(27 ottobre 2021 h 17.30)
Cinema Adriano Firenze – via Angelo Tavanti, 4

Visibile al cinema solo in tre giorni: 25, 26, 27 ottobre.
Poi solo in televisione (Sky Cinema).
L’ho beccato l’ultimo giorno nell’unico cinema che l’ha proiettato in provincia di Firenze: Adriano, dalle parti di Rifredi.
Per curiosità ho fatto una ricerca su Google.
In provincia di Roma, dopo la presentazione alla Festa del Cinema: un’unica sala, Adriano (stesso nome del cinema fiorentino). In provincia di Napoli: niente. In provincia di Milano: niente.
È vero che nelle ricerche su Google rinuncio facilmente, per cui non faccio testo se non trovo un risultato, ma indubbiamente questo film, come tanti altri, è nato col destino segnato: la televisione.

Ci sono certamente motivi economici importanti che giustificano la scelta; immagino sia difficile per alcuni film recuperare le spese e ricavare un guadagno con le vendite dei biglietti in sala.
Non me la prendo con chi ha il dovere di garantire entrate adeguate ai produttori, che hanno investito dei soldi e, rischiando, hanno reso possibile la realizzazione del film.
Chi va al cinema conosce la situazione: anche ora che un banale controllo del certificato di vaccinazione o tampone consente di entrare in sala (unica noia: la mascherina, ma non è un problema), i cinema non sono pieni, nonostante la triste rinuncia durata molti mesi.
Le piccole sale cinematografiche non hanno alcuna possibilità di competere con le multinazionali, che spingono per farci restare sdraiati in poltrona nel soggiorno di casa o distesi nel letto a guardare la televisione e a farci investire da dosi massicce di pubblicità.

Al cinema Adriano, un po’ oltre piazza Dalmazia, eravamo in tanti a vedere questo film, presentato alla Festa del Cinema di Roma.
All’ingresso non c’erano i grandi cartelloni che di solito ci accolgono allegramente – solo le fotocopie in formato A4 che si vedono in testa al commento, attaccate con puntine su un cartone.
Era come se il film si vergognasse di questa foglia di fico (tre giorni in sala) messa su un prodotto nato per girare in televisione.
Eravamo in tanti e si sono sentite le belle risate del pubblico, sollecitate da una serie di invenzioni comiche paradossali.
Molto divertente il personaggio interpretato da Fabio De Luigi: in un mondo ipercontrollato attraverso algoritmi, reagisce alle situazioni anomale con lo sguardo perso che è la firma di questo attore (mi ricorda i tempi della Gialappa).
All’inizio Arturo è ben inserito nel lavoro, felicemente fidanzato, si diverte con gli altri nelle feste in maschera a tema, senza nessuna limitazione morale riguardo ai temi: i nazifascisti, la chiesa cattolica; qualsiasi argomento, serio o drammatico, ridotto a un ballo sfrenato.

Arturo è non solo inserito, ma partecipa attivamente a quel sistema.
È un manager tecnico di un’azienda che un po’ ricorda la Megaditta di Fantozzi, con gli stessi personaggi proni e disposti ad annullarsi a beneficio dell’ideologia proclamata dal fondatore, in questo caso, ovviamente, un giovane americano, vagamente somigliante a Steve Jobs.
Arturo è autore di un’applicazione che valuta il lavoro di ciascun dipendente e decide chi dev’essere licenziato.
La sua applicazione lo include tra i lavoratori che hanno una curva di produttività tendente a zero e lo licenzia.

Apparentemente il discorso non fa una piega: se un algoritmo stabilisce che non stai dando un contributo utile all’azienda per cui lavori, è il momento di cambiare lavoro. Una valutazione fondamentale per la sopravvivenza dell’azienda è sottratta al giudizio soggettivo di capiufficio, capireparto, funzionari distratti. Il punto è se sia possibile inserire in un algoritmo tutte le variabili che determinano il comportamento attuale di un uomo, non ultimo il libero arbitrio, per prevedere il suo comportamento futuro.

Il film immagina una società in cui l’algoritmo, nel suo ambito, è legge e controlla in maniera totale e indiscutibile quell’aspetto della vita delle persone: il lavoro, le relazioni sociali, eccetera.
Applicato al rapporto tra Arturo e la ragazza che sta per sposare, stabilisce che quel legame non ha futuro, quindi è meglio interromperlo.
Rimasto senza lavoro, Arturo scopre che se hai più di quarant’anni il form che si compila per chiedere di essere assunto in un’azienda non ti permette di inserire i tuoi dati, indipendentemente dal curriculum.
L’ultima soluzione rimasta è “farsi Fuuber” (la multinazionale che controlla tutti gli aspetti della vita): accettare il lavoro di rider.

Si è parlato dei problemi di questi lavoratori, di solito precari, sottoposti a ritmi intensi e privi dei diritti che il movimento sindacale ha conquistato nelle democrazie moderne. Mi sembra che qualche passo avanti sia stato fatto, non so fino a che punto.
Ovviamente nel film i problemi sono accentuati in quanto il lavoro si svolge in una società priva di qualsiasi controllo dal basso.
L’algoritmo decide tutto, impone i ritmi, i passaggi di categoria avanti o indietro, che possono portare, alla fine di una giornata di duro lavoro, a essere in debito con l’azienda.
È strano che Arturo, ben inserito in quel mondo all’inizio del film, non conosca le regole del gioco e reagisca con lo sguardo stupito di Fabio De Luigi ogni volta che si mette in evidenza un aspetto paradossale di quel mondo.
Sembra uno che si è svegliato dopo molti anni di sonno e scopre, nel mondo che ha trovato al risveglio, le assurdità, la mancanza di umanità e la dittatura (Il dormiglione – Woody Allen, 1973).

È questa la lezione che vuole darci il film: se ce ne stiamo come stronzi a guardare è come se fossimo in letargo; prima o poi ci sveglieremo e sarà troppo tardi.
Si potrebbe pensare che sia un film noioso, come tutti i film che contengono un messaggio. Non è noioso. Anzi è molto divertente.

È il seguito di The Truman Show (Peter Weir, 1998).
Il controllo artigianale su un solo individuo scelto nel momento della nascita per essere inserito in una realtà costruita in studio si è esteso a tutti.
I trucchi cinematografici e gli attori che interpretavano i vari personaggi che il regista e gli sceneggiatori avevano deciso di far entrare nella vita del povero Truman, nel mondo rappresentato in questo film sono sostituiti dai programmi digitali e dagli ologrammi, molto più efficienti.
Nel film di Peter Weir un riflettore caduto sulla scena poteva cominciare ad aprire gli occhi e la mente al povero ragazzo deprivato della realtà.
Nel mondo di Arturo un incidente così semplice e prevedibile non può accadere, tutto è controllato alla perfezione dall’algoritmo.

In The Truman show un regista insonne dominava e controllava tutto; in questo film il deus ex machina è uno di quei giovani imprenditori americani che hanno fondato aziende importanti partendo da un garage (prima versione) o dalla cameretta di un college (seconda versione). Una di quelle figure che dominano l’immaginario collettivo, come il fondatore della Microsoft, il fondatore della Apple, il fondatore di Facebook, di Twitter, di Amazon, eccetera.

Nella parte finale del film il “Mega Direttore galattico”, che assomiglia al Duca Conte della saga cinematografica di Fantozzi, informato del tentativo di fuga di due “sudditi” (Arturo e la ragazza scappata dall’ologramma), ci spiega la sua filosofia, basata su tre concetti fondamentali: “sempre più soldi”, “sempre più potere” e “non abbiamo finito”.
Ci scruta dallo schermo, uno per uno, nel buio della sala, e dice, più o meno:
«Non vi abbiamo rubato i dati, ve li abbiamo chiesti cortesemente, voi ce li avete forniti volontariamente, ci avete aperto la porta e, come stronzi, siete stati a guardare».

La conclusione è drammatica, assai più della conclusione di The Truman show, nel quale era data una possibilità all’individuo di tornare nella realtà.

Nel mondo immaginato da Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, questo è impossibile. Il terrore che si dipinge sul volto di Arturo e della sua compagna, mentre tentano inutilmente la fuga, ci dice che l’algoritmo non perdona, nessuna possibilità è concessa di allontanarsi da quel mondo, anche perché un altro mondo non esiste.