(11 maggio 2018 h 19.00)
Cinema Teatro Odeon Firenze – piazza degli Strozzi

È un buon momento per il cinema d’animazione.

Uno dei  film più belli e originali del 2017 è stato un film d’animazione: Gatta Cenerentola, una magnifica fiaba, liberamente tratta dal Pentamerone di Gian Battista Basile (Lo cunto de li cunti), spostata dal seicento a un futuro che ha tutti i problemi del presente (dalla camorra all’inquinamento), un futuro in cui reale e virtuale si mescolano e si confondono.
Liberiamoci delle idee rese obsolete dallo sviluppo tecnologico: l’animazione non è un genere per bambini ma un linguaggio che può essere utilizzato per realizzare ogni genere di film.
Gatta Cenerentola è una moderna sceneggiata napoletana (“issə, essə e o malamentə”), un genere oggi in grande spolvero, che ha ispirato un altro bellissimo film: Ammore e malavita dei fratelli Manetti.
Non è un caso se due tra i film più interessanti usciti nel 2017 siano entrambi ambientati e realizzati a Napoli, il primo da uno studio di animazione napoletano, il secondo da due registi romani innamorati di questa città.
Il 2018 è iniziato, dal punto di vista cinematografico, con Napoli velata di Ferzan Özpetek, di cui si è molto parlato (a me non è piaciuto: commento 6 gennaio 2018).

Insomma: quando si parla di cinema è molto probabile che si parli di Napoli.

Gatta Cenerentola è stato realizzato dallo studio Mad Entertainment ed è il risultato di una perfetta collaborazione – coordinata dai quattro registi (Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone) – tra animatori, sceneggiatori, musicisti e attori; questi ultimi hanno dato ai personaggi la voce e i tratti essenziali della propria fisionomia, grazie al lavoro di esperti di trattamento delle immagini.
Riconosciamo, nelle figure disegnate che si muovono sullo schermo, Alessandro Gassman, Massimiliano Gallo, la sagoma inconfondibile di Enzo Gragnaniello, Mariano Rigillo, Renato Carpentieri, Maria Pia Calzone, riconosciamo la loro voce e ci dimentichiamo di trovarci dentro a un film di animazione: le immagini animate sembrano vive, anche se sono a volte appena accennate, per quanto viva possa sembrare un’immagine sullo schermo. Diciamo che l’illusione cinematografica si realizza, con questi disegni fluttuanti, privi di dettagli, esattamente come nei film che utilizzano attori in carne e ossa e sovrabbondano di dettagli.

Mad Entertainment (traduzione a senso: Jəsoppazzə) – do un suggerimento: aggiungete, nel nome della ditta, il titolo della famosa canzone di Pino Daniele – ha la sede nella piazza del Gesù Nuovo, sulla antica Spaccanapoli, non lontano dal Munasterio e Santa Chiara «’nchiusə rint’a quattə murə», «chiuso tra quattro muri». Pino Daniele ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza in quella zona, fra quei vicoli (era nato nel quartiere Porto).

Il Monastero di Santa Chiara fu danneggiato nell’ultima guerra: uno dei “regali” che ci ha lasciato il fascismo, la distruzione di un patrimonio inestimabile, oltre alla vergogna dell’alleanza con le bestie naziste. La canzone di Michele Galdieri («Dimanə! Vurria partì staserə») comunica una malinconia senza fine, un rimpianto doloroso, a occhi asciutti, la disperazione di chi vive lontano, sente le brutte notizie, «ma – ch’aggia fa! – mə fa paur’e cə turnà». Vorrei partire stasera, non domani, ma – che posso farci! – ho paura di tornare a Napoli, di trovare tanta distruzione, di trovare la fine del mio mondo.

Il simbolo ə designa la vocale centrale media caratteristica del napoletano, come in mammətə = tua madre (vedi nota in fondo al commento al film Achille Tarallo, regia di Antonio Capuano).

Nel film di animazione Gatta Cenerentola si avverte l’ironia che, insieme alla malinconia, circola in molte espressioni della cultura napoletana. In un momento centrale c’è la divertentissima canzone Napule (è scritto proprio così, come a voler riprendere il modo in cui viene pronunciata la parola Napulə dai non napoletani) dei Virtuosi di San Martino, una canzone che raccoglie tutti i problemi, i giudizi, i pregiudizi e i luoghi comuni che circolano su Napoli.
È come se il bravissimo gruppo di musicisti partenopei e gli autori del film, che hanno scelto la loro canzone, dicessero: queste cose terribili che qualcuno ci rinfaccia ce le diciamo da noi, le cantiamo come se fossero tutta la realtà di Napoli.
Napoli è tutto questo, ma è tante altre cose. Per esempio è una città sempre all’avanguardia quando un nuovo linguaggio si sviluppa e giunge a maturazione.

Finora associavo Wes Anderson a Grand Budapest Hotel (2009), un film che mi è piaciuto molto.
L’isola dei cani è il suo secondo film di animazione (Fantastic Mr. Fox è il primo).
Per realizzarlo ha utilizzato lo stop motion (in italiano: passo uno), una tecnica che qualcuno potrebbe considerare superata, ora che si fa tutto con i programmi al computer.
Consiste nel realizzare materialmente i personaggi che devono muoversi sullo schermo e riprenderli nelle diverse posizioni o espressioni con una cadenza di 24 frame al secondo; il risultato è l’illusione del movimento.
In questo caso Wes Anderson ha ripreso non 24 ma 12 frame al secondo, ottenendo un movimento meno fluido ma più corrispondente alla tradizione richiamata dall’ambientazione giapponese del film; nell’animazione made in Japan i personaggi da sempre si muovono a scatti.
Lo “stop motion” è costoso ma, in compenso, dà consistenza, corposità alle scene.
Molto lavoro è necessario per far corrispondere perfettamente il movimento del viso e, in particolare, della bocca dei personaggi (uomini e cani) ai suoni emessi dalle voci umane, tenendo conto che si tratta di oggetti reali fotografati, non di disegni.
Ha senso, in un film di animazione, parlare di doppiatori? La voce che ascoltiamo è unica: per ogni lingua viene realizzato lo stesso lavoro, che, secondo me, non possiamo chiamare doppiaggio.
Gli attori che prestano la propria voce ai disegni animati danno una propria interpretazione, non devono cercare di imitare l’attore che doppiano, pur dovendo tenere conto delle espressioni e dei movimenti delle immagini animate. In sostanza non è una copia, per ogni lingua è un lavoro a sé stante.

Noi abbiamo esperti nel campo, siamo i più bravi; non mi meraviglierei se la versione italiana risultasse più efficace della versione originale. In questo caso è indifferente vedere il film in lingua originale o in italiano.
Anzi, bisogna dire che seguire le didascalie toglie attenzione alla parte più importante: la grafica.
Infatti, vedendo il film all’Odeon, in versione originale, a un certo punto mi sono disinteressato della trama, perché ero preso completamente dalla bellezza dei disegni e la storia è molto, molto semplice. Ho l’intenzione di vederlo di nuovo, in italiano, non per seguire meglio la trama, ma per rivedere le immagini senza il disturbo delle didascalie.

Da notare che solo i cani parlano in inglese (o in italiano), gli uomini parlano in giapponese non tradotto (solo qualche parolina ogni tanto per far capire il senso del discorso; si tratta di discorsi molto brevi, essenziali).
È una scelta dell’autore: una scritta iniziale avverte che solo i latrati dei cani sono tradotti in un linguaggio comprensibile a noi che non parliamo giapponese.
Per coerenza con quest’idea, secondo me interessante, il film avrebbe dovuto prevedere una lingua degli umani incomprensibile agli stessi giapponesi; non sono in grado di dire se è così, ma credo che se così fosse la scritta iniziale avrebbe avvertito anche di questo.

Se avessi avuto la possibilità di dare un suggerimento, avrei consigliato di far parlare gli uomini in una lingua antica, eventualmente asiatica, immaginando un futuro in cui l’umanità decide di tornare alle origini della civiltà.
Oppure avrei consigliato una lingua artificiale, completamente inventata e incomprensibile, tranne qualche parola.
Purtroppo il regista non ha chiesto il mio parere.

Interessante, comunque, che noi spettatori possiamo capire i cani, ma non gli umani.

In effetti, non è che ci sia molto da capire: la trama è semplice, è la parte più debole del film – gli sceneggiatori di Gatta Cenerentola avevano alle spalle una tradizione antichissima di racconti popolari e, sullo sfondo, il genio di Gian Battista Basile – gli sceneggiatori di Isle of Dogs su che cosa poggiano le loro invenzioni, i loro incubi? Sui grandi romanzi distopici: interessanti, complessi, belli, ma non paragonabili, per ricchezza di spunti fantastici, complessità dei personaggi, al “Racconto dei racconti” del grande scrittore giuglianese.

La storia si racconta in due parole: i cani abbandonati nell’isola dell’immondizia, il dittatore finto democratico con l’aggravante che parla in giapponese, una lingua che ha toni a volte paurosi (anche se, forse, sta solo dicendo: sono un po’ incazzato); il bambino privo di un rene che alla fine diventa sindaco – in alcuni film si avverte fisicamente la fatica che gli sceneggiatori fanno per chiudere il racconto, sembra di vederli scervellarsi senza costrutto, sbattere la testa contro il muro per trovare una conclusione ragionevole.
I gatti fanno una brutta figura.

La componente più bella del film, l’elemento per cui merita di essere visto e rivisto più volte, è la grafica.
Si può seguire come un’opera d’arte, una installazione, una diavoleria dell’arte moderna, fregandosene del racconto che c’è dietro.

Ogni immagine è interessante, vorresti fermarla per osservarla meglio, dall’inizio fino all’ultima scena e oltre.
Infatti non ci siamo mossi fino alla fine dei titoli di coda; per me è normale, ma, di solito, vedo che tutti si alzano e si avviano verso l’uscita, mentre cerco inutilmente di leggere i nomi che scorrono sullo schermo; se qualcuno rimane seduto quando la sala si è quasi svuotata, ci scambiamo, alla fine, mentre ci dirigiamo verso l’uscita, uno sguardo di simpatia che significa: «anche lei fissato cinefilo perfezionista?», «anch’io». Questa volta siamo rimasti tutti seduti a vedere scorrere i titoli di coda, lunghissimi, desiderosi di vedere fino in fondo quella lunga sequenza di nomi con doppia scrittura, alfabetica e giapponese.

Bisogna dire che, mentre il suono a volte fa paura, la scrittura giapponese è affascinante, quasi ipnotica, fa venire la voglia di correre a comprare un manuale. Quanto ci vorrà per impararla?