4 febbraio 2020 h 18.30

Cinema Teatro Odeon Firenze – piazza degli Strozzi

Altro commento, stesso regista: 2001: Odissea nello spazio

Il dottor Stranamore. Ovvero: Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba.

Doctor Strangelove or: How I learned to stop worrying and love the bomb.

Data di uscita del film nelle sale: 1964

Ne è passato del tempo!

I nati in quell’anno si avviano lentamente verso la vecchiaia: 56 anni, anche se oggi è di moda considerarli ragazzini, e molti di loro (addirittura più vecchi) si comportano come ragazzini.

È un film in bianco e nero, non per scelta (l’anno scorso ho visto due film importanti, girati per scelta in bianco e nero).

Nel 1964 non era una scelta: il colore, nella fotografia e nel cinema, c’era, ma era costoso, per cui noi eravamo immersi nel bianco e nero, we were black&white people.

Da secoli ammiravamo gli splendidi colori dei pittori rinascimentali (non solo), ma la nuova arte – che aveva più di cento anni (intorno alla metà dell’Ottocento i primi dagherrotipi) e riproduceva le immagini lasciando alla luce il compito di dipingerle – e la nuovissima – che aveva circa settant’anni (1895, proiezione in sala di una pellicola dei fratelli Lumière) e le riproduceva in movimento – ci avevano abituati a decodificare la scala dei grigi, traducendola in variazioni di colore.

Dietro i funghi luminosi, carichi di radiazioni, che si susseguono alla fine del film, vedevamo gli incendi che dovettero apparire agli occhi dei primi, e, fortunatamente, per ora unici uomini che hanno sperimentato un’esplosione nucleare.

L’ultima immagine impressa sulla loro retina, prima del buio, fu un secondo sole, infuocato e minaccioso.

Sullo schermo vediamo questi funghi in bianco e nero.

Poi il buio.

Non siamo riusciti a evitare la serie di reazioni automatiche che portano all’innesco della “Macchina della Fine del Mondo”.

Attraverso una serie di paradossi, di assurdità, di comportamenti ridicoli e autodistruttivi interpretati dal grande Peter Sellers e dagli altri attori, siamo arrivati a una conclusione assolutamente realistica: una persona affetta da paranoia – quante ce ne sono in giro, anche nei posti di comando! – posta in una determinata posizione di potere, può innescare le reazioni automatiche che portano all’estinzione dell’umanità, grazie ai moderni grandi progressi scientifici e tecnologici di cui siamo orgogliosi.

A questo punto, nel film, il dottor Stranamore o Strangelove, che, in realtà, si chiamava in un altro modo quando era al servizio di Hitler, ha la possibilità di svolgere la sua teoria.

Purificata, secondo Stranamore, dal trionfo della morte, una parte dell’umanità sopravvissuta, selezionata da un programma informatico – già c’erano i computer e i programmi, ma erano una cosa diversa dagli attuali; non c’era internet, non c’erano i satelliti per la comunicazione, solo telefoni e radio – potrà ripararsi nelle profondità della terra per cento anni, potrà darsi un’organizzazione e dedicarsi al sesso per compensare le perdite.

Al generale americano e all’ambasciatore sovietico questo programma piace, però continuano ad essere reciprocamente diffidenti.

Si capisce che le due superpotenze, uscendo dopo cento anni dalle profondità della terra, dovranno cercare di accumulare un vantaggio, per ambire nuovamente alla conquista dell’intero pianeta.

E si ricomincerà.

Sono attuali questi discorsi? È attuale un ex nazista su una sedia a rotelle? Uno che non riesce a controllare le sue numerose protesi, ma ha l’espressione, il sorriso di chi ha vinto: l’uomo si è portato vicino all’estinzione, la “soluzione finale” si è attuata, estesa a quasi tutta l’umanità.

Wernher Von Braun, che guidò la corsa degli americani per la conquista dello spazio, non aveva comandato un lager nazista. Però aveva progettato i V-2, che consentirono ad Hitler di colpire Londra durante la Seconda Guerra Mondiale; la scelta politica, evidentemente, come per il dottor Stranamore, non trovava spazio nella sua mente, l’umanità non contava nulla per lui, contavano solo i suoi giocattoli e il raggiungimento dell’obiettivo, qualunque esso fosse.

Ai tempi in cui Stanley Kubrick immaginò questa conclusione, solo due superpotenze possedevano le armi nucleari.

Oggi ce l’hanno diverse nazioni, più o meno grandi.

Una, la Corea del Nord, è dominata da un grassone dotato di una faccia e di una pettinatura particolari, un tipo che, a occhio, non trasmette l’idea dell’equilibrio mentale.

Un’altra, l’Iran, forse non ha l’arma “fine del mondo”, ma non sappiamo se può costruirla in poco tempo; è dominata da gente che se vede in sogno Maometto o suo cugino, ma anche un lontano parente, può scatenare qualunque cosa, anche una guerra.

Gli Stati Uniti, attualmente, hanno in testa un presidente che in testa non si sa che cosa abbia (è già un mistero ciò che ricopre la sua testa); recentemente ha dichiarato che, in caso di necessità, potrebbe scatenare la distruzione mirata dei beni culturali appartenenti all’Iran.

Come dire: «tu mi rompi le scatole e io ti distruggo la moschea».

Si è anche vantato di avere un bottone nucleare più grande del grassone coreano (capisco sia difficile da credere: basta andare su Google e mettere insieme Trump e bottone nucleare o cercare sul sito del giornale La Stampa).

Scontro tra titani maniaci sessuali.

Una delle battaglie di Trump consiste nell’ignorare i moniti degli scienziati sul pericolo del riscaldamento globale, un’altra nell’agevolare la lobby dei costruttori di armi, che considerano con orgoglio l’efficacia distruttiva dei prodotti della loro industria, non importa se, casualmente, ogni tanto, si esercita sui ragazzi di una scuola.

Anche quest’individuo, a capo della nazione più potente, non mi sembra trasmetta un’immagine meno paranoica del generale Jack D. Ripper (che, in inglese, suona come Jack the ripper: Jack lo squartatore), il comandante della base di Burpelson che, nel film, riesce a scatenare la terza guerra mondiale contro i sovietici, responsabili, secondo lui, della “fluorocontaminazione” dell’acqua e della sua conseguente impotenza.

Putin è uno che, nell’Unione Sovietica, lavorava nel KGB. E ho detto tutto. È un sopravvissuto di quell’apparato che aveva in mente un solo programma: il potere a tutti i costi.

La Cina è un mistero; può costruire un ospedale in quindici giorni (tanto, chi si cura dei diritti dei lavoratori?), non impedisce ai suoi scienziati (fra i quali c’è qualche pazzo che viene fermato dopo che ha fatto la pazzia) di fare esperimenti sul DNA umano, sulla clonazione e sui virus (tanto, chi si cura di mutazioni, perdite di controllo e altre “quisquiglie e pinzillacchere”?), potrebbe, con la stessa efficienza, decidere di buttarsi sull’arma finale.

Ma l’arma finale esiste?

Basta fare pochi calcoli per capire che le potenzialità che la scienza ha messo in mano all’uomo sono più che sufficienti per autodistruggersi.

Lo erano nel 1964, figuriamoci ora.

Possiamo stare tranquilli?

Mah!