Cinema La Perla – via dei Neri, 5 – Empoli (FI) (10/06/2018 h 18.00)

«Abbiamo svoltato» è l’espressione chiave, in dialetto romanesco, (forse si scrive «amo svortato») di questo film che ho visto al cinema Perla di Empoli, un’ampia, antica sala cinematografica nel centro di questa cittadina toscana, al confine tra le province di Firenze e di Pisa – dove Farinata degli Uberti salvò Firenze, opponendosi ai capi ghibellini e al legato di re Manfredi, suoi alleati, che, vincitori a Montaperti (1260), volevano distruggerla.

Al nome Farinata parte la musica, la colonna sonora:

« O Tosco che per la città del foco / vivo ten vai così parlando onesto, / piacciati di restare in questo loco. / … … … »

Sono versi così belli che dispiace fermarsi.

Mentre entravo in sala ho pensato che Empoli, dove non ho mai dormito (forse una volta sola, in questo cinema, ma ero molto stanco e il film era noioso), fa da perno a tutti i posti dove ho vissuto e girovagato negli ultimi quarant’anni, nel senso che mi sono mosso in un cerchio che ha per centro proprio Empoli.

Empoli è stata il mio “centro di gravità permanente” (Franco Battiato); nei primi vent’anni (dei quaranta) il centro del centro era la stazione, con  un raggio privilegiato che percorre via Roma, raggiunge piazza della Vittoria, ora rinnovata, piena di fiori, scavalca l’Arno, Spicchio, Sovigliana, si inerpica su per la collina, fino ai paesini (Cerreto Guidi, Vinci) che si distendono su un’ampia area punteggiata dalle frazioni. Un po’ oltre Cerreto Guidi c’è Lazzeretto, una frazione, dove abita il mio scrittore preferito (fra gli italiani viventi): Iacopo Melio.

Consiglio di leggere il suo ultimo libro “Faccio salti altissimi” (ed. Mondadori); nel sottotitolo parla di barriere, ruote bucate e amori fuori tempo. Sono le barriere, le ruote e gli amori che incontriamo tutti nella vita (qualcuno prima degli altri).

Torniamo al film.

«Abbiamo svoltato» dice il padre di Manolo, il ragazzo che in macchina, qualche giorno prima, insieme a Mirko, il suo amico fin dall’infanzia, che guidava, ha messo sotto involontariamente e ucciso un “infame”, cioè un uomo che una banda di criminali, la più potente della zona, cercava per ammazzarlo.

I due ragazzi hanno fatto, per caso, un favore alla malavita e questo incidente d’auto con omissione di soccorso, che, sul momento, sembrava un guaio, invece è un colpo di fortuna che può dare una svolta alla loro vita.

Il personaggio chiave del film è il padre di Manolo, interpretato con naturalezza e immedesimazione da Max Tortora, che meriterebbe il primo premio come attore non protagonista in un qualunque Oscar o Donatello o Cannes o … (ma quanti sono i festival del cinema?); personaggio apparentemente di contorno, in realtà centrale nel determinare lo svolgersi degli avvenimenti.

È una mezza cartuccia, di quelli che a tutti è toccato conoscere prima o poi nella vita, vede solo il suo meschino interesse («la macchina la guidava lui, che te frega?» sussurra al figlio quando sembra che l’incidente sia un guaio, «non fargli sapere nulla», quando invece sembra che sia una fortuna), non ha scrupoli, non gli importa di mettere in pericolo il figlio, se solo vede la possibilità di dare una svolta alla sua grama esistenza (bar, videogiochi, due stanze con ingresso a saracinesca).

Max Tortora lo tratteggia con grande efficacia e naturalezza, dicevo, che si evidenzia, come sempre nel cinema, soprattutto nei dettagli: il gesto di provare a pettinarsi, verso la fine, prima di scoppiare a piangere, l’orgoglio con cui, nella sala giochi, mostra il tatuaggio sul braccio col nome del figlio, senza domandarsi di chi è la colpa della brutta fine che ha fatto.

È privo di scrupoli e di rimorsi, forse non capisce, deve avere accumulato solo fallimenti nella vita, di lui neanche la malavita si fida: al massimo gli danno l’incarico di andare a prendere i due ragazzi in macchina, dopo che hanno ammazzato qualcuno.

Il film racconta la discesa all’inferno dei due ragazzi: male, sensi di colpa, altro male, altri sensi di colpa, e così via.

Manolo è più cinico (ha avuto il padre come maestro), Mirko è sempre più addolorato, ma incapace di opporsi alla maggiore determinazione e freddezza dell’altro: dopo l’incidente è Manolo a dirgli di mettere in moto e andare via (Mirko era nel panico), ed è lui – che, in un primo tempo, aveva deciso di tenersi la “fortuna” tutta per sé – a coinvolgerlo quando gli serve una mano per un omicidio su commissione.

Mirko è dolce, affettuoso, ama la madre, la sorellina (per parte di madre), la sua ragazza e ha in mente come dare seriamente una svolta alla propria vita imparando a fare il cuoco (sono entrambi iscritti all’alberghiero, ma lui desidera ricavarne un lavoro, l’altro si annoia); viene trascinato da Manolo, che è stato spinto dal padre, su una china che lo porta sempre più in basso, sempre più nel fondo dell’inferno.

Sempre più in basso ma nell’abbondanza: soldi, regali, prodotti del supermercato con cui riempire il tavolo della cucina.

I due sono utilizzati nel racket della prostituzione, oltre ad ammazzare qualche concorrente secondario della banda, e assistono alle violenze a cui sono sottoposte le ragazze importate da fuori, alcune quindicenni, in vendita come oggetti sessuali.

Mirko ha perso la dolcezza, non riesce più a fare l’amore con la ragazza, a cui vuole bene, senza darle la sensazione di violentarla, litiga violentemente con la madre che ha scoperto la sua attività.

«Abbiamo svoltato», si dicono i due quando ricevono dal capo della banda un incarico importante e pericoloso, da cui non usciranno vivi.

Lo psicologo della situazione è il delinquente addetto a istruire i killer, che spiega al capo, dubbioso sul loro utilizzo: i due sono inconsapevoli, possono fare qualunque cosa senza rendersi conto di quello che fanno.

Forse a loro si applica la frase evangelica, pronunciata in un momento importante della vita di Cristo: «Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno».

Allora si capisce che fin dall’inizio erano destinati a finire male, fin da quando si riempivano la bocca di pizza con la cicoria, masticando a bocca aperta, sguaiati, eccessivi nel mangiare, nel ridere, nel bere coca-cola (erano anche abbastanza disgustosi).

Non avevano consapevolezza, non erano stati educati al senso del limite, potevano farsi trascinare da chiunque, dal loro desiderio di abbondanza, e trovarsi su una discesa a precipizio.

È bastato un evento casuale, un qualsiasi padre di Manolo a dare una spinta.

«Perdona loro, perché non sanno quello che fanno».

Ha guardato a fondo nella vita degli assassini, nella loro storia personale, in quella dei loro genitori, nel loro DNA, o ci ha assolti tutti, preventivamente?

I due registi privilegiano il primo piano, con inquadrature a volte quasi anatomiche, su parti del volto: la bocca, gli occhi.

Inquadrature molto belle, che mettono alla prova la capacità degli attori, soprattutto i due ragazzi e la madre, tutti molto bravi.

Si gioca molto sulle luci, sui riflessi, sui colori lividi, che ricordano, soprattutto quando il campo visivo si allarga, l’ultimo film di Matteo Garrone, “Dogman”.

Non è un caso, dal momento che l’ambiente, fatte le dovute differenze, è simile e il tema generale, la disperazione nelle periferie dell’esistenza, è lo stesso.

I registi sono due giovani gemelli identici che si firmano Fratelli D’Innocenzo, al loro primo film. Buona la prima.