(11 aprile 2020)

C’era voluto del tempo per trovare il riposo, non ancora eterno, qui, in quest’isola al largo del Bronx, in questo rettangolo di terra, dentro a una bara bianca di legno scadente.

Non è facile rielaborare i ricordi di una vita difficile, ripensare i tanti avvenimenti, le persone che ci hanno lasciato un segno.

Non è facile ricordare tutto: l’insieme e i dettagli, sapendo come è andata a finire; ripercorrere ogni secondo al rallentatore, per trovare un distacco, rassegnarsi a lasciare questo pianeta e tutto ciò che ci ha accompagnato.

Questo lungo percorso è necessario per avviarsi, gradatamente, verso la pace eterna che si augura ai defunti: requiescant in pace.

Gli ultimi anni di vita erano stati pieni di paura, di sofferenza, di solitudine. Non ricordavo che cosa fosse la pace.

L’agonia non finiva più.

Mi ritrovai su quel tavolo di marmo all’obitorio, dove mi lasciarono mentre avviavano le ricerche dei parenti, di qualcuno disposto a pagare  le spese per il funerale. In tasca non avevano trovato niente, sul conto bancario poca roba.

Mi dispiaceva il pensiero che le autorità riuscissero a trovare i miei fratelli; certamente avrebbero pagato, non sarebbe stato necessario insistere, però avrebbero scoperto una parte della mia vita che preferivo fosse ignorata da loro. Avrebbero sofferto, ma anche trovato la conferma dell’opinione di mio padre su di me: un perdente.

Mi ero allontanato per questo.

Quando la mia situazione era divenuta irrecuperabile, definitivamente persa, avevo preferito straziarmi con la malinconia, mangiare insieme ai porci, per non affrontare la conferma del giudizio di mio padre.

Il vitello grasso dovette costare caro al figliol prodigo! Troppo caro per me.

Nell’obitorio arrivavano strani cadaveri sui tavoli di marmo accanto al mio.

Ricordo una donna vestita da zingara, i capelli lunghi, una macchia di sangue raggrumato sulla guancia destra. Sembrava una strega.

Non che mi facesse paura, però, dopo le tante situazioni strane che avevo vissuto negli ultimi anni, avrei passato volentieri la notte, in quella stanza illuminata debolmente da una luce gelida, in compagnia di qualcuno che mi richiamasse ricordi sereni.

La solitudine mi perseguitava anche dopo morto, su quel tavolo di marmo, con un cartellino infilato sull’alluce destro.

Pensai: se muore uno a cui hanno amputato i piedi, dove infilano il cartellino?

Così, per passare il tempo, facendo ricorso al vecchio rimedio: l’umorismo.

Nei giorni seguenti altri corpi furono stesi sui tavoli vicini; poi due uomini mi sollevarono, m’infilarono nella cassa di truciolato, mi portarono su quest’isola, mi seppellirono accanto ad altri abbandonati, non richiesti da nessuno, senza funerale; se ne andarono.

Finalmente cominciò la calma, il silenzio, rotto solo dalle onde del mare, dal vento, dalla pioggia, dai gabbiani.

La pace andava e veniva, secondo dove pescava il ricordo, le mie reazioni erano sempre vive, la rabbia sempre presente.

Ogni tanto tornavano due, tre uomini: seppellivano una diecina di bare; se ne andavano.

Ritornava la calma; riprendevo il percorso che piano piano mi avrebbe portato alla pace duratura, alla pace eterna.

All’improvviso: l’inferno (per modo di dire).

Camion carichi di bare arrivano in continuazione.

Uomini vestiti di bianco, guidati da uomini vestiti di nero, scavano, scavano, seppelliscono le bare in fila, attaccate una all’altra per risparmiare spazio. Tracciano lunghi solchi rettangolari per preparare il terreno. I morti sono frastornati, increduli, non come me, che, in fondo, me l’aspettavo da molto prima che accadesse, e, in qualche modo, ero pronto. Questi si guardano intorno smarriti e si domandano: dov’è mio figlio? Dov’è mia moglie? Dov’è mio marito? Dov’è il prete? Dove sono gli amici? Perché non suonano le campane?

Altri camion arrivano: altre bare, altri uomini, altro frastuono, altri seppellimenti. Non finisce più.

Non c’è più pace.