(23 ottobre 2021 h 17.40)
Cinema Spazio Uno Firenze – via del Sole, 10

Avevo voglia di un film distensivo, divertente, leggero. L’ho trovato, quasi.
Divertente, un po’, non sempre; distensivo, sempre; soprattutto leggero, anche troppo.

Una venditrice di droga è una delinquente, anche se la droga è stata sottratta a una banda, soprattutto se la droga è in grande quantità (più drogati, più gente rovinata).
Si può obiettare: è un film comico! Sono personaggi irreali! Gli spacciatori fanno ridere! Hai visto quello che chiamano Scotch perché si attacca a tutto? Divertente, no? Rilassati!
Insisto: una spacciatrice di droga, anche se impersonata dalla affascinante Isabelle Huppert, è una delinquente, responsabile della disperazione dei giovani che si rovinano, fanno piangere le famiglie, spesso finiscono ammazzati, in un modo o nell’altro.
Se vuoi fare un film comico su questo argomento devi accentuare il surreale. Dev’essere assai divertente.
Questo film non lo è abbastanza.

Alla fine la “padrina” dà i soldi alla badante della madre, la povera vedova che ha un fratello e un figlio portati a delinquere e non riesce a convincerli che l’onestà consente una vita più tranquilla e, spesso, di più lunga durata. Non può convincerli perché nella cultura islamica un uomo non ascolta i consigli di una donna; lo sapevo per esperienza, anche se parziale: quando al colloquio con i genitori veniva il padre di un alunno arabo poco studioso e molto vivace, il ragazzo se ne stava attento e contrito per tutta la durata del colloquio; quando veniva la madre o la sorella maggiore, il ragazzo si agitava, sbuffava e rispondeva con arroganza ai rimproveri e alle vane minacce della donna.
Mi sono convinto, forse sbagliando, che in quella cultura una donna possa suscitare tenerezza, affetto, amore, ma non obbedienza.
Mi domando se la bellissima regina Rania di Giordania, che ha molto contribuito al miglioramento della condizione delle donne nel suo paese, emani autorevolezza come Rania o come consorte del re di Giordania.
La domanda è mal posta: in tutte le coppie reali c’è una figura preminente (chi era, in fondo, il principe Filippo?). Si dovrebbe indagare all’interno delle famiglie normali di quel mondo complesso. Per ora è solo un’impressione provvisoria che ricavo da un’esperienza parziale.
In questo film le due donne mi sembra si scambino la mia stessa opinione parziale.

Non si capisce come mai la banda organizzata di spacciatori non si sia vendicata del furto con il ragazzo carcerato e con sua madre.
Siamo stati in ansia per i due fin da quando la collaboratrice della polizia ha fatto sparire la droga. Si sa che le bande non perdonano e se hanno il sospetto di essere state fregate da un autotrasportatore, non fanno un regolare processo per emettere la condanna a morte.

Inspiegabilmente, i due, madre e figlio, spariscono dallo schermo per buona parte del film, per ricomparire, la madre, soltanto alla fine, quando la situazione, in un modo improbabile, si è rimessa a posto (spacciatori e polizia fregati, killer ammazzati, “padrina” arricchita e pronta a cominciare una nuova vita).

Se non fosse andata così, se i killer fossero riusciti a svolgere il loro lavoro, la leggerezza si sarebbe trasformata in insostenibile pesantezza.
Anche così la trasformazione, in parte, avviene (è un attimo perché un film leggero diventi pesante), quando la banda partecipa al matrimonio cinese contribuendo ai fuochi artificiali con fuochi veri.
Dopo l’allontanamento dei cadaveri e la cancellazione delle tracce di sangue (la padrona di casa è molto precisa e odia lo sporco sui pavimenti) la festa continua come se niente fosse accaduto, con tanto di foto ricordo (ti ricordi quando al nostro matrimonio due killer movimentarono la festa? Dove saranno finiti? Ah, seppelliti in giardino).

La “padrina” sembra non capire che insegnare a un ragazzino a rubare un giocattolino, risparmiandosi la noia di passare alla cassa, vuol dire metterlo su una strada che una volta era definita perdizione.
Dovremmo recuperare le parole che si utilizzavano in ambiente piccolo borghese! Erano efficaci perché avevano un significato preciso.
I nostri nonni, i bisnonni e i trisavoli degli adolescenti di oggi avrebbero detto: la droga, la prostituzione, il furto, la mancanza di valori portano alla perdizione. Il delitto non paga.
Più chiaro di così!

Nel film il delitto paga e i poliziotti francesi fanno la figura dei fessi.
Il loro capo sembra il più fesso di tutti: non capisce la bella fortuna che ha avuto.
Ci dev’essere un santo protettore dei poliziotti francesi: grazie alla sua intercessione la “padrina” si è convinta a lasciare il più fesso di tutti per andare a piangere sulla tomba del defunto marito, che non doveva essere un campione di onestà, o, per dirla come si diceva una volta, uno stinco di santo.