(Giovanni Guarino © Proprietà letteraria riservata 21/02/2020)

Cap.1;Cap.2;Cap.3;Cap.4;Cap.5;Cap.6;Cap.7;Cap.8;Cap.9

Nota dell’editore – Ad evitare accuse di plagio, che coinvolgerebbero autore ed editore, si dichiara che l’incipit di questo capitolo è ispirato a un famoso inizio di un famoso romanzo. Come questo romanzo sia pervenuto all’autore, data la sua abissale ignoranza, è un mistero.

Sebbene non possa sostenere che nascere da una madre anziana e da un padre che non ti desidera sia il caso più invidiabile e fortunato a cui possa aspirare un essere umano, devo dire che, nella situazione particolare in cui l’evento prese forma, fu il meglio che potesse capitare a Maximilian Spock, date le circostanze eccezionali che avevano reso possibile il suo concepimento.

Le difficoltà che Maximilian dovette superare, per portare a compimento il desiderio di venire alla luce, sono nulla in confronto a quelle che un altro essere umano si trovò ad affrontare per raggiungere lo stesso obiettivo, tanti anni prima, in un Ospizio per i poveri di Londra.

Venuto al mondo, Oliver (chi cazzo è?) aveva trovato solo una vecchia alcolizzata e un letto sporco; invece per Maximilian ci fu tutta l’assistenza a cui un nuovo essere che si accinge a farsi largo in questo mondo possa aspirare: dottori e infermieri pronti ad intervenire, esami clinici rigorosi, per prevenire qualunque pericolo per il feto, per il neonato, per la madre.

Come Oliver (ancora? Ma chi è?), Maximilian era motivato da una straordinaria voglia di vivere, che gli consentì di ignorare la sensazione sgradevole di non essere desiderato che gli arrivava attraverso le pareti dell’utero materno quando nella stanza entrava quell’uomo e chiedeva, con un tono di voce fintamente preoccupato: «Va tutto bene?».

In realtà il dottor Spock desiderava che qualcosa andasse storto e impedisse la nascita del bambino senza compromettere l’apparato genitale della madre, che si era dimostrato così utile per le sue pratiche igieniche.

In questo periodo scoprì che l’apparato riproduttivo esterno, e in parte interno, di Rosalina, oltre ad essere utile, gli era necessario in quanto non era facile trovare un sostituto.

Ci aveva provato con la signorina che riceveva i clienti nello studio, appoggiandole improvvisamente una mano sul seno e ricevendo un vigoroso diniego, dal quale il dottor Spock aveva desunto una supposizione precisa riguardo all’orientamento sessuale della ragazza.

La supposizione diventò certezza quando ci provò di nuovo, spostando l’attenzione e l’appoggio sul sedere, e fu allontanato con un sonoro ceffone in pieno viso, seguito dalla minaccia di una denuncia.

Il dottor Spock non capiva che, indipendentemente dalle scelte sessuali, qualunque donna avrebbe reagito ai suoi modi bruschi e troppo diretti esattamente come aveva reagito la ragazza.

Un tentativo con una paziente, anch’esso non riuscito, determinò un po’ di trambusto nello studio e lo convinse a desistere.

Il dottor Spock non aveva mai corteggiato una donna e non era tipo da impegnarsi in una ricerca lunga e laboriosa.

Tantomeno aveva voglia di frequentare i luoghi d’incontro dei giovani, dove, peraltro, si cercava amicizia, affetto, qualcuno da tenere per mano, con cui cantare al karaoke.

Si è detto che la spinta sessuale, negli ultimi anni, si era molto ridotta tra i giovani.

Gli adulti s’incontravano poco al di fuori dell’orario di lavoro, generalmente erano sposati o abituati a vivere da soli.

Quando due persone di età giovanile avvertivano il desiderio di vivere insieme, si sposavano e, da quel momento, l’attività sessuale era incanalata in una specie di liturgia fatta di baci, carezze, giochi; ogni tanto, ma raramente, erano coinvolti gli organi sessuali.

Il dottor Spock era estraneo a tutto questo.

Apparteneva a un’altra generazione; conservava un genuino interesse per l’attività sessuale, anche se la viveva come qualcosa di intermedio tra un fatto idraulico e una misura igienica.

Per lui il sesso era l’attività che da sempre aveva praticato con la moglie.

Nessun corteggiamento, nessuna tenerezza, niente preliminari; una specie di pompaggio, come se con il movimento avanti e indietro dell’organo eretto dovesse gonfiare una gomma.

Non si era mai posto il problema del piacere di Rosalina: non era affar suo.

In realtà non si poneva neanche il problema del proprio piacere. Per lui, fin da giovane, l’orgasmo era un guizzo, uno sfogo, l’allentamento di una tensione dopo averla portata al massimo, il piacere di eliminare una roba che, evidentemente, non doveva restare dentro.

Con l’avanzare dell’età si era aggiunto solo l’uso delle pillole, prima per agevolare, poi per rendere possibile l’erezione.

Avrebbe potuto risolvere il problema ricorrendo a quello che nei libri di storia era definito “il mestiere più antico”, ma quel mestiere non esisteva più da tempo: i professori facevano fatica a spiegare e a far capire ai ragazzi che cosa, anticamente, alcune donne vendevano e per quale motivo gli uomini le pagavano.

Aveva anche pensato di procurarsi una bambola gonfiabile, però l’acquisto doveva avvenire via internet, perché le bambole erano prodotte solo in Giappone, dove le vestivano da geishe, per utilizzarle nella cerimonia del tè.

Gli acquisti su internet erano registrati e finivano in un elenco a disposizione della polizia; si rischiava di essere inseriti fra gli individui con tendenze sessuali particolari, ai quali era impedito qualunque avanzamento di carriera.

La nascita di quel figlio continuava a creare problemi al dottor Spock.

Invece Rosalina era rinata.

Non aveva più quell’aria che tutti definivano signorile, altera, ma che, in realtà, era depressa, lugubre.

Le aveva fatto bene la liberazione provvisoria dall’obbligo di allargare le gambe due volte alla settimana, di sentire quell’uomo freddo, privo di qualsiasi dolcezza, penetrare nel suo corpo; quell’uomo che non aveva mai pensato a una carezza, a un bacio, a un minimo gesto di tenerezza.

Era contenta di nutrire un nuovo essere che sentiva crescere dentro di sé e non le importava degli sproloqui del dottor Spock: la necessità di migliorare la razza, le direttive che, senza volere, avevano violato, il pericolo di far crescere un bambino ribelle, dotato di un basso quoziente intellettivo.

A Rosalina quei discorsi non importavano; non era abituata ad interloquire quando parlava il marito, non lo contraddiceva mai, però, in cuor suo, gli diceva cose che non aveva mai pensato prima.

Fra sé e sé ridacchiava quando sentiva il dottor Spock, esasperato, arrivare a prendersela con gli scienziati dell’Ente per la procreazione, che non l’avevano avvertito.

Lei, invece, pensava: quei tromboni pretendono di dominare la natura, di ingabbiarla dentro alle loro regole e si trovano continuamente a scoprire eccezioni.

Era questa l’idea che gli scienziati avevano voluto evitare di diffondere, il motivo della decisione di non rivelare il fenomeno che aveva portato al concepimento di Maximilian, un fenomeno abbastanza limitato, in attesa di trovare una spiegazione convincente.

La coincidenza di interessi tra gli scienziati dell’Ente per la procreazione e il dottor Spock gli consentì di non far conoscere con certezza ai vicini di casa, ai colleghi, ai clienti, il modo in cui il figlio era stato concepito, di lasciare un margine di dubbio, anche se non era possibile cancellare il trattino basso dall’Anagrafe profonda, nella quale i dati erano inseriti da sistemi di intelligenza artificiale non controllati dall’uomo.

Questo era un cruccio continuo per il dottor Spock, anche perché sapeva che erano allo studio sistemi per la segregazione degli individui nati con il metodo antico e temeva di essere messo, in futuro, di fronte alla palese falsità delle spiegazioni che aveva fornito in giro.

Insomma, un bel casino.

Fortunatamente, l’aumento esponenziale del numero dei suicidi, che cominciava a manifestare i suoi effetti, contribuì a distrarre l’attenzione dei responsabili dalla mancata crescita del quoziente intellettivo nella popolazione.

Ma un altro, più immediato problema, spuntò all’orizzonte.

Prima di parlare del dottor Spock stavo raccontando: dopo avere distrutto le alghe, gli insetti, rimasti a corto di sostanze nutritive, avevano cominciato a dirigersi in massa verso le piante, in particolare verso le maestose conifere che, dopo l’assalto, restavano prive di foglie e seccavano.

Dopo un po’ le radici cominciavano a marcire, non riuscivano a reggere il peso della pianta, la pianta crollava, causando, a volte, gravi danni.

Il numero degli insetti aumentava a dismisura; ormai non c’era fiume, lago, mare, oceano che non presentasse quelle larghe macchie nere in superficie che si estendevano fino ad alcuni metri di profondità.

Di giorno la luce del sole faceva fatica a farsi strada tra le nuvole dense, sospese nell’aria o avvinghiate ai cipressi, ai pini, alle querce, alle robinie, ai tigli, agli olmi, e anche agli olivi selvatici (quelli che producevano i frutti erano bonsai coltivati in laboratorio) che, non potati, raggiungevano molti metri di altezza.

Le terre emerse stavano per precipitare in una notte senza fine.

Quando era iniziato l’assalto, la nuvola si depositava su tutte le piante, grandi o piccole che fossero, e sui prati, soprattutto su quelli più rigogliosi di fili d’erba.

Si notò subito che i prati e gli arbusti, nonostante fossero stati ricoperti da un numero enorme di insetti, ne uscivano indenni, non subivano danni, come gli uomini e gli animali (questi, tuttavia, erano catturati dalla nuvola, in quanto non stavano fermi; rimanevano prigionieri fino a quando la morte li immobilizzava).

Le piante di alto fusto perdevano le foglie e immediatamente seccavano.

Furono condotte indagini approfondite e, grazie all’intuizione di un giovane ricercatore americano, Gaspar Esposito, di origine italiana, si stabilì che la clorofilla delle piante di alto fusto è legata ai carotenoidi (le sostanze colorate, pigmenti, che si mettono in evidenza nelle foglie quando seccano), mentre le piante piccole e l’erba sono prive di carotenoidi.

Si avanzò l’ipotesi che fossero proprio i carotenoidi, non la clorofilla, le sostanze cercate dagli insetti.

Quest’ipotesi trovò conferma quando si accertò che alcune specie di alghe, prive di carotenoidi, erano sopravvissute alla distruzione operata dagli insetti.

Sembrava che queste alghe avessero tratto giovamento dalla situazione, in quanto tutti i loro competitori, animali e vegetali, erano stati eliminati.

Avevano cominciato a svilupparsi in maniera assai rigogliosa sulla superficie delle acque (sotto alla superficie la luce non arrivava); addirittura sembravano in competizione con i microinsetti.

Fra le macchie scure si vedevano ampie distese di alghe verdi, che facevano un bel contrasto, molto apprezzato dagli artisti, in particolare dai fotografi e dai videoamatori.

Era dunque assodato che gli insetti cercavano i carotenoidi nelle foglie delle piante di alto fusto.

Quando Gaspar Esposito, insieme ai collaboratori: Mel Stuart e Baldassar Bembo, presentò le conclusioni della sua ricerca, corredate da una nutrita serie di misurazioni, di immagini e video dei diversi ambienti in cui si era sviluppata, un applauso spontaneo si alzò dai compassati componenti dell’Istituto planetario della scienza (PSI: Planetary Science Institute).

Il direttore dell’Istituto si alzò e, dopo avere elogiato il giovane e la sua equipe, unì i tre “Maghi della Scienza”, “Portatori della Buona Novella”, in un lungo, commovente abbraccio, e annunciò la sua intenzione di proporre all’Accademia svedese (che si riuniva a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana) di conferire il premio Nobel per la biologia ai valenti ricercatori.

Nella mente di tutti gli scienziati presenti, nessuno escluso (si trattava degli uomini e delle donne fornite del più alto quoziente intellettivo nell’intera popolazione), apparve subito la soluzione del problema che stava angosciando il mondo: la moltiplicazione incontrollata dei feroci piccoli insetti (destructive micro insects).

Fino a quel momento l’uso degli insetticidi, anche dei più pericolosi, sparsi abbondantemente sulle macchie scure, non aveva sortito alcun effetto; anzi le nuvole sembravano uscire da quell’immersione nelle sostanze tossiche, letali per tutti gli altri viventi, ancora più energiche e, direi quasi, baldanzose di prima.

Evidentemente, i microinsetti avevano sviluppato una resistenza a tutti i veleni conosciuti e presentavano un sistema metabolico inedito, mai riscontrato prima in alcun essere vivente.

La soluzione del problema, semplice, come tutte le idee scientifiche importanti, consisteva nell’eliminazione anticipata di tutte le piante di alto fusto presenti sul pianeta.

Dal momento che gli stessi microinsetti distruggeranno tutte le piante di alto fusto – ragionavano gli scienziati – dopo avere causato problemi crescenti alla popolazione per la loro moltiplicazione esponenziale, eliminiamo l’unica fonte di carotenoidi e riusciremo ad anticipare l’estinzione degli insetti.

Idea semplice, lineare, perfettamente coerente con la logica di quelle grandi menti.

Nonostante l’atteggiamento rigoroso che caratterizza gli scienziati, abituati a far prevalere il ragionamento sull’emotività, bisogna dire che l’immagine di quei pestiferi micro scassatori di cabasisi, alla ricerca disperata dei carotenoidi, rallegrava più di uno, costretto a rimandare le ferie per affrontare un problema che, fino a quel momento, sembrava lontano dalla soluzione.

Su una lavagna del severo Planetary Science Institute apparve un disegno che rappresentava un piccolo mostriciattolo baffuto (i microinsetti erano provvisti di ciglia vibratili) che si guardava intorno con aria abbattuta, mentre dalla sagoma saltellante di un uomo in camice bianco usciva una nuvoletta con la scritta: «È inutile cercare i carotenoidi. Non ci sono più, non ci sono più» e alcune note musicali disegnate accanto. L’uomo in camice bianco non solo ballava, ma aveva il braccio destro piegato nel caratteristico gesto dell’ombrello.

Si trattava, probabilmente, dello scherzo goliardico di uno studente, ma faceva capire il clima di tensione che si era vissuto nell’istituto.

La scritta, infatti, rimase sulla lavagna per diversi giorni, prima di essere cancellata, con un sorriso, dal professore di Analisi matematica superiore (Master di specializzazione per laureati) e sostituita da un elenco di numeri da un milione a un milione e cinquecento, che il professore scrisse con precisione e gli studenti ricopiarono diligentemente e cercarono, successivamente, di memorizzare.

Si avviò, dunque, un piano di abbattimento delle piante di alto fusto su tutto il pianeta.

Per convincere la gente della necessità di un intervento così drastico, gli esperti di comunicazione del ministero dell’ambiente realizzarono un video, trasmesso in continuazione su tutte le reti.

In un bosco, di notte, intorno agli alberi di alto fusto, una massa mostruosa, priva di una forma definita; diventa sempre più grande; dettaglio: i microinsetti; secondo dettaglio: volti terrorizzati; terzo dettaglio: bambini in fuga; campo lungo: ruspe al lavoro abbattono gli alberi; alle prime luci dell’alba, come il vampiro Nosferatu, le nuvole di insetti si dissolvono lentamente; sulla landa deserta sorge il sole: il nuovo giorno.

Un video bellissimo.

Nelle aree in cui le piante erano numerose si utilizzarono bulldozer; dove ce n’erano poche: motoseghe.

Nelle foreste e nelle zone montagnose, per affrettare i tempi, si procurarono incendi controllati, dopo avere accuratamente verificato l’assenza di esseri viventi – in realtà solo di uomini, perché gli animali erano spariti da tempo – e convinto, con le buone o con le cattive, alcuni personaggi classificati come originali e anomali a desistere dalla protesta, che consisteva nell’arrampicarsi sugli alberi di alto fusto per impedirne la distruzione.

Quando i ribelli in procinto di manifestare si accorsero che l’incendio era avviato nonostante la presenza dei contestatori sui rami più alti, e videro i lanciafiamme pronti per essere usati al posto degli idranti, la protesta rapidamente si spense.

I tentativi di opposizione furono rari, perché la massa della popolazione era abituata ad accettare le decisioni delle autorità scientifiche ed era distratta dalle ultime fasi del campionato di calcio planetario, lo sport più popolare, che si giocava rigorosamente al chiuso e combinava le regole del calcio europeo con quelle del football americano.

Utilizzando un sistema satellitare, si faceva arrivare negli stadi vuoti la voce dei tifosi proveniente da ogni casa, cosicché ognuno cercava di urlare il più possibile, sperando di riuscire a distinguere la propria voce nell’urlio generale.

Dalle case partivano boati che sovrastavano qualunque rumore, rendendo in quelle ore impossibile la circolazione nei centri abitati; i guidatori perdevano l’orientamento e andavano a sbattere contro i muri.

In un caso si era verificato un incidente aereo, dovuto al vuoto d’aria prodotto dalle urla di un’intera città che l’aereo stava sorvolando proprio mentre la squadra locale segnava una meta – goal.

Nei momenti di pausa, alcuni lanciavano frasi divertenti o espressioni colorite negli stadi vuoti, raggiungendo il massimo della soddisfazione se riuscivano a provocare una reazione degli altri spettatori a distanza: una risata, uno scroscio di applausi, anche urli di disapprovazione.

Un sistema automatico traduceva le frasi sullo schermo del televisore nella lingua scelta e provvedeva alla censura delle espressioni sconvenienti o non attinenti alla partita.

Quel pomeriggio sembrò il più adatto ad avviare l’abbattimento degli alberi di alto fusto nelle aree verdi vicine alle case, rimandando alla notte successiva l’incendio programmato delle foreste e dei boschi nelle zone montagnose.

L’operazione fu portata a termine con efficienza; gli incendi durarono alcuni giorni e non sempre si riuscì a controllarli; alcuni villaggi sperduti, con tutti gli abitanti, furono distrutti dal fuoco.

Dopo una settimana, sulla Terra non esistevano più i giganteschi alberi preistorici, veri e propri fossili viventi.

Una grande malinconia invase le torri, dove gli uomini cominciavano a domandarsi: dove arriveremo?

Alla televisione si spargeva ottimismo.

Furono riprese le nuvole di microinsetti che giravano come impazzite, a conferma della teoria del brillante Gaspar Esposito, perdevano energia, si abbattevano al suolo, si dissolvevano, come il vampiro Nosferatu nel film di Murnau.

Era inquadrata l’acqua dei fiumi, dei laghi, dei mari, degli oceani: diventava sempre più chiara, più azzurra, con le mani si poteva finalmente bere; non quella dei mari, ricoperti dalle belle estensioni di alghe verdi.

Sul nostro pianeta sorgeva il sole, che da tempo, sulle terre emerse, si era solo intravisto con difficoltà, non riuscendo più a distinguere il giorno e la notte (utilizzavamo una applicazione sullo smartphone).

Nei commenti degli esperti televisivi, degli opinionisti, dei tuttologi, degli scienziati, dei ministri, si ripeteva con convinzione: «Un incubo ha attanagliato il nostro pianeta negli ultimi anni: il pericolo concreto di essere interamente ricoperto da una enorme nuvola di insetti. Grazie all’ingegno umano questo pericolo si è definitivamente allontanato.»

Anche qui, prima di definitivamente, una pausa, per sottolineare il concetto.

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