(20 maggio 2020)
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Stessi registi, altro film: La terra dell’abbastanza

Protagonista corale del film è un gruppo di persone, tre famiglie più qualcun altro, che vivono in un quartiere periferico di Roma (Spinaceto) e hanno una vita di merda.
Non si tratta di una iperbole. È una metafora, non un’esagerazione.

Voce fuori campo: «Quanto segue è ispirato a una storia vera»

Non sono poveri, ma neanche ricchi. Dal punto di vista economico se la cavano, anche se, come tutti, vorrebbero un lavoro meglio retribuito, più soldi a disposizione.
Il problema non è questo.

Il problema è culturale.

Dal punto di vista intellettuale vivono come bestie, ragionano con la pancia; sono quelle persone (evidentemente in gran numero) a cui dobbiamo molti dei politici attuali.
Casette a schiera, due piani, scala interna, al primo piano le stanze da letto, la stanza dei bambini, piccolo giardino. A Spinaceto pare non ci sia il tipico agglomerato urbano, asfissiato dalle macchine, dall’asfalto, dal cemento: si vedono larghi spazi, campagna.
D’estate nel giardino, lunghi distesi nelle sedie a sdraio, prendono il sole, quando non vanno al mare a sdraiarsi sul materassino. Montano la piscina prefabbricata, di plastica, davanti casa; nella piscina si bagnano gli adulti, i loro bambini e i bambini del vicinato: «ringrazia zio Bruno». I vicini, che si sono sperticati in finti ringraziamenti, bofonchiano per la rabbia, per l’invidia, perché, con quella piscina, è come se dicessero: «aho! Io so mejo de te!».
Alla fine la bucano loro stessi, di nascosto, di notte, per togliersi il fastidio e gli occhi di dosso; il giorno dopo scaricano la responsabilità sugli zingari cattivi.

L’orientamento politico di questa gente è fuori discussione; anche se nel film non ne parlano, sicuramente oscillano tra le formazioni della destra: Salvini, Meloni, Casa Pound. Forse, per un po’, hanno votato Berlusconi, non perché credessero alle sue promesse (troppo cinici per farsi infinocchiare), ma per fare un dispetto alla sinistra.
Sono mie supposizioni; c’è una sola battuta con riferimento politico, «zecche comuniste!», pronunciata dal vicino arrabbiato per la piscina.
Uno che usa quest’espressione, in un film o nella vita, anche se non parla di politica, è un fascio.

Fotografie con lo smartphone, giri in auto, festicciole con i vicini, scambi di regali, gavettoni per festeggiare l’inizio delle vacanze estive, scampagnate, compiti per le vacanze, ritorno a scuola.
I rapporti degli adulti con i conoscenti, con i parenti, sono fondati sull’aggressività, sull’odio reciproco, nascosto, mascherato da chiacchiere, dichiarazioni di amicizia, di affetto; melensaggini.
Proprio non si sopportano tra di loro, si odiano in modo più o meno evidente. Ciascuno vorrebbe prevalere sugli altri, affermarsi, distinguersi. Non ci riesce: vive una frustrazione continua, che si esprime sul volto, sempre teso. Non sorridono mai.

Qualche volta ridono; non sorridono mai.

Le facce di alcuni attori, non, naturalmente, la faccia di Elio Germano, sembrano prese dalla strada o da un film di Pasolini, ma i personaggi non sono sottoproletari affamati, sono piccoli borghesi arrivati alle comodità, a un relativo benessere, da una o due generazioni.
Sono i figli e i nipoti dei personaggi di Pasolini; intrufolati nell’impiego pubblico, nei servizi, considerano un diritto l’inefficienza, la pigrizia. Se lavorano in Comune si portano a casa i fogli della stampante, le penne (questo non c’è nel film, l’ho pensato io).
Sono arrabbiati, insoddisfatti, nonostante abbiano abbastanza soldi, la casa, un lavoro, la macchina, abbondanza di cibo.
Se non lavorano, come un personaggio del film, attendono una sistemazione migliore, senza darsi troppo da fare per trovarla. Intanto la famiglia va avanti col lavoro della moglie, che può dare trenta euro a un bambino per comprare una cosa al mercatino o cento euro ai figli «andate al cinema, mangiate i popcorn» – quando vuole toglierseli di torno per controllare che cosa stanno combinando.

Disperati, bloccati nella loro condizione, si sentono perdenti.

Utilizzano i figli per mostrare agli altri un futuro da vincitori. Non sanno se si realizzerà, lo sperano, ma non sono sicuri. Vorrebbero determinare il destino dei figli: impresa ardua.
Nel corso della cena il vicino si è vantato di avere «lavorato in prima persona» (espressione che gli piace) alla realizzazione di un prodotto schiumogeno, afferma di svolgere un lavoro «interessante come attività». Dice: «se hai un lavoro devi sempre cercare di raggiungere la vetta» (si vede sulla vetta con la bandierina), rivolge, convinto, una domanda retorica ai commensali: «vuoi continuare per il resto della vita a vendere acqua zuccherata o vuoi avere la possibilità di cambiare il resto del mondo?» (è come dire: voi vendete acqua zuccherata, io cambio il mondo).
Il padrone di casa segue il discorso con uno sguardo truce: è rivolto a lui, che non ha un lavoro. Per reagire e risollevarsi, chiama i figli a leggere le pagelline con tutti dieci, sapendo che la figlia del vicino non parla mai, non va bene a scuola, è seguita da un insegnante di sostegno, che, secondo il padre, è un cretino, perché tratta la figlia come handicappata. Guarda quell’unica figlia con aria delusa: su di lei non potrà fondare la sua speranza di scavalcare gli altri, non potrà utilizzarla per mostrare un futuro da vincitore.

Scambi di colpi, nel corso di una tavolata che sembra un campo di battaglia.

I figli devono essere uguali ai genitori, soprattutto i maschi devono essere uguali ai padri. Le femmine basta che siano remissive, come le madri, che non contraddicono mai i mariti.
Grande esultanza per ogni segno di somiglianza del figlio al padre (evviva! è maschio, è aggressivo, è uguale a me, ha imparato a guidare il pick-up, ha avuto un rapporto sessuale con la ragazzina e mi ha guardato con aria furba, da uomo; è pronto a trattare le donne come una discarica); grandi problemi se i figli, soprattutto i maschi, mostrano la capacità di rilevare la falsità di fondo dei rapporti familiari.

«Come ti sei permesso di chiedere se il rapporto tra me e tua madre va bene?»

I bambini vivono in un mondo a parte, guardano gli adulti con curiosità, li subiscono, a volte li scimmiottano, come, per esempio, quando due di loro, undicenni o giù di lì, decidono che è arrivato il momento di fare l’amore; poi si rendono conto della difficoltà della cosa.
Un professore con la faccia e l’atteggiamento da sfigato insegna ai bambini a costruire una bomba amatoriale.
Meglio non essere geni, dice, perché i geni hanno una vita di merda (non riflette sulla sua vita, che è peggio di una vita di merda).

Tutti i bambini preparano la bomba e la tengono nella loro cameretta (pare sia facile: un po’ di fili elettrici, qualche tubo, una lampadina, ed è fatta).
Fanno questo perché, dice il bambino, «così finisce tutto.»

Non hanno tutti i torti, specialmente il figlio di quello che parla sempre lui e mastica le crosticine con un rumore disgustoso. Con quei genitori è difficile non desiderare che finisca tutto.
Chi non ama le anticipazioni sulla trama (spoiler) non vada avanti nella lettura.

Voce fuori campo: «La storia vera è ispirata a una storia falsa»

La bomba, costruita dai ragazzi come fosse una qualsiasi esercitazione di educazione tecnica o di scienze, viene scoperta e il professore è allontanato dalla scuola. Nell’ultima lezione, per vendicarsi dei genitori che lo hanno fatto cacciare, insegna ai bambini il modo di procurarsi un veleno sicuro, un potente insetticida che certamente i genitori, possedendo un giardino, hanno in garage ed è facilmente reperibile nei negozi di fitofarmaci (a Spinaceto pare non ci siano controlli adeguati sulla vendita e sulla conservazione degli antiparassitari).
Con questo veleno tutti i bambini si suicidano: i due delle pagelline, la ragazzina che ha dovuto tagliare i capelli. Solo un ragazzino si salva, il più misterioso, il figlio di quello delle crosticine, condotto dal padre dalla periferia al centro, ospite di un fratello, lontano da quel posto avvelenato da un’aria di morte, di dissoluzione; anche la natura – certamente è una mia impressione, ma credo sia un segno della potenza di questo film – sembra in disfacimento.

La bomba costruita dal ragazzo diventa motivo di orgoglio per il padre: sogna per lui un futuro “nella Nasa italiana”. Resta un dubbio: l’aggressività compressa dentro quel ragazzino, che sembra assorbire tutto senza ribellarsi, in che cosa sfocerà? Quali incubi reali produrrà l’incubo in cui il padre lo costringe a vivere?

La morte pervade tutto il film, anche nelle scene di approccio sessuale da parte di una donna incinta, cuoca o inserviente nel refettorio, nei confronti di un bambino.
Viene mostrato un modo disgustoso di procurarsi il latte con cui bagnare un biscottino. Questa scena si potrebbe utilizzare per indurre alla dieta le persone che non riescono a trattenersi dal mangiare continuamente biscotti: vedi la scena e ti passa la voglia, fino a quando rifletti che si tratta di cinema.
Ci vuole l’arte perché un’attrice di teatro, una donna bella ed elegante come Ileana D’Ambra, riesca a trasformarsi nel personaggio di Vilma.

I fratelli D’Innocenzo amano riprendere le persone che masticano in modo disgustoso: all’inizio del loro primo film, i due protagonisti si abboffano di pizza con la cicoria, riempiendo la bocca fino a vomitare, non loro, noi che guardiamo.

Due mondi separati sono presenti in questo film: adulti e bambini, immersi tutti in un’atmosfera di morte che trova la giusta conclusione nella magnifica Passacaglia della vita, riportata in fondo a questo commento.

Il film era previsto nelle sale a marzo, ed era molto atteso dopo il primo lungometraggio di Damiano e Fabio D’Innocenzo: La terra dell’abbastanza (commento 10 giugno 2018).
È incappato nella pandemia e nella conseguente chiusura delle sale cinematografiche.
I registi e il produttore hanno accettato la prima visione in streaming.
I cinema forse riapriranno a metà giugno.

Il 7 marzo, in piena diffusione incontrollata del virus, siamo andati al cinema senza mascherina e adottando, come unica misura preventiva, il distanziamento in sala (una poltrona occupata e una no), ma non nella biglietteria.

Posso dire questo con cognizione di causa perché l’ultimo film che ho visto al cinema (il 7 marzo) è Volevo nascondermi, di Giorgio Diritti, al Principe di Firenze, dove spero di poter tornare prima della chiusura estiva. Ricordo benissimo che nessuno, in treno, per strada e in sala, portava la mascherina (tranne i cinesi) e davanti alla biglietteria ci siamo messi in fila senza distanziamento. Non era indicato dalle autorità con la necessaria determinazione e tra i virologi c’era ancora qualcuno che sollevava dubbi sull’opportunità delle mascherine chirurgiche (per giunta irreperibili).
È stato l’ultimo giorno di apertura delle sale cinematografiche; tornato a casa ho acceso il televisore e sentito il presidente del Consiglio annunciare la chiusura a partire dal giorno dopo: il lockdown; cominciava la quarantena per tutti.

Voce fuori campo: «La storia falsa non è molto ispirata»

Forse è questo il punto: la rivisitazione di una storia vera con una storia falsa non molto ispirata. I personaggi, l’ambiente, sono veri, li possiamo incontrare o li abbiamo incontrati, anche se non sempre avevano l’accento romanesco o, se l’avevano, non abitavano a Spinaceto. La trama ha uno sbalzo: la chiusura di morte si sarebbe potuta avviare in altri modi, più plausibili; non erano necessari una bomba e un professore vendicativo: il mostro esterno. La mostruosità è tutta interna a quell’ambiente, la morte è una bomba che non ha bisogno di inneschi esterni per esplodere.

Questo film m’incuriosiva molto; l’ho noleggiato su iTunes Store e, in 48 ore, l’ho visto due volte.
Perché due volte? Non perché mi sia particolarmente piaciuto.
Mi è piaciuto non particolarmente ma in parte, pur trovando la conferma del talento dei registi e della bravura di Elio Germano: la sequenza in cui scopre i figli morti, torna a letto e aspetta che li scopra la madre, è da manuale di grande cinema. Si svolge tutta nella testa dello spettatore, attraverso gli occhi, l’espressione di Elio Germano. Dalla nostra poltrona vediamo solo per un attimo i ragazzi morti, di sfuggita, ma oramai siamo il personaggio interpretato da questo grande attore, ripreso da questi grandi registi.

Alla “prima visione” domestica ho perso molte parti del parlato. L’audio del film in alcuni punti è regolato male, soprattutto quando gli attori sussurrano; costringe ad alzare il volume, che subito dopo bisogna abbassare, altrimenti diventa fastidioso.
C’è un altro problema riguardante l’audio.
I personaggi, ovviamente, parlano con accento romanesco, smozzicando e strascicando le parole.

Anche uno che ama la lingua di Belli e la pronuncia di Proietti, ogni tanto non riesce a seguire il discorso. Si tratta di un romanesco provinciale, sporco, non certo del romanesco teatrale di Aldo Fabrizi, borghese di Trilussa, popolano di Cesare Pascarella, elegantemente triviale di Giuseppe Gioacchino Belli.
È un romanesco, come ho detto, provinciale, risente dell’influsso di altri dialetti e del tentativo, infelice, di italianizzare usando frasi fatte; nelle mie orecchie questa lingua suona brutta, aggressiva.
Riflette la condizione di insicurezza di uno che si mette in posizione di attacco perché non ha il pieno controllo della parola: troppa confusione tra la lingua imparata in famiglia (spesso di altra provenienza), la lingua imparata a scuola (anche questa di varia provenienza: compagni, insegnanti), la lingua imparata per strada e nel luogo di lavoro.

Un po’ l’audio, un po’ l’accento, questo diventa un problema.
Ho dovuto rivedere il film, fermando ogni tanto e tornando un po’ indietro per risentire una frase.
Sarebbero state utili le didascalie, per il modo in cui parlano alcuni attori, muovendo poco la bocca e mangiando le finali. La gente parla così, non si pretende la pronuncia degli attori di teatro, però, andando il film oltre il raccordo anulare, bisogna mettere tutti nelle condizioni di capire.
Solo risentendo quella parte ho capito che cosa diceva Denis all’inserviente nel pullman: le stava rivelando il “segreto” dei bambini. Il bambino che interpreta Denis parla praticamente senza aprire la bocca, forse perché il personaggio non vuole farsi sentire da altri, ma anche noi non capiamo.
Non sono riuscito a capire quale libro stesse leggendo o avesse letto il vicino con i capelli rossi a spazzola (ne parla a tavola); ho capito solo che gli era molto piaciuto.
Anche quello che mangia le crosticine con soddisfazione rumorosa, a volte si capisce poco.

C’è un elemento che avrebbe dovuto sconsigliare i registi e il produttore dalla prima visione in streaming (ma, mettendosi nei loro panni, che altro avrebbero potuto fare?).
In questo film i fratelli D’Innocenzo usano molto il primo piano anatomico (dettagli della bocca, degli occhi e di altre zone del corpo), che va benissimo sullo schermo del televisore.
Però usano anche campi lunghi in spazi aperti limitati. Quando ciò accade, per esempio in tutta la sequenza del quasi soffocamento del bambino, gli attori sono così piccoli da riuscire a distinguerli con fatica dentro all’inquadratura fissa dei due giardini davanti alle case. Sembra di seguire un dramma radiofonico.
Se questo è voluto, è strano.
Sul grande schermo si sarebbe vista bene la cornice in cui si svolge l’azione, ma anche l’azione.

Avevo concluso il commento al primo film di Fabio e Damiano D’Innocenzo con un’espressione che usano i registi quando girano le scene: buona la prima.
Volevo dire che La terra dell’abbastanza, primo lungometraggio dei due giovani artisti, mi aveva assolutamente convinto.
Non posso dire la stessa cosa per questo secondo film: il ritratto della vita infelice di gente infelice, alla periferia di una grande città; gente infelice che riesce solo a rendere infelici e desiderosi di morire anche i propri figli.

Io credo sia un film realista, nel senso che i personaggi esistono nella realtà, la rappresentazione dell’ambiente è perfetta. Alcune scene sono magistrali. La trama lascia dubbi.

In conclusione mi domando come abbiano fatto, i due giovani e brillanti registi, a coltivare questa visione; mi domando che cosa abbiano conosciuto dell’ambiente che descrivono, rivelando una straordinaria capacità di osservazione.

Favolacce, attraversato da una visione di morte, è concluso coerentemente con la meravigliosa Passacaglia della vita.

Homo fugit velut umbra (Passacaglia della vita) – XVII secolo; oratorio di Ravenna; raccolta di canzonette Spirituali e Morali (1657); autore ignoto; da alcuni attribuita a Stefano Landi (1587, 1639), compositore e cantore del primo barocco.

L’Arpeggiata – Christina Pluhar

Oh come t’inganni

se pensi che gl’anni

non hann’ da finire,

bisogna morire

bisogna morire

bisogna morire.

È un sogno la vita

che par sì gradita,

è breve gioire,

bisogna morire.

Non val medicina,

non giova la china,

non si può guarire,

bisogna morire

bisogna morire

bisogna morire.

Non vaglion sberate,

minarie, bravate

che caglia l’ardire,

bisogna morire.

Dottrina che giova,

parola non trova

che plachi l’ardire,

bisogna morire

bisogna morire

bisogna morire.

Non si trova modo

di scioglier ‘sto nodo,

non val il fuggire,

bisogna morire.

Comun’è statuto,

non vale l’astuto

‘sto colpo schermire,

bisogna morire

bisogna morire

bisogna morire.

La morte crudele

a tutti è infedele,

ogn’uno svergogna,

morire bisogna.

È pur ò pazzia

o gran frenesia,

par dirsi menzogna,

morire bisogna

morire bisogna

morire bisogna.

Si more cantando,

si more sonando

la cetra, o zampogna,

morire bisogna.

Si muore danzando,

bevendo, mangiando;

con quella carogna

morire bisogna

morire bisogna

morire bisogna.

I giovani, i putti

e gl’huomini tutti

s’hann’a incenerire,

bisogna morire.

I sani, gl’infermi,

i bravi, gl’inermi

tutt’hann’a finire,

bisogna morire.

E quando che meno

ti pensi, nel seno

ti vien a finire,

bisogna morire.

Se tu non vi pensi

hai persi li sensi,

sei morto e puoi dire:

bisogna morire

bisogna morire

bisogna morire

bisogna morire

bisogna morire

bisogna morire

bisogna morire

bisogna morire.