Fra le cose per cui vale la pena vivere, che Woody Allen elenca in Manhattan, ci sono le barzellette.

Quelle che fanno ridere, naturalmente.

Ne voglio elencare alcune.

La fetta di pane e burro

Questa barzelletta fu raccontata da Moni Ovadia al funerale di Umberto Eco. Riferì di averla ascoltata da lui.

La riporto a memoria. Su youTube c’è la versione originale, raccontata con grande efficacia da Moni Ovadia, però mi piace riportarla come me la racconto, perché in realtà le barzellette non hanno la versione originale.

Questa è la caratteristica fondamentale della barzelletta: chi la racconta la inventa, ci mette il suo senso del ritmo, elimina particolari che non lo facevano ridere o lo distraevano, aggiunge particolari che, gli sembra, la rendono più efficace. Soddisfa il bisogno, che abbiamo tutti, di inventare, partendo da un canovaccio.

Ogni volta che mi ricordo questa barzelletta, e me la racconto per l’ennesima volta, mi viene da ridere e mi sento meglio.

Spero che al mio funerale un amico racconti una barzelletta bella come questa.

Un ebreo ortodosso sta facendo colazione. Taglia una fetta di pane e ci spalma sopra il burro.

La fetta di pane e burro cade a terra e si appoggia dalla parte del pane.

L’ebreo rimane perplesso. Va da un rabbino, grande esperto di cabala o cabalà (Kabbalah).

«Buon giorno rabbino, come sta?»

«Buon giorno, sto bene. E tu?»

«Sto bene, grazie, però stamani mi è capitata una cosa strana: mi è caduta una fetta di pane e burro e si è appoggiata a terra dalla parte del pane. Vorrei una spiegazione.»

«Strano. Molto strano. Su due piedi non saprei dare una spiegazione di questo fenomeno. Devo consultare i libri sapienziali. Ora studio la cosa, avvio una ricerca e, quando avrò trovato una risposta, ti farò sapere.»

Il rabbino va nel suo studio, consulta i libri, non trova la soluzione del problema.

Va nella biblioteca, consulta altri libri; non la trova.

Si rivolge al rabbino capo, il quale riunisce i rabbini della zona; insieme avviano studi approfonditi: niente.

Si rivolgono alla federazione mondiale dei rabbini; tutti i maggiori studiosi si concentrano sul problema; vengono consultati e studiati a fondo testi rarissimi.

Passano tre anni.

L’ebreo ortodosso che ha dato avvio allo studio incontra il rabbino a cui aveva posto per primo il problema.

«Buon giorno rabbino, come sta?»

«Sto bene, grazie. E tu?»

«Bene, grazie. Rabbino, mi dica: è stata trovata la soluzione del quesito che avevo posto?»

«Certamente. Abbiamo studiato negli ultimi tre anni e, alla fine, siamo riusciti a risolvere il problema.»

«Qual è la soluzione?»

«La fetta di pane, cadendo, si è appoggiata a terra dal lato del pane e non dal lato del burro perché tu hai spalmato il burro dalla parte sbagliata.»

L’astronauta americano

Questa barzelletta è un vecchio ricordo, credo di averla sentita quando avevo undici, dodici anni.

L’astronauta americano, che, naturalmente, si chiama John Smith (la nostra conoscenza dell’inglese non andava oltre), una mattina non ha voglia di fare le esercitazioni.

Dice alla moglie: «Va tu al posto mio, tanto si tratta di fare le solite cose; indossa la tuta e lo scafandro; non si accorgeranno della sostituzione.»

La moglie si ricopre accuratamente, sta attenta a non dire una parola ai compagni e inizia l’esercitazione.

Si sente dall’altoparlante: «John Smith si presenti nello studio del comandante.»

La donna entra nello studio; il comandante l’accoglie con entusiasmo.

«John, è arrivato il tuo momento. Oggi partirai per una missione spaziale.»

La donna vorrebbe scomparire, ma non ha il coraggio di rivelare la verità, teme di mettere il marito nei guai, ha un attimo di esitazione. L’accompagnano sull’astronave.

«meno 10, 9, 8 … 3, 2, 1, 0 (pronunciato ziro)».

Il veicolo spaziale parte, lei non sa che fare, tira una manopola, spinge un bottone, sente il comandante urlare: «John, ma che cazzo combini?»

Perde i sensi.

Si risveglia in un letto d’ospedale.

A cavalcioni sopra di lei, un dottore le sbatte i seni.

Quando vede che è in grado di sentire, il dottore dice: «Non si preoccupi John. La ferita tra le gambe l’abbiamo chiusa. Adesso stiamo cercando di far scendere le palle.»

Poesia da vespasiano

Questi versi erano scritti sulle pareti di un vespasiano. Siccome non entro in un bagno pubblico da molti decenni – escluso quelli della stazione Santa Maria Novella, igienici e a pagamento, e quelli dei vari cinema, non sempre all’altezza dello splendore della sala – credo risalgano all’adolescenza.

Fra le scritte e i disegni osceni era fiorita la poesia; come dice De André, “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Non dico che nel buco / dobbiate fare centro, / ma, figli di puttana, / cacate almeno dentro.

Notare l’uso del congiuntivo, segno di una conoscenza grammaticale superiore alla media, anche se una imprecisione incide negativamente sulla perfezione di questi versi: il poeta, erroneamente, ha messo in rima “cèntro” (/tʃɛntro/) con /déntro/.

Questo errore fa pensare che l’anonimo autore sia meridionale (nei dialetti del sud Italia non si distingue tra la /é/ chiusa e la /è/ aperta).

Potrebbe provenire dal Piemonte, dove ci sono entrambi i suoni, ma mi sembra si tenda spesso a spostarsi sulla pronuncia aperta.

Certamente non è del centro, in particolare della Toscana o del Lazio (esclusa la Ciociaria). L’imprecisione salta subito alle orecchie di un fiorentino, di un senese, di un romano.

L’anonimo poeta potrebbe invocare a sua discolpa la presenza di rime imperfette nella Divina Commedia, per esempio “venisse” in rima con “désse” e “trémesse”, nei versi 44, 46, 49 del primo Canto dell’Inferno.

Questa giustificazione non regge, in quanto ai tempi di Dante il modello di riferimento era la Scuola Siciliana, quindi il sistema fonologico dei dialetti meridionali.

Attualmente devi scegliere: vuoi scrivere in dialetto? Ti riferisci a Pino Daniele? Bene. Allora usa parole dialettali o in italiano o in inglese con accento napoletano.

Vuoi scrivere in italiano e utilizzare il congiuntivo? Allora, per favore, non violentare il sistema fonologico della lingua che hai scelto.

Il giovane di barbiere

Un giovane di barbiere alle prime armi lavora sotto la guida e il controllo del maestro di bottega.

È la prima volta che usa il rasoio e il maestro è preoccupato.

Radendo la barba, il giovane fa un graffietto con il rasoio sul viso del cliente.

Appena vede il graffio, il maestro si lancia furente sul giovane e gli tira uno schiaffo.

Il giovane si scansa, lo schiaffo finisce sulla faccia del cliente.

«Scusate!», dice il maestro mortificato, «Lo schiaffo era indirizzato a questo deficiente che non sta attento.»

Il cliente accetta le scuse «È niente, è niente», dice.

Il giovane riprende il lavoro.

Dopo un po’ il rasoio fa un altro graffio sulla faccia del cliente; il maestro, furente, si lancia con il pugno alzato contro il giovane; il giovane si scansa, il pugno finisce sulla faccia del cliente.

«Scusate!», dice il maestro mortificato, «Il pugno era indirizzato a questo deficiente che non sta attento.»

«È niente, è niente», dice il cliente.

Il lavoro riprende, fino a che il giovane stacca di netto, con il rasoio, un orecchio al cliente.

L’orecchio cade a terra.

Il cliente, prontamente, mette un piede sull’orecchio e dice al giovane: «Presto, nascondi quest’orecchio, altrimenti quello lì mi fa un paliatone.»

Per il significato di paliatone si può fare riferimento al film Totò e i re di Roma (regia di Steno e Mario Monicelli), con Totò e Alberto Sordi («Maestro, lei non sa che cos’è un paliatone?»)

Perché si ride?

Nel corso della barzelletta ci sono due gag che già fanno ridere di per sé: il maestro di bottega cerca di colpire il giovane e non ci riesce. Colpisce l’incolpevole cliente.

Sembra quasi il frutto di un accordo tra giovane e maestro: tu sbagli, io lo picchio, scuse formali.

La prima volta è successo per caso. Poi ci hanno preso gusto, avendo constatato che il cliente non si ribella.

Forse maestro di bottega e giovane barbiere si scambiano un’occhiata d’intesa; il secondo graffio è voluto.

Si potrebbe continuare, sommando altri pugni, altri schiaffi, colpi sulla testa con il bastone, spinte che fanno cadere il cliente dalla poltrona.

Si riderebbe ogni volta, sempre di più.

Fa ridere l’incolpevole punito e incapace di ribellarsi («È niente, è niente»).

È l’accettazione del ruolo di vittima a generare ilarità.

Il cliente viene colpito ogni volta che il giovane fa un errore; accetta la punizione, per rispetto della forma, per educazione, per l’incapacità di difendere il diritto di essere rasato da un esperto, non da un giovane alle prime armi.

La vittima che accetta il proprio ruolo fa ridere.

Per questo Peppino De Filippo fa ridere quando viene picchiato da Totò e protesta blandamente.

Chi fa ridere, il picchiatore o il picchiato?

Entrambi: il primo perché ha capito che l’altro non si ribellerà e accentua il sadismo (l’umorismo è anche liberazione di aggressività repressa; ci identifichiamo nel sadico che continua imperterrito a picchiare), il secondo perché non è capace di sottrarsi.

Questa situazione viene ripetuta tante volte; non ci stanchiamo e ogni volta ridiamo.

Forse il riso è un modo per allontanare da noi l’immagine della vittima, per affermare, fra i due, l’identificazione con il picchiatore.

«Io non sono una vittima, per questo rido, io mi ribellerei».

Il riso allontana il terrore di dover subire l’aggressività altrui senza rendersene conto, o, per debolezza, fingendo di non rendersene conto; forse c’è anche il terrore di essere incasellato, in una concezione arcaica di uomo dominatore e donna dominata, nel ruolo femminile.

Credo che questa barzelletta e le scenette della coppia Totò – Peppino De Filippo facciano ridere meno i giovani di oggi, più svincolati, rispetto ai vecchi, dai modelli arcaici riguardo ai rapporti maschio – femmina.

Per questo ci facevano tanto ridere, al cinema, le coppie in cui i ruoli erano invertiti: la donna autoritaria, dominatrice, aggressiva, l’uomo cedevole, vittima (delle scelte della moglie o dei suoi tradimenti).

«Non sono come lui, io mi ribellerei, farei l’uomo, per questo rido.»

E le donne? Perché ridono?

Potrebbe essere un modo per allontanare l’associazione tra femminile e debolezza. Un uomo che si comporta da vittima designata è la dimostrazione che il legame tra femminile e debolezza è un’invenzione. Rido perché io (io donna) mi ribellerei.

La vittima fa pena, ma non fa pena la vittima che accetta di esserlo, che entra perfettamente nel ruolo, come il nostro cliente di barbiere.

Stanlio e Ollio spesso si scambiano i ruoli: questa è l’idea originale della coppia comica.

Noi ridiamo quando uno dei due aspetta con pazienza che l’altro gli copra la faccia di vernice, gli calchi il cappello sulla testa, gli faccia a pezzettini la cravatta.

Non è il dispetto in sé a far ridere, ma la rassegnazione della vittima.

Il cliente ha realizzato la sequenza: errore del giovane, punizione crescente per lui. Desume che se l’errore è gravissimo, la punizione sarà pesantissima. Accetta in pieno il ruolo di vittima, qualunque cosa accada.

Noi ci teniamo ad affermare che non accetteremmo quel ruolo, ci saremmo ribellati al primo graffio. Per questo ridiamo.

L’incidente stradale

Per ridere si usano molto i luoghi comuni.

Quando una barzelletta comincia con “un napoletano, un siciliano, un americano e un tedesco”, so che il napoletano è sveglio, furbo e spiritoso (è ovvio: in ambiente napoletano), il siciliano è geloso, l’americano è ingenuo, un po’ tonto e addormentato, il tedesco rigido e abbastanza nazista.

La barzelletta è campanilista, serve anche a dirci: siamo i migliori; ridiamo sui difetti degli altri; fra di noi ci capiamo: gli altri sono tutti fessi.

Suppongo che quando un trentino comincia una barzelletta dicendo “un trentino, un napoletano e un romano”, il trentino risulti sveglio e spiritoso, gli altri siano i tipici “terroni», come se li immagina chi li conosce poco.

Infatti, pur avendo frequentato a lungo amici trentini, riflettendo, nessuno mi ha mai raccontato una barzelletta.

La barzelletta si racconta “fra di noi”, usando inflessioni dialettali, richiede un comune sentire, bisogna capirsi senza la necessità di dare spiegazioni, dev’essere veloce.

Se non capisco immediatamente il riferimento a una situazione, a un certo modo di considerare un gruppo di persone (per esempio: gli abitanti della Val Rendena per i trentini, o i pisani, per i livornesi), se il comune sentire e il luogo comune non ce l’ho nel sangue, se il raccontatore è costretto ad aggiungere note, comincio a riflettere, a “non condividere”: il divertimento evapora.

La barzelletta dev’essere un po’ sporca, deve fare riferimento a spinte che non ammettiamo volentieri, che controlliamo razionalmente. Chi non le controlla non può godere dell’umorismo. Un razzista convinto non capirà mai una barzelletta, la prenderà sul serio, la confonderà con la realtà, perché è scemo. È chiaro che razzismo e umorismo sono agli antipodi, come stupidità e intelligenza.

Che noia le barzellette parrocchiali!

Di solito il “barzellettiere” non fa ridere, mette quasi soggezione, costringe a preparare scoppi di risa innaturali e fuori tempo.

Vogliamo bene a Gino Bramieri, bravo attore, sprizzava grande simpatia; però, quando partiva la raffica di barzellette ci preparavamo con la bocca aperta davanti al televisore, pronti a ridere, ma ci veniva solo un sorrisino scemo.

Quale luogo comune più classico, per noi che siamo stati spesso vittime di stereotipi – a “noi” si potrebbe aggiungere: italiani, napoletani, del sud; altri potrebbero aggiungere specificazioni a piacere – del tedesco nazista?

In una stradina di campagna della provincia di Caserta (la precisione del riferimento geografico serviva al raccontatore cittadino a creare un ambiente agreste) procede un carretto trainato da un cavallo.

Sul carretto il contadino, dietro il carretto il cane, che arranca con la lingua fuori.

A un incrocio il carretto si scontra con un maggiolino wolkswagen (anche questo racconto appartiene a un’altra epoca).

Il carretto si riduce a un cumulo di macerie. Il maggiolino è intatto.

Dalle macerie esce il cavallo, gravemente ferito.

Dal maggiolino esce il tedesco; guarda le macerie, guarda il cavallo e dice: «Oh povero cavallo! Soffre».

Tira fuori la pistola, la punta alla testa del cavallo, spara, lo uccide.

Dalle macerie del carretto esce il cane che arrancava dietro.

È gravemente ferito.

Il tedesco lo guarda con compassione e dice: «Oh povero cagnolino! Soffre».

Tira fuori la pistola (si suppone l’avesse rimessa nella fondina); spara alla testa del cane, lo uccide.

Dalle macerie esce il contadino.

Ha una larga ferita aperta che gli attraversa il torace; il cuore, uscito dalla sede, è trattenuto in una mano; nell’altra mano il fegato; il volto è pallido per il sangue perduto, smorto. Canta, con la voce tremolante di un ferito grave, ma cercando di metterci un po’ di entusiasmo: «Commə mə sentə buonə stammatinə!» («Come mi sento bene stamani!»).

Il simbolo ə designa la vocale centrale media caratteristica del napoletano, come nelle parole sdrucciole  “mammətə” = tua madre  “sorətə” = tua sorella.

Il turista americano

A Napoli circolano due stereotipi di “americano”: l’addormentato e il presuntuoso. Parlo dei miei tempi; credo che Trump abbia rinforzato sia l’uno che l’altro, soprattutto per il modo in cui ha affrontato il problema del Coronavirus.

Un turista americano gira per Napoli in carrozzella.

Il cocchiere vuole mostrargli le bellezze della città; lo porta davanti alla chiesa del Gesù.

L’americano gli domanda: «Quanto tempo avete impiegato a costruire questo edificio?»

Il cocchiere non sa; inventa: «Sapete, a quei tempi non c’erano tanti mezzi. Avranno impiegato dieci anni.»

L’americano: «Noi, in America, un edificio come quello lo costruiamo in un anno.»

La carrozzella va avanti. Passano davanti al Maschio Angioino.

L’americano domanda: «Quanto tempo avete impiegato a costruire questo edificio?»

Il cocchiere inventa, ma ha capito che deve ridurre i tempi. Questa volta con certezza: «Hanno impiegato un anno.»

L’americano: «Noi, in America, un edificio come quello lo costruiamo in un mese.»

Vanno avanti; passano per piazza Plebiscito.

Il cocchiere dice «Quello che vedete a sinistra è il Palazzo Reale.»

«E quello a destra?» chiede l’americano indicando la grande chiesa di San Francesco di Paola.

Il cocchiere si volta, poi, fingendo sorpresa: «Chillə aierə serə non cə stevə!» («Quell’edificio ieri sera non c’era!»).

L’apparizione

L’umorismo consiste nel relativizzare tutto. Niente di assoluto rimane, se passa al vaglio dell’umorismo.

Non a caso il venerabile Jorge da Burgos (Il nome della rosa – Umberto Eco) commette delitti per impedire che sia divulgato il secondo libro della Poetica (mai trovato e, forse, mai esistito), in cui Aristotele tratta della commedia e del riso.

Ridere, per Jorge, mina le basi della cristianità.

Trascrizione da Il nome della rosa (Tascabili Bompiani 1990 – pag.477 e seguenti)

[Guglielmo] «Ma cosa ti ha spaventato in questo discorso sul riso? Non elimini il riso eliminando questo libro.»
[Jorge] «No, certo. Il riso è la debolezza, la corruzione, l’insipidità della nostra carne. È il sollazzo per il contadino, la licenza per l’avvinazzato; anche la chiesa, nella sua saggezza, ha concesso il momento della festa, del carnevale, della fiera, questa polluzione diurna che scarica gli umori e trattiene da altri desideri e da altre ambizioni. Ma così il riso rimane cosa vile, difesa per i semplici, mistero dissacrato per la plebe. Lo diceva anche l’apostolo, piuttosto di bruciare, sposatevi. Piuttosto di ribellarvi all’ordine voluto da Dio, ridete e dilettatevi delle vostre immonde parodie dell’ordine, alla fine del pasto, dopo che avete vuotato le brocche e i fiaschi. Eleggete il re degli stolti, perdetevi nella liturgia dell’asino e del maiale, giocate a rappresentare i vostri saturnali a testa in giù … Ma qui, [nel libro di Aristotele] qui» ora Jorge batteva il dito sul tavolo, vicino al libro che Guglielmo teneva davanti, «qui si ribalta la funzione del riso, lo si eleva ad arte, gli si aprono le porte del mondo dei dotti, se ne fa oggetto di filosofia, e di perfida teologia. […] La chiesa può sopportare l’eresia dei semplici, i quali si condannano da soli, rovinati dalla loro ignoranza […] Ma questo libro potrebbe insegnare che liberarsi della paura del diavolo è sapienza.» [Fine della trascrizione]

Per questi motivi, nel romanzo di Umberto Eco, il venerabile Jorge da Burgos dà alle fiamme il secondo libro della Poetica di Aristotele.

Jorge sa che il riso rende il santo uguale a noi, ci permette di riconoscere in lui i nostri stessi sentimenti, mostra che Dio ha bisogno di distrarsi dall’assurda perfezione in cui i fedeli vorrebbero imprigionarlo.

Il rifiuto dell’umorismo non è costitutivo della religione cristiana (quella di Jorge è una deviazione); basta considerare l’amore del suo fondatore per i giochi di parole («Tu sei Pietro e su questa pietra …») per supporre legittimamente che non fosse un personaggio arcigno e sempre severo.

Ci sono episodi raccontati dagli evangelisti nei quali sembra che Gesù si diverta a prendere in giro gli apostoli.

Per esempio quando li manda ad attraversare il lago di Tiberiade mentre si annuncia la tempesta, poi li raggiunge a piedi, camminando sulle acque.

La Sacra Bibbia, testo CEI 2008

Mc 6,45 E subito costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, a Betsàida, finché non avesse congedato la folla. 46 Quando li ebbe congedati, andò sul monte a pregare. 47 Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli, da solo, a terra. 48 Vedendoli però affaticati nel remare, perché avevano il vento contrario, sul finire della notte egli andò verso di loro, camminando sul mare, e voleva oltrepassarli. 49 Essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono: «È un fantasma!», e si misero a gridare, 50 perché tutti lo avevano visto e ne erano rimasti sconvolti. Ma egli subito parlò loro e disse: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». 51 E salì sulla barca con loro e il vento cessò. E dentro di sé erano fortemente meravigliati, 52 perché non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito. [Fine della trascrizione]

Immagino quei poveracci che remano faticosamente controvento sul lago di Tiberiade, anche chiamato, per le sue dimensioni, mar di Galilea; vedendoli affaticati, stanchi, sfiniti, sul finire della notte li raggiunge, camminando sulle acque (erano stati tutta la notte a remare) e gli dice, ridacchiando fra sé e sé: «Ehi, marinai. Come va? Tutto bene?» (Questo l’ho aggiunto io).

Mentre loro si sforzano, faticano per mandare avanti la barca, camminando tranquillamente sta per sorpassarli (il massimo della presa in giro). Gli apostoli lo prendono per un fantasma, lui li tranquillizza, sale sulla barca (credo con un salto atletico), il vento cessa. Lo scherzo è riuscito. «Avete avuto paura, vero? Uomini di poca fede!» (Anche questo l’ho aggiunto io, ma è verosimile).

Sempre nel romanzo di Umberto Eco, a pag.103 del Tascabile Bompiani (1990) viene citata una barzelletta inventata da un santo in un momento assai delicato.

[Guglielmo] «Sono le parole che secondo Ambrogio furono pronunziate da San Lorenzo sulla graticola, quando invitò i carnefici a girarlo dall’altra parte, dicendo che da quella era già cotto, come ricorda anche Prudenzio nel Peristephanon. San Lorenzo sapeva dunque ridere e dir cose ridicole, sia pure per umiliare i propri nemici.» [Fine della trascrizione]

Bravo San Lorenzo! Ti nominiamo ufficialmente santo protettore degli amanti dell’umorismo e, in particolare, delle barzellette.

Nell’ebraismo le storielle umoristiche occupano un posto d’onore.

Haim Baharier, La valigia quasi vuota – Garzanti Editore (versione Kindle pos.325)

Per il popolo selenico d’Israel ridere non è un verbo transitivo, non si ride mai dell’altro, ma riflessivo. Si ride sempre di sé. Il sorriso nasce da una contraddizione interna che l’abilità di chi racconta storielle riesce a proiettare e camuffare negli altri. [Fine della trascrizione]

Bella questa riflessione, che parte dall’umorismo ebraico, ma, secondo me, si applica anche alle forme migliori, più raffinate e eleganti (nonostante l’apparente volgarità) dell’umorismo di noi gentili.

Anche quando sembra che ridiamo degli altri (quasi sempre), in realtà, guardando in fondo, dobbiamo ammettere che stiamo ridendo di noi stessi, della nostra paura, della nostra debolezza, della nostra impotenza.

A proposito di impotenza: qual è la paura maggiore del maschio italico? Qual è l’argomento che lo fa più ridere se rappresentato, per esempio, in un film?

Non solo gli ebrei, con le loro storielle, ridono di se stessi, come dice Haim Baharier; tutti, con le nostre barzellette, pensiamo di ridere dell’americano, del tedesco, del cliente troppo gentile, del terrone, del polentone, invece ridiamo di noi.

Ecco perché l’umorismo fa bene.

La barzelletta a sfondo religioso più divertente l’ho sentita raccontare in un film: Lourdes, della regista austriaca Jessica Hausner.

È un bellissimo film. Attenzione! Questo film (Venezia 2010), assolutamente da vedere, non sposa la tesi dei credenti a tutti i costi, ma neanche la tesi degli atei. Forse si potrebbe definire agnostico; la regista assume un atteggiamento neutrale e indaga con serietà e rispetto la psicologia della povera gente malata che va a cercare un miracolo a Lourdes. Non solo dei malati, ma anche degli accompagnatori, dei barellieri, dei volontari.

All’interno del film si racconta la barzelletta seguente, che trovo deliziosa.

Da Lourdes (Jessica Hausner)

Lo Spirito Santo, Gesù e la Vergine Maria sono seduti su una nuvola e fanno progetti per le vacanze.

Lo Spirito Santo dice: «Ho un’idea, andiamo a Betlemme.»

Gesù dice: «A Betlemme? No. Ci siamo già stati tante volte!»

Lo Spirito Santo riflette e dice: «Molto bene. Allora andiamo a Gerusalemme.»

Gesù risponde: «A Gerusalemme? No. Ci siamo già andati tante volte!»

Lo Spirito Santo riflette e dice: «Ho trovato. Andiamo a Lourdes.»

La Vergine Maria fa un balzo e risponde: «Sì! Fantastico! Non ci sono mai stata!»

Quando sono stato a Lourdes, nel 2011, ho inventato una barzelletta.

Per strada una signora stava per essere messa sotto da una macchina.

Ho immaginato di dirle:

«Signora, stia attenta, perché qui, se ha un incidente, non la portano al pronto soccorso.

Arriva l’ambulanza, escono i dottori e gli infermieri, la mettono su una barella, la portano al Santuario, la buttano nella vasca.

Qui il pronto soccorso si fa così.»

Sant’Antonio di Afragola

Aereo monoposto in panne.

Il pilota si lancia con il paracadute.

Il paracadute si apre, poi si affloscia, non regge.

Mentre precipita al suolo, il pilota lancia un’invocazione: «Sant’Antonio, se mi salvi porto un ex voto al tuo santuario!»

Si materializza una grande mano; le dita afferrano il paracadute afflosciato, tengono il pilota sospeso in aria.

Si sente una voce: «Dimmi una cosa. Tu invocavi Sant’Antonio di Padova o Sant’Antonio di Afragola?»

Il pilota risponde: «Sant’Antonio di Padova.»

La voce: «Mi dispiace. Io sono quello di Afragola.»

Le dita si allargano, lasciando cadere il paracadute con il pilota attaccato.

La figurella

La figurella è, in napoletano, la figurina, l’immaginetta dei santi usata per portarsi dietro la propria devozione. Alcune figurelle sono molto belle, per chi ha il gusto dell’arte naïf.

Siamo sul Golgota.

Si vedono le tre croci con i tre crocifissi.

Il raccontatore di questa barzelletta deve avere capacità mimiche, come il compagno di scuola che me la raccontò.

Il mimo allarga le braccia, piega la testa: rappresenta Gesù in croce.

Solleva la testa verso destra e dice con tono di comando, rivolto al buon ladrone: «tu, avvicinati

Ora il mimo rifà il buon ladrone, che guarda alla sua sinistra, verso Gesù, e dice: «subito

A saltelli, sempre con le braccia allargate, si sposta verso sinistra, per avvicinarsi alla croce di Gesù.

Gesù volge la testa dall’altra parte, dove si trova il cattivo ladrone: «tu, avvicinati

Qui il mimo dev’essere bravo, perché deve interpretare un dialogo rapido fra i due, con le braccia stese, orizzontali, e saltando da una parte all’altra.

Il cattivo ladrone fa la faccia dura e dice «no

Gesù insiste: «ho detto avvicinati

Il cattivo ladrone: «no

Questo scambio si può ripetere alcune volte, finché Gesù dice: «che m’importa! Non verrai nella figurella.»

È forte l’idea che gli stiano facendo la fotografia per metterla nella figurella.

Lazzaro

Gesù: «Lazzaro, alzati e cammina.»

Lazzaro: «Con calma e per favore.»

Carmela

Il cameriere di un intellettuale assiste casualmente a una scena.

L’intellettuale, al rientro in casa, trova la moglie a letto con l’amante; reagisce con queste parole.

«Donna fedifraga e concubina. Ti credevo Cornelia, quella dei Gracchi; mi è rimasta una sola parola nella strozza.» E se ne va.

Il cameriere è colpito da questo modo civile di reagire e impressionato dall’eloquio dell’intellettuale.

Torna a casa, trova la moglie a letto con l’amante e così reagisce (ovviamente è napoletano).

«Donna fetente e cu cuppinə (col mestolo). Ti credevo Carmela, chellə ré tracchə (la venditrice di fuochi d’artificio, detti tric-trac); m’è rimasta na parola sola: stronza».

Sigmund Freud

Il padre della psicoanalisi si è occupato della comicità in un libro intitolato Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, che pubblicò nel 1905.

In quell’anno pubblicò anche Il caso di Dora e Tre saggi sulla sessualità, fondamentali per fissare le basi teoriche della tecnica psicanalitica. L’interpretazione dei sogni era uscito nel 1900.

Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio (Newton Compton editore, trad. Pietro L. Segre) consta di tre parti.

A. Parte analitica

B. Parte sintetica

C. Parte teorica

Le tre parti sono divise in capitoli.

A. Parte analitica

Cap.1 Introduzione

Capitolo ricco di citazioni – serve per definire l’argomento (ogni tre righe una citazione! Sembra fatto apposta per scoraggiare la lettura!).

Cap.2 La tecnica del motto di spirito

Qui Freud ritrova il suo stile scorrevole.
In questo capitolo ricerca, utilizzando molti esempi in tedesco, in francese, in inglese, in italiano, la tecnica, il meccanismo alla base del motto di spirito.

Il primo meccanismo è la condensazione linguistica, cioè la riduzione di due parole o espressioni che esprimono concetti diversi in una struttura composta che li contiene entrambi.

Esempio: avendo il re Leopoldo II del Belgio una relazione con Cléo de Merode, era invalsa l’abitudine di riferirsi al sovrano chiamandolo Cleopoldo. Questo nome suscitava ilarità. Evidentemente richiamava sinteticamente due concetti: il nome del sovrano e la sua relazione.

La struttura composta può essere un’invenzione verbale priva di significato al di fuori del motto di spirito, come in questo caso, o può avere un suo significato, oltre a quello che assume come risultato della condensazione. Essa è più breve delle parole o delle espressioni da cui deriva. Dunque, il motto di spirito è caratterizzato dall’abbreviazione.

Altro esempio, sempre tratto da Freud.

«Camminavo con lui tête-à-bête.»

Si inventa un’espressione inesistente nella lingua francese, condensando due concetti: 1) Camminavo con una persona stando molto vicino ad essa (tète-à-tête), 2) quella persona è una bestia (une bête).

Tenendo separati i due concetti non viene da ridere; condensandoli in una nuova espressione sintetica, abbreviata, nasce il comico.

A questo punto il discorso diventa più interessante, perché mette in relazione queste osservazioni con le esperienze e le riflessioni che Freud svolgeva riguardo ad altri ambiti dell’attività psichica.

Egli ricorda che nel libro L’interpretazione dei sogni, pubblicato cinque anni prima, aveva enunciato che la condensazione e l’abbreviazione sono i processi che fanno nascere il sogno dai pensieri onirici latenti.

Dunque, ci dev’essere una relazione tra la formazione dei sogni e la costruzione di un motto di spirito. Di questo tratterà più approfonditamente in altra parte del libro.

Il motto di spirito più divertente, quasi una barzelletta, raccontato da Freud, attiene a un ricordo personale.

Un suo professore aveva fama di non possedere un briciolo di senso dell’umorismo.

Che cosa doveva essere questo professore! Quali traumi avrà inflitto al giovane Freud e ai suoi compagni in una scuola austroungarica!

Immagino Shining di Stanley Kubrick in un’aula di quella scuola, con il professore nei panni di Jack Nicholson che, al posto dell’accetta, impugna un testo di filosofia che gli studenti devono imparare a memoria dalla prima all’ultima parola e al contrario, dall’ultima alla prima, in quella lingua fatta di parole lunghe e parole lunghissime, dal suono sgraziato, che ferisce le orecchie.

In questo ambiente da film horror (è la cornice immaginata da me, a cui Freud non accenna), il professore sadico (mancanza di senso dell’umorismo e sadismo sono in relazione di causa ed effetto), un mattino arriva a scuola con un’aria stranamente allegra.

Gli studenti, fra i quali il giovane Freud, si domandano: «che cosa gli sarà successo? Avrà ammazzato qualcuno? La professoressa di ginnastica gli avrà finalmente detto di sì, facendo lei la prima mossa, data la ritrosia del professore a manifestare i propri sentimenti?»

No. Il professore, in vena di confidenze, racconta ai giovani studenti un episodio divertente a cui ha assistito la sera prima, nel corso di un ricevimento caratterizzato da una noia mortale (questo l’ho aggiunto io, oltre alla cornice).

Alla padrona di casa, una signora immagino grassa, ingioiellata e dotata di una voce squillante, viene presentato un giovane ospite, che ha i capelli rossi ed è discendente del filosofo Jean-Jacques Rousseau, di cui porta il cognome.

La signora è felice di questa conoscenza, invidiata da tutte le sue amiche, però nel corso della serata rimane delusa.

Il giovane si dimostra inadeguato rispetto alla fama dell’avo e all’ambiente in cui si trova: inanella una serie di brutte figure, una dopo l’altra.

La signora si rivolge alla persona che le aveva presentato il giovane con questa frase: «Vous m’avez fait connaître un jeune homme roux et sot, mais non pas Rousseau» («Mi avete fatto conoscere un giovane rosso e stupido, non Rousseau»).

In italiano si perde l’effetto. In francese c’è un gioco di parole fonico, perché “roux sot” si pronuncia come Rousseau, roux vuol dire rosso, sot vuol dire stupido.

Freud ricorda con piacere questo episodio e questo motto di spirito.

Mi verrebbe voglia di chiedergli (ammesso di poterlo fare): barzellette a sfondo sessuale, niente? Non ve le scambiavate fra ragazzi?

Educatissimi, questi studenti Austro-Ungarici (oppure, purtroppo, il professore non ha voluto raccontare a noi le barzellette oscene della sua giovinezza).

Freud osserva che nel motto di spirito inventato dalla gaia signora non c’è condensazione con formazione sostitutiva ma la ripetizione (Rousseau e roux sot): stesso suono, significati diversi.

Un altro esempio riguarda l’imperatore Napoleone Bonaparte, che, nel corso di una festa, con la sua nota signorilità, per sottolineare la scarsa attitudine al ballo del marito italiano, rozzo e un po’ cafone, di una signora, le chiese se tutti gli italiani ballavano così male.

Prontamente la signora rispose, suppongo guardando con intenzione il tappo che aveva davanti, vestito da imperatore, «Non tutti. Buona parte».

Geniali queste signore austroungariche! Sicure di sé, battuta pronta; hanno a che fare sempre con uomini non alla loro altezza.

Da un altro esempio apprendiamo una battuta che circolava fra i medici austriaci in quell’epoca. Trattandosi di uomini, non è una risposta a un’aggressione, ma serve ad aggredire soggetti deboli.

Il medico domanda a un giovane che ha in cura: «Fai ricorso alla masturbazione?»

Il giovane risponde: «O na, nie!», che in berlinese significa: «Oh, no, mai!»; ma onanie (onanismo) è la parola tedesca per masturbazione.

Così si divertivano quei mattacchioni dei medici austriaci all’epoca di Freud, alle spalle dei clienti, soprattutto se giovani e, presumibilmente, onanisti.

I tre esempi precedenti dimostrano che la condensazione con formazione di una struttura sintetica non è la tecnica universale per la creazione del motto di spirito. Il dottor Freud sembra un po’ contrariato da questa constatazione; forse in un primo tempo sperava di avere trovato un meccanismo unico alla base di tutti i motti di spirito. Seguono altri esempi.

Osservando che il signore e la signora X vivono nel lusso (l’utilizzo della sigla anonima dimostra che Freud non voleva ricorrere al procedimento scientifico detto sputtanamento) qualcuno dice: lui guadagna molto e si può adagiare un poco; qualcun altro, forse strizzando l’occhio, dice: lei si adagia un poco e, di conseguenza, guadagna molto.

In questo caso l’umorismo viene da una inversione: lui molto – poco, lei poco – molto e dall’intenzione maliziosa.

Nella Vienna di Freud, nella borghesia, si spettegolava in questo modo: mai dicendo le cose come stanno.

Un esempio in italiano fa riferimento alla coppia di parole traduttore – traditore; parole quasi uguali, aventi significati collegati, perché la traduzione comporta sempre, in una certa misura, il tradimento del testo originale.

Un dubbio: non capisco perché l’esempio appena citato sarebbe un motto di spirito. A me sembra l’affermazione di una verità, ma non fa ridere. Forse faceva ridere Freud.

A questo punto, per non perdere il bandolo della matassa, per non smarrire il filo del discorso e farlo smarrire anche al lettore, per non perdersi in chiacchiere ed esempi che si seguono accavallandosi uno sull’altro come le onde sulla superficie del mare, confondendosi e mescolandosi in prossimità della riva, inserisce una catalogazione delle tecniche del motto di spirito, che risultano suddivise nei seguenti gruppi e in ulteriori sottogruppi.

Condensazione

Molteplice impiego dello stesso materiale verbale

Doppio senso

Dagli esempi si constata che la caratteristica comune a tutti i motti di spirito è il risparmio, la brevità, la sintesi.

Infatti, osservo, nelle barzellette – motti di spirito accompagnati da un racconto che svolge la funzione di preparazione e inserimento in un contesto – la brevità è fondamentale, e, con essa, il ritmo.

Guai ad allungare il racconto o a diluire l’umorismo con una serie di particolari inutili. Non farebbero altro che innervosire l’uditorio, gettandolo in una condizione di frustrazione che potrebbe sfociare nello sconforto, addirittura nella ribellione contro l’incapace raccontatore di barzellette.

Fra le cause della rivoluzione francese sono state trovate testimonianze di barzellette lunghissime e poco efficaci che i sovrani di Francia avevano l’abitudine di raccontare ai sudditi con la speranza di conquistarne la devozione. Mai speranza fu più illusoria e raccontatori di barzellette più incapaci. Sappiamo tutti come è andata a finire.

Seguono alcune barzellette che non fanno ridere, ma facevano ridere Freud.

Un uomo lavorava come istitutore; era bravo, ma aveva un problema: ogni tanto alzava il gomito; con esso la mano, con la mano il bicchiere, che portava alla bocca; insomma era abbastanza alcolizzato.

Man mano che il suo problema veniva alla luce, perdeva allievi, finché rimase senza lavoro.

Un suo amico cercò di convincerlo a smettere di bere dicendogli: «Tu sei un bravo istitutore, avresti molto lavoro se ti liberassi di questo vizio.»

Lui rispose: «Io faccio l’istitutore per bere. Dovrei smettere di bere per fare l’istitutore?»

Logica impeccabile, che getta un po’ di luce sulla condizione del piccolo borghese in una società nella quale la ricchezza viene dal censo o dagli affari, gli studi servono solo a farsi schiavizzare dai figli viziati di una famiglia alto borghese o nobile. In queste condizioni è ovvio che si lavori per concedersi delle pause di fuga dalla realtà e non abbia senso smettere di bere per farsi schiavizzare meglio, costantemente, senza pause. È una scelta autodistruttiva, ma io credo che in certe situazioni non ci siano altre possibilità e che sia molto facile giudicare dall’esterno.

Nell’esaminare questa barzelletta il dottor Freud dimostra un moralismo inaspettato, afferma che la comicità della risposta deriva dal cinismo dichiarato apertamente, non nascosto, dell’uomo che dice: «Bere è la cosa più importante per me.»

Non è cinismo; se non sei cresciuto in una famiglia ricca, se non fai un lavoro ben remunerato, se non puoi concederti (come Freud) di fare un uso controllato di cocaina, se, nonostante i tuoi studi, guadagni poco e sei poco più di un cameriere, non è cinismo. È disperazione.

La tecnica di questo motto di spirito, che non fa ridere, consiste nel capovolgere la proposta dell’amico: tu vuoi che un mezzo, fare l’istitutore, diventi il fine.

Un uomo entra in una gioielleria e si fa impacchettare un orologio.

Ci ripensa, restituisce l’orologio e si fa impacchettare un braccialetto.

Fa per andarsene. Il gioielliere lo ferma: «Non paga?»

«Per il braccialetto ho dato indietro l’orologio» risponde l’uomo.

«Ma non ha pagato l’orologio», ribatte il gioielliere.

«Dovrei pagare per una cosa che non ho preso?», risponde l’uomo. E se ne va.

Freud racconta questa barzelletta parlando di una pasticceria, di una torta, di un bicchiere di liquore. Mi sembra funzioni meglio se riportata in una gioielleria; il meccanismo è lo stesso.

La furbizia del protagonista consiste nell’aver creato un rapporto, in realtà inesistente (l’illusione di un rapporto), tra la restituzione dell’orologio e l’acquisizione del braccialetto, nell’aver collegato due episodi indipendenti: prende l’orologio, lo restituisce, non deve nulla; prende il braccialetto, deve pagarlo; collegando i due episodi, sembra che abbia pagato il braccialetto con l’orologio.

Questa barzelletta funziona come la seguente, che si può dire in due battute.

«È questo il posto in cui il duca di Wellington disse quelle parole?»

«Sì, è questo; ma non ha mai detto quelle parole.»

Se le due battute si collegano, cioè si riferiscono allo stesso posto e alle stesse parole, si ha un effetto comico.

A prende in prestito una pentola di rame da B.

La restituisce con un grosso buco sul fondo; viene chiamato in giudizio.

Si difende affermando che lui non ha mai avuto una pentola da B, inoltre la pentola aveva già un buco quando l’ha presa da B e l’ha restituita intatta, senza nessun buco.

Le tre affermazioni si escludono, una sola può essere vera, dunque non possono essere collegate dalla congiunzione e, ma solo dalla disgiunzione o.

Segue una serie di storielle di ambiente ebraico, con protagonista lo Schadchen, il sensale di matrimoni. Queste storielle funzionano tutte allo stesso modo delle precedenti: un elemento del discorso introduce una contraddizione logica o si collega in modo assurdo a un altro elemento.

Sostanzialmente l’umorismo scaturisce da un ragionamento errato.

(Continua)