Cinema Odeon – piazza San Paolo all’Orto – Pisa (14 novembre 2018 h 17.50)

Da chi sono stati scritti i film prodotti dall’industria cinematografica italiana dagli anni ’80 alla fine degli anni ‘90?

La domanda nasce spontanea (come diceva Lubrano) dopo avere visto, in questo film, i grandi sceneggiatori dell’epoca circondati dai cosiddetti “negri”.

La parola non era ancora uscita dal politicamente corretto: avevamo nelle orecchie Don Marino Barreto Junior che cantava, alla fine degli anni cinquanta, «Io sono un povero negro e d’un favore ti prego …», modulando la voce e realmente piangendo (così sembrava), forse anche per la rima mancata (prègo non fa rima con négro).

“Angeli negri” era stata ripresa, con grande successo, nel 1968 da Fausto Leali, che, infatti, era chiamato il “negro bianco”, per il titolo di un album e per le sue caratteristiche vocali.

Negli ambienti intellettuali, indifferenti alle facili emozioni diffuse dai media nazional popolari, la parola “negro” aveva assunto una connotazione negativa – molto diversa da quella che ne ha determinato l’ostracismo attuale – si era caricata di disprezzo, senza nessun riferimento al colore della pelle, ma solo alla condizione di sfruttato, da non compatire in quanto consenziente.

Il “negro” era uno che si faceva sfruttare.

Per esempio, nelle case editrici indicava il giovane laureato in lingue straniere, o la persona esperta di una determinata lingua, che preparava la cosiddetta “traduzione di servizio” dei grandi testi della letteratura mondiale, soprattutto della letteratura americana, su cui lo scrittore di fama, che, spesso, conosceva la lingua in modo approssimativo, ricamava la sua versione personalizzata, evitando di dover consultare continuamente il vocabolario.

I “negri” del periodo e dell’ambiente a cui il film si riferisce erano i giovani che battevano continuamente sui tasti delle macchine da scrivere per costruire, un pezzo per uno, le famose sceneggiature.

Nel film se ne vedono molti intorno a un tavolo.

Inventavano le battute fulminanti, destinate a rimanere a lungo nella memoria.

Erano pagati al nero dal “maestro”; riconoscevano nel film, quando andavano a vederlo al cinema, i dialoghi da loro inventati, poi leggevano nei titoli di coda: sceneggiatura di Tizio o di Caio, qualche volta di Tizio e Caio; mai il loro nome.

Questo vediamo nell’ultimo film di Paolo Virzì.

A modo suo, il film contiene una denuncia, non esplicita: la denuncia di un testimone, forse, all’epoca, anch’egli vittima di questo sistema.

La prima offerta di lavoro per il giovane proveniente da Piombino, uno dei tre finalisti del premio Solinas, un ragazzo sicuro di sé, sfrontato, veloce nella scrittura, desideroso di lanciarsi alla conquista del mondo mitico dei cinematografari, è proprio questa: fare il “negro”, senza montarsi troppo la testa, senza pretendere di vedere associato il proprio nome al lavoro svolto; rinunciare al diritto d’autore, che spetta sempre e comunque al “maestro”.

Tra i giovani riuniti intorno al tavolo c’è una ragazza, scura in volto, malinconica, che l’anno prima aveva vinto lo stesso premio.

Ora scrive per il “maestro” ed è protetta da lui, con le unghie e con i denti; la protegge dagli inviti a cena del produttore, sempre all’attacco quando si tratta di una giovane donna, ma anche da un qualunque contatto con un coetaneo, per esempio il giovane sceneggiatore siculo, a cui la ragazza, china sulla macchina da scrivere, ha chiesto se, in un dialogo, è preferibile usare nemmeno o neppure.

Il vecchio “maestro”, che ha mire evidenti sulla sua protetta, è sempre in guardia, prende per il collo e caccia via con modi bruschi chiunque susciti la sua gelosia.

Ma lui, il venerato maestro, che cosa fa?

Fa il fenomeno, partecipa alle feste con la sua corte e spara sentenze; da esperto negriero, sceglie tra le fatiche dei giovani “negri” e si fa bello del lavoro altrui.

Ritorna la domanda iniziale: chi ha scritto le sceneggiature dei film che in quel periodo, nonostante già si parlasse di crisi, si producevano in gran copia a Cinecittà?

Un testimone, Paolo Virzì, racconta un ambiente dove non si facevano molti scrupoli, ma, anziché ricavarne un film, avrebbe fatto meglio a produrre un elenco preciso di titoli, di nomi e di altri testimoni, in modo da mettere finalmente le cose a posto.

Qualcosa come: “Titolo del film”, sceneggiatore SIAE, sceneggiatore vero, testimonianze: Tizio, Caio, Sempronio, e poi ancora: Gaspare, Melchiorre, Baldassarre, per essere sicuri, per richiamare il clima natalizio.

Sono furti avvenuti trenta, quaranta anni fa: siamo ancora in tempo; i giovani di allora, che si fecero derubare del proprio lavoro o assistettero al furto, sono ancora in giro.

Qualcuno è diventato regista o sceneggiatore in proprio, qualche altro, approdato pieno di speranze a Roma, finalista di un premio per la sceneggiatura, se ne tornò a casa con la coda tra le gambe, rinunciando a realizzare le aspirazioni, a raggiungere gli obiettivi per i quali, forse, aveva i numeri.

Ci sarebbe voluta una bella inchiesta, un docufilm, una vera e propria indagine giornalistica, tipo “Report”.

Virzì ha preferito sparare nel mucchio, divertirsi con il gossip, forse togliersi qualche sassolino dalla scarpa, senza assumersi la responsabilità della denuncia documentata, con nomi e cognomi veri, non inventati.

Il risultato è che qualche talento della sceneggiatura cinematografica continuerà ad essere sconosciuto, e qualche “venerato maestro”, anche all’altro mondo, continuerà a farsi bello del lavoro altrui.

L’ambiente descritto da Virzì sembra devastato da una guerra combattuta con tutti i mezzi dai vecchi, fermamente decisi a difendere con feroce determinazione le posizioni conquistate negli anni precedenti, contro i giovani che cercavano di scalzarli nei titoli di coda e nei letti delle fanciulle.

Forse questo è uno dei motivi della fine di quel periodo fecondo dell’industria cinematografica italiana, oltre alla forte diminuzione degli spettatori: i vecchi hanno vinto, c’è stata una strage di nuovi talenti.

Se non si chiarisce la questione, rischiamo di scoprire (quando qualcuno dei protagonisti e dei testimoni vorrà donarci altre sue confessioni e rivelazioni attraverso un film) che anche i nomi di alcuni registi, noti autori di capolavori, devono essere sostituiti da quelli di aiuti registi o, addirittura, di sconosciuti che hanno lavorato per la gloria del maestro e, alla fine, se ne sono tornati a casa e hanno aperto un ristorante a Piombino.

Un conto è la collaborazione (il cinema è lavoro di gruppo), un altro è avere svolto tutto il lavoro al posto del capo, che, facendo quasi nulla, campando di rendita, si è preso tutto il merito.

“Notti magiche” è basato sul giochino “indovina chi è quello”, “indovina chi è quell’altro”, mascherati con nomi falsi o citati con nonchalance solo col nome di battesimo; chi è estraneo a quel mondo non può partecipare e non si diverte.

Il giallo è imbarazzante nella sua banalità: s’è mai visto un giallo in cui il regista ti suggerisce il nome del colpevole prima ancora che comincino le indagini?

Mescolare la denuncia alla fiction non è una buona idea: la denuncia dev’essere rigorosa e personalizzata, la fiction è gratuita, la sua verità è tutta interna alla storia raccontata.

Se non hai l’intenzione di denunciare, perché, tutto sommato, quel mondo ti piaceva e ti piace ancora, inventa una storia completamente romanzata che tenga lo spettatore attaccato allo schermo perché è interessante, è emozionante, contiene suspence, non per i riferimenti, più o meno espliciti, a donne e uomini realmente esistiti, che avrebbero tutto il diritto di incazzarsi, sentendosi chiamati in causa come sfruttatori o complici di sfruttatori.

I tre personaggi intorno ai quali ruota l’intera vicenda sono poco credibili.

Magari rappresentano giovani che gli sceneggiatori hanno realmente conosciuto, che Virzì ha frequentato, ma, naturalmente, mi riferisco a ciò che vedo sullo schermo.

Sullo schermo vedo muoversi e sento parlare personaggi costruiti a tavolino.

Non ho mai sentito, nella realtà, uno che parla come il giovane che ha fatto il liceo e vuole dimostrare a tutti la sua cultura.

Anche negli anni novanta, soprattutto negli anni novanta, la cultura libresca non si mostrava, si teneva per sé.

Non c’era più, già dopo il sessantotto, quell’antico orgoglio di chi aveva fatto studi classici e parlava come un libro stampato.

Era più facile ascoltare, in un colloquio tra amici, una costruzione grammaticale classica, per esempio la consecutio temporum, da un operaio autodidatta che da uno studente.

Il linguaggio aveva cominciato la discesa verso l’uniformità, la fuga dai congiuntivi, l’appiattimento in basso, agevolato dal progressivo abbandono, nelle scuole e nelle università, della meritocrazia.

Anche la facilità con cui il vincitore del premio Solinas si fa fregare l’assegno dal produttore mi sembra poco credibile: un giovane studioso, aspirante sceneggiatore, ai suoi primi guadagni, che si mette a piangere quando l’amico, per scherzo, finge di rubargli l’assegno, non è così scemo da cadere nella trappola di un produttore chiaramente fuori di testa, dopo avere assistito al sequestro dei mobili.

Per un attimo ho temuto che si volesse far passare Fellini per ladro, per avere accettato l’assegno del giovane ingenuo dal produttore imbroglione (parlo di Fellini personaggio del film, ovviamente).

Per fortuna hanno inserito, nel finale, la restituzione dell’assegno al suo proprietario, che l’avrebbe messo in cornice.

Quando si dice una cosa fatta a tavolino!

L’altro giovane, quello che viene da Piombino, più che uno pronto e sempre disponibile alle conquiste femminili, sembra uno pronto ad accumulare figuracce.

Un ragazzo sposato e padre di un bambino, proveniente da un ambiente operaio che lo sostiene in tutti i modi, ha più stile, è più educato, più attento ad evitare schiaffi e brutte figure; questo lo aiuta a conquistare realmente le donne, senza aggredirle.

Il giovane toscano del film sembra uno di quei cafoni (Napoli), burini (Roma), buzzurri (sempre Roma), che non hanno mai visto una donna e sono presi immediatamente a calci in culo e cacciati da qualsiasi compagnia.

Possibile che un giovane sveglio, sposato, che avrà avuto l’occasione di vedere qualcosa dell’apparato genitale femminile, cada in deliquio davanti alla madrina del premio che si alza la gonna? Una Ornella Muti … lasciamo perdere.

La ragazza di buona famiglia ha problemi con il padre, con la penetrazione e con le sostanze tossiche, ma si fa stuprare dal divo francese, con un rapporto sessuale che si potrebbe definire una sveltina fulminea: l’attore non si toglie neanche i pantaloni e la maglia della salute indossata dal personaggio che sta interpretando.

Poi la ragazza, stranamente, crede, o spera, non si capisce, di essere rimasta incinta.

È assodato, certificato ufficialmente da questo film, che il produttore più importante del periodo era un vero coglione, faceva un imbroglio dopo l’altro e non capiva un cazzo, letteralmente; s’intendeva, forse, solo di figa (fica nel centro e nel sud; vedi Nanni Moretti, “Ecce Bombo”) e neanche tanto, dato che si era sposato con un’arrivista inquietante e si accompagnava con una ragazza coccodè, pronta a donare una rima con Lazio o un’assonanza con Trentino, in macchina, al giovane siculo, nel breve tempo in cui lui, il produttore imbroglione, era sceso un momento per parlare con il grande regista.

Molti personaggi del cinema di quel periodo sono presenti in questo film, col loro vero nome o con pseudonimi trasparenti, in modo da renderli riconoscibili da chi è dentro all’ambiente o se n’è occupato: sembra di vedere il regista e gli sceneggiatori darsi di gomito ogni volta che riuscivano a inserire una cattiveria gratuita o un fatto intimo di qualcuno.

Per esempio: a che serve raccontarci che Mastroianni piangeva quando veniva abbandonato dalla francese?

Saranno stati fatti suoi?

Ammesso che sia vero.

Ora non può smentire e chiunque può dire: io c’ero, l’ho visto.

Anche se l’hai visto, credi di essere autorizzato a raccontare un sentimento intimo di un attore che, è noto, ha sempre tenuto separata la sua vita privata (da quando si chiama privacy pare che non conti più nulla) dalla sua attività professionale?

Queste cose non si raccontano anche per pudore.

Il pudore, ecco ciò che manca a questo film: un po’ di sano, antico senso del pudore, che avrebbe impedito, tra l’altro, agli sceneggiatori di pensare, al regista di organizzare, agli attori di recitare la scena in cui Ornella Muti … lasciamo perdere.

I famosi cinematografari sembrano tutti un po’ sballati, inconcludenti, tanto da chiedersi come abbiano fatto a realizzare una fiorente attività industriale, che ha prodotto grandi film.

La risposta c’è: il lavoro dei “negri”, sconosciuti eroi dell’industria cinematografica di quegli anni; esattamente come oggi l’industria del pomodoro o delle arance regge perché ci sono i neri che raccolgono la frutta, nonostante le chiacchiere sovraniste e più o meno velatamente razziste.

Un personaggio del film rimanda, secondo molti, a Michelangelo Antonioni, interpretato da Ferruccio Soleri, il grande Arlecchino, una delle poche cose buone del film (nel senso che fa piacere rivedere questo attore).

Solito sistema: cambio del nome, riferimenti allo stile, al modo di vivere appartato del regista di cui si parla.

Si sa che negli ultimi anni Antonioni, in conseguenza di un ictus, non parlava, era semiparalizzato e si esprimeva solo tramite la moglie, attrice, molto più giovane di lui.

Ci si potrebbe chiedere: è giusto seminare indizi che fanno riconoscere in un personaggio una persona reale e cucirgli addosso un episodio inventato?

Virzì sa benissimo che la moglie ruspante dell’aspirante sceneggiatore toscano, che si era trasferita a Roma per controllare il marito, non è l’unica ad essere riuscita, casualmente, ad entrare nel mondo del cinema.

Alcuni hanno accettato i compromessi e la violenza che si intravede sotto la finta allegria e sono riusciti ad affermarsi, probabilmente pagando il prezzo richiesto dai vecchi che avevano in mano il potere.

Se si vuole rappresentare un mondo dominato dai soldi, non dall’arte, dai soldi, bisogna essere sinceri fino in fondo, spietati anche con se stessi, altrimenti si mettono insieme dei bozzetti comici che non fanno ridere e il film risulta noioso, tranne per quei pochi che possono divertirsi con il giochino.

Attualmente questo film è al primo posto nella classifica dei più pallosi che ho visto nel 2018; ha superato “Phantom thread” e si avvia a ricevere il premio (a meno di sorprese delle ultime settimane).