(Giovanni Guarino © Proprietà letteraria riservata 21/02/2020)

Cap.1;Cap.2;Cap.3;Cap.4;Cap.5;Cap.6;Cap.7;Cap.8;Cap.9

Ho raccontato questa vicenda drammatica (direi questa tragedia, con i tre personaggi principali morti), per spiegare come mai mi aveva sorpreso il suicidio di quel mio vicino di casa: Maximilian Spock, un giovane ammodo e, apparentemente, sereno, soddisfatto.

È vero che da un po’ di tempo non mi capitava di incrociarlo nell’ascensore, con il carrozzino doppio o mentre andava avanti e indietro dall’ufficio.

Non avevo dato importanza alla cosa, perché sapevo che il suocero vive nella torre residence, la cosiddetta torre delle autorità, detta anche, con il sarcasmo che comincia a diffondersi, torre di comando.

Quando ho saputo della trasformazione, del vero e proprio abbrutimento, che Maximilian aveva subìto negli ultimi tempi, ho pensato che forse l’avevo incontrato senza riconoscerlo e, non salutandolo, avevo contribuito ad accentuare la sua depressione.

Il sorriso di un vicino di casa gli sarebbe servito a superare la sensazione di abbandono.

Forse l’ho preso per un barbone, l’ho guardato di traverso e gli ho negato lo sguardo di amicizia – amicizia è troppo – lo sguardo di simpatia tra estranei che ci scambiavamo incontrandoci.

Facciamo il male che non vogliamo, that is the question, mettendo insieme un romano di valore e un barbaro non privo d’ingegno (bella questa espressione! Dove l’ho presa? A volte non so neanch’io quello che dico).

Se facessimo solo il male che vogliamo, staremmo a cavallo, come si diceva anticamente (ora si dice “stare su una motocicletta dieci accappì, tutta cromata”, mi sfugge l’origine di questo modo di dire).

Dal momento che non mi aspettavo il suicidio del giovane, non avevo segnalato il suo nome nel modulo che l’Ufficio Investigazioni aveva distribuito per prevedere e, eventualmente, prevenire questo tipo di eventi.

Prevedere gli eventi delittuosi era uno dei compiti dell’Ufficio Investigazioni, che aveva per motto: “Punire prima per punire due volte”.

Conoscevo la famiglia di Maximilian in quanto abitavamo nella stessa torre, allo stesso piano, il ventesimo.

Sapevo che era il genero del Dirigente Superiore del Ministero della salute.

Mi era giunta qualche notizia riguardo al dottor Spock e alla sua chiacchierata paternità, ma non avevo dato peso alla cosa, anche se mi aveva incuriosito.

Giuro: non avevo dato peso alla cosa e in nessun modo avevo pensato di sfruttare questa informazione per interesse personale; poi si capirà perché metto le mani avanti per proteggermi la faccia, per quanto, riflettendo, torni il discorso del romano di valore (ce l’ho in testa, ma non ricordo chi fosse), che poi, in fondo, è lo stesso del barbaro non privo d’ingegno, quello di that is the question (un altro di cui non ricordo il nome).

È facile dire: non avevo pensato di fare del male. Magari aggiungere: lo giuro. C’è una parte di noi che ci fa agire e ci controlla, esattamente come fa l’altra, però senza limiti, ipocrisie, tabù, vincoli morali.

L’abitazione occupata dalla famiglia di Maximilian era identica alle altre otto del piano, fra le quali la mia.

Erano perfettamente isolate dal mondo esterno; le finestre davano sul Giardino pubblico, ma da lassù, affacciandosi, non era possibile riconoscere i vecchi che portavano i bambini a passeggio.

Quella macchia tra le torri sembrava ancora più lontana, dopo l’eliminazione degli alberi di alto fusto.

Di notte si evitava di guardare giù: lo spazio vuoto, buio, faceva paura.

Ora, a dire il vero, al pensiero di quel povero corpo in volo, al ricordo, mi terrorizza.

Capitava di incontrarsi in uno degli ascensori, che si fermano a ogni piano e una voce metallica dice: «Siamo al (primo, secondo, terzo …) piano. Chi scende?».

La gente si dispone in fila davanti alle porte, distanziata, come ci viene spontaneo, il cartellino col numero appeso al collo, per evitare di parlare inutilmente e diffondere goccioline nell’ambiente.

I vecchi spesso confondono la targhetta del piano con la targhetta della farmacia, con la targhetta d’ingresso al Giardino pubblico.

Le porte dell’ascensore restano aperte per poco; qualcuno, temendo di non fare in tempo ad uscire, riduce la distanza solita dagli altri, addirittura comincia a spingere.

Scoppiano baruffe.

«Si tenga a distanza!», «Lei vada avanti, non perda tempo!», «Untore!», «Sputacchiatore seriale. Stia zitto!».

A volte accanto a me viaggiava Maximilian, con cui ci scambiavamo un saluto prima di entrare in casa, o la moglie, che guardava diritto davanti a sé.

Dunque non posso dire di avere frequentato quella famiglia: la conoscevo.

Ci si frequentava poco, si stava ognuno per conto suo.

Dopo l’esperienza dei virus mutanti del secolo scorso, la parola socializzare si era caricata di significati associati alla sensazione di pericolo; una delle raccomandazioni che facevano le mamme ai bambini quando uscivano – oltre a “sta attento ad attraversare la strada” – era “sta attento a non socializzare”.

Le autorità ci incoraggiavano a controllarci a vicenda, a riferire all’Ufficio Investigazioni le informazioni utili per il bene di tutti.

Ci spiavamo, non per l’antica curiosità umana di conoscere i fatti del prossimo, ma per senso del dovere.

Io stesso ero in contatto con il responsabile dell’ufficio, dottor Rosario Pirozzi, a cui facevo pervenire, ogni due mesi, una relazione sulle novità intervenute tra gli abitanti della torre: arrivi, partenze, matrimoni, separazioni, pettegolezzi.

Sono certo che anche altri presentassero relazioni simili, che servivano per confronto e verifica dell’attendibilità delle informazioni che fornivamo.

Il dottor Pirozzi mi convocò dopo la morte di Maximilian Spock e mi rimproverò aspramente per non avere segnalato la tendenza al suicidio del giovane vicino di casa.

L’accusa era: mancata collaborazione e intralcio alle investigazioni.

Accusa gravissima.

L’esperto poliziotto sapeva come infilare un sottile brivido sotto la pelle dei sospettati, per farli confessare.

Seduto di fronte a me, mi guardava fisso, non negli occhi ma sulla fronte, come se stesse scannerizzando i miei pensieri.

Nonostante fosse decisamente basso di statura, in quei momenti mi appariva come un gigante.

Si alternava con altri investigatori, che mi lavoravano a fondo per cuocermi al punto giusto e rendermi disponibile a collaborare.

Mi mostravano le foto dei miei familiari, le mie foto da bambino, per farmi capire che conoscevano tutto di me, anche i piccoli segreti che avevo cercato di dimenticare, ai quali facevano vaghi accenni, per farmi capire: a noi non puoi nascondere nulla.

Poi cominciavano con le domande a raffica, senza darmi il tempo di concludere la risposta, senza darmi il tempo di pensare.

Ripetevano ossessivamente alcune parole: “intralcio”, “dovere”, “colpa”, “punizione”, “responsabilità”.

Responsabilità è la parola che più mi è rimasta impressa nella memoria: credo l’abbiano ripetuta centinaia di volte.

Quando di fronte si sedeva il dottor Pirozzi, sapevo che avrebbe cominciato dicendo: «Dunque lei vorrebbe farmi credere, è vero, di avere ignorato che il suo defunto vicino di piano, è vero, del quale ammette di conoscere la qualifica e la parentela acquisita con un alto dirigente del Ministero della salute, mostrava, è vero, segni evidenti di depressione. Dovrei anche credere che lei non abbia indagato per appurare i motivi di sconforto del suddetto, è vero, allo scopo di trarne un profitto personale.»

Dopo questa premessa, tirava fuori da una cartellina un foglio con intestazione: “Al Ministero della salute”.

In fondo c’era la mia firma.

Agitava il foglio davanti ai miei occhi e ripeteva: «È sua o non è sua questa domanda? È sua o non è sua questa firma?»

Mi puntava i suoi laser oculari diritti in mezzo alla fronte e ripeteva: «Ammette o non ammette di avere presentato una richiesta di finanziare un bisinìss, è vero, al Ministero della salute, comaddire al suocero del defunto suo vicino di casa?»

Il business di cui parlava il dottor Pirozzi era una legittima attività imprenditoriale che avevo pensato di intraprendere, consistente nella produzione e nell’immagazzinamento di mascherine e sostanze disinfettanti da conservare per venderle a prezzo maggiorato nei momenti di crisi, facendole prima sparire dalla circolazione.

Non era un’idea originale, era stata sfruttata abbondantemente nel secolo scorso, all’epoca dei virus mutanti, e aveva prodotto grandi arricchimenti.

Mi occorreva un capitale di partenza e, non potendo, in quel momento, rivolgermi ad altri, mi rivolgevo al Ministero della salute, proponendo, in cambio del finanziamento dell’impresa, una partecipazione agli utili.

In caso di crisi epidemiologica il ministero avrebbe fatto mancare agli ospedali, per un certo tempo, le mascherine e i disinfettanti; poi le avrebbe acquistate dalla mia azienda a un prezzo maggiorato, potendo giustificare con l’emergenza la richiesta di maggiori finanziamenti al Ministero dell’economia.

I guadagni si sarebbero ripartiti tra me, il Ministero della salute e i suoi dirigenti.

Avevo previsto anche le tangenti necessarie per ministri, sottosegretari e portaborse vari.

Un piano, modestamente, calcolato nei minimi dettagli.

La mia richiesta di finanziamento era stata respinta, ma avevo fatto l’errore di presentarla di nuovo in epoca successiva al matrimonio di Maximilian.

Da qui i sospetti del poliziotto.

Il dottor Pirozzi alternava un’espressione feroce a un’espressione impassibile, quasi indifferente, a un’espressione dolce, compassionevole, come avesse voluto dire: poverino, hai sbagliato; confessa e saremo clementi.

Alla fine cedetti: mi dichiarai colpevole di avere nascosto, per fini abbietti, la presenza di un possibile suicida tra i miei vicini di piano; accettai di firmare un’autoaccusa che non avevo letto.

Mi ero convinto di essere veramente colpevole: il dottor Pirozzi era stato capace di penetrare a fondo nel mio inconscio e di portare alla luce pensieri che non osavo rivelare a me stesso.

Ero desideroso di espiazione.

Rimasi deluso quando mi accorsi che, per errore, nella confusione dell’ufficio, mi avevano fatto firmare un foglio nel quale mi dichiaravo innocente, e dovettero lasciarmi andare.

In seguito sono venuto a conoscenza di tanti particolari e, mettendo insieme le notizie come in un puzzle, ho trovato la spiegazione di ciò che era accaduto.

Ma a quel punto, certamente, anche all’Ufficio Investigazioni sapevano tutto e non avevano bisogno delle mie informazioni.

Infatti, dopo un po’ avvenne qualche cambiamento al Ministero della salute.

Il dottor Ulderico Buffardi fu spostato ad altro incarico (sostanzialmente declassato e messo a riposo forzato); il capufficio, che aveva acutamente raccolto le confidenze degli impiegati e avviato lo svolgimento della matassa creata dal dottor Buffardi e, in origine, dal dottor Spock, fu nominato Dirigente Superiore e volle presso di sé il vecchio Spirulicchio, che non era più in grado di lavorare e svolgeva egregiamente il compito di odiatore (ottenuta la sua vendetta sul figlio del dottor Spock, aspettava al varco Yoko e Ono).

I due bambini erano stati allontanati in tempo dal padre e sembrava non avessero patito conseguenze per quel contatto nei primi mesi di vita.

Peppenella non vedeva l’ora di festeggiare l’assegnazione del premio Nobel ai figli e aveva prenotato il vestito che avrebbe indossato durante la cerimonia di premiazione.

Non avendo altro da fare, il dottor Ulderico Buffardi portava i due bambini a passeggio nel Giardino Pubblico, riparandoli dal sole con un ombrello e facendoli giocare nel prato.

L’erba ricresceva rapidissimamente, dopo essere stata falciata.

Nascoste tra i fili d’erba, c’erano le chiocciole.

All’inizio questa scoperta destò meraviglia.

Erano anni che non se ne vedevano e si credeva si fossero estinte, come tutti gli altri animali, tanto che ai bambini delle scuole elementari si insegnava che esistono solo quattro specie di esseri viventi: i microrganismi (virus e batteri), gli arbusti, l’erba e l’uomo.

Poi gli scienziati ricordarono che le chiocciole sono ermafrodite, ciascun individuo porta con sé gli organi per la riproduzione maschili e femminili.

Pur non potendo autofecondarsi, questa condizione rende molto probabile la riproduzione, dal momento che due individui qualsiasi, incontrandosi, possono fecondarsi a vicenda, scambiandosi i ruoli.

Un grande vantaggio.

Da pochi individui, anche isolati in piccoli gruppi, si può riformare la specie.

I potenziali nemici delle chiocciole erano scomparsi, tranne uno.

Però all’inizio, dopo la scoperta, l’uomo non fu nemico.

Gli uomini primitivi erano affascinati dagli animali. Li disegnavano sulle rocce perché colpiti dalla loro bellezza; è una mia tesi, che vale come le altre, per spiegare i numerosi ritrovamenti di disegni di animali risalenti a tempi preistorici.

Sono convinto che quei disegni non rappresentino solo un fatto utilitaristico (segnalare gli animali e organizzare la caccia), ma siano prodotti artistici, il risultato del bisogno dell’uomo di esprimere la bellezza.

Che cosa vedeva di bello l’uomo primitivo quando si guardava intorno? Vedeva gli animali.

Noi non vedevamo animali da tempo. Le immagini virtuali, televisive, non rimangono impresse come la realtà.

Avevamo quasi dimenticato gli animali.

Per noi le chiocciole furono una bella sorpresa, una grande sorpresa.

Questo spiega la frenesia che ci investì quando trovammo le prime chiocciole nascoste tra i fili d’erba.

Non pensavamo ad altro.

Nel tempo libero i giovani abbandonavano i locali del karaoke e si riversavano nei prati alla ricerca delle chiocciole.

Gli adulti e i vecchi sembravano incantati.

Restavamo per ore ad ammirare estasiati quegli esserini striscianti, il meraviglioso disegno della conchiglia.

Che gioia! Non eravamo soli! Sulla Terra c’erano animali diversi da noi!

Potevamo esplorare la loro anatomia, studiare le loro abitudini, i loro movimenti; guardarli con curiosità, con ammirazione, con paura; sperare, un giorno, di riuscire a comunicare con loro.

Che tragedia essere stati soli per tanto tempo!

I grandi guardavano le chiocciole, i bambini le toccavano.

Casualmente scoprimmo la gracilità dei loro scheletri: stringendo le dita, forse un bambino per primo, si ritrovò la mano impiastricciata di roba molle e di sottili pezzettini di conchiglia.

Qualcuno portò la mano alla bocca e … buono!

Si cominciò a cercare le chiocciole per mangiarle, soprattutto dopo avere scoperto che, spurgate, lavate e cotte erano ancora più buone.

Partì la “Sagra della Chiocciola”, che cominciò a svolgersi in continuazione, prima una volta al mese, poi ogni sabato, poi ogni giorno della settimana, dal momento che le chiocciole erano abbondanti; con la scomparsa della stagione fredda erano sempre disponibili, in grande quantità.

I mangiatori di chiocciole si dedicarono a una raccolta continua e molto fruttuosa; nelle case, ma anche nei ristoranti, si sperimentò un menù alternativo alla solita bistecca artificiale, che sapeva di rancido (solo ora cominciavamo ad accorgercene).

Il menù più richiesto nei ristoranti aveva come ingrediente unico le chiocciole.

Sembra incredibile: i clienti rifiutavano le uova Ciù En Lai, il pane Fidèl, la pasta Che Guevara, gli spaghetti Mao Tse Tung, la pizza Bella Napoli con la mozzarella estratta dalla polvere di mattone, le polpette finte di finto manzo; chiedevano unicamente chiocciole, cucinate in vari modi, e le divoravano.

Avvenne una rivoluzione nell’arte culinaria e un cambiamento importante nell’economia.

L’industria alimentare subì un crollo, tranne nei settori che si specializzarono per l’elaborazione e la conservazione di piatti a base di chiocciole.

Partì una bolla speculativa.

Le azioni di tutte le aziende del settore raggiunsero valori incredibili.

Le chiocciole, che si trovavano in quantità enorme negli immensi prati che ricoprivano la Terra, hanno una mobilità molto limitata, non hanno alcuna possibilità di scappare, sono lente, strisciano su un organo molle che si chiama piede, lasciano una sottile bava un po’ schiumosa sul loro cammino.

Non avevano nemici naturali, competitori, predatori, cacciatori: tranne l’uomo.

Per un po’ si fecero scorpacciate di chiocciole, poi, come sempre accade, il fenomeno rallentò, passò di moda, la bolla si sgonfiò, immensi capitali furono bruciati, i voli dalle torri si moltiplicarono.

Le chiocciole avevano cominciato a mostrare una certa invadenza.

Nei prati si vedevano i bellissimi gusci disegnati, segno della fragilità di questi molluschi, che, in mancanza di acqua, seccavano, morivano.

Yoko e Ono si divertivano a cercare le chiocciole tra i fili d’erba, a staccarle con due dita, vincendo la loro resistenza.

Quando ne trovavano una, l’appoggiavano sulla panchina, accanto al nonno.

Il nonno dava le sue spiegazioni e si divertiva anche lui; osservavano la chiocciola percorrere lentamente uno degli assi di legno, volgendo intorno le antennine visive e i tentacoli tattili, alla ricerca disperata di una via di fuga, fino a che i due bambini si stufavano e la schiacciavano con un sassolino.

Il dottor Ulderico diceva: «Ora che vi siete divertiti, pulite, perché qualcuno potrebbe sporcarsi sedendo sulla panchina».

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