(Giovanni Guarino © Proprietà letteraria riservata 21/02/2020)

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Dopo la morte del dottor Spock, la situazione della vedova e del figlio era notevolmente migliorata e i due poterono vivere alcuni anni di relativa tranquillità.

Rosalina aveva preso a frequentare i vicini di casa e trascorreva le giornate in compagnia dell’amatissimo figlio.

Naturalmente erano sottoposti a tutte le difficoltà, ai traumi e alle paure che in quegli anni abbiamo dovuto affrontare; in primo luogo la moltiplicazione dei microinsetti distruttivi.

Per Rosalina, come per molti altri (una mia parente fu trovata morta in casa, soffocata) essere completamente ricoperta dalla nuvola di insetti, per quanto quest’esperienza durasse pochi minuti, era sconvolgente.

Quando la nuvola si risollevava e usciva dalla finestra, dopo che Maximilian aveva aperto – lei non era in grado di muoversi e di reagire – restava per ore immobile, incapace di compiere qualunque azione.

Di notte dormiva con tutte le luci della casa accese, nel timore che gli insetti, attratti dal buio, entrassero nuovamente e la sorprendessero a letto.

Dormiva poco; dopo essersi girata e rigirata per ore, precipitava in un sonno agitato, poi all’improvviso si svegliava, tutta sudata, il cuore in tumulto, in preda a un incubo che continuava per un po’ anche da sveglia.

A letto teneva la maschera da sub, così premuta sul volto che il giorno dopo aveva mal di capo e una striscia rossastra disegnava il contorno della maschera sulla fronte, sul naso, sulle guance.

Quando il problema fu risolto con l’abbattimento degli alberi di alto fusto, trovò un momento di pace, ma, poco dopo, gli incubi notturni ripresero, ancora più violenti di prima.

Di notte vedeva formiche muoversi sulla porta.

Maximilian si svegliava ai suoi urli disperati, si precipitava nella sua stanza. Una volta, nella furia di correre, scivolò e stava per slogarsi una gamba.

Lei lo guardava con la faccia stravolta, urlava più forte: «le formiche, le formiche. Scacciale! perché non le scacci?».

Urlava: «sei come tuo padre, pensi solo a te stesso e non scacci le formiche»; «maledetto! Ti maledico se non scacci le formiche».

Piano piano si calmava; riprendeva a dormire.

Maximilian non poteva allontanarsi dalla sua stanza; dopo un po’ Rosalina apriva di nuovo gli occhi e, in uno stato di incoscienza, cominciava a parlare.

Diceva: «C’è una vecchina nel mio letto, una vecchina maliziosa; vorrebbe che invitassi quel vecchio che dorme sul fianco, con la testa girata dall’altra parte».

Abbassava la voce, parlava in un soffio, come per raccontare un segreto: «Sai chi è? È Julian. Lo vedi? Finge di dormire e ha mandato la vecchina per convincermi ad aprire le gambe».

I suoi occhi appannati prendevano un’espressione lubrica, poi diceva: «La vecchina sa che qualche volta mi è piaciuto quello che Julian faceva, ma non gliel’ho mai fatto capire. Più lui si mostrava freddo, più io fingevo indifferenza, anche quando provavo …».

Non completava la frase; Maximilian non ce la faceva a sentire quel racconto della madre, anche se in condizioni di incoscienza.

La scuoteva, la risvegliava e, spesso, uscendo dall’incubo, la sua espressione tornava serena, la sua condizione normale; diceva: «Dai Max, non stare sveglio, vattene a letto, domani devi svegliarti presto!». In quel momento era di nuovo lei.

Alternava momenti di coscienza, in cui era la donna dolce e timida che era sempre stata, a momenti in cui veniva fuori una forte aggressività, una paura infantile, la mancanza di autocontrollo, certi pensieri nascosti che aveva, forse, sempre coltivato in una vita di sopportazione accanto a un uomo oppressivo, prepotente, egoista.

Povera donna!

Maximilian guardava la madre, ricordava il padre, guardava una fotografia che li ritraeva insieme da giovani, ricordava la freddezza dell’uomo, la sua severità, avvertiva una grande pietà per la madre, la vedeva ragazzina di famiglia povera, trasferita in casa di un giovane promettente, di sicuro avvenire: il dottor Spock.

Perché l’aveva sposata? Perché pensava che lei, povera, ignorante, non avrebbe mai messo in discussione il suo dominio assoluto sulla casa, sarebbe stata felice e grata di passare dalla schiavitù nella sua famiglia di origine alla schiavitù in una casa ricca, alle dipendenze di un uomo potente, che desiderava solo essere ammirato, esaltato, mai contraddetto, obbedito.

Così era stato, fino a quando, dopo il primo periodo di apprensione, Rosalina aveva capito che nessuno le avrebbe sottratto l’unico dono che la vita aveva deciso di farle, alle soglie della vecchiaia.

Un dono che compensava anni e anni di solitudine.

Quell’esperienza le aveva dato la coscienza di sé; si era guardata intorno e aveva distinto nettamente se stessa da tutto il resto; quell’uomo le era apparso nella sua totale miseria.

Aveva capito che il vero povero, tra loro due, era lui, il ladro che aveva rubato la sua giovinezza.

Un grande rimpianto, un grande dolore l’aveva invasa, in parte compensato dall’amore per quel bambino, che la riempiva di tenerezza, ma anche di pena, perché in lui vedeva se stessa bambina: ingenua, obbediente, giudiziosa, votata al sacrificio.

I periodi di incoscienza diventavano sempre più frequenti, sempre più disperati i suoi urli quando era catturata da un incubo.

Per alcuni mesi Maximilian riuscì a reggere da solo la situazione, poi non ce la fece più.

Una notte in cui Rosalina non usciva dall’incubo, sbatteva la testa sul cuscino, urlava disperatamente, non restò altra possibilità che chiamare il pronto soccorso.

Venne l’ambulanza, le fecero un’iniezione calmante, la portarono via.

Da quella notte non riuscì più a vederla.

Non gli avevano dato il permesso di accompagnarla, non sapeva neanche dove fosse ricoverata.

Aveva solo un numero di telefono «Chiami questo numero. Le daranno tutte le informazioni».

Forniva i dati; una voce metallica, registrata, ripeteva: «La paziente è assopita, deve riposare, non può ricevere visite».

Poi arrivò un telegramma: «La signora Rosalina Cellamare, vedova Spock, è deceduta in data odierna. I funerali si svolgeranno domani alle ore 15.00, presso l’Inceneritore (Forno Crematorio) Comunale.»; firmato: Ente planetario per la dolce morte (Planetary Sweet Death Institute).

Il giorno dopo si trovò da solo (Rosalina aveva perso tutti i contatti con i parenti) davanti all’inceneritore.

All’ora prevista vide uscire da una porticina della sala mortuaria quattro bare, poggiate su due carrelli, due per ogni carrello, una sopra e una sotto.

Su ogni bara era incollato con lo scotch un pezzo di carta con un nome.

Su uno era scritto il nome della madre.

I carrelli si spostavano con sistema di trasporto automatico su binari che conducevano all’ingresso del forno crematorio.

La porta metallica si aprì; entrarono i due carrelli con le bare, uscirono i carrelli vuoti, che completarono il giro, tornando alla sala mortuaria.

La porta metallica si chiuse.

Dall’imboccatura di un tubo altissimo vide uscire una nuvola di fumo e ceneri, sparse da un grande ventilatore che si era messo in moto.

Maximilian stette a lungo con la testa piegata in alto, fino a quando avvertì un leggero dolore fra il collo e la nuca.

Dal momento che i parenti degli altri tre morti non erano venuti ad assistere alla cerimonia, rivolse un pensiero malinconico a quelle persone, morte da sole, come la sua mamma, e immediatamente dimenticate.

Rosalina sarebbe vissuta nel suo ricordo.

Pensò: finché sarò vivo.

Provò una fitta dolorosa, quasi un presentimento; gli venne in mente un vecchio libro che Rosalina aveva appoggiato con delicatezza sul tavolo dove lui disegnava, da piccolo, dicendo: «Questo è il libro su cui ho imparato a leggere. Ti piace?».

Gli piaceva. Cominciò a sfogliarlo.

Maximilian ricordò il fruscio delle pagine mentre le girava, ricordò l’odore, che non conosceva.

Su una pagina c’erano uomini primitivi, coperti di pelli, accanto a un buco riempito col terreno e con le foglie, nel quale – gli spiegò la mamma – avevano seppellito uno di loro, morto.

«Perché l’hanno seppellito?» chiese il bambino.

«Perché così potranno venire qui, ogni tanto, e ricordarsi di lui», rispose Rosalina.

Maximilian ricordò di avere guardato di nuovo le immagini e avere notato le lacrime, disegnate sulle guance di quegli uomini.

Alzò un’altra volta la testa, guardò il fumo trasparente di ceneri finissime, attraverso il quale si vedevano le nuvole bianche.

Sulle sue guance scesero le lacrime. «Come gli uomini primitivi», pensò.

Altri carrelli con bare uscirono dalla sala mortuaria.

Maximilian tornò a casa.

Aveva appena compiuto diciotto anni, era maggiorenne e padrone di sé.

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