liberamente tratto da Cuore di tenebra (Joseph Conrad).
Un capolavoro della letteratura e un capolavoro del cinema.

Non riesco a reprimere un moto di pessimismo, forse perché negli anni duemila non ci aspettiamo capolavori di quella portata – si dev’essere verificato un calo del genio nella cultura occidentale, tanto che si grida al miracolo per opere che l’anno dopo nessuno ricorda (fra qualche anno qualcuno si ricorderà di Nomadland? Non credo) – o, semplicemente, perché ho letto che questo film non è piaciuto a critici cinematografici importanti.
Che vuol dire? Non tutti i capolavori sono accolti subito, all’unanimità, come tali.
Faccio bene a non leggere le critiche prima di andare al cinema, ma questa volta è stato impossibile, l’entrata in sala ci ha fatto aspettare troppo.
Stiamo a vedere.

*

Ho visto un bel film, liberamente tratto da un bellissimo romanzo.
Ho capito che dovevo dimenticare il romanzo, i riferimenti all’ambiente israeliano, l’autoanalisi dei personaggi.
I discorsi di Arnon (Lucio) – con cui cerca di spiegare all’amico, ma soprattutto a sé stesso, la propria ossessione, che si collega all’attrazione nascosta per la giovane nipote del vecchio Hermann (di Renato, interpretato dal caro Paolo Graziosi) – devono essere sostituiti dagli sguardi di Riccardo Scamarcio.
Nessuna ironia, perché Scamarcio è bravo, rende credibile il personaggio e sa usare il principale strumento a disposizione del cinema: il corpo degli attori.
Un bel film, non un capolavoro, ma neanche il prodotto sciatto di un regista invecchiato che non ha più nulla da dire, come descritto da alcuni critici cinematografici.
Tutto si può imputare a Nanni Moretti, ma non la sciatteria, l’imprecisione.
Mariarosa Mancuso si lamenta perché nel film non c’è il traffico (avrebbe avuto una funzione nella narrazione? Non c’è mai un minuto senza traffico a Roma?); non le è piaciuta la pettinatura di Margherita Buy; le mancano le idiosincrasie di Michele Apicella: se ne faccia una ragione, nella vita ci sono fasi diverse, Nanni Moretti l’ha capito e non finge di essere un altro (sarebbe solo patetico).
A Marco Giusti non è piaciuto il pigiama indossato dal giudice; per essere esatti, non gli è piaciuto il colore del pigiama.
Mi sembra confonda l’attore con il personaggio, infatti attribuisce a Moretti l’urlo del giudice contro il figlio, che denota la chiusura verso il mondo dei giovani (di Moretti? Del giudice).
Quel giudice integerrimo può indossare quel pigiama e interrompere ogni rapporto con il figlio, senza domandarsi se anche lui ha fatto degli errori (sempre il giudice, non il regista o l’attore).
A Giusti non è piaciuto il modo in cui è ripreso il quartiere Prati, l’esclusione di alcuni edifici.
Io credo che in questo film non siano tanto importanti i luoghi: si tratta di un condominio di tre piani che potrebbe trovarsi dovunque. Una volta che si è deciso di non girarlo in Israele, di estrarre liberamente il racconto dal libro, le vie intorno all’edificio hanno poca importanza.
Molto della bellezza e della profondità del libro non c’è in questo film e, forse, non poteva esserci; lo considero un’opera di un autore di film importanti, di film che mi piace rivedere ogni tanto, non solo perché evocano tempi che mi sono cari, soprattutto perché sono belli; quest’autore sta elaborando, giustamente, un nuovo modo di esprimersi.

Un attore – regista non può essere Michele Apicella per tutta la vita, anche perché non lo siamo più noi spettatori, e i nuovi, i famosi giovani, non si identificherebbero con quel personaggio, anzi con la sua caricatura. Meglio essere se stessi e rivolgersi non ai giovani o ai vecchi, ma ‘ndo cojo cojo, come dicono a Roma.

Peraltro l’accusa (accusa!) di vecchiaia viene da critici stravecchi che ripetono sempre gli stessi concetti: Marco Giusti è fissato con lo stracult e riesce a vederlo persino nella bellissima scena finale, molto morettiana, del tango ballato nelle vie di Roma.