piazzale Galleria degli Uffizi – Firenze (06/07/2018 h 22.00)

Non potevo mancare, non potevo lasciarmi sfuggire quest’occasione: vedere un film che amo (quest’anno compie cinquant’anni) in un posto che amo.

Il film è, ovviamente, “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, che, in occasione del cinquantenario, era in programmazione – nell’ambito della rassegna “Apriti Cinema – Estate Fiorentina 2018” – su un grande schermo posto nel piazzale della Galleria degli Uffizi.

Partecipare all’evento comportava un po’ di sacrificio, dal momento che la proiezione è iniziata alle 22.00 e il film dura tantissimo, per cui finisce in piena notte.

Non è un grande sacrificio: le notti estive sono belle.

D’altra parte era un’occasione che non si poteva non cogliere: quando capiterà di nuovo? Tra cinquant’anni?

È vero, il film ce l’ho su DVD e posso rivederlo quando voglio sul televisore di casa o sullo schermo del computer.

Ma non su grande schermo, non nel piazzale degli Uffizi, non tra tante persone che, per essere in quel momento in quel posto, dimostrano di condividere l’amore per il cinema e l’amore per Firenze.

La colonna sonora è portentosa (anche divertente, allegra); lo è ancora di più con lo scorcio della Galleria degli Uffizi, in una calda notte estiva, sotto il rettangolo perfetto (su tre lati) ritagliato nel cielo dai due corpi di fabbrica laterali e da quello più corto che li collega, un rettangolo di cielo a U (lo schermo è disposto in direzione del lato corto, verso l’Arno), un rettangolo di cielo solcato da una nuvola trasparente e, nel buio, punteggiato di stelle.

C’è un momento, nel film, in cui l’immagine sullo schermo è molto simile a quella che vedevo guardando in alto; sembrava di trovarsi sull’astronave diretta verso un punto misterioso nello spazio dalle parti di Giove, guidata dal computer di bordo HAL 9000, troppo perfetto per poter ammettere di avere sbagliato un calcolo: contraddizione logica – per essere perfetto dovrebbe poter ammettere di avere sbagliato, se ha sbagliato non è perfetto, anche se lo ammette.

Quando progetteremo un viaggio nello spazio guidato da un computer, dovremo essere certi che lo strumento a cui ci affidiamo abbia acquisito il concetto base della scienza: non è possibile una misura priva di errori, non esiste un software o un hardware privi di bug.

Sembrava di trovarsi su un’astronave, ma noi siamo su un’astronave che, oltre a ruotare intorno al Sole e intorno a se stessa, donandoci queste splendide notti, si muove, insieme a tutto il Sistema Solare, verso un punto nello spazio, guidata … non sappiamo da chi, o da che cosa.

Dal caso? Che cos’è il caso? Dalle leggi della Fisica? Chi ha deciso queste leggi? Quale Assemblea Costituente dell’Universo si è riunita per decidere, a maggioranza assoluta, che F=m•a , che E=m•c(al quadrato), che la mela cade sulla testa di Newton e non si perde nello spazio come Frank? Non si sa, non lo sapremo mai finché siamo a bordo dell’astronave.

Forse, alla fine del viaggio – viaggio collettivo, arrivo individuale (come diceva Fabrizio De André: «Quando si muore, si muore soli») – ciascuno di noi troverà se stesso nelle due fasi limite dell’esistenza, come nel film, alla fine del proprio tempo e all’inizio, nella cellula uovo fecondata, poi nell’embrione che lo portò sulla Terra, tra i viventi.

Non ho visto il film interamente, ma, ovviamente, so da cinquant’anni, forse un po’ meno, come va a finire; avevo un orario massimo di rientro stabilito dalle ferrovie dello stato, che prevedono un ultimo treno in partenza da Firenze in direzione di Pisa alle 00.40 (il successivo è alle 4.30 del mattino).

L’alternativa sarebbe stata utilizzare la scatoletta a motore, parcheggiarla a Firenze, rientrare a qualunque ora.

Ma è una soluzione che non mi piace, utilizzare l’automobile per lo svago mi intristisce, voglio sentire le gambe muoversi sulla strada, non le braccia sullo sterzo, stancare i muscoli, non i nervi, guardarmi intorno, non fisso davanti.

Così ce l’ho fatta a vedere il film fino al rientro di David nella navicella spaziale, alla cancellazione della memoria di HAL, al proseguimento del viaggio, dopo l’annuncio registrato della scoperta di una nuova forma di vita intelligente nell’Universo.

Anche così, con questa interruzione, è stato bello (non è necessario che le cose siano perfette) vedere tante persone, tanti giovani, a mezzanotte seduti sugli scalini intorno alla piazza, accovacciati per terra, per un film che è stato concepito e realizzato quando loro non erano ancora stati concepiti e tanto meno realizzati, nel 1968, un film che ancora oggi è in grado di dire qualcosa sul nostro destino nell’Universo.

Bellissimo sentire la colonna sonora, portentosa, da piazza Signoria, mentre mi portavo a passi svelti verso Santa Maria Novella, per non perdere l’ultimo treno disponibile per il rientro.

Nel pomeriggio, prima di trovare posto sui sedili, davanti allo schermo, con largo anticipo (l’affluenza è notevole, l’ingresso gratuito), ho partecipato, nel Palazzo Strozzi, a “The Florence Experiment” – Un progetto di Carsten Höller e Stefano Mancuso.

Gli ideatori e realizzatori dell’esperimento sono un artista e uno scienziato (neurobiologo).

Si propongono di verificare l’interazione tra le piante e gli esseri umani.

L’artista ha progettato la struttura che consente di svolgere l’esperimento: un gigantesco scivolo chiuso, come un serpentone, alto venti metri, nel cortile di Palazzo Strozzi, fino al secondo piano. In realtà pare che siano due scivoli che s’intersecano (The Florence Experiment Slides), ma, da sotto, è difficile distinguerli.

Prima parte dell’esperimento: i visitatori hanno la possibilità, volendo, di farsi una discesa sullo scivolo, assumendosi la responsabilità della scelta mediante apposizione di un timbro sulla mano (se stai male e vuoi scivolare dal secondo piano di Palazzo Strozzi sono “fagioli” tuoi).

Perché ho citato i fagioli? (di solito si fa riferimento ad un altro vegetale, sfruttando un’assonanza che ha avuto grande successo).

Perché alcuni degli scivolatori, scelti a caso, portano con sé una piantina di fagiolo.

La piantina viene poi consegnata a un gruppo di giovani scienziati (suppongo assistenti di Mancuso), che ne misurano i parametri fotosintetici e le molecole emesse.

Confesso che all’inizio, dopo il primo entusiasmo, ci si sente un po’ ridicoli a scivolare su un enorme scivolo portando con sé una piantina di fagiolo.

Ma poi si pensa ai titoli dell’ideatore scientifico dell’esperimento e ci si sente quasi orgogliosi e sicuramente divertiti, partecipi, anche perché lo scivolo, imponente, è molto bello da vedere.

Scendendo la velocità aumenta, ma, quando si comincia a preoccuparsi, dopo la seconda curva, manca poco e si è arrivati.

Vediamo i titoli scientifici.

Stefano Mancuso è professore all’Università di Firenze, dirige il Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale (LINV).

Su YouTube, per chi è interessato, ci sono diversi video delle sue lezioni, delle sue conferenze e dei suoi esperimenti.

Poi ci sono i suoi libri.

Il professor Mancuso ha dimostrato, con vari esperimenti, che le piante hanno una vera e propria cognizione dell’ambiente in cui vivono e sono capaci di interagire in modo sorprendente con gli altri viventi, per esempio con l’uomo.

Il termine “cognizione” potrebbe sembrare eccessivo; correggo: secondo me è eccessivo, però non sono in grado di esprimere un parere definitivo sull’argomento.

La seconda parte dell’esperimento (Plant Decision-Making Based on Human Smell of Fear and Joy) utilizza due sale cinematografiche, due parallelepipedi di vetro chiusi; in una sono proiettati spezzoni di film horror, nell’altra spezzoni di film comici.

L’aria emessa dagli spettatori viene convogliata, attraverso una serie di condotti, sulla facciata del palazzo, dove crescono piante rampicanti (glicine) su strutture a forma di Y. Su un braccio della Y viene convogliata l’aria proveniente dalla sala horror, sull’altro l’aria proveniente dalla sala comica.

Si ritiene che questi due tipi di aria contengano sostanze che hanno un “odore” diverso percepito dalle piante: l’odore della gioia e l’odore della paura.

Di conseguenza, i due rami dei glicini dovrebbero avere uno sviluppo diverso o, comunque, reagire producendo sostanze diverse, prendere “decisioni” diverse riguardo allo sviluppo dei rami (immagino ci siano telecamere che registrano i movimenti delle piante).

Suppongo che basterebbe verificare la tendenza dei rami del glicine ad allontanarsi dall’aria della paura e ad avvicinarsi a quella del divertimento (o viceversa), per ritenere l’esperimento riuscito.

L’esperimento è in corso dal 19 aprile, terminerà il 26 agosto.

Sulla facciata di Palazzo Strozzi si vedono queste piantine di glicine (una delle piante che più apprezzo e non sono riuscito, finora, a far attecchire nel mio orto), che, attualmente, non presentano differenze visibili a occhio nudo.

Se sarà verificato, in sede di valutazione dei risultati, dopo il 26 agosto, che le piante che ricevono l’aria “comica” si sviluppano meglio di quelle che ricevono l’aria dei film “de paura” – ma non credo sia questo l’obiettivo dell’esperimento (“Processo decisionale delle piante, basato sull’odore umano della paura e della gioia” è la traduzione del titolo) – vorrà dire che dobbiamo ridere per far sviluppare bene il mondo vegetale intorno a noi.

Spero che sia così, che si giunga a una nuova scoperta scientifica con un esperimento che ha altri obiettivi, come è accaduto spesso nella scienza, però non posso fare a meno di notare dei punti di questo esperimento che non mi convincono, pronto a cambiare idea se i risultati esaminati con metodo scientifico confermeranno l’ipotesi di partenza.

Primo punto: il contatto tra la piantina e la persona sullo scivolo è troppo limitato nel tempo per determinare conseguenze importanti sul metabolismo della pianta.

Ho dimenticato di dire che la prima parte dell’esperimento prevede il confronto fra le piantine che hanno viaggiato con umani, le piantine che hanno viaggiato da sole sullo scivolo, le piantine che non hanno viaggiato. Vedremo, ma credo non siano avvenuti grandi cambiamenti nel mio metabolismo per il fatto di essere sceso utilizzando un mezzo alternativo alle scale e che questo valga anche per le piantine (che, comunque, da sole, difficilmente avrebbero potuto utilizzare le scale).

Secondo punto: gli spezzoni di film “horror” (per esempio “Shining”, con il grande Jack Nicolson) erano troppo brevi per fare veramente paura. Un film horror fa paura non per una particolare scena (vista con distacco, separata dalle altre, ogni scena può diventare interessante, curiosa, perfino divertente, non paurosa), ma per la storia raccontata e per la capacità del regista di creare gradualmente una tensione montante.

Io, per esempio, ho rivisto con simpatia il volto da pazzo di Jack Nicholson che si scagliava con un’ascia contro la porta dietro la quale era nascosta la moglie. Se avessi visto il film dall’inizio, certamente avrei spedito al glicine aria “de paura”, perché Kubrick è un grande regista.

Gli spezzoni di film comici facevano ridere, ma erano anch’essi troppo brevi, si passava da un tipo di comicità a un altro (da Mr Bean a Fantozzi) in modo brusco, con esempi troppo diversi.

Forse l’intento era di andare incontro a un pubblico vario, tendenzialmente internazionale, ma i rapidi passaggi davano fastidio.

L’obiezione più importante è la seguente: secondo me, pronto a cambiare idea dopo il 26 agosto, le piantine di glicine dovrebbero ricevere solo l’aria proveniente dai film comici o dai film horror per poter attribuire gli eventuali cambiamenti del loro metabolismo, o le loro “decisioni” sul tipo di sviluppo, unicamente all’aria che hanno ricevuto.

Dal momento che queste piantine sono messe all’esterno, il loro sviluppo, il loro metabolismo, le loro decisioni riguardo alla crescita, dipendono non solo dall’aria che ricevono attraverso i condotti a Y, ma anche dalle sostanze prodotte dall’ambiente, dall’illuminazione, dall’umidità; troppe variabili in gioco.

Certamente, se si dimostrasse che, non in qualche caso, ma sempre (attenzione a non ignorare i risultati che contraddicono l’ipotesi di partenza), indipendentemente dalla posizione, più o meno favorevole allo sviluppo, sempre i rami di glicine rifuggono dall’odore della paura e sono attratti dall’odore dell’allegria, o viceversa, le mie obiezioni perderebbero consistenza.

Se poi, come spero, questo esperimento dimostrerà che le piante si sviluppano meglio se ricevono aria emessa da gente che ride, avremo imparato che sulla nostra astronave – diretta chissà dove, guidata, forse, da qualcuno, speriamo meno permaloso di HAL 9000 (non passa giorno che non gli rinfacciamo qualche errore) – se vogliamo sopravvivere dobbiamo ridere.

Immagino i governi del mondo, presa coscienza di questa scoperta scientifica, impegnati a dirottare i finanziamenti per gli armamenti sulla produzione di film comici; l’ora di film comico inserita all’interno della giornata lavorativa e nei programmi scolastici; corsi universitari sulla produzione di comicità istituiti dalle Università più prestigiose.

Vedremo questo slogan campeggiare sui principali edifici delle città:

– Noi abbiamo bisogno delle piante, le piante hanno bisogno del nostro divertimento. Divertiamoci perché l’umanità possa sopravvivere –

Post Scriptum

Non sono riuscito ad ottenere i risultati, la valutazione conclusiva, di questa ricerca, anche perché ho smesso di cercarli dopo che – un pomeriggio, mentre ero seduto in sala, in un cinema di Firenze, in attesa dell’inizio del film – sullo schermo è apparso il professor Mancuso che partecipava allo spot pubblicitario di un’azienda svizzera, credo, di prodotti dolciari (caramelle), utilizzando quelle che sono solo ipotesi del suo lavoro “scientifico” (nello spot le piante ballavano).

Mi sono chiesto: non esiste una deontologia professionale anche per gli scienziati e per i professori universitari? Che fine ha fatto il rigore degli scienziati di una volta?