(Giovanni Guarino © Proprietà letteraria riservata 21/02/2020)

Cap.1;Cap.2;Cap.3;Cap.4;Cap.5;Cap.6;Cap.7;Cap.8;Cap.9

Fu quell’anno … no, forse l’anno prima, non ricordo più con esattezza; d’estate.

Un’estate caldissima, l’anno prima.

Gli insetti avevano cominciato a moltiplicarsi in modo incredibile.

Sulle nostre teste vedevamo girare nuvole scure, così fitte da non riuscire a distinguere al loro interno, formate da migliaia, forse milioni, di piccolissimi insetti. Si spostavano da un albero all’altro.

Quando una nuvola lasciava l’albero su cui si era depositata per qualche minuto, le foglie erano coperte di puntini neri: minuscoli fori ricoprivano la pagina fogliare superiore.

La nuvola si spostava e le foglie, coperte di fori, si accumulavano alla base dell’albero.

Già da alcuni anni avevamo notato la moltiplicazione anomala di insetti sempre più piccoli; le finestre delle case erano provviste di robuste zanzariere a maglie fitte, che facevano passare solo un po’ di luce. Ci eravamo abituati a stare quasi al buio, o con la luce accesa anche di giorno.

Quell’estate le zanzariere furono inutili.

Gli insetti più grossi – api, vespe, zanzare, mosche, formiche, farfalle, coccinelle, grilli, scarafaggi – oltre agli aracnidi (ragni, acari, zecche, scorpioni), erano scomparsi, alcuni con nostra grande soddisfazione.

Nel secolo precedente le api avevano di molto ridotto la produzione del miele, poi gli alveari erano rimasti vuoti; da tempo si parlava, a periodi alterni, della scomparsa delle lucciole, a volte in senso metaforico, a volte come fatto reale.

Le piante producevano frutti solo grazie all’impollinazione artificiale.

Eserciti di lavoratori stagionali precari, muniti di spazzolini, svolgevano il compito che era stato degli insetti impollinatori.

Era disponibile e perfettamente funzionante una macchina per meccanizzare l’operazione, ma le autorità governative ne rallentavano la diffusione, temendo l’aumento della disoccupazione tra gli immigrati dai paesi nordici, dove si era sviluppata una diffusa povertà in conseguenza dei cambiamenti climatici.

Lo spostamento da un posto all’altro del pianeta era regolato dall’Ente planetario per l’emigrazione e l’immigrazione (EIPI: Emigration Immigration Planetary Institute) con regole ferree, per impedire modifiche della distribuzione della popolazione in base alle risorse disponibili.

Negli ultimi anni, tuttavia, si era verificata una fuga dal nord, particolarmente colpito dall’aumento della temperatura e dal conseguente scioglimento dei ghiacciai, verso il sud, che aveva subìto meno danni.

Molti poveri del nord, senza permesso di emigrazione, si erano imbarcati su gommoni, rischiando di morire annegati per raggiungere l’Africa, dove il clima non è cambiato molto (faceva caldo prima, fa caldo ora) e c’è ancora benessere.

I clandestini, di solito, erano intercettati prima o sbarcavano sulle coste italiane e spagnole. Qui facevano tappa (il loro sogno era l’Africa) e si adattavano a tirare avanti con lavoretti stagionali, come, appunto, l’impollinazione.

Come sempre accade, all’interno delle popolazioni dei paesi invasi dagli immigrati, la gente reagiva in modi diversi: alcuni erano disponibili a stringersi un po’ per fare spazio ai nuovi arrivati, altri sostenevano la necessità di catturare i clandestini privi di permesso di emigrazione e rispedirli nei paesi di origine, dimenticando che la penisola Scandinava e la parte settentrionale della Germania e della Gran Bretagna erano coperte dall’acqua per buona parte dell’anno, e negli altri paesi, con il cambiamento del clima, erano sparite attività che davano lavoro a centinaia di migliaia di persone, per esempio il turismo invernale (la conversione dei maestri di sci alpino in maestri di sci d’acqua non aveva avuto grande successo: l’attrezzatura era troppo pesante, i bastoncini inutili, la postura assunta dagli sciatori li portava ad inabissarsi non appena toccavano l’acqua).

Analogamente, nel continente americano si era verificata l’emigrazione in massa dei poveri dagli Stati Uniti e dal Canada semisommersi verso la prosperosa America Latina.

I più insofferenti nei confronti degli immigrati nordici affermavano di non voler contribuire con le tasse al mantenimento di quei bighelloni nullafacenti o facenti lavori che rallentavano lo sviluppo dell’occupazione locale (la diffusione della macchina per l’impollinazione automatica avrebbe consentito l’assunzione di molti giovani tecnici).

Quell’estate l’attenzione della gente e delle autorità fu distolta dai problemi dell’emigrazione e catturata dai microinsetti, che si moltiplicavano con velocità sorprendente: qualcuno diceva che raddoppiavano ogni quattro giorni, però questo dato non è mai stato confermato.

Molti scienziati, che fino a quel momento si erano occupati di altro, si convertirono all’entomologia e, nelle interviste televisive, presentati come “il famoso esperto di insetti”, sfornarono dati di tutti i tipi.

Le nuvole nere passavano attraverso le maglie delle zanzariere, entravano in casa, si depositavano sulle pareti, sui mobili, sui letti, sul pavimento, su noi stessi: una sensazione angosciosa.

Ma non lasciavano buchi su di noi, come sulle foglie, non ci uccidevano.

Dopo pochi minuti si risollevavano e s’infilavano attraverso la finestra, che intanto avevamo aperto; bastava una doccia per toglierci di dosso la sensazione angosciosa di essere stati completamente ricoperti da migliaia, o forse milioni, di minuscoli insetti.

Quando la nuvola entrava in casa mettevamo gli occhiali da subacqueo (qualcuno era così terrorizzato da non toglierli mai, neanche quando mangiava, o nel letto, mentre dormiva); chiudevamo la bocca, aprivamo le finestre e accendevamo la luce, se era spenta, come ci era stato consigliato nei programmi televisivi, perché, dicevano gli esperti, i microinsetti amano il buio e, dopo avere assorbito la clorofilla depositata sulla pagina superiore delle foglie, cercano un posto al buio per elaborare le sostanze di cui si nutrono.

Non bastava lasciare la luce accesa, giravano per la casa alla ricerca degli spazi meno illuminati.

Aprendo le finestre, facendo entrare la luce esterna, illuminando con una torcia gli angoli dove la luce arriva con difficoltà (sotto il letto, sotto i mobili, nei cassetti, fra le pagine dei libri, nei ripostigli pieni di roba accatastata), dopo un po’ vedevi la nuvola sollevarsi dal pavimento, dal soffitto, dai mobili, dal nostro corpo e da quello dei nostri familiari e dirigersi verso le finestre, tornare all’aperto alla ricerca di piante o di posti bui.

Bastava aspettare con calma, senza farsi prendere dal panico.

Difficile era convincere i bambini a restare fermi, immobili, ad aspettare.

A volte piangevano (le lacrime erano controproducenti, non erano trattenute dagli occhiali: non appena rigavano il viso, gli insetti si precipitavano a succhiarle), o si agitavano (gli insetti gradivano restare fermi sui corpi in movimento).

Gli esperti televisivi ci avevano vivamente sconsigliato di tenere animali in casa, perché era impossibile farli stare immobili ad aspettare; infatti i cani, i gatti, i coniglietti, i criceti, erano stati abbandonati in massa, senza causare, per fortuna, il temuto aumento del randagismo (per strada, ma anche nei boschi, non se ne vedevano da tempo).

Le gabbie dei canarini erano state aperte e i loro padroncini, o i vecchi pensionati, salutavano con la mano gli uccellini mentre, svolazzando smarriti fuori dalla finestra, erano catturati dalla nuvola e non ne uscivano più. Come ho detto, agli insetti piaceva depositarsi sugli oggetti in movimento.

Per strada vedevi le macchine tutte dello stesso colore; i tergicristalli si muovevano lentamente, consentendo ai guidatori una visuale approssimativa; al semaforo rosso il cofano riacquistava il colore originale, tranne le stanghette del tergicristallo: coprendosi di insetti, si scurivano, si ingigantivano, poi si bloccavano.

A questo punto il guidatore spegneva il motore. Nell’automobile restavamo immobili, muti. Spiavamo la luce attraverso i finestrini laterali, col cuore sospeso, pieni di paura.

Dopo qualche minuto, che ci sembrava eterno, la nuvola abbandonava la macchina, abbandonava i tergicristalli, il guidatore girava la chiave per riaccendere il motore, inutilmente se il tubo di scappamento non era stato protetto con gli appositi filtri, assai costosi, messi in commercio dalle case automobilistiche.

Davvero agli insetti piaceva viaggiare sugli oggetti in moto: finché c’era movimento non li mollavano.

Non si usavano più i veicoli a due ruote, dopo avere visto lo spettacolare incidente registrato dalle telecamere di sicurezza sull’autostrada, causato da una moto trasformata in un’enorme palla rotolante.

Non si facevano più le belle passeggiate di una volta.

Gli esperti televisivi ripetevano: se siete catturati, non vi agitate, non drammatizzate, non fatevi prendere dal panico: restate fermi, immobili; gli insetti, dopo un po’, se ne andranno e vi troverete fuori della nuvola.

I pesciolini rossi erano stati buttati nei fiumi, che avevano cambiato colore, erano diventati una massa scura, formicolante di puntini, fra i quali la luce stentava a penetrare.

Secondo le analisi dei tecnici, l’acqua dei fiumi, dei laghi, dei mari, fino a una profondità variabile, conteneva più di, più di … un numero enorme di insetti per centimetro cubo.

I tecnici avevano perso il conto; chi diceva centomila, chi diceva un milione, chi restava per ore a fissare la provetta contenente un centimetro cubo di acqua di mare, o di fiume, o di lago, o dell’acquedotto municipale, attraverso una lente d’ingrandimento che mostrava un formicolio di insetti; ogni tanto cominciava a contare, s’interrompeva, si guardava intorno smarrito, disperato, ricominciava daccapo, s’interrompeva di nuovo, lo sguardo perso nella lente d’ingrandimento.

Qualcuno provava ad applicare un calcolo statistico, ma non si era riusciti a pesare uno di questi microinsetti, a isolarlo da vivo.

Quando moriva diventava un puntino microscopico che si confondeva con le impurità presenti nell’acqua.

I microinsetti pesavano pochissimo; non si riusciva ad apprezzare una differenza di peso tra un centimetro cubo di acqua scura, brulicante di insetti, presa in superficie, e un centimetro cubo della stessa acqua prelevata in profondità, dove sembrava che gli insetti non arrivassero.

Gli esperti ci suggerivano di bollire l’acqua che usciva dai rubinetti e di filtrarla, operazione noiosissima e costosa – non bastavano i filtri normali, bisognava comprare filtri di un materiale speciale, dotati di maglie strettissime, attraverso le quali l’acqua passava goccia a goccia e non sempre priva di insetti.

Impiegavo un’ora per riempire il fondo di un bicchiere, eppure aspettavo, perché avevo in odio la possibilità di ingerire, con l’acqua, gli insetti, anche se ci avevano assicurato che l’ambiente acido nello stomaco li avrebbe rapidamente uccisi.

L’idea che qualcuno di questi mostriciattoli potesse sopravvivere e mettersi a passeggiare dentro di me mi faceva vomitare.

Qualche esperto asseriva che gli insetti ingeriti avrebbero fornito amminoacidi utili, altri opponevano la struttura ancora sconosciuta delle proteine che li costituivano, trovate intatte, non digerite, nelle feci di tutti gli individui sottoposti a controllo.

Gli scienziati non erano riusciti a ricostruire il genoma di questa mutazione, che restava sostanzialmente sconosciuta.

Gli insetti si trovavano benissimo nell’acqua e si allontanavano da essa solo per andare in cerca delle foglie, di cui erano ghiotti.

Le prime a sparire erano state le alghe.

Gli scienziati, all’inizio, avevano interpretato favorevolmente questo segno.

Si sa che la proliferazione incontrollata delle alghe nei laghi e nei mari, nel periodo estivo, non si era mai realmente interrotta.

Le alghe si nutrivano delle sostanze scaricate in acqua dai natanti, dagli scarichi industriali e fognari, si moltiplicavano senza controllo, morivano, marcivano, rendevano puzzolenti le spiagge a vocazione turistica, causando gravi danni all’industria della balneazione.

Ricordo il volto raggiante dell’annunciatrice del telegiornale quando disse «L’Istituto ecologico planetario (PEI: Planetary Ecology Institute), a seguito di un’indagine approfondita, ha confermato la buona notizia trapelata a inizio stagione: l’impegno profuso per risolvere il problema della proliferazione delle alghe nel periodo estivo ha dato, finalmente, risultati che sembrano definitivi: le alghe sono definitivamente scomparse».

Calcò la voce su “definitivi” e, prima di “definitivamente”, fece una breve pausa, per sottolineare l’importanza del risultato ottenuto.

Subito dopo, il ministro dell’ambiente si affrettò a ricordare che questo era uno degli obiettivi promessi nelle ultime quattro campagne elettorali, un obiettivo finalmente raggiunto.

Gli esperti di comunicazione del ministero realizzarono un video, trasmesso in continuazione su tutte le reti televisive.

Nel mare, di notte, una massa mostruosa, priva di forma; diventa sempre più grande; dettaglio: le alghe; secondo dettaglio: volti terrorizzati; terzo dettaglio: bambini in fuga; campo lungo: alle prime luci dell’alba, come il vampiro Nosferatu, l’ammasso di alghe si dissolve lentamente; sul mare sorge il sole: il nuovo giorno.

Un video bellissimo.

Non si era capito, ma è naturale, trattandosi di un fenomeno inedito, che i piccolissimi insetti, dopo aver distrutto le alghe, si sarebbero rivolti alle piante come fonte della clorofilla, l’unica sostanza di cui, apparentemente, si nutrivano.

Gli animali di taglia media e grande erano scomparsi da tempo.

Con l’invasione degli insetti cominciammo a disabituarci alla presenza degli animali piccoli.

Non partecipando alla nostra vita, vedendoli solo in televisione, gli animali erano spariti dalla coscienza; piano piano li stavamo dimenticando, più lentamente, e con un po’ di malinconia, gli anziani, velocemente i bambini, che li avevano conosciuti per poco tempo.

Anche i giocattoli non avevano più la forma di animali; i peluche riproducevano piccoli bambini pelosi, realizzati per abituare le famiglie allo sviluppo di una folta peluria, che cominciava a manifestarsi circa un mese dopo la nascita, in un certo numero di neonati, un piccolo numero, ma in aumento.

I peli si sviluppavano sulle guance, sulla fronte, sulle braccia, sulle gambe, sul petto.

A questo fenomeno non si era riusciti a dare una spiegazione definitiva; qualche scienziato riteneva fosse un buon segno, perché i bambini pelosi erano sani e mentalmente attivi, precoci, dotati di buone capacità di apprendimento.

Commendevole impegno era stato profuso per evitare forme di discriminazione ai danni di questi bambini e per far sì che gli altri, e le famiglie in genere, si abituassero alla loro presenza.

Gli scienziati aspettavano che crescessero, per cercare di capire quali potenzialità avrebbe espresso questa tendenza; alcuni la vedevano in positivo; i creazionisti attribuivano a Dio l’intenzione di migliorare la specie.

Nell’attesa di una teorizzazione del fenomeno, si cercava di renderli popolari.

Per esempio era in corso di realizzazione una serie televisiva con protagonisti due amichetti, uno peloso che aiutava l’altro, privo di peli, a uscire da situazioni pericolose.

«Da grande mi farò crescere la barba, per essere almeno un po’ come te», era la battuta prevista dalla sceneggiatura a conclusione di ciascuna puntata, pronunciata, ovviamente, dal bambino privo di peli; seguiva un’allegra risata degli adulti presenti e dell’altro bambino; musica, titoli di coda.

Non avendo elaborato una teoria definitiva sulla natura del fenomeno, le autorità governative, in accordo con gli uomini di scienza, preferivano presentarlo come un dato di fatto e cercavano di indurre la popolazione ad accettarlo.

Degli insetti impollinatori si è detto: erano stati sostituiti ricorrendo alle banche dei semi e alla impollinazione artificiale con spazzolini manovrati dagli immigrati poveri del nord del mondo, oltre all’utilizzo di tecniche antiche come la clonazione.

La gente era contenta di vedere le file di mele, di pere, di susine, di arance, di albicocche, tutte uguali, pulite fuori e dentro, tanto da poterle mangiare senza lavarle, con tutta la buccia, in ogni stagione.

Naturalmente era venuta meno la molteplicità dei cultivar utilizzati nei tempi antichi, fonte di confusione per i produttori e per i consumatori.

Era stata selezionata una sola varietà per ogni specie di pianta da frutto, scelta per le sue proprietà organolettiche.

Non c’era più la complicazione antica, parlando di mele, per esempio, di dover specificare: Renetta, Golden Delicious, Stark Delicious, Granny Smith, Fuji, Annurca, ecc.; dal fruttivendolo bastava dire «un chilo di mele», ci s’intendeva immediatamente.

Una sola variante per ogni pianta fruttifera: molto più semplice, pratico, efficiente.

Le fragole erano belle, grosse, quasi insapori, ma salutari, prive di quelle sostanze nocive che ci avevano angosciato nei tempi antichi, quando erano coltivate in aperta campagna o nelle serre irrorate continuamente con sostanze velenose.

La pubblicità insisteva soprattutto sull’assenza di disinfestanti e dei loro residui, da quando la frutta non era più prodotta all’aperto, ma in grandi laboratori chiusi, in cui anche l’aria era controllata e le piantine, dopo essere state spazzolate dagli immigrati impollinatori, erano seguite in tutte le fasi dello sviluppo e della produzione dei frutti con sistemi automatici.

Ci eravamo liberati delle galline, di cui gli scienziati erano riusciti a rifare, con una macchina, l’apparato riproduttore, ottenendo il primo uovo artificiale della storia (premio Nobel alla equipe cinese, guidata dal mitico professore Ciù En Lai).

Non aveva proprio il sapore dell’uovo, quello che alcuni di noi ricordavano – la frittata, soprattutto, non veniva tanto bene – ma, tutto sommato, poteva piacere, era privo di colesterolo e non ci faceva correre il rischio dello stafilococco e delle altre infezioni intestinali diffuse dalle uova antiche non ben lavate e disinfettate.

Si poteva mangiare tranquillamente, forniva proteine ed era particolarmente adatto a un pasto rapido.

In realtà tutti i pasti erano rapidi, si consumavano in fretta, senza il fastidio di preparare la tavola, disporre i piatti in un certo modo, le posate.

Data la composizione dei pasti, l’unico utensile da tavola, oltre al piatto, che continuavamo ad adoperare, era il cucchiaio, un po’ più largo di quelli antichi: si trattava, generalmente, di prelevare dal piatto cucchiaiate di una specie di minestrone e portarle alla bocca.

Di solito il pasto finiva dopo due, tre cucchiaiate, che ognuno faceva per conto suo e servivano a placare la fame.

Anche la bistecca si mangiava in questo modo, sbriciolata in un sugo al gusto di pomodoro pachino (l’unica varietà sopravvissuta).

Si trattava, ovviamente, della bistecca artificiale, un’invenzione che risaliva all’altro secolo e ci aveva liberati dai pascoli e dai gas nocivi emessi attraverso tutte le aperture dalle mucche, dalle pecore, dalle capre, dai maiali; su questo punto insisteva molto, nella pubblicità, la multinazionale che si era accaparrato il brevetto.

Mangiavamo solo sostanze prodotte da industrie che davano lavoro a milioni di persone.

Il grano era stato eliminato dall’alimentazione (sappiamo quali problemi aveva causato per secoli: obesità, diabete, celiachia).

I carboidrati semplici erano ricavati dai frutti, che avevano quasi tutti lo stesso sapore, ma erano salutari; i frutti disidratati erano polverizzati per essere usati come dolcificanti e venduti in bustine.

Partendo dai combustibili fossili, gli scienziati avevano ottenuto la caffeina, la teina, il cacao e la vanillina, la molecola responsabile dell’aroma di vaniglia (la possibilità di utilizzare la vanillina estratta dal petrolio al posto di quella estratta dalla pianta per dare ai dolci e ai gelati il sapore della vaniglia era stata scoperta e ampiamente utilizzata nel 1900).

Gli stessi carboidrati semplici, ricavati dai frutti, erano assemblati per formare i carboidrati complessi e ottenere spaghetti, pasta, riso, pane.

Il sapore era più o meno sempre lo stesso, ma non creavano problemi ai celiaci e, soprattutto, non spingevano a un consumo eccessivo: ognuno ne mangiava il minimo indispensabile, attenendosi alle tabelle dietetiche, anzi tenendosi sotto ai valori prescritti in base all’attività svolta; il problema dell’obesità era sparito da tempo, insieme ai campi di grano: si mangiava poco e velocemente, per dedicarsi ad attività più piacevoli, come … come, per esempio, il karaoke.

Dimenticavo il latte e i derivati.

I dietologi avevano stabilito che non sono necessari: è stata una stranezza della dieta umana per millenni la presenza in essa dell’essudato della ghiandola mammaria femminile e dei suoi derivati, una stranezza che si spiega solo con la frequenza delle carestie e con la persistenza delle tradizioni alimentari.

Anche ai neonati non si dava più da tempo il latte materno, ma un liquido ricco di sostanze nutritive prodotto negli stessi laboratori, utilizzando gli stessi macchinari, nelle stesse fabbriche che producevano i pannolini, i biberon, le carrozzine, i vestitini per i bambini, i giocattoli, le suppostine.

Si era verificata una organizzazione per settori delle industrie dedicate all’uomo; si dividevano non in base ai prodotti, ma alla fascia di età di riferimento.

I settori erano: infanzia, adolescenza, età adulta, vecchiaia, morte.

L’industria della morte si occupava di tutto ciò che concerne i quattro giorni precedenti e i quattro giorni successivi al decesso.

Si andava dalle tecniche e prodotti per l’eutanasia alla redazione di un testamento a prova di ricorso, alla produzione e vendita delle casse da morto e degli abiti da indossare dentro e dietro un carro funebre (alcuni, soprattutto nel mondo dello spettacolo, utilizzavano ancora questo sistema vintage), ai congegni per lo spargimento delle ceneri.

L’industria degli adolescenti produceva tutto ciò di cui un giovane poteva avere bisogno: i pantaloni strappati e sgualciti a regola d’arte, i tatuaggi, le attrezzature per il karaoke, i preservativi, di cui, peraltro, si faceva scarso uso, in quanto l’impulso sessuale si era molto ridotto e la fertilità naturale era diventata una rarità, quasi un’anomalia.

La riproduzione, di cui si occupava l’industria degli adulti, seguendo le direttive dell’Ente planetario per la procreazione (PPI: Planetary Procreation Institute), avveniva prevalentemente per inseminazione artificiale, ricorrendo alla banca degli spermatozoi e delle cellule uovo.

Da anni si conservavano le cellule riproduttive delle persone con alto quoziente intellettivo, si moltiplicavano per clonazione, si rendevano attive mediante l’uso di ormoni androgeni ed estrogeni.

Le persone sposate che desideravano avere un figlio o una figlia, anziché ricorrere a metodi artigianali imprecisi e faticosi, si rivolgevano all’Ente planetario per la procreazione: prenotavano l’utilizzo di cellule uovo e spermatozoi.

Dopo una serie di accertamenti gratuiti sullo stato di salute dei richiedenti e sulla loro consistenza patrimoniale, generalmente l’autorizzazione era concessa e si avviava la procedura standard.

Se qualche coppia, raramente, preferiva ricorrere al metodo antico, ugualmente la donna era seguita e aiutata a portare a termine la gravidanza, ma guardata con espressione severa dai medici e dagli infermieri e trattata, lei e il compagno, con modi poco gentili.

Si cercava di spingere i giovani, attraverso una campagna di prevenzione, a verificare la presenza di cellule vive nel liquido seminale e nelle ovaie e all’uso del preservativo per evitare nascite non programmate.

Nonostante ciò, almeno un venti per cento delle procreazioni avveniva con il sistema antico, spesso ad opera di adulti, i più recalcitranti e imprecisi con i controlli e restii ad adottare i sistemi di contraccezione.

Questa era, secondo gli scienziati, la causa della difficoltà, inizialmente non prevista, a innalzare il quoziente intellettivo medio della popolazione.

Gli scienziati ritenevano che i bambini nati con il metodo antico, senza la preventiva selezione dei caratteri ereditari, agivano, per vicinanza, per imitazione, negli asili nido e nelle scuole, sui bambini nati con l’inseminazione artificiale, riducendo la loro tendenza ad acquisire regole e schemi mentali e, in definitiva, un superiore quoziente intellettivo.

Dato che il quoziente intellettivo è una misura della capacità di accettare le regole della società e di conformarsi ad esse, i nati con metodi naturali, meno dotati di questa capacità, trasferivano, con l’esempio, la loro propensione alla ribellione ai bambini normodotati, nati con l’inseminazione artificiale.

Erano state avanzate proposte dagli studiosi più eminenti per affrontare il problema: una di esse prevedeva la formazione di classi, o, addirittura, di scuole separate, un’altra, più drastica, l’allontanamento dalla famiglia dei bambini nati in conseguenza di un rapporto sessuale e la creazione di colonie di recupero.

Ma in quel momento un problema assai più grave era apparso all’orizzonte e aveva costretto a concentrare tutte le energie per cercare di risolverlo.

Si tratta dell’aumento inaspettato del numero dei suicidi, raddoppiato ogni anno negli ultimi dieci anni.

Fino a quel momento l’Ente per la procreazione aveva provveduto a incrementare le nascite, aumentando il numero delle autorizzazioni concesse, in modo corrispondente all’aumento del numero dei morti. Agendo sull’unica leva disponibile (in quegli anni non si poteva obbligare ad avere figli o a non suicidarsi) si era riusciti a mantenere stabile la popolazione complessiva e la distribuzione in ciascuna area del pianeta (nonostante il disordine causato dall’emigrazione clandestina).

Poiché l’aumento dei suicidi – inizialmente attribuito a situazioni particolari e temporanee (si era notato che riguardava soprattutto persone anziane prive di interessi) – continuava in modo esponenziale e cominciava a investire l’età adulta, gli scienziati avevano calcolato che, dopo pochi anni, non sarebbe stato possibile sopperire all’aumento del numero dei morti con un corrispondente aumento del numero delle nascite.

In altri termini: l’umanità rischiava l’estinzione.

Furono condotte indagini da personale altamente specializzato per individuare le persone a rischio suicidio.

Grande fu la mia meraviglia quando il problema investì i miei vicini di piano, in una delle principali torri cittadine: una famiglia che mai e poi mai avrei ritenuto a rischio.

Infatti, nel modulo che avevamo ricevuto per segnalare le persone malinconiche, apparentemente demotivate e depresse di nostra conoscenza, mi ero guardato bene dall’inserire il nome del capofamiglia, che mi sembrava un giovane assolutamente realizzato e lontano da ogni proposito di suicidio.

Una persona tranquilla, serena: due figli molto intelligenti, gemelli omozigoti che la moglie aveva fortemente voluto; infatti, aveva specificato e sottolineato “gemelli omozigoti” nella richiesta inviata all’Ente per la procreazione.

Ricevuta l’autorizzazione, si erano recati alla sede locale dell’Ente, la donna si era sottoposta all’introduzione nell’utero di una singola, preziosa cellula uovo fecondata in provetta, era stata indotta la divisione della stessa per ottenere due embrioni identici, avviato il processo di segmentazione, e, dopo nove mesi, aveva partorito questi due bambini meravigliosi che, si diceva, avevano nel DNA i geni del direttore della equipe cinese a cui era stato assegnato il premio Nobel per la realizzazione del primo uovo artificiale.

Questo faceva capire la mamma, quando gli amici in visita notavano i caratteri tipicamente orientali del volto dei due gemelli, anche se era vietato scegliere i donatori degli spermatozoi e della cellula uovo.

Ma lei parlava del suo desiderio di essere madre di due geni, della sua ammirazione, fin dagli anni di scuola, per lo scienziato che aveva guidato l’equipe, a cui era dedicato l’Istituto centrale per l’alimentazione artificiale (CANI: Central Artificial Nutrition Institute Ciù En Lai), di alcune sue conoscenze nella banca degli ovociti e spermatociti.

Riguardo alla donatrice della cellula uovo, ogni volta che si entrava in argomento portava il discorso sulla figura femminile, nella storia, che l’aveva maggiormente affascinata fin da piccola: Yoko Ono, la mitica compagna del musicista classico John Lennon (anni ‘60, ’70 del 1900), che era riuscita a liberare il marito dall’influenza nefasta degli altri componenti dell’orchestra di quattro elementi, molto meno dotati dal punto di vista intellettuale.

Infatti, aveva chiamato i due gemelli, uno Yoko, l’altro Ono, senza curarsi del significato originale delle due parole giapponesi.

Il marito taceva.

Era un uomo assai silenzioso, per questo considerato con rispetto da tutti, perché chi tace sembra una persona saggia, riflessiva.

Probabilmente lo era.

Era nato in seguito a un rapporto sessuale non protetto, quando il padre, dottor Julian Spock, e la madre, signora Rosalina Cellamare, sembrava non avessero più la possibilità di far nascere figli col sistema naturale, per l’età (la menopausa e l’andropausa arrivavano intorno ai cinquant’anni) e in seguito alle analisi a cui si erano diligentemente sottoposti.

Il padre era medico di famiglia e si sforzava di far applicare ai suoi pazienti le direttive dell’Ente per la procreazione; si era sempre sottoposto a tutti i controlli e non aveva mai chiesto l’autorizzazione alla inseminazione della sua consorte.

Raggiunta la soglia dell’età in cui quelle “maledette ghiandole riproduttive” (in un manuale ad uso delle famiglie le aveva definite così, per far passare il concetto in modo efficace) dovevano limitarsi a produrre un po’ di ormoni e poco altro, aveva allentato i controlli, pur mantenendo una discreta attività sessuale, agevolata dall’uso delle pillole per l’erezione controllata, sostanzialmente come misura igienica finalizzata a stimolare il buon funzionamento della prostata.

Due volte alla settimana, solitamente il sabato e la domenica sera, ingoiava quattro pillole, calcolando un’erezione di otto minuti (due per ogni pillola) e diceva alla signora Rosalina: «Cara, per favore, stenditi sul letto».

La signora, obbediente, si spogliava rapidamente, si stendeva sul letto con le gambe aperte, umettava l’apparato genitale con un fazzolettino imbevuto di un liquido lubrificante; il dottor Spock, che aveva atteso quei cinque minuti guardando un video porno risalente al secolo scorso, la raggiungeva nel letto e, nel tempo dovuto, con precisione assoluta, al centesimo di secondo, raggiungeva l’orgasmo e l’eiaculazione.

Si staccava dalla moglie, scendeva dal letto, continuava a spogliarsi (spesso l’erezione sopravveniva prima che si fosse tolto completamente i pantaloni del pigiama), andava nella stanza da bagno a fare la doccia.

La moglie aspettava che finisse, poi faceva anche lei la doccia.

A questo punto la serata era conclusa e potevano addormentarsi tranquillamente, ciascuno nel proprio lettino, nella propria stanza.

Il dottor Spock era molto preciso, metodico e fedele alle direttive dell’Ente per la procreazione.

Però non aveva tenuto conto di un fenomeno che non era ben conosciuto, un fenomeno che la scienza non era ancora riuscita a spiegare.

Se l’avesse conosciuto, sicuramente avrebbe prestato la massima attenzione, sottoponendosi alle analisi anche dopo aver raggiunto la certezza della sterilità delle “maledette ghiandole riproduttive” sue e di sua moglie.

Gli scienziati avevano deciso di non rendere noto a tutti questo fenomeno, fino a che non fossero riusciti a trovarne una spiegazione convincente; volevano evitare il diffondersi di dubbi sull’intera costruzione scientifica alla base delle loro direttive.

In un certo numero di casi, molto limitato, ma significativo dal punto di vista statistico (si parla del 2% delle persone di età compresa tra cinquantacinque e sessantacinque anni) si verificava un risveglio improvviso e inaspettato delle ghiandole riproduttive: improvvisamente, per un periodo di tempo limitato, le ovaie e i testicoli si risvegliavano e si davano a una produzione febbrile di cellule uovo e spermatozoi vitali e molto attivi.

Il fenomeno era mascherato in parte dal fatto che spesso non aveva conseguenze, dal momento che avveniva o solo nell’uomo o solo nella donna, i quali, data l’età, avevano interrotto i controlli sulla fertilità, seguendo le direttive dell’Ente per la procreazione.

Nei rari casi in cui il fenomeno si verificava in entrambi i partner, il risultato era, ovviamente, una gravidanza indesiderata.

Quando gli fu chiaro di essere incappato in questo errore statistico, dopo le spiegazioni che, opportunamente, gli furono date, al dottor Spock si presentò la prospettiva di una vita completamente scombussolata.

Non aveva mai desiderato avere figli; neanche la signora Rosalina era sembrata desiderosa di averne, tanto meno con il metodo antico.

Per un po’ il dottor Spock pensò alla soluzione più semplice: l’aborto.

C’era un problema.

Questa soluzione gli avrebbe creato conflitti interiori rispetto ai principi della religione universale in cui era cresciuto, la religione più diffusa (80% della popolazione mondiale), sostanzialmente l’unica rimasta (il restante 20% si divideva tra adoratori del caso, adoratori della necessità e agnostici), che aveva ridotto i Comandamenti, portandoli a tre (in quel periodo girava per le televisioni il remake di un colossal, rinominato: I Tre Comandamenti).

Il Terzo era il seguente: se sei donna non abortire, se sei uomo e medico dichiarati obiettore di coscienza.

Questo dottore, sempre rispettoso dell’autorità, aveva un alto quoziente intellettivo e, di conseguenza, non sopportava il tradimento degli schemi logici e comportamentali che gli erano stati impartiti fin dall’infanzia.

Per non entrare in conflitto con quegli schemi, dovette accettare la nascita del figlio.

Rosalina fu seguita con cura e attenzione e senza gli sguardi severi e i modi poco gentili che accompagnavano quel tipo di gestazione.

I nati con metodo antico, anche se non ancora sottoposti a segregazione, erano guardati con diffidenza dai genitori dei compagni di classe, i quali cercavano di evitare che i propri figli frequentassero gli appartenenti a quel gruppo, temendo il calo del quoziente intellettivo per imitazione.

Per non creare difficoltà al figlio, il dottor Spock aveva diffuso la falsa notizia di una sperimentazione dell’inseminazione artificiale estesa ai genitori anziani per sopperire all’aumento del numero dei suicidi.

Ma a quell’epoca il problema non era così rilevante, si era manifestato da poco, ed era quasi visto con favore dagli scienziati, che lo consideravano una specie di auto selezione naturale.

Per questo non tutti i suoi colleghi avevano creduto a questa spiegazione, qualcuno gli aveva rivolto uno sguardo ironico, però la cosa, con la nascita del bambino, la sua crescita, il buon andamento scolastico, il quoziente intellettivo nella media, piano piano fu dimenticata.

Maximilian Spock poté condurre la vita normale dei ragazzi di allora, sebbene avvertisse una sorta di avversione, quasi di odio, da parte del padre, che lo considerava la testimonianza vivente dell’unico errore, anche se non voluto, della sua vita.

Di questo errore c’era una sola traccia, conservata nell’Anagrafe profonda, il database che riportava tutte le caratteristiche, ma proprio tutte, di ciascun abitante del pianeta, tranne gli appartenenti a piccoli gruppi isolati che si nascondevano in regioni poco frequentate e si era deciso di abbandonare al proprio destino.

Accanto al nome dei nati col metodo antico, subito prima del nome, c’era un piccolo segno, un trattino basso (underscore) che consentiva di ottenere facilmente, volendo, l’elenco completo di tutti gli individui che avevano questa caratteristica.

Ai dati raccolti nell’Anagrafe profonda solo alcuni potevano accedere ed era assolutamente vietata la loro diffusione, per rispetto della privacy.

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