Cinema Odeon – piazza degli Strozzi – Firenze (27 gennaio 2018 h 18.15)

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Non sono un fan di Paolo Virzì.

Mi erano piaciuti i suoi primi film; mi era molto piaciuto “My name is Tanino” (quindici anni fa, il primo girato in America), poi l’ho un po’ perso di vista, mi è sfuggito qualche film e non sono riuscito a vedere fino in fondo l’ultimo, prima di questo, “La pazza gioia”, recentemente trasmesso in televisione.

Quando ho visto la donna affetta da disturbi mentali, ricoverata in una comunità terapeutica, dove dovrebbe essere curata, scartabellare nelle cartelle di un’altra ricoverata e fingersi dottoressa senza che nessuno se ne accorga per un quarto d’ora, mi sono detto che i registi dovrebbero mantenere un rapporto tra la propria creazione artistica e la realtà e mi è passata la voglia di continuare a seguire la vicenda raccontata nel film.

Chi è riuscito ad arrivare fino in fondo ha confermato: molte coincidenze e situazioni inventate solo per mettere un po’ di carne al fuoco.

Ma bisogna sempre dare una chance al regista, anche se una volta ti ha deluso.

Dunque, spinto soprattutto dal nome dei due attori protagonisti (Donald Sutherland e Helen Mirren si associano a tanti bei ricordi cinematografici) e dalle voci sulla trama, che richiamavano una certa simpatia generazionale, sono andato a vedere questo film.

Non me ne sono pentito: Virzì non ha compresso i due attori dentro una poetica solipsistica (leggi: masturbazione mentale), come è accaduto a Michael Caine e ad Harvey Keitel in “Youth” di Sorrentino, anche se i personaggi che interpretano hanno a che fare con i problemi della vecchiaia: la malattia, la smemoratezza, l’incontinenza.

Però il film ha una trama, racconta una storia, si fa seguire.

Donald Sutherland rende credibile il professore innamorato di Hemingway e della professione che ha esercitato per tanti anni – cerca di spiegare la letteratura a tutte le cameriere che servono ai tavoli, finché è tanto fortunato da trovarne una che ha fatto la tesi sul suo mito letterario – affetto da vuoti di memoria; bisogna essere molto lucidi per fare lo smemorato in quel modo.

Helen Mirren dà un tocco di follia al suo personaggio, disperato ma assolutamente vitale.

Ho visto il film al cinema Odeon, non solo perché è una bellissima, antica sala cinematografica – nei luoghi dove bazzico, tra Firenze e Pisa, ci sono sale altrettanto belle dove il film è in programmazione (ha avuto un’ampia distribuzione) – ma soprattutto perché all’Odeon in piazza Strozzi è possibile vedere i film in lingua originale con sottotitoli in italiano.

Solo in casi estremi, se non c’è altra possibilità, mi rassegno al doppiaggio, che mi sembra come bere un bicchiere di vin santo, stagionato, prezioso, mettendoci dentro un dito d’acqua.

La voce degli attori fa parte dell’interpretazione; sono importanti le cadenze, i toni; è, spesso, importante ciò che dicono, non alterato dalla necessità di far coincidere le parole con il movimento delle labbra.

Dipende dal film; certamente: dipende dal film, ma il doppiaggio dovrebbe essere l’eccezione, non la regola.

Non è necessario conoscere tutte le lingue; sul grande schermo cinematografico è possibile, magari sedendosi non troppo distanti, seguire comodamente il testo e le immagini. Può essere un motivo in più per andare al cinema, perché sullo schermo televisivo, più piccolo, si tende a concentrarsi sul testo.

Se poi la lingua è più o meno conosciuta, la fruizione risulta ancora più facile.

Chi non ha sentito la voce di Marlon Brando nel Padrino, o di Robert De Niro, nel Padrino parte seconda, o dello stesso De Niro in Toro scatenato, non ha visto, conosce solo approssimativamente questi film che sono, a giudizio unanime – mio e di quei due, tre amici che condividono i miei gusti – capolavori della cinematografia.

Chi si accontenta del doppiaggio, per pigrizia, per abitudine, o perché nella maggior parte delle sale non c’è altra scelta, non conosce film importantissimi, nella struttura dei quali è fondamentale la voce, costruita con fatica, con intelligenza, con studio (basti pensare alle interpretazioni di Meryl Streep), per rendere un’atmosfera, un ambiente, un personaggio.

In ciascuno dei film che ho citato prima, perdere il meraviglioso italo-americano, il divertentissimo, fantasioso siculo-inglese o inglese-napoletano dei nostri emigranti di prima e seconda generazione e sentirli parlare un italiano medio con accento meridionale, condito con qualche parola dialettale, vuol dire perdere in parte un elemento fondamentale del film: il suono, costituito da sottofondo, musiche, silenzi e voci degli attori (quando non si sovrappone il rumore fastidioso dei masticatori seriali di popcorn).

Anche quando il doppiaggio è fatto bene – i doppiatori italiani sono i più bravi – siamo là, è come accontentarsi del vin santo d’annata annegato in un dito d’acqua.

Per questo ho aspettato che “Ella & John – The Leisure Seeker” passasse all’Odeon, dove, peraltro, si ha la possibilità, uscendo dal cinema, di fare due passi in uno dei centri cittadini più belli del mondo.

All’uscita dal cinema si può raggiungere piazza Signoria, poco distante, si può visitare quella piazza … quella piazza che non merita il “Monumento allo stronzo”, (il titolo è mio ma riflette l’opinione di molti fiorentini e turisti) – inteso non in senso metaforico, riferito all’autore della statua o all’autorità che ha deciso di metterla lì, ma proprio nel senso etimologico (dal longobardo, credo) di escremento solido di forma più o meno cilindrica quando non è molle (quello rappresentato in piazza Signoria è decisamente molle), opera del famoso scultore svizzero Urs Fischer – messo a campeggiare al centro della piazza fino al 21 gennaio.

Una correzione: ho scoperto che il titolo non è mio (Finestre sull’Arte, Federico Giannini, 25/09/2017), che il critico Jeremy Sigler, all’epoca dell’esposizione di “Big Clay #4” – questo è il nome vero di quell’inutile ammasso di acciaio e alluminio, “Grande argilla”, non ho voglia di indagare che significa quel #4 – a New York, aveva proposto per quell’opera il titolo: “The most expensive turd in the art casino” (il più costoso stronzo del casinò dell’arte).

Quindi l’accostamento tra quel monumento e gli escrementi è spontaneo, anche se il curatore, Francesco Bonami, scrive (Mus.E Urs Fischer in Florence): “… un monumento alla semplicità e alla primordialità del gesto umano che plasma la forma. Uno sguardo più approfondito della superficie di alluminio dell’opera scoprirà le impronte digitali delle dita dell’artista …”.

Ma si sa che le “opere d’arte” trasmettono molto di più di ciò che era nelle intenzioni dell’artista e nelle spiegazioni dei critici.

Una domanda: Francesco Bonami, che nella scorsa edizione di “Quelli che il calcio” presentava le opere artistiche brutte in giro per l’Italia, per scrivere del “gesto umano” e dello “sguardo approfondito”, quel monumento allo stronzo l’avrà visto? E non l’ha trovato brutto? Non ha trovato brutte le due statue di cera, destinate a liquefarsi, una delle quali raffigurante lo stesso Bonami, che l’artista ha avuto l’idea di piazzare sull’Arengario di Palazzo Vecchio? A conferma della superficialità con cui è stata gestita tutta l’operazione, a vari livelli, la statua di Bonami è felicemente precipitata ed è stata portata a liquefarsi da un’altra parte. Del resto, se una statua deve liquefarsi, brutta com’è, perché deve farlo sull’Arengario di Palazzo Vecchio? Non può farlo a casa di Urs Fisher o di Francesco Bonami o di chi ha autorizzato questa scemenza?

Per la cronaca: ieri sera l’obbrobrio principale, quello al centro della piazza, era ancora in fase di smantellamento. Le stronzate, di solito, sono complicate a farsi, ma anche a disfarsi.

Torniamo al film.

Dopo la scoperta della sparizione dei due vecchi da parte del figlio – un personaggio irrisolto, di cui si accennano vari problemi: sessuali, economici, di rapporto con la sorella e con i genitori, senza svilupparne nessuno – si entra nel motivo conduttore: è libero chi non ha niente da perdere.

A rovinare lo sviluppo della trama e a disturbare chi vorrebbe seguire con partecipazione questi due simpatici incoscienti (altrimenti, che siamo venuti a fare al cinema?) le solite approssimazioni e le troppe coincidenze, di cui Virzì pare non riesca a fare a meno. Evidentemente non applica la regola aurea: per essere credibile e non darci l’impressione di prenderci per scemi, mai più di una coincidenza per film; è una regola statistica, si applica anche alla Signora in giallo, per cui nei prossimi film Virzì non ha più coincidenze a disposizione.

Vediamo Ella e John girare per le stanze di un ricovero per anziani – John ha un fucile nascosto nei pantaloni – senza che nessuno li fermi, fino a che, aprendo una porta, trovano il primo fidanzato di Ella, un vecchio di colore su una sedia a rotelle, che non la riconosce e alla domanda, fondamentale per John, «porti i boxer o le mutande?» risponde «ho il pannolone» (forse gli sceneggiatori si aspettano che a questa battuta ridiamo).

Per caso, John trova, in un posto pieno di confusione e di gente che balla (Kay West, Florida, casa di Hemingway), la borsetta della moglie che è stata ricoverata (nessuno si domanda: ma questa signora che si è sentita male era sola? Dobbiamo informare qualcuno?).

Grazie a quella borsetta e al suo contenuto, il povero John riesce a ritrovare la moglie in ospedale (nel cinema – nel romanzo, diceva Cekhov – se compare una pistola deve sparare, se si inquadra una borsetta deve servire a qualcosa, basta aspettare un po’).

In ospedale tre “luminari” della medicina, seduti dietro a un tavolo, spiegano a John la grave malattia della moglie, senza capire che lui non è in condizioni di seguire il loro discorso e non sa neanche chi è e dove si trova, più o meno.

Dall’ospedale scappano approfittando dell’aiuto involontario di un’infermiera che è troppo indaffarata per guardarli.

Solo accennati, come si diceva, i problemi del figlio; ancora più strano e antipatico il personaggio della figlia, che mangia la torta mentre i genitori rischiano di andare all’altro mondo, come di fatto accadrà, si commuove quando parla al telefono con la madre ma riesce solo a litigare con l’isterico fratello senza proporre soluzioni.

Da notare che le comunicazioni con Ella, tramite cellulare, non sono mai interrotte e, nonostante i due siano un evidente pericolo per sé e per gli altri (in più occasioni arriviamo al limite del disastro), nessuno pensa alla geolocalizzazione per rintracciarli o a rivolgersi a qualcosa di simile a “Chi l’ha visto” (da noi Federica Sciarelli li avrebbe trovati subito).

Sorvoliamo sul poliziotto e sui ladri improvvisati, che sono personaggi comici, temo involontariamente comici, forse introdotti per alleggerire la tensione.

Però Donald Sutherland e Helen Mirren sono bravi e danno vitalità ai personaggi che interpretano, anche se la conclusione è amara: pare che in America l’unica soluzione possibile per chi è gravemente malato, come Ella e John e lo sceriffo di Ebbing, Missouri, sia il suicidio.

Certamente l’affinità generazionale ha giocato un ruolo nel mio apprezzamento dei due attori e nella simpatia per i personaggi, ma quanta vita c’è (citazione da Biagio Antonacci) in persone che sono agli sgoccioli!

Farebbero bene ad accorgersene quei giovani (la parola dev’essere pronunciata col tono di Nanni Moretti in Ecce Bombo: «Rispondi tu che fai bene il giovane»), quei giovani che dovrebbero capire: il nonno e la nonna non sono due vecchi da ignorare, che dovranno fingere di piangere tra poco, sono due vecchi che farebbero bene a cercare ora per imparare qualcosa e farsi due risate insieme. Finché sono in tempo.