(2 ottobre 2021 h 18.00)
Cinema Odeon Pisa – piazza San Paolo all’Orto

Diciamo subito: un film che ti tiene attaccato allo schermo per quasi due ore con una storia assurda è arte; una regista che ti costringe a ricercare i suoi lavori precedenti, ti incuriosisce riguardo al percorso che l’ha portata a questi risultati, merita il rispetto dovuto a chi ha lavorato per coltivare i propri talenti.
Dunque hanno fatto bene, secondo me, i giurati del festival di Cannes a premiare Titane di Julia Ducournau.
Posso testimoniare, per quanto poco valga una piccola esperienza vissuta: gli spettatori, pochi (ma quale film ha molti spettatori di questi tempi?), opportunamente distanziati in una sala del cinema Odeon di Pisa, il 2 ottobre dalle 18.00 fino quasi alle 20.00, sono stati attenti, potrei dire coinvolti, e alcuni – all’uscita dal cinema, nella piazza San Paolo all’Orto, di fronte alla bellissima facciata della chiesa che dà il nome alla piazza – hanno intavolato una piacevole conversazione sul film, a cui ho contribuito con una domanda: il bambino che nasce alla fine a chi è figlio? Sappiamo chi è la madre (abbiamo assistito al parto), ma il padre? È la Cadillac?

Qualcuno l’ha presa per una battuta e mi ha velatamente rimproverato: non bisogna porsi domande sulla trama di un film che è dichiaratamente un mistero.
Sul mistero non si ragiona, si rifiuta o si accetta: tertium non datur.
Ho cercato di difendermi, velatamente, dicendo che ho accettato il mistero mentre seguivo con attenzione e apprensione le vicende di Alexia. All’uscita vorrei provare a ragionare.
Difesa debole, argomentazione non da tutti accettata (me ne farò una ragione).
Non vorrei si confondesse con l’atteggiamento di chi, forse senza neanche vedere il film, si è attaccato a una delle assurdità che la regista racconta – il rapporto sessuale tra una ragazza che ha un pezzo di titanio conficcato nel cranio e un’automobile – per dire che non merita il premio prestigioso ricevuto a Cannes.
Non sono d’accordo, bisogna evitare le semplificazioni; però devo ammettere, pur avendo apprezzato il film, che quella mi è sembrata la scena più debole.
L’automobile che saltella, in piena imitazione di un essere umano impegnato in un rapporto sessuale, sfiora il ridicolo e raggiunge il comico involontario.

Tutto il resto è ben girato, ben interpretato dai due grandi attori protagonisti (Agathe Rousselle e Vincent Lindon) e, mi riferisco alla mia piccola esperienza, conquista lo spettatore, lo lascia col fiato sospeso, dietro la mascherina, fino alla fine. Nonostante alcune esagerazioni.
Sentiremo parlare a lungo della giovane regista e sceneggiatrice francese, ma, in questo momento, ha un limite che si è manifestato in ognuna delle prove precedenti e in quest’ultima: la tendenza a strafare.
Devo precisare che cosa intendo per strafare: cerca di mostrare proprio tutto, senza lasciare spazio alla fantasia dello spettatore, che l’aiuterebbe molto più degli effetti speciali e dei trucchi cinematografici a creare situazioni angosciose non immaginarie ma reali: pescate nel subconscio o, per i più sfortunati, fra i ricordi.
L’angoscia trovata nella mente è molto più vera della momentanea impressione che costringe a distogliere lo sguardo dallo schermo.
Alcuni tagli avrebbero giovato al film.

Che io sappia, Julia Ducournau ha realizzato in tutto un cortometraggio e due lungometraggi.
Nel 2011, quando non aveva compiuto trent’anni, si fece notare con Junior, un cortometraggio interessante e ben fatto che contiene, in nuce, il tema che la regista predilige e ha affrontato nei due film successivi: la trasformazione del corpo.
Il corpo si trasforma soprattutto quando si passa dall’infanzia all’adolescenza (anche nel passaggio dall’età adulta alla vecchiaia, ma la regista è troppo giovane per interessarsi a questo tema); si trasforma se, dopo avere seguito dalla nascita un’alimentazione rigorosamente vegetariana, si è obbligati a mangiare carne; si trasforma se un pezzo di metallo viene inserito nel cranio.
Garance Marillier è la giovane attrice protagonista del cortometraggio e del primo film di Julia Ducournau, Raw (Crudo, 2016). L’attrice ha una parte anche in questo secondo film (Titane), dove interpreta una ballerina sexy che s’innamora di Alexia, il personaggio intorno al quale ruota la storia, ed è una delle prime a fare una brutta fine.
A Julia Ducournau piace lavorare con gli stessi attori e dare ai personaggi gli stessi nomi; i tre personaggi che Garance Marillier interpreta nel cortometraggio e nei due film, molto diversi tra loro, si chiamano Justine.
In Junior è poco più di una bambina, colta nel momento magico della trasformazione dall’infanzia all’adolescenza.
Frequenta la scuola corrispondente a quella che da noi è la media.
La bambina veste come un maschiaccio, frequenta volentieri i maschi della sua classe, ha un rapporto di amicizia con uno di loro, litiga con le ragazze più grandi che si truccano e s’imbellettano.
Poi accade qualcosa: ha la febbre, conati di vomito (quante volte la povera Justine sarà costretta a vomitare in Raw!), una desquamazione esagerata che diventa un incubo notturno.
La regista ama particolarmente riprendere in primo piano la pelle che si stacca; una  scena simile, molto più drammatica e impressionante, si trova nel primo film.
Che cosa è successo a Justine?
È diventata una ragazza e, finalmente, il suo amico la può guardare come un giovane uomo guarda una giovane donna.
Una bella conclusione, piena di luce e di allegria, tutta basata sul sorriso di Garance Marillier; una conclusione luminosa che invano aspetteremo nel primo lungometraggio della regista, nel quale l’incubo prevale sulla realtà; un po’ di quella luce, ma poca, ritroveremo in Titane.

2016: Raw (Crudo). Primo lungometraggio.
Se non ci fosse l’annuncio di un horror in una lunga sequenza iniziale che contiene tutta l’angoscia che seguirà, cominceremmo parlando di una tranquilla famiglia borghese: padre, madre, ragazza, cane; i genitori accompagnano in macchina la figlia all’università. La ragazza si trasferisce in un college in Belgio per studiare veterinaria.
I genitori conoscono bene quel posto, dove hanno studiato anch’essi, rivedono gli edifici della loro giovinezza, un po’ invecchiati.
C’è una passione per gli animali in questa famiglia, rigorosamente vegetariana, tanto che la madre pianta una grana nell’autogrill perché nel puré di patate la figlia ha trovato un pezzetto di carne.
Da subito scopriamo che la madre è fissata (non ride mai), che il padre è abulico, rassegnato, e la regista non ha pietà di noi: ci fa vedere nei dettagli il boccone sputato dalla ragazza nel piatto (cosa abbiamo fatto di male?).
Avremo la conferma di questa spietatezza di Julia Ducournau con scene non solo disgustose, ma crude e impressionanti.
Si è parlato di Titane come di un horror, ma Raw è molto più duro e meriterebbe la scritta iniziale: sconsigliata la visione alle persone emotive oppure si consiglia la visione con l’assistenza di personale medico o paramedico.
La regista non lascia nulla alla fantasia dello spettatore (se lo facesse per me sarebbe peggio) e mostra tutto, in modo assai crudo, come dice il titolo del film, Raw, nella versione internazionale (i distributori italiani dello streaming hanno aggiunto una frasetta banale).

Siamo alla famigliola che accompagna in macchina la seconda figlia al college, dove la prima figlia, Alexia (è anche il nome della protagonista di Titane), anche lei studentessa di veterinaria, è mancata all’appuntamento.
Scopriamo che di solito Alexia non risponde alle chiamate della madre e, in questo caso, sono inutili anche i tentativi della sorella di chiamarla sul cellulare. Probabilmente Alexia sa che Justine è insieme ai genitori, con i quali non vuole avere rapporti.
Il padre abulico e rassegnato non vede l’ora di liberarsi, forse ha da fare; i genitori salutano in fretta la ragazza, che si avvia, col suo triste trolley, verso il college.
Cominciamo a pensare che in questa famiglia ci sia un problema, ma non siamo ancora all’horror, non fosse per la lunga, bellissima sequenza iniziale, che annuncia buona parte dell’orrore che seguirà.
Vediamo gli elementi di questo orrore.

Orrore N.1: il rapporto con gli animali.
Nel posto dove si studia la medicina veterinaria e si impara a curarli, gli animali sono trattati come se fossero oggetti: vengono legati, sventrati, sezionati da vivi e da morti, scuoiati, torturati senza tenere minimamente conto della loro sofferenza. Sono oggetti.
Succede davvero in una facoltà di veterinaria? Gli animali sono trattati veramente in questo modo?
Può darsi, non sappiamo.
Però sappiamo, ed è ampiamente documentato, come vengono trattati negli allevamenti intensivi.
Per informarsi vi sono servizi giornalistici facilmente reperibili, anche su RaiPlay (alcune puntate del programma Indovina chi viene a cena, su Rai 3).
Forse dovrei aggiungere “molti” o “alcuni”; dovrei scrivere: sappiamo ed è ampiamente documentato come gli animali vengono trattati in molti/alcuni allevamenti intensivi.
Non me la sento di correggere, riflettendo: se un allevamento è intensivo è finalizzato unicamente a trasformare gli animali in pezzi di carne, dunque in esso devono per forza accadere scene da film horror.
Non sono vegetariano, però credo che faremmo bene a limitare il consumo di carne (non abolire, limitare; poi ognuno fa come gli pare), ottenendo vantaggi per la salute e un rapporto non sadico con gli esseri viventi che si sono trovati a condividere il pianeta con noi.
È l’esagerazione, come sempre nella vita, a fare danno, a noi e agli animali.

Orrore N.2: il rapporto tra gli uomini, esemplificato in un mondo chiuso, il college di una facoltà di veterinaria belga.
Con la scusa della goliardia, vigliaccamente tollerata dalle istituzioni, un gruppo di studenti “anziani” prende il controllo dei nuovi arrivati, le cosiddette “matricole”.
Ci sono scene da film pulp che riflettono la vita in molti ambienti simili: riti tribali di iniziazione e sottomissione al gruppo, vessazioni di tutti i tipi.
Questa violenza è accettata dalla società (le autorità fingono di non vederla), dalla dottoressa (ripara i danni causati dalle aggressioni e non pensa di intervenire, di denunciare i violenti), dai professori, rappresentati da un vecchio capellone (forse un residuo dei “mitici” sessantottini) che si preoccupa solo di livellare le competenze degli studenti, sostiene che la presenza di eccellenze è un problema, perché, secondo lui, tutti devono essere portati allo stesso livello mediocre: se sei più intelligente degli altri studenti li metti in difficoltà.

In Raw c’è una forte critica alla società patriarcale, sostanzialmente accettata anche dalle femministe come Alexia, che si ribella alla madre e si sottomette ai maschi “anziani” dell’Università, fino a costringere la sorella minore a subire le loro violenze.
I maschi o sono invertebrati come il padre delle due ragazze, o sono violenti come gli “anziani” dell’Università, o sono deboli, vigliacchi e incapaci di difendersi, come le “matricole” (soprattutto i maschi, inutilmente palestrati) che non si ribellano alle vessazioni degli “anziani” e non si organizzano per sbatterli con la testa contro il muro.
In Titane ci sono alcuni maschi fessi: quelli che s’innamorano a prima vista di una ballerina sexy, quelli che nell’autobus disturbano una donna sola (in quel momento mi sarei aspettato che Alexia mettesse di nuovo in funzione lo spillone), i pompieri quando non lavorano.
Però c’è una figura importante, il comandante dei pompieri, interpretato da un grande Vincent Lindon. Recupera l’uomo nel senso antico del termine: il padre che non rinuncia a ricercare il figlio perduto e quando crede, o s’illude, di averlo trovato, lo accetta come è, lo protegge con tutte le sue forze, fino alla fine. Non gli chiede niente, solo di farsi amare.
In Titane, nella seconda parte del film, nasce e si sviluppa una visione positiva, si accende un po’ di luce; in Raw non c’è alcuna visione positiva, è tutto nero, buio fondo.

Costretta con la forza a mangiare la carne, che non aveva mai assaggiato prima, la ragazza prova un gusto particolare, un piacere che comincia a ricercare in maniera ossessiva.
Questa ricerca si sposta gradualmente verso la carne umana.
In questa società dominata dalla violenza nei confronti degli animali e dei più deboli non ci vuole niente perché l’aggressività si rivolga verso gli altri uomini, e, alla fine, verso sé stessi.
Una società priva di valori si autodistrugge, letteralmente mangia sé stessa.
Scopriamo che la sorella maggiore è affetta dalla stessa patologia, e, infine, la madre, rigida e rigorosa vegetariana, in realtà è posseduta dalla stessa mostruosità delle figlie: morde a sangue il petto del marito, che, da invertebrato qual è, subisce e spera solo che sia la giovane figlia a trovare la soluzione del problema.
È un film complesso, che contiene molti temi, forse troppi.

Estremizzando ogni situazione, siamo imbarcati su una nave che porta sempre più lontano dalla realtà. Così lontano che la critica intravista (bullismo, machismo, rapporto aggressivo con gli animali, incapacità degli adulti e delle istituzioni, perdita della funzione di guida della famiglia) si allontana anch’essa, sembra non abbia a che fare con la vita ma solo con gli incubi della regista o con la sua tendenza a strafare, con la sua capacità, e il suo gusto, di manipolare il materiale cinematografico. Ci troviamo a chiederci a che cosa sia servito tutto quel liquido colorato in rosso.

Ho parlato poco di Titane, solo per dire che è un grande film con qualche eccesso. Contiene un mistero e, sono d’accordo con l’altro spettatore, da un mistero bisogna solo farsi prendere. Però all’uscita dalla sala, quando torniamo a ragionare, possiamo chiederci a che cosa sia servito tutto quel liquido scuro e oleoso che esce da varie aperture del corpo di Alexia. Come per il rapporto sessuale con la Cadillac, chiederci se si poteva farne a meno, se quella pancia che a volte s’ingrandisce e a volte si riduce e sembra contenere qualcosa di metallico, corrisponda a un incubo che possiamo ritrovare nella nostra mente, richiamare dal nostro subconscio, o si trovi solo nella fantasia e nelle capacità manipolatorie del materiale cinematografico di cui la regista è ampiamente dotata.