(16 novembre 2021 h 17.45)
Cinema Teatro Odeon Firenze – piazza degli Strozzi

Altro film del regista: L’isola dei cani

Wes Anderson ama accatastare roba.
In due mostre recenti *(Nota 1) ha lavorato, insieme alla sua compagna Juman Malouf, sulle migliaia di collezioni di due musei viennesi, estraendone ed esponendo centinaia di oggetti collegati attraverso percorsi storici o analogici (oggetti di colore verde, meteoriti, ritratti di bambini, eccetera).
Anche nei film Wes Anderson ama accumulare racconti e personaggi che collega con un filo sottilissimo nel quale la fantasia e l’ironia prevalgono sulla logica.
Utilizza tutte le possibilità che il cinema offre, le più recenti e le antiche: i vecchi sistemi che gli altri hanno abbandonato da tempo.
Come esempio riporto, tra virgolette, la parte del commento al film precedente – L’isola dei cani, 2018 – in cui parlo della tecnica adoperata da Wes Anderson per realizzare l’animazione.

“Ha utilizzato lo stop motion (in italiano: passo uno), una tecnica che qualcuno potrebbe considerare superata, ora che si fa tutto con i programmi al computer.
Consiste nel realizzare materialmente i personaggi che devono muoversi sullo schermo e riprenderli nelle diverse posizioni o espressioni con una cadenza di 24 frame al secondo; il risultato è l’illusione del movimento.
In questo caso Wes Anderson ha ripreso non 24 ma 12 frame al secondo, ottenendo un movimento meno fluido ma più corrispondente alla tradizione richiamata dall’ambientazione giapponese del film; nell’animazione made in Japan i personaggi da sempre si muovono a scatti.
Lo stop motion è costoso ma, in compenso, rispetto ai programmi informatici attuali, dà consistenza, corposità alle scene.”

Immagino come si sia divertito con tutti quei cagnolini che, ripresi con la frequenza di 12 frame al secondo, gli hanno consentito di realizzare un film di animazione moderno costruito con una tecnica antica.

Wes Anderson possiede la collezione completa dello statunitense New Yorker; ama le riviste che, insieme ai quotidiani, hanno fatto la storia del giornalismo nel secolo scorso.
The New Yorker (fondato nel 1925) è uno di quei periodici, nati tra la fine dell’ottocento e le prime decadi del novecento, che, come capitava alle “prime donne” del cinema e del teatro, dopo una vita di successi al botteghino durati molti anni, imboccarono il viale del tramonto, fino a estinguersi alla fine del secolo, un po’ come capitò a Bela Lukosi, l’attore ungherese famoso interprete, negli anni trenta, di Dracula in teatro e in numerosi film, che, a fine carriera, si adattò a partecipare ai film di Ed Wood e su quei set raffazzonati concluse la vita artistica e biologica (Ed Wood, regia di Tim Burton, 1994).
Alcuni periodici, dopo i fasti di un lungo periodo e il successivo calo delle copie vendute, sono riusciti a sopravvivere grazie a profonde trasformazioni e ridimensionamenti.

Da noi quel tipo di giornale era rappresentato da La DOMENICA del CORRIERE (1899 – 1989).
Un’immagine in toni pastello sulla copertina richiamava il tema più emozionante del momento e più adatto a coinvolgere i lettori. Disegni e fotografie illustravano gli articoli, divisi per argomenti; il lettore sfogliava il giornale e trovava facilmente le rubriche e gli scrittori di maggiore interesse.
Sulle pagine della DOMENICA mossero i primi passi grandi giornalisti e scrittori, come Luigi Barzini, Dino Buzzati, Indro Montanelli, che ne fu anche direttore per un breve periodo, nel primo dopoguerra.
Questo giorno della settimana, purtroppo, non si distingue più dagli altri, è solo una parte del weekend, la più leopardianamente sfigata.
Dove sono finiti la messa, la visita ai parenti, il pranzo domenicale, tutto il calcio minuto per minuto?
Con l’apertura dei supermercati nel giorno che un tempo era sacro e dedicato al riposo credevamo si rovinasse solo la domenica delle commesse (il consumatore, egoista per definizione, pensava: chi se ne frega). Sbagliavamo. Si è affermata l’ideologia del centro commerciale. Il supermercato funziona? Mettiamone un numero enorme dentro a uno scatolone di cemento da cui sia difficile scappare: una specie di buco nero che attrae tutto ciò che ha una massa, tutto ciò che è consumo, praticamente tutto.
Per molti (troppi!) l’uscita fuori porta è diventata l’uscita sulle scale mobili, tra gli scaffali, attaccati ai carrelli, dentro corridoi enormi di cemento armato e vetro, somiglianti alle ali nuove dei cimiteri, progettate dagli stessi architetti. Fare la spesa si è trasformato da necessità in hobby, passatempo, da svolgere, appunto, nel giorno di riposo.

Nell’epoca di «Domenica è sempre Domenica / si sveglia la città con le campane …» (Renato Rascel) le tirature della DOMENICA del CORRIERE raggiunsero e superarono il milione di copie vendute. Sulla sua scia nacquero molti settimanali (Oggi, Europeo, Epoca, Panorama, L’Espresso; cito solo quelli che ricordo); si rivolgevano a lettori diversi: le clienti dei parrucchieri (dai barbieri si leggeva il giornale sportivo), i pazienti in attesa negli studi medici, le persone istruite a vari livelli.
Portarono nelle case l’abitudine alla lettura, alla riflessione sugli avvenimenti politici, di cronaca, di costume, molto più approfondita delle attuali chiacchiere televisive nei talk show. Non perché la gente fosse più intelligente, ma perché la lettura è un’operazione più intelligente dell’ascolto passivo (la partecipazione, attualmente agevolata dallo sviluppo dell’informatica, è stata presa in ostaggio dai bulli da tastiera).
All’interno dei settimanali si trovava la descrizione di un fatto di cronaca con le interviste all’assassino, ai vicini di casa, ai parenti, al morto. Le imprese di Walter Bonatti e dei vari scalatori ed esploratori, come, in precedenza, la sfortunata spedizione al polo nord del generale Nobile sul sommergibile Italia, erano temi prediletti e approfonditi, con interviste agli eroi, agli accompagnatori, ai salvatori, agli sherpa in un caso o ai pinguini e agli orsi polari nell’altro.
Gli autori degli articoli erano giornalisti scrittori, raccontavano storie vere ma non rinunciavano a fare letteratura. Per questo motivo i loro testi si leggevano, e si leggono ancora oggi, con piacere.
I lettori si informavano, imparavano l’italiano, sognavano, aiutati dai meravigliosi disegni di Achille Beltrame, poi di Walter Molino.

Mi sono riferito, in particolare, a La DOMENICA del CORRIERE perché fa parte dell’esperienza e dei ricordi più remoti degli appartenenti alla mia generazione, riferiti all’infanzia in quanto negli anni dell’adolescenza La DOMENICA del CORRIERE aveva imboccato la fase calante che la portò alla chiusura nel 1989.
Negli anni settanta gli studenti non leggevano i “giornali della borghesia”, i “giornali per le famiglie”; leggevano i settimanali e i mensili “politici”, “impegnati”, o i fogli ciclostilati dei gruppuscoli.
A salvaguardare il senso dell’ironia, per fortuna, c’erano i fumetti, i libri, i film e, un po’, anche la televisione: come avremmo potuto conoscere, se non ci fosse stata la televisione, Alighiero Noschese, Franca Valeri, Vittorio Caprioli, Bice Valori, Paolo Panelli, Delia Scala, Walter Chiari, noi che non andavamo a vedere le riviste? (Anche qui, cito i primi che mi vengono in mente).
I comunisti del PCI, se adulti, giravano con l’Unità piegata in due e inserita nella tasca della giacca (da quelle grandi tasche usciva la testata), se giovani intellettuali leggevano Rinascita, rivista fondata da Palmiro Togliatti che sospese le pubblicazioni nel 1989 per eccesso di debiti (stesso anno della chiusura della DOMENICA).
Con la direzione di Alberto Asor Rosa si fece un estremo tentativo di resurrezione; ci fu una polemica corrosiva, con colpi bassi, pubblicazione di lettere private (le email e i tweet erano di là da venire) tra il neo direttore e il filosofo Massimo Cacciari (e altri) che, dopo un’iniziale adesione al progetto, non era entrato nella resuscitata Rinascita perché Asor Rosa intendeva metterla dalla parte del no, mascherata da una posizione di vigile attesa, alla proposta di trasformazione del partito e cambio del nome avanzata (poi portata a termine) da Achille Occhetto. La rivista rimase in vita (precaria) fino al febbraio 1991, quando la pubblicazione fu interrotta definitivamente.
Eravamo entrati in un altro mondo: dopo la caduta del muro di Berlino non avevamo più voglia di informarci attraverso il filtro di disegni color pastello o di severe riflessioni di filosofi che pensavano di poter indirizzare il corso della politica.

Il giornale amato da Wes Anderson, americano del Texas, ovviamente non è La DOMENICA del CORRIERE, è The New Yorker.
In questo film è la fonte d’ispirazione del supplemento francese del giornale americano Liberty, Kansas Evening Sun. In italiano sarebbe: Il sole al tramonto di Liberty, nello stato del Kansas.
Penso che nessun giornale italiano si sia mai ispirato al tramonto nel titolo. Abbondano mattini e giorni, c’è un Sole 24 ore (neanche fossimo ai poli per sei mesi all’anno) e il Corriere della sera.

Il sole al tramonto di Liberty, nello stato del Kansas (Liberty, Kansas Evening Sun) è un’invenzione del regista, dunque il suo supplemento non è il supplemento del New Yorker, è un giornale immaginario, perfetto nella forma, nei contenuti, nei personaggi che lo realizzano e lo animano.
I personaggi sono più somiglianti a cartoni animati che a persone reali, in più occasioni si comportano come cartoni animati, già a partire dal giro iniziale in bicicletta, fino a che il film, per un lungo tratto (l’inseguimento della macchina con il rapito da parte della macchina della polizia per le strade di Ennui-sur-Blasé) diventa un film di animazione. Dopo la lunga sequenza animata i personaggi tornano a essere attori in carne e ossa senza interruzione di continuità; noi spettatori quasi non ci accorgiamo del passaggio.
L’omaggio di Wes Anderson al giornalismo dantan si realizza costruendo un giornale immaginario, perfetto in tutte le sue componenti: articoli, direttore, redattori (compreso quello che mastica in continuazione, legge un libro, si disinteressa a ciò che accade e non scrive mai), impiegati, esperta di grammatica, fattorino, cameriere con il vassoio in equilibrio su una mano sola (l’altra gli serve per aprire le porte, versare le bibite nei bicchieri, accendere le candeline sulla torta), macchine per scrivere, rotatorie e tutte le suppellettili che riempiono gli ambienti.
Non è un ricordo crepuscolare o un omaggio alle “buone cose di pessimo gusto”.

Artista è chi crea la realtà. Wes Anderson ce lo ricorda all’interno del film con almeno due esempi: il pittore pazzo che rifà sempre lo stesso nudo in pose diverse attentamente studiate («Vedete la ragazza? Fidatevi! Lei c’è», dice Julian Cadazio agli zii che guardano stupiti un quadro astratto) e lo chef cinese che scopre un gusto nuovo, interessante, nel veleno aggiunto a un pasto per sventare un rapimento. Quando ricomincerà a cucinare, sicuramente aggiungerà al menù il Tortino di Merlo al veleno (per stomaci forti).

Il supplemento settimanale dell’Evening Sun di Liberty in Kansas, The French Dispatch (dispaccio, anche spedizione), viene stampato in Francia e spedito ai lettori americani interessati a conoscere la cultura europea (rimanendo abbarbicati alla propria cultura). I suoi articoli sono, insieme al direttore e ai giornalisti scrittori, i personaggi principali del film.
Lunghi articoli più un necrologio che i redattori, riuniti nella sede per festeggiare il compleanno del direttore improvvisamente scomparso (alcuni non rinunciano alla fettina di torta), si accingono a scrivere insieme – in presenza del cadavere che non si è potuto spostare per uno sciopero degli addetti all’obitorio – per ricordare l’uomo che aveva guidato il giornale e amministrato con metodi personali, imponendo una sola regola: non si piange nel mio ufficio (nel caso qualcuno fosse licenziato).
Per il resto il direttore Arthur Howitzer Junior (un grande Bill Murray) accettava le richieste, a volte dispendiose, degli scrittori che lavoravano per il supplemento – le migliori penne americane sparse in Europa – dando solo qualche consiglio sulla scrittura, per esempio (trascritto dal trailer): «Fallo sembrare come se tu l’avessi scritto così di proposito», «Just try to make it sounds like you wrote it that way on purpose» (dal trailer originale).
La chiave è nell’espressione “fallo sembrare …”, “make it sounds like …”. Saggio consiglio per un giornalista, per uno scrittore, per chiunque scriva qualcosa con l’intenzione, o la speranza, di farlo leggere agli altri. Se la prima forma verbale non fosse anche un sostantivo che si presta alla presa in giro, “fallo sembrare” potrebbe essere il motto di una casa editrice o di un giornale.

Il primo episodio è un articolo di colore locale: “Il reporter in bicicletta”, un giro della cittadina francese Ennui-sur-Blasé, dove ha sede la redazione del supplemento, con la guida di Owen Wilson in bicicletta, appunto (il personaggio si chiama Herbsaint Sazerac).
Ennui-sur-Blasé, come il giornale e il supplemento, è frutto della fantasia del regista. Un po’ assomiglia a Parigi.
Il giro in bicicletta serve a presentare, in sintesi e per quadri che dividono in due lo schermo (prima e dopo), i cambiamenti avvenuti nella cittadina negli ultimi duecentocinquanta anni.
Il passato, il futuro: il quartiere dei muratori, il quartiere delle macellerie, il quartiere dei ladri, eccetera; a sinistra com’erano, a destra come sono nel tempo presente dell’articolo o come diventeranno in futuro.
Il reporter che ci guida mostra tutto, resiste alle spinte del direttore tese ad addolcire gli argomenti (tronca il discorso con «non mi piacciono i fiori»); per la verità il direttore cede sempre, si limita a qualche piccolo consiglio e s’irrigidisce solo sulla regola “non si piange nel mio ufficio”.
Il giornalista mostra anche le colonie di ratti nei sotterranei della ferrovia metropolitana, le colonie di gatti sui tetti, le colonie di anguille nei canali, le prostitute e i gigoló in attesa, ora come allora, dei clienti.
Così va avanti la descrizione, molto divertente, con gli incidenti dovuti alla distrazione del giornalista in bicicletta che con una mano regge il manubrio, nell’altra porta il taccuino e guarda verso di noi.

In questa parte, ma un po’ in tutto il film, mi è venuto in mente Zelig di Woody Allen (1983).
Anche The French Dispatch, con l’apparenza del documentario, ricostruisce una realtà utilizzando a piene mani l’inventiva dell’autore, il tutto condito da dosi abbondanti di ironia.
È molto più complesso di Zelig, contiene una quantità enorme di riferimenti. Per coglierli tutti ci vorrebbe la cultura cinematografica di Wes Anderson (purtroppo non siamo più in tempo per costruirla) e la possibilità di rivedere il film al rallentatore, perché la rapidità – uno dei sei valori letterari richiamati da Italo Calvino nelle Lezioni americane, a cui ho fatto cenno nel commento all’ultimo film di Pedro Almodóvar – è la qualità che più si mette in evidenza. Siamo continuamente sollecitati da cambi di tempo e di luogo.
Ciascun articolo, declamato dal giornalista o dalla giornalista, o commentato e illustrato in un’intervista, è preceduto dalla pagina del giornale, con l’indicazione esatta della rubrica in cui è inserito.
In alcuni punti è difficile seguire il parlato veloce in due lingue (francese e inglese), anche perché le immagini sono così belle da spingerci a trascurare le didascalie, a volte necessarie per la presenza dello slang e per la rapidità del parlato.
Forse potrebbe aiutare il doppiaggio, ma se il cinema Odeon di Firenze mi dà la possibilità di vedere un film in lingua originale, io non ci rinuncio. Vuol dire che proverò a rivederlo in italiano, ma sono sicuro che si aggiungerà poco alla comprensione del testo e non mi piacerà la voce dei doppiatori, dopo aver sentito la voce degli attori presenti nel film: Wes Anderson ne ha accatastati parecchi, tra i più importanti e famosi, alcuni per particine minuscole, veri e propri cammei. **(Nota 2)

Nel giro iniziale in bicicletta la cittadina è divisa in zone, come gli articoli sul giornale sono divisi per argomenti, come la storia della famiglia Tenenbaum è divisa nei capitoli di un libro, una modalità di racconto che, evidentemente, piace molto a Wes Anderson.
The Royal Tenenbaums (2001) non è tra i miei film preferiti di questo regista. Non mi appassionò la storia di quella strana famiglia di falliti nevrotici, tutti sull’orlo della paranoia, che scherzano col fuoco (i sentimenti, i sensi di colpa, il perdono), distruggono i legami famigliari e li recuperano in continuazione. In tutta questa infelicità (c’è anche un tentativo di suicidio) il padre sembra divertirsi. Apprezzai le immagini, l’ironia del racconto, l’utilizzo della voce fuori campo, che gli altri registi e i critici (in genere) aborrono e a me ricorda i vecchi film, il maestro che legge Pinocchio, le favole raccontate dalle nonne o da Peggotty (David Copperfield).
Altra cosa sono Rushmore (1998) e Grand Budapest Hotel (2014), i miei preferiti, ai quali dovrò aggiungere The French Dispatch, che, tra una divagazione e l’altra, sto cercando di commentare.

Dopo il giro in bicicletta, un lungo articolo. La scoperta di un pittore astratto, naturalmente pazzo, detenuto in un manicomio criminale francese per avere decapitato due avventori di un bar in un momento di follia annunciata da una specie di ruggito compresso (grande Benicio Del Toro).
Le capacità artistiche di questo pittore sono prima scoperte da Simone (nome francese, femminile), una guardia addetta alla sorveglianza e alla realizzazione di corsi d’arte per i detenuti.
Simone diventa amante dell’artista, sua modella ispiratrice e guida.
Si mette in pose scolpite, mantenendo sempre il controllo nella relazione, poi si riveste da guardia, rimette addosso al folle la camicia di forza e lo riporta in cella.
Un mercante d’arte, Julian Cadazio, detenuto per evasione fiscale, scopre le qualità artistiche del folle assassino, compra i suoi primi quadri promettendo grandi somme e, intanto, pagandolo con sigarette e marron glacé. Uscito di prigione, lo porta all’attenzione del mondo intero, investendo sulle sue opere.
L’artista crea l’opera, il mercante d’arte crea l’artista.
La storia è così densa di svolte inaspettate che non è possibile, e sarebbe inutile, raccontarla in tutti i dettagli. Mi fa ancora ridere, nel ricordo, l’espressione del volto di zio Nick e zio Joe – interpretato da Henry Winkler, il vecchio Fonzie di Happy Days: un piacere rivederlo – che seguono passivamente le scelte del nipote (Adrien Brody) con lo sguardo oscillante tra lo stupore e la disperazione.
Fra gli omaggi e i riferimenti ad altri film, ne ho individuato uno a The Young Pope (2018) di Paolo Sorrentino: quando Simone cammina al rallentatore davanti alla sequenza degli affreschi su cemento armato. Sono pochi fotogrammi; mi hanno ricordato la camminata del giovane papa, che si ripeteva all’inizio di ogni puntata della serie. Possibile sia un omaggio a un collega stimato? È possibile.

Segue l’articolo sul maggio francese, scritto da una giornalista di mezza età che osserva, partecipa e descrive i moti degli studenti e teme solo una cosa: essere presa per una vecchia zitella; in questo personaggio e in tutto l’articolo c’è un sottile gioco, che riguarda anche il modo in cui si manifestò il femminismo in quel periodo.
La giornalista è interpretata da Frances McDormand, per fortuna scappata dal furgoncino di Nomadland.
Lo studente contestatore è Timothée Chalamet; finalmente interpreta un personaggio ironico, si prende un po’ in giro o prende in giro gli ultimi personaggi che lo hanno reso famoso: ha il volto immobile che esibisce in Dune e in Un giorno di pioggia a New York, assomiglia allo studente chitarrista che interpretava in Lady Bird; qui è in partita, se vogliamo paragonare il film a una partita di calcio: non è un campione, secondo me, però, con un regista come Wes Anderson, fa il suo gioco e segna o manda in goal la vera fuoriclasse: Frances McDormand.
Fisico asciutto, adolescenziale, sigaro perennemente tra i denti, si chiama Zeffirelli – non ho idea se ci sia un riferimento al nostro, ma non lo vedo, non credo; si fosse chiamato Bernardo o Jean-Luc il riferimento sarebbe evidente, ma credo rappresenti un tipo umano che ebbe successo in quel periodo, più che uno specifico regista o scrittore o altro.
È lo studente che si pone naturalmente ed è accettato alla testa del movimento: gli altri gli girano intorno. Ne abbiamo conosciuti anche da noi nel mitico sessantotto, che in Italia arrivò più tardi (un po’ come le Olimpiadi del 2020 si sono svolte nel 2021).
Zeffirelli, quello del film, va a letto con la giornalista americana di mezza età che teme di passare per zitella. La giornalista corregge gli errori di grammatica nel manifesto e aggiunge di sua iniziativa un’appendice respinta dalla studentessa contestatrice che si avvia sulla strada del fanatismo ideologico. Qui c’è la evidente presa in giro delle discussioni infinite che impegnavano gli studenti sessantottini nella redazione dei manifesti, discussioni che non evitavano gli errori di grammatica.
Gli adulti (genitori, autorità impegnate in una partita a scacchi con gli studenti alternata al lancio di proiettili di gomma e lacrimogeni) non capiscono la situazione. Solo la giornalista capisce, risolve la discussione con la contestatrice invitando i due a fare l’amore. Fra tutte quelle chiacchiere non ci avevano pensato, se n’erano dimenticati. La ragazza dice: «sono vergine!» Zeffirelli dice: «anch’io! Tranne …» e guarda la giornalista; i due ragazzi partono insieme sulla moto.
Quando Zeffirelli muore in un incidente sull’antenna della torre radio pirata, diventa, ovviamente, una specie di Che Guevara.

Ultimo articolo: cucina e cronaca nera.
Il grande cuoco cinese Nescaffier, al servizio del commissario di Ennui-sur-Blasé, riesce a liberarne il figlio rapito da una banda.
Chi può rinunciare a un pasto cucinato dal famoso chef? Nessuno. Nemmeno una banda di rapitori. La soluzione è inviare alla banda, in una pausa delle sparatorie con la polizia, un pasto avvelenato preparato da Nescaffier.
Il capo della banda non si fida: dev’essere lo stesso Nescaffier a servirli e deve mangiare per primo.
Lo chef porta un tortino di merlo contenente veleno.
Mangia per primo, sapendo che il suo stomaco soffrirà ma, abituato a tutto, resisterà al veleno.
Sa anche che il ragazzo non mangerà un pasto contenente ravanelli, li detesta e non li ha mai mangiati.
Il tranello funziona, i rapitori muoiono avvelenati, ma lo chef non ha calcolato che l’autista della banda odia i ravanelli, anche lui.
L’autista si porta via il ragazzo in macchina.
Segue un inseguimento per le vie di Ennui-sur-Blasé: una lunga, divertente sequenza animata.
L’articolo è raccontato dall’autore in una intervista televisiva nella quale si alternano le descrizioni paradossali degli ambienti interni al commissariato al commento dello scrittore dotato di una memoria tipografica (non ha memoria fotografica, anzi ha scarsa memoria, ma ricorda tutto ciò che è stampato con i caratteri tipografici).

Ho parlato di Zelig; mi viene in mente un altro esempio di questo modo di raccontare, un esempio che non viene dal cinema ma dalla letteratura: Il Circolo Pickwick di Charles Dickens.
Qualcuno può pensare che sia un’affermazione eccessiva, motivata dalla passione per un autore che mi ricorda i grandi del passato, per esempio Lubitch. Forse qualcuno non ha tutti i torti.

*Nota 1

Si tratta della Mostra “Il Sarcofago di Spitzmaus e altri tesori”: Vienna tra il 2018 e il 2019 e Milano tra il 20 settembre 2019 e il 13 gennaio 2020 (giusto in tempo per evitare la pandemia). In quel periodo ho letto il catalogo, con le bellissime illustrazioni, in una sala della libreria Feltrinelli. C’erano quelle belle sale, munite di tavolo e poltroncine, dove si potevano leggere i volumi troppo costosi per comprarli. Si prendeva un caffè, si comprava un libro, si rimetteva a posto il volume costoso, solitamente d’arte. Avevo pensato di visitare la mostra a Milano, ma a volte mi faccio prendere dalla pigrizia. Alla riapertura delle librerie le poltroncine sono sparite. Peccato!
Il Sarcofago di Spitzmaus è il sarcofago di un toporagno del IV secolo a. C., egiziano, in una scatola di legno. Mi domando per quale motivo non abbiano fatto questa mostra a Palazzo Strozzi, al posto dell’attuale dedicata a Jeff Coons. Forse la risposta è: costa troppo.
Anche Jeff Coons costa. Ne vale la pena? Io non lo comprerei neanche se costasse poco, neanche al mercato San Lorenzo, dove mancherebbe lo spazio per fare entrare le sue opere. Attualmente un’opera di Jeff Coons, mi sembra il solito coniglio, occupa quasi tutto il cortile di Palazzo Strozzi, e non è un bel vedere.

**Nota 2

Ho rivisto il film in italiano il 18 novembre alle 18.00 al cinema Odeon di Pisa. I doppiatori sono bravissimi, è stato fatto un lavoro splendido. Mi è servito anche per ricordare meglio lo svolgimento degli episodi, oltre a divertirmi di nuovo.
Riporto di seguito i personaggi e interpreti, fra i quali ci sono attori famosi e importanti che nel film appaiono di sfuggita o in una sola scena.

Cast and Crew

The concrete masterpiece
Moses Rosenthaler – Benicio Del Toro
Julian Cadazio – Adrien Brody
J. K. L. Berensen – Tilda Swinton
Simone – Léa Seydoux
Rosenthaler Paintings by Sandro Kopp

Revisions to a manifesto
Lucinda Krementz – Frances McDormand
Zeffirelli – Timothée Chalamet
Juliette – Lyna Khoudri

The private dining room of the police commissioner
Roebuck Wright – Jeffrey Wright
The Commissaire – Mathieu Amalric
Nescaffier – Stephen Park

Obituary
Arthur Howitzer, Jr. – Bill Murray

The cycling reporter
Herbsaint Sazerac – Owen Wilson

Uncle Nick – Bob Balaban
Uncle Joe – Henry Winkler
Upshur “Maw” Clampette – Lois Smith
Young Rosenthaler – Tony Revolori
Prison Guard – Denis Ménochet
Chief Magistrate – Larry Pine
Waiter – Pablo Pauly
Girlfriend – Morgane Polanski
Head Caterer – Félix Moati
Mitch-Mitch – Mohamed Belhadjine
Vittel – Nicolas Avinée
Paul Duval – Christoph Waltz
Mrs. B. – Cécile de France
Mr. B. – Guillaume Gallienne de la Comédie-Française
Drill-Sergeant – Rupert Friend
Morisot – Alex Lawther
Mitch-Mitch (on stage) – Tom Hudson
Juliette’s Friend – Lily Taïeb
Communications Specialist – Stéphane Bak
Chou-fleur – Hippolyte Girardot
Talk-Show Host – Liev Schreiber
Albert “the Abacus” – Willem Dafoe
The Chauffeur – Edward Norton
Junkie/Showgirl #1 – Saoirse Ronan
Gigi Winsen – Ait Hellal
Maman Mauricette – Couvidat
Police Detective – Damien Bonnard
Patrolman Maupassant – Rodolphe Pauly
Junkie/Showgirl #2 – Antonia Desplat
Hermès Jones – Jason Schwartzman
Story Editor – Fisher Stevens
Legal Advisor – Griffin Dunne
Alumna – Elisabeth Moss
Cheery Writer – Wally Wolodarsky
Proofreader – Anjelica Bette Fellini
Narrator – Anjelica Huston

Directed by
Wes Anderson

Screenplay by
Wes Anderson

Story by
Wes Anderson
Roman Coppola
Hugo Guinness
Jason Schwartzman

Produced by
Wes Anderson
Steven Rales
Jeremy Dawson